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L’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA, DELLA STORIA E DELLA VITA

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Redazione- Nelle mie modeste considerazioni sul Prodotto interno lordo mi sono riferita a grafici elaborati utilizzando dati pubblici di organismi ufficiali nazionali e internazionali (Istat-Eurostat, Banca d’Italia, OCSE, FMI) qui di seguito esposti:

I dati sono riferiti al tasso di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia e a quello medio dell’Unione europea. Per il 2020-2021 è indicato il dato tendenziale previsto dal DEF Documento di economia e finanza di aprile 2020. Elaborazioni effettuate dal DIPE Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica su dati Eurostat, Istat, Commissione europea e sui dati programmatici del DEF di aprile 2020.

Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e dal secondo trimestre 2013 si è stabilizzato per poi ha ricominciare a crescere nel 2015-2018 e nel 2020 sta subendo gli effetti della pandemia di Covid-19.

L’elaborazione del DIPE su dati Istat illustra nel grafico qui sopra l’andamento del Prodotto interno lordo italiano reale, cioè valutato in milioni di euro a prezzi costanti del 2015. I dati trimestrali sono stati depurati dalle influenze stagionali per il ciclo economico.

Già nel quarto trimestre del 2018 l’economia italiana ha segnato una consistente contrazione, che faceva seguito a quella, più modesta, registrata nel terzo trimestre dello stesso anno. Tale risultato negativo ha determinato un ulteriore abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che è sceso allo 0,1%, dallo 0,6% del trimestre precedente che poi è continuato a decrescere nel 2019 andando alla deriva nel 2020 con la pandemia manifestatasi a livello mondiale a partire dalla Cina a fine dell’anno 2019.

Riguardo l’indice della produzione industriale che misura la variazione nel tempo del volume fisico della produzione effettuata dall’industria, in senso stretto, escludendo, in senso lato, le costruzioni, evidenzia sempre un crollo. Le serie seguenti sono state calcolate prendendo come base il primo mese del 2000, posto uguale a 100, con dati mensili OCSE, elaborati dal DIPE.

La produzione industriale italiana aveva mostrato una tendenza a un moderato calo nel 2000-2005, seguito da una fase di crescita nel 2005-2008, con trend di crescita più limitato rispetto alla media della zona euro. Dalla metà del 2008 fino ad aprile 2009 la produzione industriale è crollata da un massimo di 106 ad un minimo di 78, analogamente a quanto accaduto in tutto il mondo con la crisi finanziaria internazionale. Dalla seconda metà del 2009 alla metà del 2011 la produzione industriale ha recuperato circa il 40% di quanto aveva perso, tornando successivamente a calare. Nel 2014 è ricominciata una fase di crescita della produzione industriale, durata fino alla fine del 2017. Nel 2020 sta subendo gli effetti della pandemia di Covid-19.

L’indebitamento netto italiano, espresso in % del Pil, mostra, fino al 2008, un livello superiore a quello medio Ue 27. Successivamente, a seguito dell’impatto della crisi internazionale del 2008, l’indebitamento netto italiano è cresciuto significativamente meno della media europea ed è sceso al di sotto del livello medio UE. Il deficit pubblico italiano si è ridotto dal 5,3% nel 2009 all’1,6% nel 2019, mentre per il 2020 è atteso un aumento ad oltre il 10% del PIL come conseguenza della Pandemia di Covid-19.

I sopraindicati dati sono riferiti al consuntivo dell’indebitamento netto italiano nel flusso annuo, conosciuto più genericamente come “deficit pubblico”, calcolato in base agli accordi europei. Il dato Eurostat, relativo all’Italia e alla media dei paesi UE, è espresso in percentuale del Prodotto interno lordo. Per il 2020-2021 sono stati indicati i dati programmatici del DEF di aprile 2020 che si spera riprendano come evidenziato sul grafico con una leggera impennata.

Il debito pubblico italiano in percentuale del PIL tra il 2000 ed il 2007 si è ridotto dal 105,1% al 99,7% del PIL, pur rimando a un livello più elevato di quello della media UE. A partire dal 2008 il debito ha ripreso a crescere, ma con un trend meno veloce rispetto alla media Ue, almeno fino al 2011. Dal 2014 il rapporto debito/PIL si è stabilizzato. Il sostegno finanziario ad altri paesi in difficoltà nell’area euro ha comportato un aumento temporaneo del debito di oltre tre punti di PIL. Il DEF prevede che il rapporto debito/PIL superi il 155% nel 2020, a causa della Pandemia di Covid-19.

I dati sono rapportati al consuntivo del debito pubblico italiano accumulato nel corso del tempo specialmente in quest’ultimi tempi di emergenza sanitaria. Il dato Banca d’Italia, relativo all’Italia e alla media della zona euro, è espresso in percentuale del Prodotto interno lordo. I dati sul debito pubblico italiano sono aggiornati in base alla revisione del PIL effettuata dall’Istat a settembre 2014 in attuazione del nuovo sistema europeo di conti nazionali SEC 2010. Per il 2020-2021 sono indicati i dati programmatici del DEF di aprile 2020. Il 23 settembre 2019 la Banca d’Italia ha aggiornato in base ad indicazioni di Eurostat i dati relativi al debito pubblico, in aumento di circa 2,7 punti percentuali a causa dell’estensione del perimetro della PA considerato nel calcolo.

Ora l’ISTAT ha rivisitato al ribasso i dati diffusi a fine aprile al ribasso evidenziando che a trascinare la caduta del prodotto interno lordo è stata soprattutto la domanda interna. Con un calo del 5,1% dei consumi finali nazionali e dell’8,1% degli investimenti fissi lordi rispetto all’ultimo trimestre 2019, ci sono andamenti negativi in tutti i principali comparti produttivi. L’’industria registra un calo del valore aggiunto dell’8,1% e una riduzione del 4,4% delle ore lavorate.

Mai dal primo trimestre del 1995, ovvero dall’avvio delle serie storiche ricostruite, si è registrata una flessione così pesante. “La stima completa dei conti economici trimestrali conferma la portata eccezionale della diminuzione del Pil nel primo trimestre”, commenta l’Istat, sottolineando gli effetti dell’emergenza coronavirus sull’economia.

Le importazioni e le esportazioni sono diminuite, a loro volta, rispettivamente, del 6,2% e dell’8%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per -5,5 punti percentuali alla contrazione del Pil: -4% i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, -1,5% gli investimenti fissi lordi e l’apporto dei consumi privati è stato fortemente negativo.

La spesa effettuata dalle famiglie in Italia, sul territorio, ha registrato una diminuzione in termini congiunturali del 7,5%. Un crollo che risente in particolare della discesa degli acquisti per i beni durevoli (-17,5%), dalle auto ai mobili. Forte il decremento anche per i beni semidurevoli, in cui rientra l’abbigliamento, (-11,4%). Molto più contenuta la flessione per i beni non durevoli dove sono compresi gli alimentari (-0,9%).

L’ISTAT rivela che alla contrazione dell’attività produttiva ha corrisposto una decisa riduzione dell’input di lavoro in termini sia di ore lavorate sia di unità di lavoro a tempo pieno. Considerando che in un contesto di sostanziale stabilità delle posizioni lavorativo, dovuto al blocco dei licenziamenti introdotto dal governo con il decreto Cura Italia e poi prorogato con il dl Rilancio, le ore lavorate hanno registrato una diminuzione del 4,4%. Questo risultato, evidenziato dall’ l’Istat, è dovuto ad un calo del 2,4% dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, del 6,7% dell’industria in senso stretto e del 7,6% delle costruzioni, mentre i servizi registrano una riduzione del 3,8%. Le unità di lavoro sono diminuite in totale del 5,2% per effetto di un calo generalizzato in tutti i comparti.

E’ da relativamente poco che mi sto cimentando sullo studio di materie di politica economica e d’impresa, la mia impronta è sostanzialmente umanistica, ma credo che tutto abbia un suo fine e un suo inizio. Come la vita ha i suoi alti e bassi, le sue salite e discese, i suoi sorrisi, problemi e derivazioni confido che, per chi si vuole bene e sa ben intendere e amministrare anche in questo particolare frangente ci siano possibili risoluzioni.

I dati sono riferiti al tasso di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia e a quello medio dell’Unione europea. Per il 2020-2021 è indicato il dato tendenziale previsto dal DEF Documento di economia e finanza di aprile 2020. Elaborazioni effettuate dal DIPE Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica su dati Eurostat, Istat, Commissione europea e sui dati programmatici del DEF di aprile 2020.

Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e dal secondo trimestre 2013 si è stabilizzato per poi ha ricominciare a crescere nel 2015-2018 e nel 2020 sta subendo gli effetti della pandemia di Covid-19.

L’elaborazione del DIPE su dati Istat illustra nel grafico qui sopra l’andamento del Prodotto interno lordo italiano reale, cioè valutato in milioni di euro a prezzi costanti del 2015. I dati trimestrali sono stati depurati dalle influenze stagionali per il ciclo economico.

Già nel quarto trimestre del 2018 l’economia italiana ha segnato una consistente contrazione, che faceva seguito a quella, più modesta, registrata nel terzo trimestre dello stesso anno. Tale risultato negativo ha determinato un ulteriore abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che è sceso allo 0,1%, dallo 0,6% del trimestre precedente che poi è continuato a decrescere nel 2019 andando alla deriva nel 2020 con la pandemia manifestatasi a livello mondiale a partire dalla Cina a fine dell’anno 2019.

Riguardo l’indice della produzione industriale che misura la variazione nel tempo del volume fisico della produzione effettuata dall’industria, in senso stretto, escludendo, in senso lato, le costruzioni, evidenzia sempre un crollo. Le serie seguenti sono state calcolate prendendo come base il primo mese del 2000, posto uguale a 100, con dati mensili OCSE, elaborati dal DIPE.

La produzione industriale italiana aveva mostrato una tendenza a un moderato calo nel 2000-2005, seguito da una fase di crescita nel 2005-2008, con trend di crescita più limitato rispetto alla media della zona euro. Dalla metà del 2008 fino ad aprile 2009 la produzione industriale è crollata da un massimo di 106 ad un minimo di 78, analogamente a quanto accaduto in tutto il mondo con la crisi finanziaria internazionale. Dalla seconda metà del 2009 alla metà del 2011 la produzione industriale ha recuperato circa il 40% di quanto aveva perso, tornando successivamente a calare. Nel 2014 è ricominciata una fase di crescita della produzione industriale, durata fino alla fine del 2017. Nel 2020 sta subendo gli effetti della pandemia di Covid-19.

L’indebitamento netto italiano, espresso in % del Pil, mostra, fino al 2008, un livello superiore a quello medio Ue 27. Successivamente, a seguito dell’impatto della crisi internazionale del 2008, l’indebitamento netto italiano è cresciuto significativamente meno della media europea ed è sceso al di sotto del livello medio UE. Il deficit pubblico italiano si è ridotto dal 5,3% nel 2009 all’1,6% nel 2019, mentre per il 2020 è atteso un aumento ad oltre il 10% del PIL come conseguenza della Pandemia di Covid-19.

I sopraindicati dati sono riferiti al consuntivo dell’indebitamento netto italiano nel flusso annuo, conosciuto più genericamente come “deficit pubblico”, calcolato in base agli accordi europei. Il dato Eurostat, relativo all’Italia e alla media dei paesi UE, è espresso in percentuale del Prodotto interno lordo. Per il 2020-2021 sono stati indicati i dati programmatici del DEF di aprile 2020 che si spera riprendano come evidenziato sul grafico con una leggera impennata.

Il debito pubblico italiano in percentuale del PIL tra il 2000 ed il 2007 si è ridotto dal 105,1% al 99,7% del PIL, pur rimando a un livello più elevato di quello della media UE. A partire dal 2008 il debito ha ripreso a crescere, ma con un trend meno veloce rispetto alla media Ue, almeno fino al 2011. Dal 2014 il rapporto debito/PIL si è stabilizzato. Il sostegno finanziario ad altri paesi in difficoltà nell’area euro ha comportato un aumento temporaneo del debito di oltre tre punti di PIL. Il DEF prevede che il rapporto debito/PIL superi il 155% nel 2020, a causa della Pandemia di Covid-19.

I dati sono rapportati al consuntivo del debito pubblico italiano accumulato nel corso del tempo specialmente in quest’ultimi tempi di emergenza sanitaria. Il dato Banca d’Italia, relativo all’Italia e alla media della zona euro, è espresso in percentuale del Prodotto interno lordo. I dati sul debito pubblico italiano sono aggiornati in base alla revisione del PIL effettuata dall’Istat a settembre 2014 in attuazione del nuovo sistema europeo di conti nazionali SEC 2010. Per il 2020-2021 sono indicati i dati programmatici del DEF di aprile 2020. Il 23 settembre 2019 la Banca d’Italia ha aggiornato in base ad indicazioni di Eurostat i dati relativi al debito pubblico, in aumento di circa 2,7 punti percentuali a causa dell’estensione del perimetro della PA considerato nel calcolo.

Ora l’ISTAT ha rivisitato al ribasso i dati diffusi a fine aprile al ribasso evidenziando che a trascinare la caduta del prodotto interno lordo è stata soprattutto la domanda interna. Con un calo del 5,1% dei consumi finali nazionali e dell’8,1% degli investimenti fissi lordi rispetto all’ultimo trimestre 2019, ci sono andamenti negativi in tutti i principali comparti produttivi. L’’industria registra un calo del valore aggiunto dell’8,1% e una riduzione del 4,4% delle ore lavorate.

Mai dal primo trimestre del 1995, ovvero dall’avvio delle serie storiche ricostruite, si è registrata una flessione così pesante. “La stima completa dei conti economici trimestrali conferma la portata eccezionale della diminuzione del Pil nel primo trimestre”, commenta l’Istat, sottolineando gli effetti dell’emergenza coronavirus sull’economia.

Le importazioni e le esportazioni sono diminuite, a loro volta, rispettivamente, del 6,2% e dell’8%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per -5,5 punti percentuali alla contrazione del Pil: -4% i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, -1,5% gli investimenti fissi lordi e l’apporto dei consumi privati è stato fortemente negativo.

La spesa effettuata dalle famiglie in Italia, sul territorio, ha registrato una diminuzione in termini congiunturali del 7,5%. Un crollo che risente in particolare della discesa degli acquisti per i beni durevoli (-17,5%), dalle auto ai mobili. Forte il decremento anche per i beni semidurevoli, in cui rientra l’abbigliamento, (-11,4%). Molto più contenuta la flessione per i beni non durevoli dove sono compresi gli alimentari (-0,9%).

L’ISTAT rivela che alla contrazione dell’attività produttiva ha corrisposto una decisa riduzione dell’input di lavoro in termini sia di ore lavorate sia di unità di lavoro a tempo pieno. Considerando che in un contesto di sostanziale stabilità delle posizioni lavorativo, dovuto al blocco dei licenziamenti introdotto dal governo con il decreto Cura Italia e poi prorogato con il dl Rilancio, le ore lavorate hanno registrato una diminuzione del 4,4%. Questo risultato, evidenziato dall’ l’Istat, è dovuto ad un calo del 2,4% dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, del 6,7% dell’industria in senso stretto e del 7,6% delle costruzioni, mentre i servizi registrano una riduzione del 3,8%. Le unità di lavoro sono diminuite in totale del 5,2% per effetto di un calo generalizzato in tutti i comparti.

E’ da relativamente poco che mi sto cimentando sullo studio di materie di politica economica e d’impresa, la mia impronta è sostanzialmente umanistica, ma credo che tutto abbia un suo fine e un suo inizio. Come la vita ha i suoi alti e bassi, le sue salite e discese, i suoi sorrisi, problemi e derivazioni confido che, per chi si vuole bene e sa ben intendere e

amministrare anche in questo particolare frangente ci siano possibili risoluzioni.

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