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IL TERREMOTO E LA CASA COME RAPPRESENTAZIONE DEL SE’-DOTT.SSA CLEMENTINA PETROCCO

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Redazione-“Ho perso tutto     Non ho più niente……… la mia vita è andata in fumo……………….” Queste e molte altre simili sono state   le espressioni che si sono sentite più frequentemente dopo il sisma a l’Aquila..

Il Terrae Motus ci ha atterrito, disorientato, ci ha messo in contatto con la nostra impotenza, l’incontrollabile ha preso il sopravvento, si è impadronito di noi ,ci ha travolti.

Noi siamo diventati improvvisamente piccolissimi  rispetto a LUI che è arrivato all’improvviso, ci ha centrifugato,  sbattuto a terra, ha seminato morte , lutti e devastazione  e noi, li, piccolissimi che lo subivamo come  bambini preda dell’orco. Un orco imprevedibile famelico e cattivo, un orco che si è preso i nostri figli ,le nostre madri , i padri,  gli affetti più cari.

Un orco che ci ha fatto ascoltare impotenti le grida dei  sepolti vivi e il rantolo dei morti.

Questo orco ha distrutto la nostra città che, come una madre improvvisamente impazzita, ci ha ucciso e cacciato di casa, che ha trasformato le nostre case da tana protettiva a trappole mortali.

 Lui ha fatto tutto questo e molto di più . L’orco è arrivato di soppiatto , la grande madre a volte criticata a volte amata, a volte abbandonata e dimenticata per anni , ma che sempre ci aveva riaccolti, ci ha scacciato, ci ha mandato fuori al buio ,al freddo, senza vestiti e senza identità;

la natura matrigna ha chiesto le sue vittime sacrificali, ha preteso il suo tributo. La nostra madre  terra troppo spesso dimenticata e ferita dalla nostra falsa onnipotenza dalla nostra presunzione di immortalità si è mossa, ci ha dimostrato che esiste e che è dotata di forza, che  spesso ci tollera e qualche volta ci si scrolla di dosso come pulci fastidiose.

Di tutto questo e molto altro siamo stati testimoni , attori e spettatori , vittime e carnefici.

Ma “ ho perso tutto…………”.a volte non si riferisce a quanto detto, ma alla CASA, casa non come tana o luogo di affetti, ma casa come  rappresentazione di se’, prolungamento di vita e di progetti, controllo dei propri figli e nipoti immagine di se’ visibile al mondo e dimostrazione della propria esistenza “

…….NON HO PERSO NESSUNO,

SIAMO TUTTI VIVI NOI DELLA FAMIGLIA,……….MA LA CASA……….”

……….”non sono andato via…………non ho seguito la mia famiglia…………sto tutti i giorni  , e ormai sono cinque mesi,…….. in macchina davanti alla mia casa e la guardo………. Non sono più niente……. Non valgo più niente……… non ho più niente da dare ai miei figli………forse mi ridanno i soldi ……… o un’altra casa, ma non la voglio……….non ho  più niente……… che lascio ai miei figli’?

Potrei elencare altre centinaia di frasi ma credo che il senso sia lo stesso.

Cosa hanno perso queste persone ?  Al 90% sono uomini tra i 50 e i 65 anni. Cosa vogliono dirci? Perchè tanta disperazione di fronte a delle mura rotte o distrutte?

Perche’ sentirsi annientati per mesi, per anni da questo?

Perché   in maggioranza  gli uomini?

LA CASA COME RAPPRESENTAZIONE DI SE’. LA CASA COME MANIFESTAZIONE  ED  ESPRESSIONE DELLA PROPRIA IDENTITA’. IO SONO QUESTO, IO HO FATTO QUESTO, E DUNQUE SONO QUESTO.

LA MORTE DELLA CASA E’ LA MORTE DELLA LORO IDENTITA’.

 La casa è a terra,  quindi io sono a terra, quindi io non valgo niente.

Villa lussuosa, studio prestigioso, casa a tre piani ( uno per i genitori due per i figli)  appartamento in centro o in periferia, la ferita è la stessa,

la perdita è irreparabile;

sorgono delle domande spontanee….. e i legami? e gli affetti ? e le relazioni significative? gli insegnamenti, la morale, l’etica, l’amore dove sono? Il Pater familias ? Sono nascosti nelle macerie? Sono stati sepolti o non ci sono mai stati?

La casa,…. domus,….  tutta la storia degli uomini si può studiare e capire attraverso la casa, dalla tana alle torri gemelle , è cambiata con noi, racconta di noi, simbolo di forza di potere  e status sociale.

Test proiettivo in psicologia, casa reale, casa ideale, ideale di casa, ci racconta il vissuto emotivo e affettivo, i conflitti ,i sogni e le aspirazioni, la casa ci presenta e ci rappresenta, ci somiglia ci identifica, o mostra l’immagine che di noi vogliamo dare agli altri. E’ il nostro rifugio o la nostra prigione, casa ereditata, contesa, progetto di vita personale o familiare, casa segno di autonomia o sinonimo di dipendenza, casa come quello che sono o come quello che ho, certezza di vita o peso insopportabile,

la  domus è la rappresentazione visibile di noi, fredda o calda, accogliente o respingente, chiusa o aperta, lussuosa o popolare ci classifica e ci definisce.    “ si è fatto la casa………ha dovuto vendere la casa……”

“ha fatto la casa ai figli….non ha pensato neanche alla casa.. ha pensato solo alla casa……….” Semplici frasi che raccontano l’ascesa o la discesa di un individuo, la sua storia sociale e spesso la sua storia di vita, la sua affettività  i suoi legami. Molto spesso la casa è il segno evidente del proprio riscatto , del tentativo di uscire dalla svantaggio, di essere diversi dai propri padri e delle proprie madri.. ci si vuole differenziare attraverso di essa, ci si vuole lasciare alle spalle la miseria, la follia, la vergogna, lo sporco, lo squallore.

Ecco che la domus assume un significato che va oltre le mura, e il  valore reale ed effettivo , e diventa il fallimento o il successo della propria differenziazione, del proprio riscatto o semplicemente l’espressione tangibile del proprio potere e status –simbol, distrutta la domus ecco che si frantuma il progetto, l’immagine di sè, la proiezione di sè.

La depressione, la voglia di morire , l’incapacità di uscire dal tunnel dell’angoscia non sono forse causate da una grave minaccia al proprio sè?

Ed ecco giustificato il senso di impotenza ,e la contemplazione  disperata delle macerie della domus, delle proprie macerie.

Il cammino che si prospetta a questi pazienti non è semplice: riappropriarsi dei propri progetti, entrare in contatto con lo svantaggio iniziale, passare da una manifestazione di amore  verso i figli come prolungamento del proprio se’, ad un amore che li renda liberi e rispetti i loro bisogni , accettare la perdita come un momento di riflessione e di arricchimento e come possibilità di cambiamento ,.

E’ un  cammino molto lungo e faticoso, forse altrettanto lungo di quella che viene chiamata la ricostruzione della nostre citta’, citta’ che non devono essere necessariamente come prima; sarebbe molto triste se lo fosse , deve essere, come noi più forte strutturalmente, più capace di contenere e sostenere , meno legata all’apparire e di più all’essere.

CLEMENTINA PETROCCO

PSICOTERAPEUTA- L’AQUILA

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