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QUANDO LA RETE DIVENTA UNA TRAPPOLA-ALESSANDRO CERRITELLI

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Redazione-Se nei decenni passati si sentiva parlare molto spesso di bullismo, inteso come una qualsiasi forma di violenza psicologica piuttosto che fisica all’interno di un determinato ambiente sociale (nella maggior parte del casi la scuola), oggigiorno è sempre più frequente imbattersi in episodi di cyberbullismo, un fenomeno simile al bullismo che, invece di svilupparsi all’interno della scuola, lo fa in rete, in uno spazio che può essere definito come “non luogo” per la sua astrattezza. Il cyberbullismo non è però un qualcosa di marginale o secondario, poiché coinvolge un numero sempre maggiore di giovani e, per questo motivo, non può essere ignorato dalle istituzioni. Di recente, queste ultime, con la legge 29 maggio 2017 n. 71, hanno voluto dichiarare l’esistenza di questo fenomeno, definendolo come una “qualunque forma di pressione, aggressione, […] ingiuria, […] diffamazione, […] realizzata per via telematica”. Inoltre sempre con la stessa legge, esse si pongono l’obiettivo di contrastare il fenomeno con azioni a carattere preventivo, di tutela ed educazione nei confronti dei minori. Tuttavia, al fine di prevenire questo fenomeno, bisogna dapprima individuarne le cause ed attribuire le responsabilità. Una prima motivazione alla base del cyberbullismo è la mancanza di consapevolezza dei giovani per quel che riguarda, in questo caso particolare, ciò che pubblicano e commentano sui social network. I giovani infatti devono essere consapevoli che le proprie azioni in rete possono produrre effetti negativi anche nella vita reale e per un tempo indefinito. Ciò è proprio quello che si può constatare nella vita di tutti i giorni: numerosi sono i casi di cronaca nei quali l’inconsapevolezza di alcuni ragazzi porta loro a far “girare” su applicazioni di messaggistica (ad esempio Whatsapp) immagini o video di compagni nei quali questi ultimi sono mostrati in situazioni imbarazzanti, mettendoli così in ridicolo e rendendo la loro vita quotidiana un vero e proprio incubo. Tuttavia, un atto di bullismo, per compiersi, richiede una vittima, un esecutore e la presenza di spettatori. Ecco quindi come, oltre alla vittima e al “carnefice”, una grande responsabilità viene assunta dagli spettatori. Essi infatti possono essere definiti come l’ago della bilancia, perché sono in grado di aumentare l’intensità della violenza, oppure far cessare l’atto di bullismo. Gli spettatori, a ben riflettere, sono responsabili della “viralità” di un video, poiché non solo possono far aumentare le sue visualizzazioni ma, condividendolo sui loro profili, riescono a farlo diffondere rapidamente, facendo in modo di far crescere la popolarità del video stesso. Gli spettatori però potrebbero anche far cessare l’atto di bullismo semplicemente ignorandolo. Se tutti quanti decidessero di voltare le spalle, una violenza così come anche il persecutore, potrebbero facilmente cadere nel dimenticatoio. Purtroppo però la realtà è ben diversa, poiché l’atteggiamento degli spettatori è molto spesso volto a fomentare gli atti di cyberbullismo. Ciò accade essenzialmente perché lo spettatore medio, come si può evincere dai fatti di cronaca, prova una sorta di piacere nel puntare il dito su coloro che sono più deboli, probabilmente perché così facendo riescono a sentirsi forti, senza però tenere in considerazione lo stato d’animo della vittima. Queste situazione, che può essere definita a tratti drammatica, presenta tuttavia delle eccezioni. Infatti, anche se la maggior parte degli attacchi di cyberbullismo avviene su internet, esso stesso è uno dei primi luoghi dove le persone coinvolte cercano aiuto e suggerimenti. Oltre alla massa di spettatori che favoriscono i fenomeni di cyberbullismo, vi sono anche alcuni gruppi di persone che tramite blog e siti web sostengono coloro che hanno subito o stanno subendo violenze psicologiche in rete. Nonostante questi gruppi di supporto e una serie di disposizioni a tutela dei minori previste dalla legge 29 maggio 2017 n. 71, però, rimane ancora molto da fare a riguardo, perché i casi stanno aumentando inesorabilmente e, di conseguenza, anche le vittime. Vi è quindi la necessità impellente di trovare soluzioni concrete ed efficaci per evitare che le vittime possano cadere in depressione commettendo gesti drammatici

(ad esempio il suicidio), gesti che non dovrebbero mai accadere.

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