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L’IMPORTANTE E’ CAMBIARE IL MONDO: ALMENO PROVARCI

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Redazione- “L’importante è cambiare il mondo. Almeno provarci “ . E’ l’ultima battuta del film “L’incredibile storia dell’isola delle rose “  che può essere visto sul circuito Netflix e che nel raccontare una storia vera in realtà  racconta una metafora del ’68. Una metafora di quegli anni  per dimostrare che non si cambia il mondo  sulla spinta o sotto la pressione della necessità  , del dolore e dell’emergenza, ovvero costretti, ma si cambia sognando , volando sulle ali del desiderio.  Per cui  la storia  raccontata è la nascita  e la fine apparente di un sogno  che poi in realtà  è un sogno, quello della libertà assoluta, che non finisce  con la brutale ed essenziale  abbattimento di quell’isola artificiale costruita da un sognatore .Quell’isola rimane sotto ogni latitudine e  in ogni tempo   come il simbolo  appunto della libertà assoluta , quella ricercata ,desiderata , a volte conquistata e poi persa  . Comunque sempre un ideale e una condizione per la quale vale la pena di combattere. Certo  un’isola, a dare proprio il senso della solitudine di un desiderio ma anche la ricchezza di quello che può essere  un posto in mezzo al mare, che è poi in definitiva come un deserto. Entrambe, sia la distesa d’acqua che la distesa di sabbia, hanno una loro esistenza, una loro vita intrinseca ed esprimono  quasi allo stesso modo, il senso dell’infinito. Che è poi una dimensione  nella quale si  può realizzare il sogno che per sua natura è infinito. Un sogno non può avere una finitezza perché  apre continuamente i suoi contorni all’inclusione  che è fonte di vita per se stessa.

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose  è un film del 2020 diretto da Sidney Sibilla. La pellicola narra la vicenda dell’  isola delle Rose, la piattaforma artificiale creata dall’ingegnere Giorgio Rosa, divenuta micronazione il 1º maggio 1968 e demolita nel febbraio del 1969.

Il film  si  può vedere  su Netflix  per la regia di Sydney Sibilia  e prodotto da Groenlandia .  E’ una storia  vera che narra  l’dea di  un uomo che costruisce un mondo  diverso, nuovo  o almeno ci prova. Vederlo in questo momento in cui le limitazioni alla libertà ci rendono perplessi o forse anche insofferenti  ci coinvolge anche sentimentalmente. D’altra parte è sicuramente  il suo sogno idealista quello che conserviamo anche noi  ,implicitamente ed esplicitamente nel nostro animo, quando aneliamo alla libertà da qualsiasi imposizione sia essa necessaria  o  contestabile al cento per cento.Tutta la storia ci appare  affascinante proprio per il nostro “sentire”  di creature libere  che amano gli spazi, non sopportano le limitazioni  .

E’ una storia vera trasposta in versione cinematografica  e resa dunque con tutte le suggestioni di questo mezzo di comunicazione  che fin dal suo apparire ha  contribuito alla edificazione di un mondo che forse senza le ragioni del cinema e delle storie che narra ma soprattutto del modo in cui le narra, poteva essere peggiore.

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose racconta anche  una vicenda della storia  del nostro paese degli anni sessanta , quella della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, su  una piattaforma in acciaio di 400 metri quadrati, costruita in acque internazionali, sei miglia marine al largo di Rimini. Una storia fuori dal comune perché culmina addirittura  con una dichiarazione di guerra e di guerra di invasione da parte della repubblica italiana per sgomberare dal campo un  intruso nella sua giurisdizione malgrado fosse in acque internazionali . Un  baluardo di libertà che né Onu , né Comunità europea vollero difendere .

A pochi giorni dal debutto su Netflix,  il film ha riscosso un’attenzione rilevante non solo degli spettatori dei  circuiti europei ma anche della critica. In un articolo  sul quotidiano  francese “ Le Parisien” la giornalista Catherine Balle lo ha  definito “una commedia energica e piena di vita”. Tra gli attori c’è Elio Germano – premiato come miglior attore al Festival di Berlino 2020 per il formidabile ruolo di Ligabue in Volevo nascondermi di Giorgio Diritti – che  interpreta l’ingegner Giorgio Rosa: tenace, progressista, romantico e visionario protagonista della storia.

L’ingegner  Rosa,Elio Germano,   che crea dal nulla anche con artifici e trovate rocambolesche, come il trasporto in mare dei pali in acciaio per fissare la piattaforma e farla diventare  un luogo dove vivere liberi, a compimento di un sogno comune , c’è una schiera di “ultimi” tutti alla ricerca – e in senso quasi letterale – di un proprio posto nel mondo: c’è l’amico del cuore Maurizio (Leonardo Lidi, la giovane barista Franca, (Violetta Zironi), il naufrago Pietro Bernardini (Marco Pancrazi) e l’apolide W. R. Neumann (Tom Wlaschiha, visto anche ne Il Trono di spade). Matilda de Angelis presta il suo volto a Gabriella, avvocatessa specializzata in questioni di diritto internazionale e grande amore di Giorgio.

Nelle stanze  della politica italiana, incontriamo poi un mefistotelico Fabrizio Bentivoglio nei panni del ministro Franco Restivo e un quasi irriconoscibile Luca Zingaretti nel ruolo del Presidente del Consiglio Giovanni Leone. A dare un tocco internazionale al cast  François Cluzet, co-protagonista della commedia francese Quasi Amici, che qui recita la parte del presidente del Consiglio d’Europa Jean Baptiste Toma.

Alla fine del film ci rimane nella mente e nel cuore la voglia di  raggiungere la spiaggia di Rimini e magari andare un po’ per mare nella speranza di trovare ancora quella piattaforma che fu distrutta proprio dalle cannonate della marina italia  in un braccio di ferro tra l’ingegner Rosa e lo Stato italiano che non poteva finire come finì anche se  il costruttore della piattaforma si era appellato  all’Onu  e alla Comunità europea perché garantissero la sua extraterritorialità e quindi il diritto di esercitare la libertà di apolidi

Su questo film  scrive Antonio Del Prete sul Resto del Carlino : “Rimini, 6 gennaio 2021 – Alla fine, l’ostacolo più grande per Giorgio Rosa è stata l’immaginazione. La sua, che lo ha spinto, seppur impreparato tra le onde, a nuotare in acque internazionali. E quella degli altri, che su una piattaforma in mezzo al mare hanno ambientato paradisi e inferni, personali o collettivi. Una questione di prospettiva, di sogni e di paure; persino alimentata dall’eco del tempo, che scorrendo mischia le carte. È così, per esempio, che L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’, film stravisto su Netflix in queste settimane, si allontana dalla vera storia della palafitta riminese compiendo un gran balzo di fantasia. Per fare chiarezza conviene andare a spulciare in archivio e ripescare i quotidiani dell’epoca. D’altronde, pellicole e romanzi torcono la trama seguendo i desideri del narratore; la cronaca, invece, ha il pregio dell’analisi e non strizza l’occhio ai posteri.

 Severo Boschi sul Carlino del 28 giugno 1968  descriveva  così il vero protagonista di questa storia : “Biondo, statura media, occhi cerulei”. Un uomo maturo, comunque, che a vederlo oggi nelle fotografie in bianco e nero pare ancora più stagionato di quanto non dica l’anagrafe,. un professionista affermato Alla ricerca di un luogo libero dice al giornalista del Carlinjo : “E’ dal 1964 che la stiamo costruendo”, spiega Rosa a Boschi nell’intervista titolata ‘“Vogliamo che la truppa se ne vada” dichiara il fondatore del nuovo Stato’. E aggiunge: “I progetti risalgono addirittura al ‘58”. Prende corpo dalla carta un’isola di cemento e acciaio, che si poggia sul fondo marino grazie a nove grossi piloni di cemento armato lunghi 20 metri e ancorati a 13 metri sotto il pelo dell’acqua. “L’idea – scrive il giornalista – fu dapprima tutta sua: ma gli mancarono i soldi. E allora si rivolse a sei misteriosi finanziatori”.

L’isola ,come abbiamo detto,  viene costruita al largo di Torre Pedrera di Rimini, 400 metri oltre il limite marittimo delle acque territoriali, 6 miglia all’epoca, cioè 11.112 chilometri dal lido. Quindi oltre la giurisdizione  italiana nella volontà dell’ingegnere, con tutte le implicazioni del caso.

Il 25 gennaio 1968 la costruzione può dirsi pronta, il 1° maggio dello stesso anno c’è l’inaugurazione con brindisi e festeggiamenti . Appena cinquantacinque giorni dopo, il 25 giugno,  viene demolita .

In un’intervista rilasciata al Carlino il 30 novembre 1988, Rosa diceva  : “Essendo fuori dalle acque territoriali una veste giuridica dovevamo pur darcela. Eravamo consigliati da giuristi”: “il professor Angelo Sereni della Hopkins University, titolare della cattedra di diritto internazionale in più di un ateneo”, svela a Boschi nel pezzo del 28 giugno 1968. Per mettere in piedi uno Stato non bastano cemento e acciaio, però. Servono un nome, Libero territorio dell’Isola delle Rose, appunto; una moneta, il Mills, equiparato alla lira; una lingua ufficiale, l’Esperanto; e soprattutto un Governo. “Sotto la presidenza (affidata allo stesso Rosa, ndr) sarebbero stati cinque dipartimenti, delle finanze, degli interni, dell’industria e del commercio, delle comunicazioni e degli esteri”, scrive sul Carlino del 28 giugno 1968 Amedeo Montemaggi.

In realtà anche se quel tentativo  suscita tutta la nostra ammirazione in definitiva va a impattare  nella solita forma  di Stato . E ripercorre strade ,nella realtà forse troppo usuali .

Uno si aspetterebbe tutt’altro.  Ovvero un richiamo alla Città del Sole di Campanella o a Tommaso Moro e alla sua utopia  che ricomprende anche  una visione di Stato libero . E a tutti quegli  Stati Utopici che sono statti immaginati  nel corso del tempo a partire appunto da Tommaso  Moro  che scrisse per primo di quel ‘non luogo’ (letteralmente è questo il significato del termine utopia),fino forse ad arrivare a   “1984” di G. Orwell o “Il nuovo mondo” di A. Huxley  per fare solo  alcuni esempi  più  vicini a noi .
Uno si sarebbe aspettato   punti di riferimento più alti ed ideali  e non proprio e solamente la libertà di uno Stato da un altro ovvero la libertà di uno Stato,  per così dire apolide dallo Stato Italiano. Nessuna dipendenza di quella creazione del prof. Rosa  dall’Italia.

In realtà, malgrado queste riserve , di cui poi parleremo, in quella realizzazione dell’ingegnere Rosa, più visionario che utopista,  si sente  non proprio l’utopia che è una meta ideale ( al contrario lui  costruisce realmente l’isola,la occupa  con le persone che gli stanno attorno ,ne disciplina il funzionamento  e lo stato concreto di  amministrazione  e legittimazione ) ma un riferimento pragmatico su cui appunto , come dicevamo,   orientare  quello che è praticabile . Rosa è un pensatore critico  ,è un segnatore . In questo pensiero critico  e in questo sogno si sente la forza  della libertà.

Il primo punto dunque che vogliamo affrontare è proprio quello della libertà che  è stata intesa nel tempo in molti modi .  Infatti se si interroga un motore di ricerca sul web  appaiono varie possibilità di scrutare  dentro la parola “libertà” e  tutte le sue implicazioni  tanto che c’è la libertà  di pensiero, di stampa  ,di culto ( insomma per buona parte le libertà costituzionali almeno nel nostro paese )e poi in definitiva la libertà come la intende ciascuno di noi .   Wilkipedia ci dà questa definizione : “Per libertà s’intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla”

La prima domanda che però viene in mente  nella pratica quotidiana  è :”Ma la libertà esiste  ?” Felice Magnani risponde così : “La libertà esiste? E se esiste, come mai l’uomo invece di farla vivere e di promuoverla, fa di tutto per nasconderla, per appropriarsene rubandola a chi ne ha tutto il diritto. Certo la libertà non è un assoluto, ha i suoi limiti e guai se non li avesse, ma c’è ancora molta gente che quando pensa alla libertà ne abusa, come se si trattasse di una proprietà privata da utilizzare a proprio vantaggio. La libertà è un principio e come tale ha una sua consistenza etica, un suo punto di partenza, non si accontenta di concedersi, vuole che il contraente ne sia cosciente, sappia di quale fondamentale strumento possa venire in possesso. La storia ci ha insegnato che si può morire di troppa libertà o di una vita senza libertà, ma ci ha anche insegnato che esistono le vie di mezzo, in cui due estremi si possono conciliare, possono trovare un punto d’incontro, allinearsi, allearsi e coesistere. La storia è storia di libertà e di schiavitù, di emancipazione e di affrancamento, di prevaricazione e di trasgressione, di guerre e di lotte che hanno come movente l’idea che privando gli altri della libertà sia più facile addomesticarli, controllarli, tenerli in un perenne stato di conservazione coatta, da cui diventa pressoché impossibile emanciparsi. L’uomo è alla ricerca della libertà, cerca di realizzare quello che gli sembra più giusto, più legittimo, più adatto, ma non sempre è in grado di valutarne la ricaduta, tende ad assolutizzare il suo concetto di libertà, di renderlo più addomesticabile e ne porta le prove, ma la libertà ha bisogno di valutazioni sempre più ampie, di confronti, ha bisogno soprattutto di non cadere nella trappola delle illusioni, della demagogia, della furbizia di chi è sempre pronto a sfruttarla in nome di non ben definite proprietà democratiche.” (1)

Scrive l’allora cardinale Joseph Ratzinger su Studi Cattolici, 430, del dicembre 1996. In un articolo dal titolo : “Che cos’è la libertà? E’ il diritto umano fondante del nostro tempo? : “Non vi è alcun dubbio: l’epoca che chiamiamo età moderna è determinata sin dall’inizio dal tema della libertà; la ricerca di nuove libertà è certamente l’unico motivo che giustifica una tale periodizzazione. Lo scritto polemico di Lutero, Della libertà del cristiano, dà subito inizio al tema in toni forti [Al riguardo cfr per esempio E. LOHSE, Martin Luther, München 198 1, pp. 60 s.; 86 ss.]. Fu il richiamo della libertà che rese attente le persone, che mise in moto una vera valanga e fece scaturire dagli scritti di un monaco un movimento di massa che modificò radicalmente il volto del mondo medioevale. Si trattava della libertà della coscienza nei confronti dell’autorità ecclesiastica; quindi, in assoluto, della più intima libertà dell’uomo.  Non gli ordinamenti della comunità salvano l’uomo, ma la sua fede totalmente personale in Cristo. Che d’improvviso tutto il sistema dell’ordinamento della Chiesa medioevale non contasse fondamentalmente più, fu avvertito come un formidabile impulso di liberazione. (…) Nell’ambito politico, al contrario, con la creazione delle Chiese di Stato e territoriali il potere dell’autorità civile si accrebbe e rafforzò. Nel mondo anglosassone, poi, da questa nuova mescolanza di potere religioso e potere politico fuoriescono le Freechurches (libere Chiese), le quali diventano precorritrici di una nuova struttura della storia, che nella seconda fase dell’evo moderno, l’illuminismo, assume chiara configurazione. “ (2) Il lungo articolo poi esamina il problema della libertà dal punto di vista personale del credente, storico nei secoli rispetto all’istituzione chiesa e  dal punto di vista teologico. Ma questo  è solo un aspetto del problema della libetà che  rendono, insieme a molti altri  complesso l’esame di questa condizione, di questo diritto, di questo percorso di conquista o di recupero anche in rapporto al sé.

Vogliamo però continuare  con un’unica specificazione e   cercare di rispondere alla seguente domanda : “ Quando la libertà diventa un’utopia ?”.

Dice il prof . Danilo Breschi, professore di Storia del pensiero politico presso l’Università di Studi Internazionali (Unint) di Roma.   Intervistato da Gaetano Massimo Macrì  in un articolo dal titolo “Ma l’utopia esiste ancora “ su  Periodico italiano  Magazine. it   del 27 gennaio 2021 .  “Bisogna intendersi quando si usano parole dai molteplici significati, com’è il caso di utopia. Si è soliti, nel linguaggio corrente, associare l’utopia all’immissione di sogni e ideali nella politica, senza i quali quest’ultima sarebbe cosa morta e mortifera. Si rischia così di confondere le acque. Un conto è la vita individuale, di ciascuno di noi, un conto quella di una comunità politica, di uno Stato. L’utopia politica, perché è di questo che si intende qui parlare, è una costruzione mentale sostanzialmente precostituita, dunque in sé perfetta, armonica, senza smagliature o impurità, che si vuole applicare alla realtà perché così com’è non ci piace. Per rispondere alla sua domanda, direi che l’utopia, quella politica intendo, non è un’uscita dalla finzione, ma l’iniezione di una robusta dose di finzione nella realtà. È l’opposto del senso di realtà, che è misura, limite, imperfezione”. (3)

Dunque la storia dell’isola che non c’è  è probabilmente una storia personale  , è un sogno che appunto l’ingegnere Rosa  porta con sé alla pari dei sogni che porta nel cuore e nella mente  ciascuno di noi e che ha poco a che vedere con  l’utopia politica  di una comunità e di uno Stato che a lungo è stata discussa fin da Platone .

A noi basta ricordare  quel fatto , quegli avvenimenti come uno sprazzo di luce, come un tentativo di aprire una strada nuova e diversa . Che è poi  il tentativo messo in atto dai movimenti che nel 1968  dettero vita a quella specie di rivoluzione  che prende il nome da quell’anno.  Il film   “L’incredibile storia dell’isola delle rose “ sembra ricordarci le vicende di quel movimento. Per questa riflessione è troppo arduo parlare del ’68  senza separare  i temi e i problemi  che animarono  quei dibattiti, quelle discussioni,  che stavano dentro le idee del movimento . Ci ripromettiamo di farlo in un’altra riflessione. Al momento siccome abbiamo parlato di un film che ci ricorda quel periodo della storia  del nostro paese e anche della nostra vita  vogliamo brevemente richiamare alla memoria i film che parlano del  ’68 .

I film sul ’68, inteso come l’anno della rivoluzione culturale che ha cambiato il mondo, sono diversi e con un livello qualitativo mediamente alto. Alcuni raccontano storie personali  in cui  la rivolta giovanile e le istanze della contestazione restano sullo sfondo,altri invece  sono pieni di quell’atmosfera  generale  su cui  indugiano a lungo. Ci sono poi film in cui si sente il soffio della libertà forte , come appunto in quello  che abbiamo a lungo esaminato  all’inizio di questa riflessione  . Ci sono film che restituiscono  il clima infuocato delle strade italiane, europee   e americane. (4)

Scrive  Domenico Saracino : “ È difficile pensare di poter parlare di cinema e rivoluzione senza che alla mente s’affacci subito il ’68, e più in generale, il radicale sovvertimento che è proprio degli anni Sessanta, con le loro nouvelle vague nazionali e internazionali e le rivolte – formali e tematiche – contro il cinema (e le ideologie) “di papà”. Ben lontano dall’essere soltanto un movimento sociale e politico, una ribellione generazionale (i giovani), di genere (il femminismo radicale) e di classe (gli studenti, gli operai) con precise istanze e rappresentanze, il Sessantotto ha rappresentato innanzitutto un ripensamento esistenziale, una dolente ri-discussione dell’autorità, delle disparità, dell’oppressione e dell’obbedienza in ogni loro struttura e configurazione. Un anno simbolico, insomma, che è, allo stesso tempo, una sollevazione del pensiero e la summa di precisi processi economici, politici e sociali riconducibili, di diritto, alla fine del secolo precedente, nonché l’illusorio inizio di un cambiamento di massa – dunque ancora inedito, sotto questa luce, rispetto al passato – che poi, nei fatti, non si concretizzerà mai.Il ’68 è uno stato mentale, un modo di porsi dinanzi alle asimmetrie del potere e allo status quo che il cinema ha saputo ben incamerare e, per certi versi, indirizzare, favorire, catalizzare. E ci sembra interessante approfittare del tema di questo speciale per riflettere brevemente su una manciata di titoli italiani usciti prima del 1968, alcuni dei quali ingiustamente trascurati, che riteniamo abbiano ben rappresentato, anticipandole, le principali (contrap)posizioni dei moti sessantottini.”(5)

«La rivoluzione del ’68 ha avuto un risultato estetico, non politico» – così Olivier Assayas nel presentare il suo Aprés Mai, film in concorso alla 69° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2012. Dopo Maggio – quel maggio – non era solo la storia di alcuni ragazzi e dei loro percorsi di vita a tre anni dagli eventi del sessantotto, quanto un ricordare al mondo cinematografico e non che il sessantotto – forse addirittura prima di fenomeno in sé – è stato ed è tuttora che se ne celebrano i cinquanta anni, soprattutto questo: un grande e infinito fenomeno estetico capace di far sentire la propria onda lunga nello spirito, nella fantasia e nell’immaginazione di milioni di ragazzi e non solo, in tutto il mondo. Proprio perché luogo della memoria, prima di tutto visiva, il cinema ha incrociato la sua strada innumerevoli volte coi ragazzi del sessantotto – perché ragazzi erano – finalmente protagonisti in tutte le loro contraddizioni della storia. Ancora perché luogo della memoria il racconto del ’68 su celluloide non può che partire da quelle opere che poco meno di vent’anni fa provarono a riflettere più di altre su quella storia e su quella generazione – ex post – lì dove, ma lo vedremo più avanti – il racconto in contemporanea di quei fatti si fece più complicato e frammentato.(6)

Il vento della contestazione investì “naturalmente” il cinema, perché il Sessantotto ebbe per protagonista una giovane generazione che sentiva il cinema come proprio e comune linguaggio. In Italia, come in tutto l’Occidente, esordirono nel corso degli anni Sessanta molti giovani registi (tra cui Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Roberto Faenza, solo per citare alcuni tra i più noti), che avrebbero contrassegnato la cinematografia nei decenni successivi e che, all’epoca, con prove autoriali spesso audaci e non sempre riuscite, realizzarono pellicole che si allontanavano dalla tradizione ed erano ispirate da una forte tensione ideologica. Era un’attività seguita da un pubblico attento e appassionato, perché i giovani che occupavano le università e scendevano in piazza per manifestare contro il potere e la scuola classista erano in genere anche avidi consumatori di cinema: una gioventù cinefila che trovava nei film del Sessantotto non solamente un passatempo suggestivo, ma «un orizzonte culturale essenziale, rivendicabile come proprio», come ha scritto Peppino Ortoleva. Non pochi di essi erano cresciuti come “spettatori” in strutture culturali associative, cattoliche o laiche, legate al mezzo filmico; palestre di discussione e confronto (i cineforum) che producevano, traendola dal cinema, anche riflessione politica.

Per molti giovani dunque il cinema era, nel Sessantotto, un medium su cui esercitare la critica, discriminare, sperimentare la capacità di diffusione delle idee. Ed era un medium transnazionale, di richiamo ancor più universale rispetto a quello generazionale per eccellenza, la musica rock. I film del 1968, che arrivavano nei grandi centri come nelle periferie, viaggiarono nell’occidente anche più velocemente delle idee del movimento. E non è paradossale affermare che contribuirono, a confermarle e a divulgarle, a creare miti e rafforzare stereotipi. (7) Come quello della libertà

Il sessantotto italiano rappresenterà la grande eccezione tra le rivolte del novecento. Da noi più che in qualsiasi altro paese quell’anno si trasformerà in un’intera decade di lotte, tra luci e ombre, diventando per molti aspetti la miccia pronta a far esplodere un conflitto sociale e politico che l’entusiasmo per la fine della guerra e il benessere del boom economico avevano sopito come una bestia pronta a risvegliarsi. Come lunga fu l’onda del riflusso altrettanto fu in qualche modo la preparazione al desiderio di cambiamento e il cinema italiano fu tra i primi a raccontare quell’inquietudine borghese e non solo che portò all’esplosione del conflitto anche in chiave generazionale.

(1)http://sacromontevarese.net/it/cronaca/riflessioni-dal-sacro-monte-f-magnani/3940-la-liberta-e-utopia

(2) http://www.gliscritti.it/approf/2006/ratzinger/liberta.htm

(3) http://www.periodicoitalianomagazine.it/notizie/Cultura/pagine/Ma_l_utopia_esiste_an

(4) https://www.filmaboutit.com/it/movies/topic/contestazione-giovanile-e-68-254/

(5) https://www.uzak.it/rivista/uzak-38-autunno-2020-inverno-201/la-rivoluzione-delle-immagini-immagine-e-rivoluzione/aria-di-68-i-film-che-presagirono-la-rivoluzione-che-non-fu.html

(6) http://www.lindiependente.it/cinema-del-68-cinema-sul-68/

(7) https://storicamente.org/cinema-del-sessantotto

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