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LA POESIA AMERICANA TRA RADICI TRADIZIONALI E INNOVAZIONI

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Redazione- Ci vorrà qualche anno per conoscere  le candidature al premio Nobel per la letteratura di quest’anno 2020, assegnato alla poetessa americana  Louise Gluck .

Solo una previsione è stata azzeccata per il Premio Nobel per la Letteratura 2020: una donna come vincitrice. E come al solito non il nome però, anche perché , come al solito  l’Accademia Reale Svedese  è riuscita a rimescolare le carte, forse anche all’ultimo minuto  gettando all’aria  le carte in tavola, in questo caso i rumors del toto-Nobel e le scommesse della vigilia. E così, su tutti i nomi ricorrenti ,ce l’ha fatta  Louise Glück, apprezzata soprattutto dalla critica letteraria ma non un nome di grande notorietà presso il pubblico internazionale.

E dire che i nomi ben più famosi tra le autrici nordamericane non mancano da anni tra i candidati sottoposti all’attenzione dei giurati del Nobel: la poetessa canadese Anne Carson, la scrittrice canadese Margaret Atwood, la romanziera statunitense Carol Joyce Oates e la scrittrice caraibica naturalizzata statunitense Jamaica Kincaid.

Accanto alla bocciatura di candidate come la scrittrice russa Lyudmila Ulitskaya e della scrittrice della Guadalupa Maryse Condè, considerate tra le favorite, ancora una volta l’Accademia Svedese sembra non aver trovato un accordo su alcuni grandi nomi da tempo in attesa di essere ‘nobilizzati’: il ceco naturalizzato francese Milan Kundera, il giapponese Haruki Murakami, il keniota Ngugi wa Thiong’o, la francese Annie Ernaux, lo spagnolo Javier Marias, l’ungherese Peter Nadas, l’albanese Ismael Kadare, il romeno Mircea Cartarescu, l’israeliano David Grossman, il siriano Adonis. (1)

Si dovrà dunque aspettare  qualche anno  ma  probabilmente anche allora si porrà sempre  l’antico interrogativo che  Massimiliano Virgilio su Fanpage avanza  con questo suo ragionamento che  prende le mosse dalle polemiche che  richiamano l’attenzione  in modo erroneo “ sul fatto che il premio Nobel per la letteratura sia stato assegnato ad uno sconosciuto partendo dal fatto che si  “ il Premio Nobel e la sua Accademia di Svezia non sono esenti da errori o colpe in generale, né  che non si può  negare che possano esistere nel mondo altre decine (se non centinaia) di scrittrici e scrittori meritori di quel riconoscimento, ma sostenere che bisognerebbe scegliere nomi più popolari è frutto di un ragionamento a mio avviso configurabile come un classico bias cognitivo, che in questo caso sarebbe: se io non conosco qualcuno, allora quel qualcuno è uno sconosciuto che naturalmente non merita quel riconoscimento,“

Questa considerazione  ci aiuta  ad introdurre   alcune riflessioni  sulla poesia americana contemporanea e sul confronto tra la  vincitrice del premio Nobel 2020  per la letteratura, poetessa americana  che  invece da quarant’anni occupa i vertici della poesia contemporanea americana, erede della tradizione lirica statunitense e maestra nel trasformare vissuti soggettivi e aneddoti in una ‘metafisica del quotidiano’  e delle sue colleghe e contemporanee.   Poesia  che  la stragrande  maggioranza dei lettori conosce poco  anche perché l’editoria italiana non è molto disponibile a pubblicare opere di poesia americana se non alcune antologie che  tentano di  dare una informazione sul panorama  di questa ,per così dire  “arte”.

Anche se oggi la poesia americana, come dicono alcuni studiosi è talmente viva che si potrebbero tranquillamente pubblicare cento antologie.

Certo,   quando parliamo di storia dei poeti americani, facciamo canonicamente  riferimento ad una tradizione letteraria che affonda le proprie radici nel periodo coloniale, ovvero tra il 1607 e il 1810, che attraversa il periodo romantico fino al 1865 e che sfocia nel periodo realista conclusosi intorno al 1950. Fino alla nuova poesia dei giorni nostri.

La Gluck dunque  sta insieme nel panorama moderno e contemporaneo della poesia americana   con  Anne Sexton ,Sylvia Plath ,la  canadese Anne Carson, la scrittrice canadese Margaret Atwood, la romanziera statunitense Carol Joyce Oates e la scrittrice caraibica naturalizzata statunitense Jamaica Kincaid.

Alessandro Carrera su Doppio zero scrive : “Se ieri mi avessero chiesto chi tra le più importanti poetesse americane sarebbe stata in lizza per il Nobel, avrei dovuto scegliere tra Anne Carson (canadese), Rita Dove (afroamericana), Louise Glück e Jorie Graham, e avrei scommesso su Anne Carson, la più “monumentale” fra tutte, quella che fin dall’inizio è sembrata la più destinata al ruolo di modern classic. Louise Glück ha molto in comune con Carson, soprattutto l’interesse per la classicità greca, gli archetipi della mitologia, e lo sguardo assolutamente disincantato. Ma Louise Glück ci aggiunge il lavoro del risentimento, verso l’anoressia giovanile superata a fatica, l’elaborazione del profondo desiderio di stare per conto suo, con la sola compagnia della lingua e delle parole. Non c’è, da parte sua, né rifiuto del mondo né della comunicazione tra gli umani, ma solo la realizzazione che uomini e donne possono essere uniti solo dalla profonda consapevolezza di ciò che li separa. Ho citato qui le sue due poesie più antologizzate (2), ma come accade spesso ai poeti che poi temperano col mestiere la loro inevitabile insofferenza giovanile, le ultime raccolte di Louise Glück sono più distese, narrative. Apro A Village Life del 2009 e tra tutti quei perfetti raccontini in versi non so cosa scegliere. Prendo a caso la conclusione di Harvest (Raccolto):

And then the frost comes; there’s no more question of harvest.

The snow begins; the pretense of life ends.

The earth is white now; the fields shine when the moon rises.

I sit at the bedroom window, watching the snow fall.

The earth is like a mirror:

Calm meeting calm, detachment meeting detachment.

What lives, lives underground.

What dies, dies without struggle.

E poi viene il gelo; del raccolto è inutile parlare.

Comincia la neve; finisce la finzione della vita.

La terra adesso è bianca; i campi splendono al sorgere della luna.

Io siedo alla finestra accanto al letto, guardo la neve cadere.

La terra è come uno specchio:

calma su calma, distacco su distacco.

Ciò che vive, vive sottoterra.

Ciò che muore, muore senza lotta.

Prima di analizzare qualche similitudine tra  Louise Gluck e alcune poetesse della sua generazione  o comunque  dell’ultimo Novecento vogliamo richiamare l’attenzione su una  antologia  Nuova poesia americana Vol. 1 (Ed. Black Coffe 2019, a cura di Freeman e Abeni), di cui sul web si possono leggere alcune recensioni  che ci aiutano, come già dicevamo a conoscere un po’ meglio alcune voci che ne fanno parte .  Una di queste recensioni è di Gianni Montieri  su Minima&Moralia in un articolo  del 31 gennaio 2020 “ Un viaggio nella nuova poesia americana” in cui afferma che  i curatori : “Freeman e Abeni (che ha tradotto come sempre in maniera superba) hanno messo insieme un’antologia armonica e molto significativa, che dice bene quale sia il passo che tiene oggi la poesia americana, vediamo chi sono questi autori, alcuni giovani, altri meno, nessuno di loro mai tradotto in italiano.(…) E dopo aver segnalato alcuni di quegli autori compresi nell’antologia afferma “…Tracy K. Smith, Terrance Hayes, Robert I. Hass, Natalie Diaz, Layli Long Soldier, Robin Coste Lewis. sono nati a distanza di anni l’uno dall’altro, hanno origini molto diverse; diversi sono gli stati di provenienza, diverse sono le etnie di origine (…)John Freeman e Damiano Abeni ci regalano sei poeti diversi tra di loro ma legati da una serie di fili cui accennavo nella prima parte dell’articolo. L’America della poesia è questa, è viva, è sterminata come il territorio dove nasce, è molte altre cose che nel tempo andremo a scoprire, a cominciare dai poeti del secondo volume che vedrà la luce entro il 2020” (3)

L’America  della poesia che  dovrà tenere conto delle risultanze delle urne del 3 novembre  probabilmente si avvia ad essere un’altra America . Che dovrà cercare  forse   una specie di “terra di mezzo  “ come quella che evocano poeti e poetesse di questa antologia

Tanto che  Sara Marzullo  il 16 gennaio 2020  su  Esquire  (4) presentando questa antologia  scrive :   “John Freeman e Damiano Abeni ci regalano sei poeti diversi tra di loro ma legati da una serie di fili cui accennavo nella prima parte dell’articolo. L’America della poesia è questa, è viva, è sterminata come il territorio dove nasce, è molte altre cose che nel tempo andremo a scoprire, a cominciare dai poeti del secondo volume che vedrà la luce entro il 2020  (…) A provare a raccontare questo momento letterario al pubblico italiano oggi ci sono John Freeman e Damiano Abeni per Black Coffee, una casa editrice che della ricerca di realtà indipendenti e coraggiose del Nord America prova a fare la sua bandiera: nasce così Nuova Poesia Americana, una collana antologica di poeti provenienti dal paese che un tempo era di Walt Whitman.Un tempo, sì, perché quando si leggono i testi di Robert L. Hass, Natalie Diaz, Tracy K. Smith, Terrance Hayes, Robin Coste Lewis e Layli Long Soldier – questi i sei nomi scelti da Freeman e Abeni per questo primo volume – a venire in mente non è tanto Whitman, né William Carlos Williams – cioè la poesia americana per come siamo abituati a pensarla, cioè fondativa e infraordinaria allo stesso tempo, ma un suono più cupo ed eccitante che sembra provenire contemporaneamente da un tempo antichissimo e dal futuro.”

Ma Sara Marzullo poi in quello stesso articolo su Esquire ci presenta un panorama molto più ampio  delle voci  della poesia americana . Nell’articolo  già citato  “La Nuova Poesia Americana brucia Una nuova generazione di poeti americani sta raccontando il presente e il futuro.” commenta anche un’altra antologia  pubblicata sempre di Black Coffee   che “  si chiamava non a caso Scrittori dal futuro, perché è da qui che sembrano provenire, il numero di Freeman’s (pubblicato sempre da Black Coffee) in cui l’ex editor di Granta sceglieva di pubblicare Solmaz Sharif, Ishion Hutchinson e Ocean Vuong, tre tra le voci più notevoli del panorama letterario contemporaneo (Sharif con Look si è stata finalista del National Book Award, di Vuong La Nave di Teseo ha pubblicato Cielo notturno con fori d’uscita e presto pubblicherà il suo primo acclamatissimo romanzo On Earth we’re briefly gorgeous, tradotto da Claudia Durastanti).”

Dunque è a  Nuova poesia americana “  e agli articoli di alcuni  studiosi, da cui ho tratto le brevi considerazioni  che ho riportato ,    che ci affidiamo per conoscere  questo mondo che come ripeto è poco divulgato in Italia attraverso la pubblicazione di autori come quelli qui nominati ed altri . Perché “…  è un tentativo di rimappare la poesia e la lingua con cui oggi si scrive negli Stati Uniti: il primo numero, con la sua varietà vivace di temi e voci, con un’apertura (Tracy K. Smith) e una chiusura impeccabili (Robin Coste Lewis dalla raccolta Voyage of the Sable Venus) è davvero un piccolo e felice evento. “

Ma dopo questo panorama  proviamo a fare un accostamento tra Louise Gluck e Anne Carson. (5) Entrambe si rifanno ad un mondo mitico e naturale ed in entrambe si trova però tradizione e innovazione che sono appunto ,come abbiamo cercato di dire le caratteristiche moderne e attuali della poesia americana. .

C’è una poesia di Gluck in cui si parla di un marito che se ne va : quello che resta sono  i fiori. Una fulminante idea di  quello che  Carson nei testi   (6)  tratti da The beauty of the husband nella bella (nel senso che davvero riesce a trattenere la bellezza del testo) traduzione di Patrizio Ceccagnoli raccoglie    affermando  che quello  che resta è qualcosa di più dei fiori  anche se non può essere  decifrati davvero se letto solo alla luce di una storia d’amore e di un abbandono.

Continua  poi  Antonella Anedda appunto nella presentazione di quest’opera ( riportata  su Nuovi   argomenti )“ Sono infatti molto di più ( i motivi ndr)e non solo perché come sempre tessuti fittamente citazioni che si accendono le une sulle altre, ma perché continuamente dislocati, interrogati insieme a chi legge in un discorso ironico che prevede la distanza e lascia entrare, problematizzandolo, il dolore. L’io che parla si sfalda e si specchia, smarrito nell’ambiguità dei pronomi creando in chi legge un effetto prospettico sghembo e straniante. La storia di un amore che viene tradito e finisce non esaurisce se stessa ma si intreccia in un entanglament che crea sovrapposizioni, simultaneità, correlazioni a distanza. “Saggio creativo” e “29 tangos”, questi i sottotitoli. Il saggio qui saggia il territorio di un matrimonio finito, l’intelligenza critica ne prende atto, il tango, i tanghi danno il ritmo. Un ritmo oscillante, perchè il matrimonio è “a swaying place…” Il matrimonio dondola, la parola splende: “Look how the word shines.” Come splende? Come una ferita che rilascia una sua luce come dicono i chirurghi. “A wound gives off its own light surgeons say”. “

La poesia di Gluck spesso la si colloca – scrive Paolo Armelli su Wired .it del 8 ottobre 2020  –  (7) in una tradizione tutta americana alla quale appartengono grandi nomi come Emily Dickinson, Sylvia Plath, Elizabeth Bishop e Robert Lowell. Ma un’altra caratteristica fondamentale di Glück è la sua propensione instancabile al cambiamento, tanto che anche i suoi componimenti sono difficilmente catalogabili univocamente sia nello stile sia nelle tendenze più ampie: “The master said ‘You must write what you see’/ But what I see does not move me. The master answered ‘Change what you see’”(“Il maestro disse ‘Scrivi ciò che vedi’, ma ciò che vedevo non mi commuoveva. Il maestro rispose ‘Cambia ciò che vedi’”).(…) Questo movimento continuo va cercato in quella che per questa poetessa è la dialettica fondante del nostro universo, quella fra vita e morte, fra creazione e distruzione: “It grieves me to think / the dead won’t see them – / these things we depend on, they disappear” (“Mi addolora pensare che i morti non le vedranno, queste cose su cui dipendiamo svaniscono”). Il tutto, poi, si risolve solo in una placida ma non rassegnata accettazione: “Why love what you will lose? / There is nothing else to love” (“Perché amare ciò che perderai? Perché non c’è niente altro che si possa amare”).

La poesia della Gluck ( 8)  piace ai media . “In un anno nel quale l’agenda mediatica, nel mondo culturale, è stata dettata da parole chiave come parità di genere, immigrazione, body shaming, neofemminismo eccetera, può non essere un caso che il Nobel sia andato a Louise Glück: donna, genitori immigrati (ebrei) ungheresi, un passato complesso e tormentato, da ragazza sofferente di anoressia, oggi professoressa emerita di una delle università più politicamente corrette d’America, Yale; nonché «National Humanities Medal» consegnatale nel 2015 da Barack Obama. E il fatto che la sua poesia Mock Orange, dalla raccolta Triumph of Achilles (1985), sia considerata un vero e proprio inno femminista in versi, non guasta (9)

La scelta del Nobel per la letteratura a Luoise Gluck è probabilmente la scelta di premiare un nuovo  modello  di poesia americana di cui la Gluck fa sicuramente parte, un modello che sta tra le radici  tradizionali e l’innovazione  di un linguaggio alla pari con la “rinnovazione” della società americana  che continuamente  riafferma  presupposti in gran parte  indiscussi che hanno  dato origine ai valori fondanti  della nazione e che  si esprimono nella democrazia ,prerogativa essenziale di quella società.

 (1)https://www.adnkronos.com/cultura/2020/10/08/nobel-letteratura-alla-poetessa-americana-louise-gluck_dTYdGV6JfjFzgEHGQQ6ENN.html

(2 ) che sono come  dice ancora  Alessandro Carrera  nell’articolo sopra citato  su Doppio zero  tratte dalla raccolta Descending Figure, del 1980:

The Drowned Children

You see, they have no judgment.

So it is natural that they should drown,

first the ice taking them in

and then, all winter, their wool scarves

floating behind them as they sink

until at last they are quiet.

And the pond lifts them in its manifold dark arms.

But death must come to them differently,

so close to the beginning.

As though they had always been

blind and weightless. Therefore

the rest is dreamed, the lamp,

the good white cloth that covered the table,

their bodies.

And yet they hear the names they used

like lures slipping over the pond:

What are you waiting for

come home, come home, lost

in the waters, blue and permanent.

I bambini annegati

Lo vedi, non hanno giudizio.

Per forza poi annegano,

prima il ghiaccio che li porta sotto

e poi, per tutto l’inverno, le sciarpe di lana

che gli ondeggiano dietro mentre affondano

finché infine se ne stanno quieti.

E lo stagno li solleva nelle sue molte, nere braccia.

Ma la morte gli arriva in un altro modo,

molto prossima al principio.

Come se fossero sempre stati

ciechi e senza peso. Perciò

il resto è sognato, la lampada,

la tela bianca, quella buona, che copriva il tavolo,

i loro corpi.

Eppure sentono i nomi che si usavano

come richiami scivolanti sullo stagno:

che cosa aspettate,

tornate a casa, tornate a casa, perduti

nelle acque, azzurre e permanenti.

Non ci sono compromessi. La poesia di Glück è irta, spinosa, fatta per mettere il lettore, e la lettrice, di fronte a uno specchio che tutto riflette tranne le sue brame (le brame di chiunque, incluse quelle dell’autrice). Basterà quest’altro esempio, da The Triumph of Achilles, del 1985:

Mock Orange

It is not the moon, I tell you.

It is these flowers

lighting the yard.

I hate them.

I hate them as I hate sex,

the man’s mouth

sealing my mouth, the man’s

paralyzing body—

and the cry that always escapes,

the low, humiliating

premise of union—

In my mind tonight

I hear the question and pursuing answer

fused in one sound

that mounts and mounts and then

is split into the old selves,

the tired antagonisms. Do you see?

We were made fools of.

And the scent of mock orange

drifts through the window.

How can I rest?

How can I be content

when there is still

that odor in the world?

Filadelfo

Te lo dico, non è la luna.

Sono questi fiori

che illuminano il giardino.

Li odio.

Li odio come odio il sesso,

la bocca dell’uomo

che sigilla la mia bocca, il corpo

dell’uomo che mi paralizza –

e il grido che esce sempre,

l’infima, umiliante

premessa dell’unione –

Stanotte, tra me e me

ascolto la domanda e cerco la risposta

fusa in un suono

che sale e sale e poi

si spacca nei vecchi sé,

gli stanchi antagonismi. Vedi?

Ci hanno preso in giro.

E il profumo del filadelfo

entra dalla finestra.

Come faccio a riposare?

Come posso sentirmi soddisfatta

se nel mondo

c’è ancora quell’odore?

(3) http://www.minimaetmoralia.it/wp/un-viaggio-nella-nuova-poesia-americana/

(4) https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a30514056/nuova-poesia-americana/

(5) Anne Carson (Toronto, 21 giugno 1950) è una poetessa, saggista, traduttrice e insegnante canadese. Anne Carson ha studiato lettere classiche alla University of St. Michael’s College dell’Università di Toronto, dove ha interrotto gli studi alla fine sia del primo che del secondo anno, prima di laurearsi del 1974. L’anno successivo ottenne anche la laurea magistrale ed il dottorato di ricerca nel 1982. Nel corso degli studi trascorse anche un anno all’Università di St. Andrews, dove studiò metrica e filologia greca. Nel 1986 Carson pubblicò il suo primo libro, Eros the Bittersweet, una versione rielaborata della sua tesi di dottorato. In essa, la classicista esplorava il tema dell’eros nella lirica greca e, soprattutto, in Saffo, concentrandosi soprattutto tra il legame tra amore e solitudine. Con un background in lingue classiche, letterature comparate e antropologia, Carson annovera tra le sue ispirazioni e modelli artistici la letteratura classica, ma anche Simone Weil, Virginia Woolf ed Emily Brontë. Ha insegnato lettere classiche all’Università McGill, l’Università del Michigan e all’Università di Princeton dal 1980 al 1987. Per la sua attività poetica ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui la Guggenheim Fellowship nel 1998 e il MacArthur Fellows Program nel 2000, oltre ad aver vinto due Griffin Poetry Prize (2001 e 2010) e un T. S. Eliot Prize nel 2001. All’attività artistica e di insegnante ha affiancato anche la traduzione di diversi classici del teatro greco, tra cui Elettra, Agamennone, Antigone, Oreste e Ifigenia in Tauride. (Wilkipedia  voce Anne Carson 9

(6) http://www.nuoviargomenti.net/poesie/la-bellezza-del-marito/

La bellezza del marito. Un saggio creativo in 29 tango di Anne Carson (The Beauty of the Husband: A Fictional Essay in 29 Tangos, 2001) nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli e parte dell’introduzione di Antonella Anedda.

(7) https://www.wired.it/play/libri/2020/10/08/louise-gluck-nobel-letteratura-motivazioni/?refresh_ce=

(8) Con la bravissima Louise Glück gli accademici ricordano al mondo che la “loro” letteratura abita ancora le alte sfere. D’altra parte il Nobel è sempre stato elitario  (perfino quando si è divertito a stupire con Bob Dylan, vincitore nel 2016). Glück in realtà in Svezia è molto tradotta ma certo, anche per la sua esigua produzione letteraria, non si può certo considerare come una scelta pop.

Durante l’annuncio la sala dell’Accademia svedese è vuota, nel rispetto delle misure di sicurezza imposte dalla pandemia. I pochi giornalisti sembrano persi (erano solo sedici), seduti distanziati nella fastosa stanza piena di stucchi e specchi al primo piano di un elegante palazzo settecentesco al centro di Stoccolma.  Su Twitter gli spettatori da tutto il mondo non arrivano a mille. Il Nobel del coronavirus si gioca sul digitale la sua possibilità di riscatto.
Il percorso per arrivare qui è stato accidentato, due anni di tribolazioni, polemiche, errori e correzioni che hanno scalzato gli accademici dall’Olimpo precipitandoli all’inferno. L’Accademia svedese, incaricata di scegliere il vincitore, godeva di un prestigio inscalfibile fino a quando non è stata travolta da uno scandalo sessuale di sesso e soldi inimmaginabile fino ad allora nel concistoro sacro della letteratura. I 18 membri dell’istituzione culturale più riverita al mondo hanno allora iniziato a litigare tra loro, ad accusarsi reciprocamente dando un pessimo spettacolo di sé.

Tutto comincia più di due anni fa sul quotidiano svedese Dagens Nyheter, quando 18 donne accusano di molestie  Jean-Claude Arnault, fotografo marsigliese marito dell’accademica Katarina Frostenson. Ci sarà un processo, Arnault finisce in carcere per violenza sessuale ed è accusato tra l’altro di aver spifferato i nomi dei vincitori agli scommettitori in più di un’occasione. Gravissimo, visto che  la Svenska Akademien finanziava il Forum, un club di lusso nel quale di incontrava il Bel Mondo culturale svedese, una sorta di anticamera del Nobel.
Dopo l’annus horribilis senza assegnazione del premio, la scorsa edizione gli accademici fanno di nuovo un passo falso, scegliendo di incoronare a fianco ad Olga Tokarczuk il controverso Peter Handke, amico di Miloševic e del governo revanscista serbo. Nuove polemiche, ancora defezioni: Kristoffer Leandoer e Gun Britt-Sundström decidono di lasciare il comitato esterno del Nobel che la Fondazione aveva affiancato a quello ufficiale. Un evidente commissariamento. Operazione fallita, il comitato del commissariamento non regge, i dispettosi accademici sono riusciti a farlo esplodere. Nel team che aiuta dall’esterno il Comitato Nobel a selezionare la shortlist dei candidati (in genere pronta già a maggio) sono al momento rimasti Rebecka Kärde, Mikaela Blomqvist e Henrik Petersen, ma il loro mandato è in scadenza e non è detto che venga rinnovato. Kärde, ascoltata da Repubblica poche ore prima del Nobel, ha detto che non sa “cosa avverrà nel 2021”
https://www.repubblica.it/robinson/2020/10/08/news/nobel-269864479/i

(9) Luigi Mascheroni Il Nobel alla poetessa che piace ai media  9 ottobre 2020 https://www.ilgiornale.it/news/cronache/nobel-poetessa-che-piace-ai-media-1895346.html

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