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IL SENTIERO DELLO YOGA: RELAZIONI PIU’ CONSAPEVOLI IN EDUCAZIONE

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Redazione- “Se c’è qualcosa nel bambino che desideriamo cambiare, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi” (Carl Gustav Jung)

Perché un’affermazione del genere risuona così strana in tutti noi? Probabilmente perché non è così radicata l’idea che, in una relazione educativa, il ruolo dell’adulto vada ben oltre lo sguardo sull’altro e spingendosi verso di sé. La Pedagogia e l’educazione si perdono se si considera solo un aspetto, quello del bambino o del ragazzo che deve essere accompagnato, sostenuto. Si dimentica che per vedere, comprendere, sostenere e accompagnare bisogna essere ben saldi e, al contempo, così mobili e flessibili da poter sempre andare avanti, in molte direzioni.

Il fine euristico della Pedagogia è l’uomo che si relaziona all’altro da sé, operando educazione, ma al contempo si relaziona con se stesso, radicandosi in un processo formativo, ove come formazione si intende un “processo di formazione globale della personalità”  (Riccardo Massa).

In pedagogia bisogna quindi sapere, saper fare, saper essere, saper vivere.

Se, come educatori, e con il termine educatori intendo, in senso ampio, qualsiasi professionista operi in ambito scolastico, accettiamo di porci in atteggiamento di disponibilità alla riflessione, intesa come reflectere, ossia piegarsi, volgere lo sguardo all’indietro, non verso l’altro ma verso ciò che è accaduto prima, verso di noi, inizieremo una grande rivoluzione: la rivoluzione dell’Unione, dello Yoga, della Consapevolezza. Nel sentiero dello yoga siamo invitati ad osservare specchi interiori, superfici che riflettono gli aspetti più immaturi, in noi e, un’atmosfera pulita, serena, come la meditazione, la preghiera, lo sguardo dei bambini o l’amicizia, li rende più evidente ai nostri occhi. Ognuno di noi affronta questo impegnativo processo introspettivo con i propri ritmi e modalità. La meditazione e un atteggiamento attento, ci offrono il luogo, il modo ed il tempo per vedere come realmente siamo o come potremo essere. La meditazione mette in evidenza, prima di tutto ai nostri occhi, la realtà, cancellando tante illusioni.

L’educazione nasce dagli educatori. Educatori consapevoli, disponibili all’introspezione,  disponibili a guardare i propri Citta Vritti, le proprie azioni, emozioni, pensieri, non potranno che trasmettere, con naturalezza e consapevolezza, la stessa attitudine all’introspezione ed all’ascolto di sé a quei bambini che un domani saranno adulti più consapevoli.

Come praticante, trovo che molti strumenti dello Yoga possano fungere da “lievito” in campo pedagogico-educativo. Lo yoga e la visione del Karma, ad esempio, mi portano ad osservare che  posso spesso ritrovare i miei limiti personali nell’atteggiamento altrui, nella risposta rimandata da chi mi è di fronte, sia esso bambino, collega, genitore. Ai miei occhi arriva una mia forza agita. Una mia poca disponibilità potrò riscoprirla in atteggiamenti di poco impegno dei miei studenti, una mia tendenza ad imporre situazioni e compiti estremi, potrà tornarmi indietro in un atteggiamento di non cooperazione da parte dei miei colleghi.

Per questo, lo yoga ed il suo concetto di karma, ci indicano come strumento per la comprensione di noi stessi, l’osservazione distaccata delle reazioni di chi abbiamo di fronte, perché sono preziose fonti di apprendimento e di crescita interiore.

Il portare l’attenzione alle proprie disarmonie ma anche alle proprie forze è il primo passo verso lo yoga, verso una vita vissuta in un maggior benessere, verso l’espressione del proprio sé superiore.

Lo yoga è radicalmente educativo, perché come educare significa “portare fuori” le proprie caratteristiche e farle germogliare, così lo yoga ci sostiene nel portare alla luce limiti e risorse, conducendoci a vivere come Noi Stessi.

L’educazione perde ancora la sua identità se è basata sul solo nutrimento mentale, perché ci allontana dalla nostra anima, ci porta a vivere in uno squilibrio, non facendoci considerare tutti i Kosha, i corpi, la coscienza che da loro deriva e che è parte di noi e le potenzialità che possiamo educere, portare fuori, ed esprimere.

I testi yogici ribadiscono che lo squilibrio, in ogni essere umano, si è creato data la separazione delle funzioni. In Occidente, infatti, si abbiamo sviluppato soprattutto il circuito mentale, il quale funziona sui propri automatismi che, essendo accelerati, i hanno fatto perdere il contatto con la nostra vera natura.

Abbiamo dimenticato la complessità della vita, di una natura “superiormente organica” che pone adulti e bambini, insegnanti e allievi, in un’importante relazione vitale ed evolutiva.

Sarebbe una rivoluzione silenziosa se ogni insegnante, già spesso incline, per natura, all’introspezione, allo studio, alla riflessione ed all’ascolto, iniziasse a pensare concretamente al percorso di insegnamento come ad una via verso se stesso, una via che può essere vissuta grazie all’osservazione del riflesso di sé negli altri, che divengono porte aperte sul proprio essere e sulla relazione educativa.

“Se c’è qualcosa nel bambino che desideriamo cambiare, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi” (Carl Gustav Jung)

Trovo illuminante questo pensiero di Jung, che sintetizza con precisione la via per il nuovo insegnamento che si intreccia indistintamente con la crescita personale dell’adulto.

Serve più profondità. Serve uno sguardo nuovo, che indaghi nuove direzioni dell’essere insegnante, prima di tutto educatore. Siamo educatori, sempre.

L’insegnamento è in sé nobile, puro, quando cerca l’espressione della verità. Necessitiamo di insegnanti che guardino più a fondo, in sincerità. Insegnanti umili che abbiano la volontà di predisporsi ad affrontare le relazioni educative come possibilità di vedere se stessi allo specchio, di vedere le proprie debolezze e criticità, rigidità, ma anche possibilità, perché in ognuno di noi rivive l’Assoluto, ed è quindi in noi che possiamo trovare le Forze per sollevarci e crescere.

“Tat Tvam Asi”, Tu sei Quello, ”Questo supremo Brahman, ātman universale, immensa dimora di tutto ciò che esiste, più sottile di ogni cosa sottile, costante: in verità è te stesso, perché “Tu sei Quello” (Kaivala upanishad:I,16).

Non importa dove dirigi il tuo sguardo; in ogni luogo, lontano, vicino, sconosciuto o famigliare, adulto o bambino, tu troverai te stesso. La tua natura si rispecchierà nella sua, perché entrambi siete il riflesso di quel Brahman, di quell’Assoluto. In questo si cresce. In questa consapevolezza risiede la verità. Da questa percezione nasce l’ardore per la ricerca, per la conoscenza. L’Occidente si è volto all’esterno, ha portato l’attenzione fuori di sé, ma sarebbe necessario, ora più che mai,  educare a guardare dentro di sé.

Nell’educazione, nella nostra scuola, “Spirito e materia potrebbero convivere perché si potrebbero riconoscere come polarità risolventesi nell’Unità dell’Essere”(1).

La contrapposizione e la sofferenza tra esseri umani, esistono perché l’individuo non riesce a comprendere la sua essenziale natura. L’Asparśa Yoga, la filosofia dell’identità, ci insegna che l’essere, nella sua essenza, non è altro che l’Assoluto stesso. Allora rientriamo nella dualità; quando vediamo l’altro e possiamo vedere il riflesso del nostro e dell’altrui assoluto, ma anche i nostri limiti, le nostre individualità, i nostri aspetti più immaturi, che possono crescere proprio vivendo con maggiore consapevolezza la relazione con il mondo, la relazione con gli altri, l’insegnamento.

“Lo yoga essenzialmente e prima di tutto, è un’esperienza individuale, non un sapere. Ciascuno vede attraverso il “prisma” della propria personalità” (2).

E’ con questo approccio di consapevolezza yogica che mi affaccio alla relazione d’insegnamento e di educazione, perché è spesso ciò che ci innervosisce, ciò che non tolleriamo, che non vogliamo vedere che cerchiamo di nascondere agli occhi degli altri, ma soprattutto ai nostri, che ci aprirà la porta della liberazione.

Applicando Dharana e Dhyana, l’attenzione e la concentrazione, per osservarci nei nostri pensieri, emozioni e azioni con maggior discriminazione e distacco , Viveka e Vairagya, ci togliamo dall’illusione della nostra perfezione,  dipanandoci dalle trappole di Maya, l’illusione, che ci fa vedere l’irreale come reale.

Osservare quindi le nostre relazioni educative con atteggiamento di disponibilità alla ricerca e al vulnerabile, è il primo passo per andare verso l’espressione dello Yoga e quindi, Quando sorge un pensiero contrario allo yoga esprimere il pensiero opposto ( “Quando la Mente è disturbata da pensieri impropri, si deve meditare sui loro opposti”.-Yoga Sutra;  Patanjali:  II-33).

 

Quando nascono invidie, rabbie, gelosie, intolleranze, tutti quei pensieri e quelle emozioni che possono rendere una relazione educativa distorta e improduttiva, dall’osservazione distaccata e dall’espressione delle qualità opposte, quindi da un atteggiamento Yogico, nascerà nuova consapevolezza, nuova unione, nuova educazione.

La Pedagogia e l’Educazione torneranno ad essere luoghi vivaci in cui vivere bene, insieme, adulti e bambini.

  • Il filo dello Yoga, a cura di Carla Sgroi e Ivano Gamelli, Roma, La Parola, 2013, p.8.
  • Il filo dello Yoga, a cura di C. Sgroi e I. Gamelli, cit.p.65

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