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UN PERCORSO DI CAMBIAMENTO ATTRAVERSO RIFORME E CONSAPEVOLEZZA

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E’ possibile un cambiamento a causa di un male più grande di quello di cui già si soffre ?

Redazione- Stiamo vivendo per assurdo, nella mappa della sofferenza psichica generata  da Covid 19, qualcosa di sorprendente. Massimo Recalcati ci racconta nel suo diario  di psicoanalista durante la pandemia  virale  che per comprendere quello che sta accadendo,  bisogna tener conto di una osservazione clinica di Freud : l’apparizione di un tumore  può guarire  il soggetto  da una grave psicosi. Preso per “tumore” il virus pandemico  e per  “psicosi” tutti i comportamenti   ( è un esempio, solo un esempio ) che hanno caratterizzato politica, rapporti sociali, comunicazioni  e comunque la vita di questo paese  sottoposta al lock down ( in attesa della grande liberazione con comportamenti che forse potranno essere  all’opposto della disciplina che ha caratterizzato la cosiddetta fase uno ), si potrebbe arrivare a dire cose strabilianti. Così il trauma del virus ( e questa è una  constatazione diagnostica ) riporta bruscamente alla realtà lo psicotico che si trova a vivere appunto  in una “nuova realtà”  che si è fatta più delirante  ( a causa dell’azione del virus)… del suo delirio. E lo psicotico  che vive fuori della realtà   ritorna a riconsiderarla , come pure ritornano alle relazioni sociali quei pazienti  che vivono volontariamente un isolamento tagliandosi fuori  dall’ambiente. Sono proprio per assurdo le misure di distanziamento sociale che li inducono ad un ritorno alla socializzazione. Un paziente gravemente ossessivo  uscendo dal lock down  confessa di sentirsi a casa sua a causa delle regole ossessive per evitare il contagio compresa la altrettanto “ossessiva”   pulizia, per esempio, delle mani.

E allora perché non può essere  altrettanto strabiliante  un cambiamento  che rifondi  questa società, questo paese e le sue istituzioni, la vita di ogni giorno che da tempo soffriva mali endemici  proprio a causa di un male peggiore che incombe. E’ arrivato un “ tumore” pandemico  ( chiodo scaccia chiodo ) che può costringerci forse  a guarire dalla psicosi del profitto ,dalle ossessioni di sopraffazione,prevaricazioni , ingiustizie,dall’ indifferenza soprattutto. In sostanza che ci costringa a cambiare il “ prima”. Perché ora siamo già nel “ dopo”. E se questo dopo non è una opportunità allora  forse, tutto è stato inutile. Allora forse molto andrà  sprecato.

Abbiamo subito un trauma. Stiamo vivendone  le conseguenze tanto che abbiamo davanti a noi una cesura . La Storia del nostro mondo   più vicina a noi nel tempo  racconta altre due rotture che hanno fatto parlare di  un”prima” e un “dopo” :  quella della caduta del muro di Berlino e quella dell’attacco alle torri gemelle negli Stati uniti Nel primo caso si è trattato dell’abbattimento  del cosiddetto  Muro di Berlino, il  9 novembre 1989,  che ha sancito la nascita della Germania unita ed è considerato il simbolo della fine dei regimi comunisti in Europa. Il muro  era stato fatto costruire il 13 agosto 1961 dal governo della Germania Est per evitare che gli abitanti della Berlino Ovest potessero circolare liberamente proprio nella Germania Est. Il Muro era lungo più di 100 Km  e spezzava in due la città di Berlino. Dal momento della sua costruzione, anche persone della stessa famiglia erano state divise tra chi viveva nella Berlino Est e chi nella Berlino Ovest. La sua caduta, anche per il valore simbolico e per quello che il muro aveva rappresentato, fu uno degli eventi più importanti della storia del Ventesimo secolo, un giorno che segnò la fine, insieme ad altri,  di uno dei più importanti simboli della divisione del mondo tra est e ovest. (1)

Nel secondo caso  quel 11 settembre 2001 quando  negli Stati Uniti, in una successione di attentati senza precedenti, quattro aerei di linea vennero dirottati da terroristi legati ad al-Qā‛ida e utilizzati per colpire obiettivi di forte valenza simbolica: le Torri gemelle del World trade center a New York e il Pentagono a Washington. Quattro aerei dirottati, 19 terroristi, quasi tremila vittime . Un attentato che  per anni condizionò la vita degli States , il modo di viaggiare, di combattere il terrorismo, di immaginare il ruolo  degli Stati Uniti nel mondo. (2)

E nel piccolo del nostro quotidiano il sisma che nel 2009 , a noi più  vicino nel tempo, anche se ormai  è trascorso un decennio, che sembra una enormità , svuotò la città di L’Aquila , pur lasciando in piedi  le costruzioni del suo centro storico e del suo cosiddetto cratere .

Il trauma che racconta la pandemia da corona virus  che stiamo vivendo, ci dà la misura della fine di un ciclo storico .La frattura che stiamo vivendo  e di cui facciamo esperienza è tale da incrinare lo stesso piano sul quale abbiamo immaginato il  muoversi della Storia .In questo momento sembra che l’umanità stia facendo un esperimento sui propri  limiti di  specie . Facciamo i conti con la scienza ma anche con quella “concezione dell’uomo” che finora ha tenuto la scena. Padrone incontrastato del pianeta, delle sue risorse, di ogni disponibilità, artefice di sofferenze per le altre creature   .Un cambiamento che ci pone davanti l’ipotesi della “fine dell’uomo ” ( sempre possibile anche per altre cause : la proliferazione delle armi atomiche, il riscaldamento  della superficie terrestre, la rottura degli ecosistemi, l’incontro o meglio lo scontro  nello spazio con un corpo  estraneo) .  E’ come se si aprisse uno scenario e vedessimo cambiate le cose che per secoli ci hanno fatto compagnia : la cultura , la filosofia, la letteratura  che entrano quindi ora, anche loro in una dimensione di rischio e di azzardo. Perché se cultura, filosofia, letteratura non riescono a ridarci la dimensione di uno stare al mondo nuovo, ahimè esse sono state delle “fole “. Delle terribili favole che non riescono a mettere in piedi le capacità di difese  che a loro abbiamo attribuito per secoli ( la libertà, la fantasia, la voglia di creare  ecc)  per contrastare  appunto la caduta del mondo dentro il pozzo nero del trauma . Del trauma e delle sue conseguenze .

La capacità di difendere l’uomo da una libera caduta che egli stesso si sta procurando con i suoi comportamenti ma anche con la sua inerzia.

E’ vero parlando di trauma abbiamo  avviato la prima grande risposta collettiva che va metaforicamente sotto il nome di “ guerra”. E già, guerrafondai come siamo sempre stati, non abbiamo saputo usare , altro linguaggio se non consono alla nostra indole.  Dunque passi pure  che “siamo in una guerra”. Ma è una guerra infida perché il nemico è invisibile e quindi infido al cento per mille. Ci costringe ad un trattamento  paranoico dell’angoscia nel quale non siamo capaci di disattivare proprio la paranoia della ricerca di un colpevole. Che è appunto la principale caratteristica di questo tipo di psicosi. Così insieme alle misure di contrasto  aggiungiamo  complottismo, negativismo, fake news,  guerra alla scienza e così via.

E quello che è peggio qualche volta non vogliamo nemmeno vedere . Scriveva Camus: “l uomo non è commisurato alla tragedia. Per questo guerre e pestilenze lo hanno sempre colto impreparato”. In quell’ espressione di mancata  commisurazione è insito il concetto di come l’ individuo, naturalmente, arretri di fronte alla minaccia. E lo fa per proteggersi dal sentimento di ansia, che l uomo per natura non sopporta e non domina. Allora, per sfuggirgli, é disposto a negare l evidenza.

In questa guerra così concepita forse  le istituzioni (quelle che contano nella vita dei cittadini ) avrebbero la possibilità di riguadagnare dignità se avessero il coraggio  di affermare con forza  volontà di cambiamento  e di  libertà. Al contrario ancora soggiacciono ai populismi che hanno tentato di scardinarle. Avrebbero la possibilità di affermare la loro funzione solidale  ( se non proprio salvifica ) di  non abbandonare i soggetti  vulnerabili al loro destino anche se gli interessi di parte continuano a minare il sentiero impedendo un cammino spedito per quell’obiettivo. Avrebbero la possibilità di parlare un linguaggio nuovo  specialmente in senso riformista ,ma ce ne occupiamo tra un momento perché a proposito di linguaggio dobbiamo anche dire qualcosaltro.

Due linguaggi  si possono parlare in questa pandemia. Che poi  sono la conseguenza diretta  di due scelte che appunto derivano da questa contingenza. Le due scelte sono : uno sguardo su se stessi o  uno sguardo sugli altri . Spesso sono oppositivi .Altre volte fanno parte di quella grande progettualità che è la visione di un futuro ricco di diritti e di emancipazione. Due sguardi che comportano due concezioni diverse della vita e del mondo . Che esprimono in sostanza il mondo che o è in un modo o in un altro ; che non può essere lo stesso  in entrambi i casi . Non si può  privilegiare se stessi  e contemporaneamente gli altri. Parliamo di privilegio e di quello che significa questo termine . Riflettiamo sul linguaggio perché  in definitiva è lo specchio dei comportamenti, degli intendimenti e quindi delle azioni concrete che determinano i rapporti tra sé e gli altri.

Ma torniamo al discorso che ci interessa più da vicino anche se, nel quadro della considerazione appena espressa,  perché  il tipo di sguardo sulle cose e sul mondo diventa  poi linguaggio .Torniamo  con il nostro esempio  e con una domanda non del tutto nuovo  nello scenario degli accadimenti  appunto del mondo : può un male maggiore scongiurarne uno minore?  Si può di fronte a questa pandemia  cambiare? Scegliere liberamente di cambiare? O sottostare al cambiamento che inevitabilmente ci sarà avendo deciso di stare a guardare o peggio ancora non essere stati capaci di cogliere le opportunità che offriva.? Probabilmente una delle strade percorribili ,e forse la risposta a tutte queste domande ,è quella, come già si accennava, del “riformismo”. Ma di un riformismo convinto. Anche perché nell’attuale contingenza, che vede  questo paese interloquire con l’Unione europea per chiedere aiuto e ristoro per riavviare i meccanismi vitali dell’economia e  appunto della vita sociale, questo paese  o trova da solo la via delle riforme  o dovrà sottostare al mirino della UE che chiede a sua volta , quale corrispettivo degli aiuti, proprio questo basilare atto per così dire di “ravvedimento operoso “.  Questo paese soffre da decenni di mali endemici  in settori vitali come la giustizia,la sanità, l’amministrazione pubblica. Il virus ha aperto il sipario su scenari che incombono foscamente e probabilmente,proprio come male maggiore  sta determinando una accelerazione per quelle  idee di cambiamento  che  da tempo sono state individuate, formulate ma restano al palo. (3)

Senza riforme che preludono ad un cambiamento rischiamo di perdere il nostro mondo come lo conoscevamo . A monte, errori, incompetenze, disinteresse, ( o meglio interessi al contrario) ,inefficienza hanno provocato fragilità, fino a determinare , sotto    traccia, lo schiacciamento e l’appiattimento delle libertà sull’individualismo. E’ ora di ridare fiato a tutte le ipotesi di riforma della giustizia, della sanità, di continuare a razionalizzare la spesa per le pensioni, riordinare il sistema di formazione, incentivare la moneta elettronica, combattere l’evasione fiscale e fare una riforma fiscale, pretendere l’efficienza della pubblica amministrazione, sostenere la ricerca,,fino alla realizzazione di quell’alternanza politica tra centro destra e centro sinistra che  è l’unica per evitare   alleanze ibride, litigiose, immobiliste, incapaci di incidere profondamente, aduse al trasformismo e comunque  al galleggiamento .

Per battere una potenza inaudita  bisogna essere altrettanto inaudiiti. Nelle riforme dunque  bisognerebbe forse  essere  fenomenali, inconcepibili, incredibili, mirabili, strabilianti, straordinari. Chissà. Forse basterebbe solo uno di questi termini o meglio  , bisognerebbe essere credibili come paese e come cittadini ; cittadini trecentosessanta giorni all’anno.

(1)«Nessuno ha intenzione di costruire un muro». Queste le proverbiali “ultime parole famose” pronunciate da Walter Ulbricht, Presidente del consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), durante una conferenza stampa del 15 giugno 1961. Eppure, appena due mesi dopo, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, il regime comunista iniziò la costruzione di una barriera che per i successivi 28 anni avrebbe separato fisicamente e ideologicamente la città di Berlino. Così come già da tempo la lunga linea di confine nota come “cortina di ferro” separava i paesi sotto influenza sovietica da quelli dell’orbita occidentale. Non subito. Nonostante la divisione del territorio tedesco in due Stati (Germania Est e Germania Ovest, con capitali Berlino e Bonn) risalisse al 1949, il Muro fu costruito solo 12 anni dopo. La ragione principale fu quella di bloccare l’esodo di cittadini da Berlino verso i territori occidentali (la città, divisa in quattro settori di occupazione, ricadeva nella Germania Est). Tale fenomeno aveva già visto coinvolti oltre due milioni e mezzo di individui, soprattutto giovani con livello di istruzione medio-alto, intellettuali e lavoratori specializzati, tutti in cerca di condizioni di vita più favorevoli. Una vera fuga di cervelli e di manodopera oltremodo deleteria per la parte orientale, privata gradualmente della sua futura classe dirigente, formata oltretutto a proprie spese. È dunque per tamponare tale emorragia che si decise di “bloccare” i cittadini della zona Est. Fu sufficiente una sola notte per dividere la città, e così, la mattina del 13 agosto 1961 i berlinesi si svegliarono con centinaia di strade sbarrate e molte linee del trasporto pubblico interrotte. All’inizio fu solo una recinzione di filo spinato, ma nell’arco di pochi mesi il progetto si concretizzò in una vera cortina di cemento lunga 155 chilometri e alta in media oltre tre metri. Non si trattava peraltro di un muro che tagliava la città in due, ma di un sistema divisorio che accerchiava solo Berlino Ovest, facendone di fatto un’enclave della Germania Est.Oltre al Muro propriamente detto, erano presenti altri recinti fortificati, tratti di filo spinato, fossati, campi minati, bunker e centinaia di torri di guardia. Il tutto, intervallato da posti di blocco come il famigerato “Checkpoint Charlie” (che rimarrà formalmente in esercizio fino al 30 giugno 1990). La Germania Est legittimò la neonata barriera definendola un “muro di protezione antifascista” (Antifaschistischer Schutzwall), ma dall’altra parte della barricata passò alla storia come “muro della vergogna”, termine coniato dall’allora sindaco di Berlino Ovest, Willy Brandt. Nel 1962, nel territorio della Germania orientale, fu eretto un secondo muro parallelo al primo, creando in tal modo un’area denominata “striscia della morte”: i vopos, ossia le guardie di frontiera, avevano infatti il permesso di sparare a vista a chiunque tentasse di oltrepassare il confine. Si stima che furono circa 100.000 coloro che tentarono nell’impresa  e almeno 138 di loro vennero uccisi.

 https://www.focus.it/cultura/storia/il-muro-di-berlino-caduta-di-un-simbolo

L’11 settembre 2001 due aerei si schiantarono contro le Torri gemelle di New York e il mondo intero si fermò. L’attacco aveva una portata più ampia: diciannove terroristi guadagnarono il comando di quattro aerei di linea passeggeri in viaggio verso la California, oltre al World Trade Center, fu preso di mira il Pentagono e un quarto aereo, il quale doveva dirigersi verso il Campidoglio o la Casa Bianca, precipitò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, causando in totale 2.974 vittime. Ma le immagini, quelle che fanno in pochi minuti il giro del mondo, interrompendo le programmazioni nazionali sono vivide nella memoria di tutti. Il fumo, le fiamme, lo schianto, i crolli, le persone, le urla: in tal modo inizia una nuova tappa della storia, ancora una volta bagnata col sangue.

La tesi sostenuta da alcuni studiosi sulla “fine della storia”, in pochi istanti viene rovesciata: alla fine del Novecento, a seguito delle due guerre mondiali, della lotta tra i due modelli economici, il comunismo ed il capitalismo, la storia si poteva considerare conclusa. I principi delle democrazie occidentali, si sarebbero col tempo ampliati a tutti i Paesi del globo, assieme al loro sviluppo economico, punto.

L’11 settembre invece riapre la partita le cui conseguenze saranno devastanti non solo per gli Stati Uniti d’America, ma per l’intero occidente, basti pensare alle vicissitudini attuali, per comprendere come quel tragico evento fosse solo l’inizio. Difatti, l’opinione pubblica mondiale è portata a definire il medesimo come un vero e proprio atto di guerra, piuttosto che di terrorismo, vista la mole delle vittime. Non solo, la presidenza di George W. Bush ha su tali basi elaborato la tesi dell’attacco militare preventivo, verso i mandanti ed esecutori dell’atto ma pure contro chiunque minacci la sicurezza delle moderne democrazie occidentali. In codesto scenario, la risposta dell’Unione Europea fu quanto mai celere. Il 21 settembre 2001 il Consiglio Europeo si riunì in sessione straordinaria a Bruxelles con il proposito di delineare un Piano d’Azione, sui seguenti punti: innanzitutto di rinforzare la cooperazione giudiziaria e di polizia attraverso l’istituzione del MAE, e conformemente a quanto disciplinato dalle Conclusioni di Tampere, nonché sull’adozione di una definizione comune di terrorismo, incaricando di ciò il Consiglio “Giustizia e Affari Interni”.Non solo il medesimo doveva procedere all’identificazione dei presunti terroristi sul suolo europeo, affinché fosse possibile compilare un elenco comune proprio delle organizzazioni terroristiche, anche grazie l’apporto dell’agenzia Europol.Inoltre, si prospettava la necessaria integrazione per lo sviluppo degli strumenti giuridici internazionali e l’adozione celere delle Convezioni esistenti in materia (si pensi a quelle dell’ONU, OCSE, etc).L’UE e la NATO avviarono contestualmente forme di consultazione e di coordinamento specifiche nella lotta al terrorismo, che si concretizzano poi nelle riunioni fra comitati di funzionari ed esperti negli anni 2002–2003.Nell’immediato degli accadimenti dell’11 settembre assistiamo ad una serie di misure, volte sicuramente a migliorare la sicurezza e dunque la stessa prevenzione, ma allo stesso tempo quasi “istintive” non solo da parte del governo USA, ma pure dalle legislazione europee. Si procede ad un rafforzamento dei poteri, soprattutto nei settori dell’intelligence e della polizia, all’affermazione del sistema Guantánamo, delle prigioni segrete e delle intercettazioni telefoniche.

(2) Il punto di partenza fu l’adozione del cosiddetto Patriot Act del 26 ottobre 2001 volto ad introdurre una più stringente sorveglianza sul territorio americano, attraverso una serie di misure: dall’aggiornamento dei database e dei sistemi informatici dell’FBI, al coordinamento dello stesso con la CIA, dalla riforma dei poteri e delle procedure dell’attività di intelligence, all’estensione del periodo di detenzione dei sospettati prima del processo, passando per la sicurezza dei documenti, l’accesso alle registrazioni, ai documenti ed ai materiali privati da parte delle autorità governative. A ciò si aggiunse il Military Order del 13 novembre 2001, il quale introdusse la figura inedita dei “combattenti nemici” (enemy combatants) ovvero quei soggetti catturati nelle operazioni antiterrorismo, sia sul suolo americano che all’estero, cosa ben più problematica.Nella stessa si esprime tutta l’ambiguità della nozione di terrorismo stesso, tra la struttura di difesa interna allo Stato, basata sulle forze di polizia e dell’ordinamento giudiziario, e quella esterna la quale agisce nel limbo fra la diplomazia e la guerra. Tanto è vero che se da un lato, l’amministrazione Bush fa leva sul fatto che i terroristi sono sprovvisti della cittadinanza americana e quindi esclusi dalla giustizia penale federale, con cui sono perseguiti i criminali comuni, neppure però gli è riconosciuta la condizione di prigionieri di guerra, a cui applicare dunque le convenzioni internazionali. Tali metodi americani provocano, naturalmente, innumerevoli dibattiti e critiche nella sfera internazionale, nell’ambito europeo ed è il Parlamento a sollevare dubbi sullo status dei prigionieri e sull’anomalia giuridica che li caratterizza. Tale indeterminatezza, seppur per un verso comprensibile per le difficoltà oggettive nell’esplicare un concetto cosi complesso e storicamente travagliato, è stata sfruttata per giustificare nei fatti l’ingiustificabile e incidendo inevitabilmente sulle forme di terrorismo a cui assistiamo oggi, 18 anni dopo l’accaduto.

https://medium.com/futuroprossimo/l11-settembre-e-le-conseguenze-di-quell-attacco-terroristico-3132cfb6a5a9 Annarita Starita  annastarita93@gmail.com

(3)Scrive Enza Fornero: “Per decenni tutte le principali istituzioni internazionali hanno invocato, per il nostro paese, riforme, riforme e ancora riforme. Limitandosi al campo dell’economia, le riforme dovrebbero migliorare il mercato del lavoro, il sistema di welfare, il funzionamento della burocrazia e della giustizia: favorire, in altre parole, l’efficienza della Pubblica amministrazione, e quindi creare benefici visibili diretti ai singoli cittadini; incoraggiare gli investimenti e in tal modo consentire una crescita economica il più possibile regolare e sostenibile. In un mondo globalizzato le riforme servono anche, e forse soprattutto, ad accrescere la competitività delle imprese e il corretto funzionamento dei mercati, a livello sia nazionale sia internazionale. In questa visione “tecnica”, le riforme si giustificano con l’esigenza di aiutare l’economia e la società a non essere, per quanto possibile, succubi dei cambiamenti strutturali, soprattutto demografici (invecchiamento e immigrazione), tecnologici (digitalizzazione e robotizzazione) e sociali. Quest’ultima dimensione implica la lotta alle violenze, alle persecuzioni, alla povertà e alla crescente discriminazione che rende i redditi e le prospettive di vita sempre più diseguali e il che significa, soprattutto per l’Italia, reagire al rischio di perdita di posizioni nel confronto internazionale.Questa necessità di rinnovamento di vari ambiti dell’economia nazionale è stata recepita da una parte soltanto della popolazione (chiamiamola élite o establishment, classe dirigente, tecnocrazia o come volete) ma non ha convinto la maggioranza dei cittadini che ne ha soprattutto avvertito, e forse ingigantito, gli effetti in termini di incertezza, insicurezza e persino di minaccia, al tempo stesso valutando come del tutto inadeguate e inique le risposte dei governi e delle stesse istituzioni internazionali. In questo divario di visioni, si è inserita la politica populista che ha intuito i vantaggi che si potevano trarre politicamente dallo scontento popolare. Hanno cavalcato questo scontento, spesso soffiando sul fuoco della paura e del risentimento. In un certo senso, questo è più che naturale; meno naturale risulta essere l’insensibilità e l’incapacità di risposta del mondo politico tradizionale.I populisti hanno radicalmente cambiato non soltanto stile e linguaggio ma anche metodo e stile di governo, non disdegnando la volgarità del linguaggio, la caccia al “capro espiatorio” (di volta in volta: l’immigrato, l’Europa, la cancelliera tedesca, il governo tecnico e suoi singoli ministri, e così via) e sempre lasciando intendere che era in realtà possibile, anzi a portata di mano, il ritorno al “buon mondo antico”. Vincoli finanziari, impegni sottoscritti in ambito internazionale e lo stesso senso della misura sono stati variamente “superati” (impossibile “cancellarli”) in una logica che pone il consenso popolare di breve termine come unico criterio dell’azione politica. E la parola riforma è così diventata una brutta parola, la parola degli “altri”, sinonimo di austerità, e da sostituirsi con il più generico termine “cambiamento”, da intendersi in senso sempre positivo, e quasi solo come cancellazione delle riforme fatte da “quelli di prima”.Deviante per debito, sviluppo, demografia. Le considerazioni di Visco nel deserto salvinista, più rischioso della Grecia Per un riformista, comprendere le ragioni della profonda contraddizione tra la necessità di attuare riforme e il rifiuto da parte del “popolo” e dei populisti è non soltanto necessario ma anche urgente. La questione coinvolge direttamente la capacità di dialogo e di persuasione rispetto alle buone motivazioni che dovrebbero sorreggere le riforme, ammesso che ce ne siano, come i riformisti ritengono. Se non si è in grado di convincere la maggioranza dei cittadini che le riforme sono fatte per il bene della società e non contro di essa, in particolare per mantenere i privilegi di pochi o avvantaggiare gli “stranieri”, allora la partita è persa e avranno gioco facile, i populisti/sovranisti, nel perseguire le loro marce indietro. Quest’opera di persuasione non può che poggiare su un’interpretazione corretta del concetto di riforme e sul rifiuto delle illusioni – o, peggio, spesso delle menzogne – per acquisire consenso politico. E allora bisogna cominciare col dire che le riforme non sono soltanto atti normativi che producono risultati non appena licenziati dal Parlamento bensì processi volti a modificare, in tempi medio-lunghi, comportamenti sociali (di lavoratori, consumatori, imprese, burocrazia, istituzioni), per adeguarli, possibilmente in modo costruttivo, a quelle trasformazioni strutturali che, come si è detto sopra, è bene cercare di gestire piuttosto che ignorare. In questo senso, in una democrazia liberale, le riforme, devono “vivere nella società”, essere recepite e sostenute dalla maggioranza dei cittadini. Il secondo elemento di chiarimento è che le riforme non sono mai a costo zero, nonostante talvolta lo si sostenga. Proprio perché inducono modificazioni nei comportamenti, esse comportano sempre dei costi che possono generare opposizione, aperta o sotterranea, in chi dovrebbe sostenerne l’onere. Un esempio può essere la riforma della burocrazia, intesa come cambiamento organizzativo per aumentarne l’efficienza, ridurne le complicazioni e la lentezza. Dietro l’inefficienza peraltro vi sono persone alle quali si chiede di lavorare magari di più – e certamente meglio – di riqualificarsi, di cambiare attività ed è comprensibile che le persone coinvolte (o una loro parte) cerchino di opporvisi, con proteste o tentativi di boicottaggio. Lo stesso vale per la riforma del mercato del lavoro, dove si vorrebbero raggiungere gli obiettivi di maggiore inclusività, dinamismo, flessibilità e giusto grado di protezione dei lavoratori. Le riforme si propongono di trovare il difficile equilibrio nello scambio (il cosiddetto trade off) tra ciò che è gradito all’impresa e ciò che è gradito al lavoratore. E così per la riforma delle pensioni con la quale si cerca di bilanciare i sacrifici chiesti ai lavoratori di oggi con una maggiore sostenibilità dell’intero sistema, a tutela dei giovani, dei lavoratori di domani. O ancora per le liberalizzazioni, le privatizzazioni e così via.Proprio la presenza di costi immediati permette di interpretare le riforme come investimenti sociali: si sostengono sacrifici oggi in vista di benefici futuri, come per qualunque operazione di investimento. Se le riforme sono invece viste soltanto come rinuncia, sacrificio austerità o simili è ben difficile che i cittadini le accettino. E troveranno sempre politici disposti a sostenere le loro proteste e a prometterne la “cancellazione”. Precisamente perché implicano costi, è essenziale che i cittadini vi percepiscano un senso di equità, sia entro sia tra le generazioni, una riduzione di quelli che appaiono evidenti e inaccettabili privilegi. Purtroppo, l’esperienza della Grande recessione, accompagnata da un forte aumento delle diseguaglianze, ci ha insegnato che la resistenza alla riduzione dei privilegi non diminuisce neppure nei momenti di crisi del paese, che dovrebbero invece favorire la solidarietà. L’equità entro le generazioni è quella più facile da comprendere (anche se l’equità di genere da noi è ancora poco sentita e ancor meno praticata). Quella tra generazioni è più difficile da comprendere: si rifiuta spesso l’idea che essa possa essere minata dal debito pubblico ancor più quand’esso assume la forma implicita di “debito pensionistico”.Il debito non è sempre un male ma rappresenta un’eredità negativa che ha fortemente condizionato le nostre politiche negli ultimi decenni. Di fronte a un debito che può diventare insostenibile il riformista dovrebbe scegliere la strada della riduzione, più o meno graduale. Il populista fa spallucce e dice che il problema non esiste, che l’unica cosa che conta è l’aumento del pil e dell’occupazione, con l’implicazione neppure troppo sottintesa che la crescita si ottenga soprattutto con la spesa pubblica e non con gli investimenti, in capitale fisico, umano, infrastrutture, innovazione, ricerca.È vero che nessuno è in grado di predire il momento in cui un debito diventa insostenibile, ma l’economia ne chiarisce le circostanze quando ci ricorda come non possa esservi sostenibilità quando il tasso di crescita del pil è sistematicamente inferiore al tasso di interesse; meno che mai quando le entrate fiscali non compensano neppure le spese al netto degli interessi. La riduzione graduale del debito richiede però la crescita dell’economia, dell’occupazione e dei redditi ma una crescita sostenibile si ottiene solo investendo. E le riforme servono precisamente a favorire gli investimenti di un paese. E’ questa visione di più ampio respiro e di più lungo termine che i riformisti dovrebbero credibilmente offrire al paese in luogo dell’irrealizzabile “qui e ora” promesso dai populisti.“Chi ha ucciso il riformismo  La rimozione del passato coincide con la rimozione del futuro. Idee per una nuova stagione” di

Elsa Fornero https://www.ilfoglio.it/economia/2019/06/11/news/chi-ha-ucciso-il-riformismo-259555/

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