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INTERVISTA DELLA DOTT.SSA MARTA TRAVAGLINI AL SEGRETARIO DEL PARTITO COMUNISTA MARCO RIZZO

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Redazione- Con la passione che lo caratterizza Marco Rizzo espone in modo chiaro, senza utilizzare il politichese ambiguo del nostro periodo, la condotta da adottare in politica economica:

<<Da tempo uno dei temi centrali della sua politica preme sull’uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dal sistema della moneta unica. Ipotizzando un futuro senza Europa, quale sarebbe il futuro dell’Italia? Quali politiche dovrebbero essere applicate?

Per noi uscire dell’Unione Europea significa uscire dai vincoli che incatenano i popoli. Non lo diciamo da ora. Fa parte del programma del nostro partito fin dalla sua fondazione. Già nel 2012 ho scritto un libro per Baldini&Castoldi, Il golpe europeo, in cui denunciavo che la costruzione dell’UE e dell’euro non sono “errate” o “incomplete”, ma hanno risposto a precisi interessi della borghesia monopolistica europea.La crisi innescata dal Covid-19 porta tutto ciò alle estreme conseguenze. La via d’uscita prevista dai governanti è solo quella del debito, MES o Coronabond o Recovery fund che sia. Questo debito dovrà prima o poi scaricarsi sulle spalle del contribuente e quindi dei lavoratori.I Trattati europei impongono la moneta a debito, lo stato non si può “stampare” moneta, cosa che sosterrebbe in questo momento il PIL senza gravare sui due parametri che ci inchiodano ai mercati, il rapporto debito/PIL e deficit/PIL. In una fase recessiva, in cui il problema è opposto a quello dell’inflazione, cosa impedisce di perseguire questa politica, se non i trattati europei? In realtà chiunque capisce che aumentare la dipendenza della nazione dal debito significa consegnarla ai suoi strozzini, italiani e stranieri. È lo stesso meccanismo che sta agendo in questi giorni nel privato con le file agli sportelli dei banchi di pegno e chissà cosa succede nei salotti degli strozzini privati.I Trattati militari internazionali, come la NATO, impongono all’Italia la partecipazione a “missioni di pace” che invece sono di guerra, dalle quali l’Italia non ha nulla da guadagnare, ma solo da perdere. Se è vero che le sue “quotazioni”, in realtà ciò va a vantaggio solo delle multinazionali che riescono a sfruttare lucrosi contratti sulle forniture militari, come abbiamo visto in questi giorni a proposito della commessa delle fregate da costruire per la US-Navy. In realtà ciò ci si ritorce contro con l’incremento della popolazione di profughi che cerca scampo da noi scappando dalle guerre che andiamo a fare o a sostenere fuori dai nostri confini.Siamo a un bivio. O si continua su questa strada che arricchisce i pochi e impoverisce i più, o si cambia radicalmente sistema. L’Europa non è riformabile, i trattati non sono riformabili, non solo politicamente, ma anche giuridicamente se non all’unanimità. Quindi o si rompono o niente.

 

Quale il futuro fuori dall’Europa?

Premetto che noi non pensiamo a un’uscita seguendo lo schema Brexit, ma di segno totalmente opposto. Per semplificare, diciamo che si può uscire “a favore dei padroni” o “a favore dei lavoratori”.A favore dei padroni significa che il debito si converte in una nuova moneta, ma resta debito da pagare. Che le grandi imprese strategiche, a cominciare dalle banche, restano private, compresa la banca centrale e quindi il dominio resta quello della borghesia. Questo scenario per noi sarebbe terrificante perché, se a interpretarlo politicamente dovessero essere i “sovranisti” nostrani, ci porterebbero al disastro più assoluto. Avremmo pagato un sacco per entrare nell’euro, ne stiamo pagando terribili conseguenze per restarci, non voglio pensare a cosa costerebbe uscirne con quelli là. La nostra proposta è diametralmente opposta.Primo, nazionalizzazione dalla sera alla mattina di tutte le grandi imprese strategiche e degli istituti di emissione di credito senza indennizzo e con affidamento ai lavoratori, i quali soli sono la garanzia di una corretta gestione delle aziende, “decidere cosa, come, quanto e dove produrre”!Secondo, rifiuto del debito pregresso a tutti i livelli, garantendo solo il piccolo risparmio e rinnegando il credito dei grandi speculatori internazionali. Per loro non sarebbe un gran danno; tutto sommato 2.300 miliardi bruciati sono né più né meno che una giornata delle borse di tutto il mondo andata un po’ male (-4,4%).Non sottovalutiamo che misure di questo genere avranno un impatto enorme e infatti noi la chiamiamo rivoluzione e ci vorrà tutta la forza del popolo italiano per sostenerla. Come in tutte le rivoluzioni ci saranno enormi forze all’interno e all’esterno che si opporranno. Infatti questo scenario si deve inserire in una crisi epocale del sistema capitalistico occidentale che non coinvolgerà solo l’Italia.Come diceva Lenin “le rivoluzioni scoppiano quando quelli di sopra non possono più governare come prima e quelli di sotto non vogliono essere più governati come prima”. Ma il nostro compito non si adagia nell’attesa dell’ora x, ma la prepara attivamente facendo passare nelle coscienze dei lavoratori che un’alternativa c’è, sia all’europeismo della falsa sinistra che al “sovranismo” della destra.A quel punto il futuro dell’Italia sarà riscritto dalla nuova classe dominante, i lavoratori e le loro nuove forme di controllo politico ed economico della produzione. Saranno i lavoratori a governare le aziende e saranno le loro istituzioni a gestire la loro pianificazione statale.A quel punto non c’è limite allo sviluppo. Grandi politiche di risistemazione e manutenzione del territorio, di sviluppo della cultura e dell’istruzione, una vera svolta ecologica basata su lavoro e sicurezza per tutti.Se l’unico limite alla produzione sono le nostre forze, che al momento sono largamente sottoutilizzate – si pensi solo a quante braccia sono ferme per la disoccupazione perché il loro prodotto non può essere venduto a causa della sovrapproduzione che non genera profitti – quando la produzione non sarà indirizzata al profitto ma al benessere, questo vincolo antistorico scomparirà.Nuovi accordi internazionali potranno essere stipulati sulla base della reciprocità e del muto interesse, al contrario di oggi. L’Italia è un grande paese e non mancherà chi vorrà collaborare con noi.

 

Il 2 Giugno sarete in piazza come Partito Comunista a manifestare contro il governo. Cosa rimprovera alla classe governativa? In cosa sta sbagliando?

Il governo non sta “sbagliando” nulla, sta eseguendo bene i compiti che la classe dominante gli ha assegnato: arricchire i ricchi e impoverire i poveri.Come si può pensare che la disastrosa gestione dell’emergenza possa essere solo frutto di incompetenza? Si sono lasciate le famiglie alla fame senza avere realizzato neanche un minimo di assistenza, se non sostenendo le associazioni umanitarie. Ma queste cose le dovevano fare le prefetture prima persona o dare subito soldi ai comuni! Il credito promesso passa dalle banche che ci speculano. Ma perché non si attivano direttamente le agenzie statali. La cassa integrazione non arriva perché si passa da pratiche farraginose. È incompetenza o malafede?Però, quando la FCA chiede un prestito che prosciugherà il fondo previsto per le aziende in difficoltà, mentre si riempie le casse col dividendo per gli azionisti e in primis alla famiglia Agnelli, il ricatto occupazionale scatta e funziona subito.Quando si tratta di sostenere la sanità pubblica dopo che tutti i governi che l’hanno preceduta l’hanno massacrata, perché si è capito che senza di quella si va a fondo, tutti esaltano gli “eroi”, ma ora quegli eroi che hanno dato il sudore e la vita nelle trincee degli ospedali, ancora attendono la stabilizzazione.In Lombardia non ci sono i tamponi per tutti, però si è fatto un ospedale per le emergenze perfettamente inutile. I medici lo hanno detto da subito che una struttura di emergenza scollegata dagli altri reparti non può funzionare. Così però si sono buttati tanti soldi che saranno finiti nelle tasche di chi ha speculato.Il 2 giugno alle ore 11 saremo in simultanea in piazza a Roma (a San Silvestro) e in tutte le principali città d’Italia per manifestare e ridare ai lavoratori e al popolo italiano la fiducia che è possibile contrastare tutto questo, attraverso la loro presa di coscienza, respingendo la rassegnazione e riorganizzandosi insieme contro gli speculatori che li stanno ulteriormente depredando.

Il 31 gennaio il governo firmò un documento che decretava lo stato di emergenza sanitaria nazionale legata al Covid-19 dalla durata di sei mesi. Per più di un mese siamo stati sommersi da rassicurazioni di ogni tipo, seguite da più di due mesi di lockdown. Se Marco Rizzo fosse stato Presidente del Consiglio, come avrebbe agito in quelle circostanze?

 

Il governo ha fatto il contrario di quello che doveva fare. Ha tardato nel prendere le misure corrette in tempo, che già altri paesi in Asia avevano fatto. Questo su pressione di Confindustria che aveva paura dei contraccolpi sui suoi profitti. Poi, quando si sono resi contro che l’Italia era al centro della bufera pandemia, hanno chiuso. Ma cosa hanno chiuso? Le piccole attività, mentre le grandi imprese, dove si assembrano centinaia di lavoratori non hanno mai chiuso. Il piccolo tessuto produttivo è stato colpito in modo forse irreparabile. Un reale investimento sui trattamenti per la cura del virus già disponibili ora non si fa, mentre si attende un ipotetico vaccino che chissà quando arriverà. Nel frattempo si riapre esponendosi a rischi non calcolati. La osannata commissione di esperti ha prodotto un topolino che nessuno ha preso in considerazione. Del resto uno che ha fatto carriera nelle alte sfere del privato cosa poteva suggerire per la gestione della cosa pubblica?

Pasolini in molte delle sue interviste asseriva: “il vero fascismo è la civiltà dei consumi”. Quanto ha pesato sulla formazione di una coscienza politica critica una certa omologazione e massificazione culturale figlia della società dei consumi?

 

Qui si aprirebbe un discorso non solo politico ma soprattutto culturale amplissimo e faccio fatica a stringerlo in poche battute. Sul fascismo non sono d’accordo. Non usiamo le categorie politiche in modo improprio, altrimenti tutto è fascismo. Il fascismo è la rottura istituzionale che il sistema borghese produce in situazioni di emergenza nel conflitto con la classe operaia, non confondiamolo con la costante repressione che la società borghese esercita in situazioni normali. La civiltà dei consumi – e qui concordo con Pasolini – invece è uno stato di perenne sudditanza ai modelli “culturali” (ma di cultura sono la negazione) e non emergenziale. La società dei consumi è ciò che noi vediamo, ma la sua base è il capitalismo globalizzato, ossia la concentrazione sempre più forte dell’imperialismo. Cosa ci propone – o forse impone con le sue sofisticate tecniche di persuasione – la società dei consumi: nasci, produci, consuma, crepa. Cioè un modello in cui tutto è profitto: la sanità, la cultura, il tempo libero. Questa epidemia ha portato tutto ciò alle estreme conseguenze. Privatizzazione delle piattaforme di comunicazione anche per le scuole, piattaforme che oramai si impossessano di tutta la nostra vita. La novità della società dei consumi è che tu puoi anche dissentire e allora si crea lo spazio per il dissenso. Ordinato, gratificante per chi ci sta dentro. Purché questo dissenso sia conforme alle regole generali. Diversi orientamenti sessuali, alimentari, religiosi. Tutto può essere consentito nelle forme e nei limiti imposti da quello che una volta si chiamava il “sistema”, che poi non è altro che il capitalismo. L’unica contraddizione che non si può omologare è quella tra capitale e lavoro, perché essa mette in discussione i profitti. Non è la “massificazione” che mi spaventa, ben vengano i prodotti di sempre più largo consumo per tutti, a prezzi sempre più bassi. L’importante è che a pagare questa “massificazione” siano i profitti più alti e non i salari sempre più bassi. Siamo contenti che i prodotti costano la metà, ma quando il tuo salario si è ridotto a un quarto o è evaporato, ci hai guadagnato o ci hai perso? Quando il piccolo negozio sotto casa chiude perché non riesce a sostenere quei prezzi, è un bene o un male? Quel lavoratore va a casa e anche il barista accanto a quel negozietto non avrà più a chi fare il caffè o il panino.Vediamo per esempio che la società dei consumi è riuscita a fagocitare anche uno dei problemi che questa società sta portando al massimo grado di gravità che è il problema ambientale. La responsabilità viene deviata da quella delle multinazionali e dei complessi militari alla responsabilità individuale. Devi comprare il prodotto più ecologico se no il pianeta va a rotoli. Quindi usa il detersivo e non sprecare acqua, compra un prodotto ecologico prodotto dall’altra parte del mondo anziché il latte, l’olio e le zucchine del tuo territorio. Ma qualcuno lo sa che il 70% dell’inquinamento al mondo è prodotto dalle prime 100 multinazionali?

 Crede che avremo bisogno di una nuova lotta di classe? Qual è oggi il nemico da combattere?

Per noi marxisti la lotta di classe è il motore della storia. Ma è  quella fatta dai lavoratori contro i padroni (oggi il grande capitale globalizzato) non quella che viene fatta dal capitale contro i lavoratori.Si dice che le ideologie sono morte. In realtà hanno cercato di ammazzare la nostra, l’ideologia marxista, che poi è il distillato di tutta la storia del movimento comunista e operaio mondiale. Senza storia siamo dei dementi o dei bambini, e infatti ci vogliono bambini dementi. La loro ideologia, quella del profitto a ogni costo, è viva e vegeta. E contro di questa dobbiamo tornare a fare lotta di classe. Da leninisti e gramsciani ci rendiamo contro che però fare la lotta di classe non è una cosa spontanea, si fa avendo obiettivi e prospettive di breve, medio e lungo periodo molto serie e concrete. Si fa con un’organizzazione politica che si chiama partito comunista e con un sindacato di classe.

Cosa ha perso, negli anni, la sinistra italiana? Rispetto alla destra sembra essersi omologata anch’essa, ideologicamente, alla corsa sfrenata del liberismo economico. Il Partito Comunista, oggi, come si pone in merito ai temi di immigrazione e diritti civili?

 

Sulla prima frase sono perfettamente d’accordo, lo denunciamo da anni. Perdere l’ideologia, assumere l’ideologia del nemico significa perdere la propria ragion d’essere. Ed è per questo che la cosiddetta sinistra oggi rappresenta la  più strenua difesa degli interessi del grande capitale globalizzato. Ma la destra “sovranista” si colloca esattamente nello stesso settore e contende a questa sinistra le posizioni come un concorrente e non come un avversario.Il Partito Comunista si colloca al di fuori di questa scelta tutta interna al campo borghese. Abbiamo visto le nostre proposte politiche ed economiche che sono incompatibili con quelle del capitalismo.In merito ai diritti civili noi abbiamo una posizione chiara. Storicamente i diritti delle donne, dei giovani, dei lavoratori stranieri sono andati avanti quando il movimento operaio era forte, quando quest’ultimo è andato indietro sono arretrati tutti gli altri. Singolarmente ogni diritto civile potrebbe essere integrato nel sistema borghese. Mi spiego con un esempio. Aumentare il numero di donne al comando cambia la condizione di sfruttata per la lavoratrice? Intendo avere la Lagarde o la Von fer Layen in sella cosa cambia rispetto a prima? In realtà quelle donne che vogliono contendere ai maschi i posti di comando si arrampicano sulla testa delle altre donne, facendo credere loro che lottano per i diritti di tutte, e invece, una volta arrivate ai posti di comando, sono uguali ai loro colleghi maschi. Draghi o Lagarde, che differenza fa per una cassiera del supermercato? Invece i diritti delle donne vanno sorretti a partire dalle condizioni delle lavoratrici che soffrono storicamente di un doppio sfruttamento, in casa e al lavoro.Lo stesso per le condizioni degli Africani o degli afroamericani . Che vantaggio hanno avuto  questi ultimi dopo otto anni di presidenza Omaba?Andiamo quindi al tema dell’immigrazione.Vorrei intanto fissare i termini generali. Una cosa è l’immigrazione in Italia che riguarda cinque milioni di persone che lavorano da anni sul nostro territorio. Una cosa è il fenomeno dei profughi che scappano dalle guerre che l’Occidente è andato  a fare lì. Dalle guerre non si scappa solo perché ti cadono le bombe sopra la testa, ma anche per le guerre commerciali e quindi distinguere i profughi per ragioni economiche dai profughi per ragioni belliche è impossibile. Chiunque scappa dal proprio paese deve avere un motivo gravissimo per farlo. I lavoratori vanno sostenuti nelle loro lotte e soprattutto va evitato che essi siano doppiamente sfruttati, come lavoratori e come stranieri. Ciò non solo per salvaguardare la loro dignità, ma anche per evitare la guerra tra poveri coi lavoratori italiani. Solo regole stringenti, applicate davvero, sui contratti di lavoro può far sì che i lavoratori non vengano messi gli uni contro gli altri. Ma ciò vale per italiani e stranieri, donne e uomini, giovani e anziani, per tutti. Le regolarizzazioni per intenderci alla Bellanova, sono l’esatto contrario di quello che noi vogliamo. Non un pezzo di carta che metta al riparo il padrone e lasci libertà di sfruttamento, ma vogliamo che i diritti vengano garantiti a tutti. Del resto un lavoratore straniero, ma cittadino europeo, polacco o rumeno ha più garanzie di uno ghanese o meno di uno italiano? Sui campi dove sudano, sui tetti dove si arrampicano, non c’è differenza.

 

 Notiamo sempre di più come il popolo continui ad assumere un carattere fazionista d’innanzi a nuovi e vecchi fantasmi politici (come la classica diatriba tra fascisti e comunisti). Come viene usata oggi la famosa strategia del divide et impera? Il popolo italiano troverà mai la tanto sperata unità?

Tra fascisti e comunisti non c’è una diatriba, c’è un fossato incolmabile scavato dalla più spietata dittatura della borghesia italiana, da un lato, e la storia del popolo italiano costituita dalla Resistenza, dall’altro.  Certo i partigiani non avrebbero voluto una Italia come questa Questa divisione non viene usata dal potere borghese per dividere, anzi la sua cancellazione è uno degli strumenti per la distruzione dell’ideologia dei lavoratori. Per noi comunisti l’antifascismo è parte incancellabile della nostra storia, antifascismo connesso con l’anticapitalismo e non antifascismo di parata buono un giorno all’anno. Antifascismo nei quartieri popolari, nelle scuole, nelle fabbriche, nei campi. Ma anche nelle istituzioni. Ricordiamo l’abominevole equiparazione di fascismo e comunismo fatta recentemente dal parlamento europeo.Il popolo italiano può trovare unità sul terreno delle lotte comuni di tutti i lavoratori, quando capiranno che il fascismo per loro è stato ed è sempre un grande inganno, l’alternativa falsa che non esiste se non nelle narrazioni che lo stesso potere borghese fa di se stesso.Nel dopoguerra una seria opera di defascistizzazione non è mai stata fatta, né nelle burocrazie, né nella cultura. Si è visto quando, dopo la scomparsa del PCI e della sua egemonia che esso ha rappresentato, una ideologia parafascista è ritornata a galla. In effetti l’opera del PCI era viziata da un grande equivoco, pensare che si potesse pacificare il popolo italiano dimenticando le responsabilità individuali del passato. Ciò ha aperto la strada a riconoscere colpe inesistenti, ad ammettere responsabilità improprie. Il tutto al fine di “pacificare”, come se fosse una lite tra amici che comunque devono spartirsi la responsabilità della disputa per poterla superare. No, qui non c’è nulla da superare. I carnefici sono carnefici e le vittime sono le vittime. C’era chi era dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. Nella maggior parte dell’Europa si è fatto così, ma non in Italia.

Nei suoi recenti posti su Facebook, ha criticato aspramente l’operato del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina. Parlando di scuola: quanto crede sia importante studiare la storia per comprendere il presente?

Sulla ministra Azzolina stenderei un velo pietoso. Una volta era la satira a fare la caricatura dei politici, ora sono i politici a fare la caricatura della satira.Sulla scuola si potrebbe aprire un capitolo infinito, mi limito a rispondere alla domanda sulla storia.Per i marxisti lo studio della storia è basilare. Però non la storia scritta dai vincitori, dai padroni che stanno vincendo la lotta di classe. I libri di storia di oggi sono inguardabili, nella forma e nel contenuto. Tutte belle figure colorate. Ma la storia è un’altra cosa. È lo studio delle lotte dei popoli contro i loro oppressori. Oggi invece tutto viene cancellato in una melassa senza senso.Per esempio. Nei libri di oggi viene sempre più usata la categoria di “totalitarismo”, ovviamente per far passare l’equiparazione tra nazismo e comunismo di cui abbiamo già parlato. A parte che questa è una categoria antistorica perché non definisce in alcun modo il suo riferimento. Cos’è una società “totalitaria”? In origine ci si riferiva con questo termine a una società in cui lo stato si occupa di tutte le attività del singolo cittadino. Ma oggi il significato è completamente politicizzato. Leggiamo dalla Treccani: «Estendendosi in seguito a connotare sia il regime nazista, sia i vecchi e nuovi sistemi comunisti, il t. è entrato nel linguaggio comune per descrivere una forma politica caratterizzata da assenza di strutture e controlli parlamentari, dalla presenza di un partito unico, dalla soppressione delle garanzie di libertà e pluralismo proprie dello Stato di diritto.»Se voi chiedeste a un cittadino italiano a quel società una tale definizione si attaglia, cosa risponderebbe? Un parlamento espropriato da poteri occulti che si trovano chissà dove. Una finta diatriba tra partiti che propongono la stessa cosa, dalle privatizzazioni al debito perenne. Le libertà e il pluralismo assicurato solo alle classi dirigenti e uno stato di diritto che ormai è evaporato, dalla giustizia alla sanità, dall’istruzione. Ma è l’Italia di oggi! Non c’è dubbio. Chiunque risponderebbe così.E la dimostrazione di tutto ciò sono proprio i libri di scuola tutti uguali, buoni solo per indottrinare i giovani. Si critica il “totalitarismo” in quei libri e intanto si pratica attivamente. Anche per questo serve un partito comunista che riprenda la lotta ideologica in ogni settore, dalla lotta di classe nei luoghi di lavoro, alla cultura, alle piazze. Anche per questo saremo nelle principali

piazze italiane il 2 giugno a partire da Roma a piazza San Silvestro alle ore 11>>.

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