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QUANDO LA POESIA APRE LE STANZE DELL’ANIMA

Assunta Di Basilico dialoga con Margherita Bonfilio: La stanza dei segreti tra parola poetica, vissuti interiori, pedagogia, psicologia e arte

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Redazione-  Ci sono libri che si leggono e libri che, mentre li leggiamo, sembrano leggere qualcosa di noi. La stanza dei segreti di Margherita Bonfilio appartiene, a mio avviso, a questa seconda dimensione.

Ho incontrato il testo prima ancora dell’autrice. L’ho letto soffermandomi sulle parole, sulle immagini ricorrenti, sui silenzi che abitano alcuni versi e soprattutto su ciò che, poesia dopo poesia, emerge con forza: il bisogno umano di riconoscersi, di attraversare le proprie emozioni e di dare un significato anche a ciò che spesso rimane custodito nelle zone più intime dell’esistenza.

Da qui è nato il desiderio di incontrare Margherita Bonfilio e di confrontarmi direttamente con lei, portando nel dialogo il mio sguardo psicopedagogico sui vissuti, sulle emozioni, sulle relazioni e sui processi di consapevolezza che la sua scrittura riesce a evocare.

Margherita Bonfilio, scrittrice, poetessa e docente in pensione, ha costruito nel tempo un percorso nel quale la parola si intreccia con la sensibilità artistica e con una costante attenzione alla dimensione umana. Nelle sue scritture affiorano l’amore, la memoria, la famiglia, il tempo, il corpo, la natura, la perdita, il desiderio e la capacità di ricominciare. Sono contenuti personali nella loro origine, ma capaci di oltrepassare la singola esperienza e diventare riconoscibili anche per chi legge.

Ciò che mi ha interessato maggiormente, entrando nelle sue pagine, è comprendere che cosa accada alla parola quando incontra il vissuto.

Nella scrittura di Bonfilio il sentimento raramente rimane astratto. Assume un corpo, un paesaggio, una temperatura. Diventa mare, vento, porta, stanza, luce, ombra, pelle, attesa. La natura smette così di essere semplice scenario e partecipa alla vita emotiva, trasformandosi in linguaggio simbolico dell’interiorità.

È proprio in questo punto che, nella lettura dell’opera e poi nel colloquio con l’autrice, ho individuato un terreno particolarmente interessante di confronto tra poesia, pedagogia e psicologia.

La poesia non sostituisce un percorso psicologico, così come la pedagogia possiede finalità e strumenti propri. Esiste tuttavia uno spazio nel quale questi differenti linguaggi possono incontrarsi: quello della conoscenza dell’essere umano.

La psicologia osserva i processi interiori, emotivi e relazionali. La pedagogia guarda alla persona nel suo percorso di crescita, trasformazione, educazione e costruzione di significato. La poesia, attraverso un linguaggio diverso, riesce a dare forma simbolica a ciò che una spiegazione razionale non sempre riesce immediatamente a contenere.

È qui che entra in gioco anche l’arte come mezzo di comunicazione. L’arte riesce a dire senza necessariamente spiegare. Una metafora può raggiungere una parte della persona alla quale una definizione razionale non arriva; un verso può risvegliare una memoria; un’immagine può rendere riconoscibile un’emozione rimasta a lungo senza nome.

Per questo, leggendo La stanza dei segreti, mi sono soffermata non soltanto sul valore poetico dei testi, ma soprattutto su ciò che essi possono suscitare nel lettore.

La stanza diventa allora una potente metafora dell’interiorità. Ognuno possiede luoghi interiori nei quali conserva desideri, paure, amori, ferite, ricordi, domande e parti di sé che raramente mostra completamente agli altri. Bonfilio costruisce poeticamente proprio questo luogo e invita chi legge ad avvicinarsi alla porta.

Ma a interessarmi particolarmente è il movimento che avviene dentro quella stanza. Non si rimane immobili: si entra, si ricorda, si desidera, si soffre, si interroga il passato e progressivamente si torna verso la luce.

Dal punto di vista psicopedagogico, è un passaggio fondamentale: sentire, riconoscere, comprendere e infine scegliere.

La poesia può allora diventare anche esperienza di consapevolezza. Non perché abbia il compito di curare o di fornire risposte, ma perché permette all’essere umano di rappresentare simbolicamente ciò che vive. Dare un nome a un’emozione significa renderla più riconoscibile; raccontare un vissuto significa collocarlo all’interno della propria storia; trasformarlo artisticamente può consentire di guardarlo da una prospettiva nuova.

Nel confronto con Margherita Bonfilio ho cercato quindi di andare oltre la domanda tradizionale rivolta allo scrittore – «che cosa voleva dire?» – per arrivare a una domanda che considero ancora più interessante:

che cosa può accadere dentro una persona quando incontra queste parole?

È questo il punto nel quale il mio sguardo di pedagogista incontra quello della poetessa. Io osservo il processo attraverso il quale l’emozione può diventare consapevolezza, la relazione contribuisce alla costruzione dell’identità e l’esperienza può trasformarsi in apprendimento umano. Lei compie un percorso differente ma complementare: prende ciò che appartiene alla dimensione del sentire e lo trasforma in immagine poetica.

Ne nasce un dialogo nel quale nessuna disciplina invade l’altra. La poesia rimane poesia. La pedagogia rimane pedagogia. La psicologia conserva il proprio campo. Eppure tutte possono incontrarsi intorno a una domanda antica quanto l’essere umano: come impariamo a conoscere noi stessi?

È forse questa una delle ragioni per cui La stanza dei segreti riesce a superare la dimensione strettamente personale della scrittura. La stanza appartiene alla poetessa, ma progressivamente diventa anche quella del lettore. Cambiano i ricordi, cambiano i volti, cambiano le storie, ma resta universale il bisogno di essere riconosciuti, amati, ascoltati e, prima ancora, di riuscire a riconoscere se stessi.

La scrittura di Margherita Bonfilio ci conduce proprio in questo territorio di confine: tra parola ed emozione, memoria e presente, corpo e pensiero, fragilità e possibilità di rinascita.

Ed è in questo confine che poesia, arte, pedagogia e psicologia possono dialogare senza confondersi. Perché l’arte possiede una caratteristica straordinaria: può trasformare un’esperienza individuale in un linguaggio nel quale altri esseri umani riescono a riconoscersi.

Il nostro colloquio, dunque, non è stato per me soltanto un incontro con una scrittrice. È stato l’incontro fra due differenti modi di interrogare l’essere umano: quello della poetessa, che affida alla parola la libertà di evocare, e quello psicopedagogico, che cerca nei vissuti, nelle emozioni e nelle relazioni i significati attraverso i quali una persona costruisce e trasforma la propria storia.

Forse, alla fine, il segreto custodito nella stanza è proprio questo: avere il coraggio di entrarvi, riconoscere ciò che vi abbiamo lasciato e comprendere che la chiave per uscire continua a essere nelle nostre mani.

Dott.ssa Assunta Di Basilico

Pedagogista – Psicologa – Mediatrice familiare – Pluriartista

Membro dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani

Commissione Scuola – Disabilità – Libri ed Editoria

Presidente e Legale Rappresentante

ASSOCIAZIONE ESSERE OLTRE ETS

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