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LINGUAGGIO E PENSIERO-DOTT.RE RICCARDO ROMANDINI

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Redazione- Il linguaggio ed il pensiero sono due funzioni cognitive superiori che contraddistinguono la specie umana. Possiamo definire linguaggio quel sistema arbitrario di segni, orali o  scritti,  strutturato in base a delle regole (morfologiche, sintattiche,grammaticali) avente finalità comunicativa.Ad ogni linguaggio umano si possono ascrivere tre caratteristiche fondamentali.La prima è la produttività, ossia si può utilizzare il linguaggio per produrre un numero potenzialmente illimitato di frasi, la seconda è l’arbitrarietà cioè ogni sistema linguistico è costituito da una relazione convenzionale tra i suoni (o i segni scritti) ed il loro significato. Conseguentemente quest’ultimo non può essere ricavato dalla forma del suono (ad eccezione delle parole onomatopeiche come “sfrigolare” ad esempio) ma deve essere appreso e quindi trasmesso culturalmente.

L’ultima caratteristica basilare del linguaggio è la sua essenza costruttiva, nel senso che esso è costituito da un insieme di unità – base  strutturate in ordine gerarchico. Abbiamo così i fonemi, unità prive di significato utilizzate per formare i morfemi, unità minime dotate di significato che, uniti tra loro, formano le parole e, attraverso quest’ultime, vengono create le frasi.Esistono poi per ogni lingua delle regole morfologiche e sintattiche per stabilire in che modo combinare i morfemi e le parole per strutturare frasi grammaticalmente corrette e dotate di significato.Relativamente a quest’ultimo, possiamo dire che ogni lingua è caratterizzata dal fatto di possedere per molte parole due significati: uno denotativo, riferito al concetto in sé che la parola indica ed uno connotativo, esprimente un aspetto particolare, descrittivo di quel concetto: ad esempio, la parola “mulo” ha un significato sia denotativo, in quanto si riferisce ad un animale domestico, nella fattispecie un equino,  e sia connotativo quando utilizzata per esprimere la peculiare testardaggine di una persona.Così come le parole anche le frasi possono avere due differenti significati; in questo caso parliamo di struttura superficiale, quando ci riferiamo al significato letterale di una frase e di struttura profonda nel caso in cui si fa riferimento ad un’intenzione o desiderio implicito o sotteso espresso da una frase.

Ad esempio la frase “Qui fa caldo!” può indicare un riferimento ad una condizione atmosferica ma anche il desiderio che si apra la finestra.Dopo aver descritto brevemente le caratteristiche del linguaggio, passiamo ora ad analizzare il pensiero.Esso può essere definito come il recupero e la manipolazione di informazioni codificate in precedenza ed immagazzinate nei sistemi di memoria.Questo processo può attivarsi per i motivi più svariati: per risolvere problemi o per dare sfogo all’immaginazione; parte dei nostri pensieri poi, come Freud  ben ci insegnò, possono essere inconsci ma non per questo ininfluenti sul nostro comportamento cosciente!.Come abbiamo visto il pensiero si basa su “item” immagazzinati nei sistemi di memoria, essi possono essere stati codificati in vari codici così che, possiamo dire, il pensiero acquista varie forme.

Ad esempio, vi sono pensieri che hanno codici uditivi, come quando pensiamo ad una particolare melodia o visivi, come quando pensiamo al viso di una persona a noi familiare ed ancora percettivo- motori, se pensiamo ad una serie di passi di danza.Esiste poi, secondo Fodor, un pensiero astratto nel senso che non è strutturato in alcuno dei codici sopraccitati  ma ha una forma proposizionale ossia è una specie di linguaggio della mente. (Citando Fodor “Una proposizione è una rappresentazione mentale che non è riconducibile né ai suoni né all’immagine ma è un linguaggio della mente).Come abbiamo sopra accennato esistono differenti tipi di forme di pensiero, passiamo ora a considerare come queste vengano strutturate per essere utilizzate nella vita quotidiana.Ciascun individuo organizza le informazioni codificate in concetti, essi possono essere definiti come la conoscenza di una particolare categoria di oggetti ed eventi aventi caratteristiche comuni.

L’attività di categorizzazione, ossia la capacità di apprendere e formulare concetti, appare basilare per il funzionamento del pensiero in quanto ci permette di selezionare e meglio organizzare gli innumerevoli stimoli provenienti dal mondo esterno (principio dell’economia).Questa capacità viene appresa attraverso l’esperienza pregressa, l’interazione sociale e culturale. I concetti poi possono essere concreti, ossia facenti parte di categorie che includono cose, persone o animali o astratti, quando si riferiscono a categorie non tangibili.Secondo alcuni studiosi, come Edna Heidbreder ad esempio, le persone apprendono più facilmente a classificare in concetti le cose concrete rispetto a quelle astratte,  come i numeri e le forme.

Un esempio in questa differenza di apprendimento fra i concetti ce lo dimostrano gli studi sui bambini condotti da Shaffer, i primi concetti sono relativi ad oggetti concreti come giocattolini o animali solo dopo essi saranno in grado di formulare pensieri astratti.Dopo aver brevemente accennato alcuni aspetti del linguaggio e del pensiero, passiamo ora a considerarne le eventuali correlazioni.

Nella storia della psicologia l’idea che il linguaggio possa in qualche modo influenzare il pensiero, ossia il modo in cui una persona percepisce e concettualizza il mondo, è stata introdotta da Whorf negli anni 40 ed è riconosciuta come ipotesi della relatività linguistica; secondo Whorf persone che parlano lingue differenti pensano anche in modo differente.Studi transculturali  successivi, quelli di Oliver negli anni 70, hanno tuttavia confutato questa ipotesi dimostrando che, anche  tra lingue e culture tra loro lontane,  il modo di percepire e concettualizzare il mondo non era differente.Negli anni 60 lo psicologo svizzero Jean Piaget, in base a studi sistematici condotti su bambini di varie età, avanza l’ipotesi che il linguaggio altro non è che una capacità dipendente dal pensiero.In particolare Piaget sostiene l’ipotesi che la capacità di linguaggio sia dipendente dalla capacità di rappresentazione che insorge nel bambino in un determinato stadio (il sesto)  dello sviluppo del pensiero sensomotorio.Questo tipo di pensiero si sviluppa nel bambino nel corso dei primi due anni di vita ed e caratterizzato da sei stadi.Nel primo stadio l’infante presenta solo dei riflessi istintuali come la suzione ed il pianto, nel secondo e terzo stadio compare l’interesse per il mondo circostante e sono presenti i primi schemi comportamentali ripetitivi, come ad esempio la suzione del pollice (che P. chiama reazioni circolari) e le prime condotte di coordinazione oculo-motoria.Verso l’anno di età il bambino si trova nel quarto stadio in cui compare l’intenzionalità e vi è la coordinazione dei primi schemi di azione (il bambino, per  prendere la palla che la mamma gli porge, capisce che deve posare il giocattolo che ha in mano).

Nel quinto stadio il piccolo diventa un vero e proprio sperimentatore che indaga le proprietà degli oggetti circostanti costruendo e coordinando schemi mentali nuovi, così nella vasca da bagno immergerà la paperella per rivederla poi riaffiorare. Ma sarà solo nel sesto stadio, a due anni circa, che il bambino passerà da un tipo di pensiero pratico ad uno rappresentativo: egli sarà in grado di rappresentarsi mentalmente le proprie azioni anticipandone così l’effetto.Piaget fa l’esempio del bambino che con un mucchietto di erba in mano vuole aprire la porta, posa l’erba ma, accortosi che essa si trova nel raggio di apertura della porta, la sposta per non farla spazzare via.Il bambino ha così rappresentato ovvero anticipato una sua azione.L’ipotesi di P. di uno sviluppo cognitivo del linguaggio ha fortemente influenzato gli studiosi successivi tra cui Bloom che, negli anni 70, ha avanzato l’ipotesi che il linguaggio possa svilupparsi solo in presenza di alcuni prerequisiti tra cui la permanenza dell’oggetto (ossia la capacità di poter rappresentare mentalmente gli oggetti in loro assenza).Tuttavia questa ipotesi è stata confutata da studi successivi tra cui quelli di Corrigan che hanno dimostrato un’assenza di relazione tra la suddetta capacità e lo sviluppo del linguaggio.

Sembra invece che altre capacità cognitive, come ad esempio il gioco simbolico e l’imitazione, possano influire ma non essere prioritarie sull’acquisizione del linguaggio così come ha rilevato nei suoi studi Bates.In conclusione questi studi hanno messo in luce come la relazione tra pensiero e linguaggio possa essere interdipendente e, per certi versi, parallela.Quest’ultima tesi viene infatti avanzata dallo psicologo russo Vygotskij che propone appunto uno sviluppo interdipendente di queste due importanti funzioni cognitive.

Secondo V. il pensiero non è autonomo dal linguaggio né lo precede, anzi esso è necessario per lo sviluppo delle funzioni elementari superiori.

  1. introduce così il principio di mediazione semiotica secondo cui l’uso e le caratteristiche dei sistemi dei segni, ed in particolare del linguaggio, conducono a nuove forme di organizzazione cognitiva le quali, a loro volta, introducono altri aspetti di sviluppo.

Inoltre, secondo V. per lo sviluppo del linguaggio e del pensiero è necessaria l’interazione sociale, infatti solo attraverso il supporto che il bambino riceve dagli adulti e dai coetanei riuscirà a sviluppare il suo potenziale di sviluppo.

  1. introduce così il concetto di zona di sviluppo prossimale denominando così la differenza fra i livelli di sviluppo cognitivo e linguistico tra ciò che il bambino sa fare da solo (livello attuale) e ciò che potrebbe fare se aiutato (livello di sviluppo potenziale).

Attualmente gli studiosi tendono a considerare il linguaggio ed il pensiero come funzioni tra loro strettamente correlate e interdipendenti, questa conclusione tuttavia non rende meno validi gli studi e gli esperimenti condotti da Piaget che hanno il merito di aver indagato ed  approfondito i processi del

pensiero infantile attribuendogli una propria originalità e struttura rispetto a quello adulto.

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