” LA VERITÀ E LA CULTURA ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- L’inno 1.48.1 del Ṛg-Veda, il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, così recita in uno splendido metro virāṭpathyābṛhatī:
saha vāmena na uṣo vy ucchā duhitar divaḥ |
saha dyumnena bṛhatā vibhāvari rāyā devi dāsvatī ||
Con (ogni) cosa piacevole, sorgi per noi in lontananza, Aurora, Figlia del cielo! Con alto prestigio, o radiosa, con ricchezza, o dea, tu che detieni i doni!
Si tratta dell’inizio dell’inno all’Aurora. Comincia con l’imperativo, modo dominante in tutto questo gruppo. Sahà è avverbio che denota una congiunzione reale, quindi vāmena, “cosa piacevole”, designa un oggetto concreto: si tratta di un bene che l’Aurora possiede (come dyumnena, “prestigio”, e rāyā, “ricchezza”) e che, attraverso la nota reciprocità degli atti vedici, conferisce all’uomo. Se la ricchezza è il dono naturale per la terza casta, il “prestigio” deve essere il dono brahmanico (cfr. brahmavarcasa dell’Atharva-Veda. ecc., dove il tema varcas, “splendore”, correlato a ruc-, è sinonimo di dyumna), con bṛhat (“solido”, da cui per Gonda deriva Brahman), che nasconde un’eco indebolita di brahman neutro. Da allora in poi vāma (che appare anche III. 61.6 sotto e cfr. a yahi vanasā X. 172, 1, probabile richiesta all’Aurora, “vieni con i tuoi beni, i tuoi benefici!” anziché “…con la tua grazia oppure: con la tua bellezza!”, traduzione talvolta adottata con riferimento al latino uenus, ma indimostrabile) deve riferirsi al tipo di doni specifici della casta dei guerrieri. In effetti, vāma è sbiadito: “piacevole” o anche “buono”, ma pure “bello”.
Il Ṛg-Veda è scritto in sanscrito vedico, la fase più antica di questa lingua dalla bellezza divina ma dalla difficoltà diabolica.
La parola saṃskṛta, attestata fin dal Rāmāyaṇa come termine linguistico, significa propriamente “compiuto, perfetto”: allude implicitamente a saṃskāra, vale a dire ai processi di “completamento” grammaticale (e più tardi anche stilistico) grazie ai quali la materia prima del linguaggio, prakṛti, viene portata alla perfezione formale; o, come dice poeticamente il più antico scrutatore della lingua, l’autore dell’inno X.71 del Ṛg-Veda, viene “chiarito” come “il grano viene chiarito utilizzando il setaccio” (saktum iva titaunā punantaḥ).
Probabilmente esisteva fin dall’inizio una connotazione spirituale: saṃskṛta evoca anche la serie di purificazioni religiose, i sacramenti (saṃskāra) attraverso i quali passa l’indù di alta casta, tra la nascita e la morte. L’idea della grammatica come strumento di purificazione è presente nel commento grammaticale più antico, il Paspaśā di Mahābhāṣya, così come in tutto il Mimāṃsā.
Simbolicamente la luce ha a che fare con il divino e non è un caso che il più antico libro dell’umanità chiede alla luce, personificata nell’Aurora, i doni per le tre caste vediche: brahmani, guerrieri, artigiani.
Il primo vagito dell’umanità si esprime con la richiesta di aiuto rivolta alle divinità. Sin dai documenti più antichi del mondo abbiamo il contatto con il divino.
Pensiamo anche al mondo ittita: di tutte le tavolette ritrovate l’80% ha carattere religioso. Ricordiamo che nel mondo ittita vi era anche una forma di magia, adatta a evocare le potenze teurgiche per ottenere favori. I rituali magici ittiti vengono indicati prevalentemente con l’ideogramma SISKUR, corrispondente all’ittita aniur, che significa “fare, produrre”, un po’ come oggi si usa la parola “fattura”.
Nel mondo antico la magia e il sapere religioso (la magia era parte integrante del rito religioso) si basavano sullo studio attento dei fenomeni naturali e antropologici. Possiamo dire che la cultura precedeva il rito, che ne era la applicazione pratica. Per questa ragione il termine greco magoi significa anche tout court “sapienti”.
Allora il rito sacrale derivava da una società che poneva lo studio e il pensiero ai vertici della scala valoriale. Oggi invece la cultura è fatta più di sensazionalismo che di pensiero.
Nel 1985 il sociologo Postman criticava ferocemente l’andazzo che stava prendendo la cultura: egli si riferiva all’effetto deleterio della televisione. Se nell’Ottocento, ad esempio, il dibattito pubblico era caratterizzato da serie e lunghe riflessioni che comparivano sui giornali dell’epoca, la televisione ha appiattito tutto quanto. Due insigni personaggi discutevano per mesi su un argomento e le loro argomentazioni venivano riportate sui giornali, che erano letti da cerchie di pensatori che formulavano delle critiche costruttive motivate. Invece oggi la televisione si è ridotta a dare delle veline che durano pochi minuti e soprattutto a un pubblico non specialista e molte volte distratto, ma che nondimeno deve formarsi una opinione anche in vista di future elezioni. Postman morì nel 2003, quindi non fece in tempo a vedere la situazione attuale, ancora più grave, costituita da Facebook e da Twitter, dove la informazione si è ridotta a un post di poche righe e addirittura viene frequentemente sostituita da immagini basate sul sensazionalismo.
Xun elabora il concetto di “ipnocrazia”: la contemporaneità si caratterizza per un potere non basato sull’oppressione diretta bensì su una falsa informazione. Noi utenti dei media e dei social abbiamo una coscienza logaritmica, programmata da intelligenze artificiali e calcoli matematici che hanno lo scopo di sostituire la realtà e la retta informazione con “narrazioni ipnotiche”, create ad arte non per informare bensì per manipolare. Crediamo di capire ma assorbiamo delle vere e proprie menzogne “nella notte della ragione”.
Certamente questa situazione in cui si sono ridotti il dibattito pubblico e la formazione delle opinioni è causa ma anche conseguenza dell’impoverimento dei valori, di cui tutti i media parlano. Il sociologo Weber si esprimeva in termini di “politeismo etico”: una configurazione sociale nella quale le persone sono sempre più fisicamente vicine (e diremmo adesso anche connesse) senza però un linguaggio e un sistema etico di riferimento in comune.
Già Pirandello ne Il fu Mattia Pascal riconosceva quello spegnimento dei “lanternoni”, cioè delle grandi ideologie, come la religione, lo stato, il patriottismo, che si stava affacciando alla ribalta di quell’epoca, e che adesso è diventato puro nichilismo.
Ai nostri giorni abbiamo a che fare con una parola (scritta e parlata) che non è più “purificazione”, attività che cerca di chiarificare e anche di chiarire le idee. Non abbiamo più il pensiero che la fa da padrone, ma esso è relegato in un cantuccio, oppresso dalla immagine, dal clamore e dal sensazionalismo. Questo perché i valori di una volta, che informavano quella parola, non ci sono più, almeno all’apparenza. Ragion per cui, oltre alla parola, anche il rito magico e religioso sembra eclissarsi in uno scetticismo di fondo, che ingrigisce ogni attività umana. Weber parlerebbe di “disincanto del mondo”, prodotto per lui dal capitalismo.
Probabilmente lo spirito dell’umanità si sta trasformando. Anticamente i valori erano monolitici e solidissimi, adesso si fa strada non il Principio assoluto a cui le masse credono ma valori settoriali, che esistono sempre ma trasformati, cioè sono espressione più della individualità che della collettività.
Da tempi immemorabili la filosofia gnostica riconosce che il conoscere, ciò che si conosce e chi conosce sono la stessa e identica cosa. Ragion per cui la verità non è un oggetto bensì una identità: il mondo interiore del soggetto che abbraccia inscindibilmente quello esterno. Nel monastero Shaolin vi erano tante religioni quanti erano i monaci. È significativo che il termine sanscrito marga, “sentiero”, significava all’inizio “orma di antilope”, come a dire che la vera via è quella individuale, il vero valore da ricercare non sta nel collettivo ma in ciò che vede e sente il singolo: c’è una via valida quanti sono i piedi che la calpestano.
Tuttavia il quadro da noi proposto si complica in quanto l’uomo non è una monade, che la vede unicamente come gli pare. Gli psicologi oggi parlano di “intersoggettività”.
L’uomo dei nostri giorni, quello perlomeno delle società più avanzate, è passato da un livellamento collettivo, che schiacciava le individualità, a un’altra forma mentis, non completamente individualistica ma che, pur nella socialità o intersoggettività che dir si voglia, si apre maggiormente alle esigenze del singolo.
Oggi l’uomo è più vicino fisicamente ai suoi simili e più connesso con i social, però è più solo moralmente. Il crollo dei “lanternoni”, delle grandi ideologie lo strappa dai valori condivisi e gli apre un mondo oscuro, dove si trova a dover risolvere i problemi esistenziali con le proprie forze mentali, vale a dire i valori più del singolo che della massa.
Nell’antichità l’uomo condivideva grandi ideologie, che erano certezze. Il termine greco idea deriva da una radice che significa “vedere”. Era oggettivo credere in Dio come se fosse una verità scientifica. Per tale ragione era normale praticare riti, perlopiù collettivi, che chiedevano beni e risorse alla dimensione magico-sacrale.
Invece adesso il nichilismo imperante pone ogni asserzione sul crinale del dubbio. Anche la verità scientifica è tale solo fino a prova contraria: è questa la sostanza del metodo galileiano. Pertanto l’uomo vede eclissarsi il religioso, che si è trasformato in una esperienza da oggettiva (da tutti condivisa) a intimistica e personale. Ne consegue che la religione non è più un grande contenitore per tutti e per ogni esigenza, come facevano i Veda, per cui nell’inno all’Aurora testé riportato ognuna delle tre caste chiedeva dei benefici. Ma la religione è diventata sempre più un post-teismo.
Il teismo ha dominato incontrastato per millenni: esso riconosceva un dio (theos) o più dei di natura personale, ai quali chiedere benefici con riti ben standardizzati. Invece il post-teismo riconosce il sacro in sé e non divinità personali.
Secondo l’ottica post-teista, il sacro è una dimensione psichica umana, per cui nel rito religioso ci si rivolge non a un essere personale superiori bensì al proprio inconscio, che così viene integrato nella persona del singolo individuo.
Certamente la visione post-teista pone molti interrogativi alle grandi religioni del passato, che sopravvivono, ma hanno sempre meno aderenti. Nell’ambito cristiano ci sono fazioni progressiste che stanno rielaborando le verità di fede: è anche il cosiddetto modernismo, in passato osteggiato dai papi.
In questa crisi di valori e del sacro che accompagna l’uomo contemporaneo, una sola cosa è certa: l’uomo sente il bisogno di Dio. Che lo si intenda in senso personale, con la barba e la veste bianca, oppure in maniera più psicologica e individualista, l’uomo sente il richiamo del sacro.
L’epoca attuale ha dimenticato Dio ma ha riscoperto il sacro in molte altre maniere. Che sia un collegamento al proprio inconscio? Che sia un richiamo del Dio personale che si camuffa in siffatta maniera?
Dio non può essere messo in soffitta, solo per il fatto che l’uomo ha cambiato atteggiamento nei suoi riguardi e nei riguardi delle istituzioni religiose. Dio non può essere relegato nei sottofondi della psiche umana. Cartesio diceva “cogito ergo sum”, “penso quindi sono”, i teologi però rispondono “cogitor ergo sum”, “sono pensato quindi sono”.
La frase latina “vocatus atque non vocatus Deus aderit” significa “chiamato o non chiamato, Dio sarà presente”. Fu fatta incidere sulla casa di Carl Gustav Jung a Küsnacht e trae origine dall’oracolo di Delfi. Sottolinea l’idea che Dio è sempre presente, indipendentemente dal fatto che ne siamo consapevoli o meno.
Dio è il Creatore di tutto. Dire che siamo frutto del caso o dell’uomo, in questa assenza dilagante di valori oggettivi che vengono messi continuamente in crisi, è come dire che pigiando a caso una tastiera di un PC esce fuori la Divina Commedia.
Dovremmo pensare più spesso che siamo mortali, così penseremmo di più a ciò che viene dopo e a Dio che ci aspetta per giudicarci.
Nella filosofia esistenzialista tedesca, il concetto di “essere per la morte” (Sein-zum-Tode) è centrale, specialmente in Martin Heidegger. Questo concetto non indica semplicemente la fine della vita, ma piuttosto la consapevolezza della propria mortalità come condizione fondamentale dell’esistenza umana, che permette all’individuo di dare un senso alla propria vita e di scegliere come viverla autenticamente.
Con la morte non finisce tutto: saremo giudicati per l’eternità, checché ne dicano i filosofi contemporanei. Quindi dobbiamo prepararci da subito a questo momento fondamentale del nostro transito terreno.
Bibliografia
- N. Postman, Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Roma 2021;
- L. Renou, Ètudes védiques et pāṇinéennes, vol. 3, Paris 1957;
- L. Renou, Historie de la langue sanskrite, Lyon 1956;
- M. Weber, Politeismo dei valori, Brescia 2010;
- J. Xun, Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Roma 2024.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 56 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
