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” IL MONDO E LA CONTRADDIZIONE “- DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Tutti i diversi filoni del pensiero marxista tendono ad ammettere la contraddizione come carattere specifico della società capitalistica, cosa che è destinata a produrre il tramonto di detta società. La realtà della contraddizione era ammessa dallo stesso Marx (“contraddizioni reali”, “contraddizioni immanenti”).

Coletti sosteneva che tale contraddizione di cui parlava Marx corrispondesse alla “contraddizione dialettica” di Hegel, la quale apparterrebbe a una logica dialettica, segnata dalla negazione del principio di non-contraddizione di Aristotele.

Sempre secondo Coletti, ciò va contro quanto si propone il marxismo, cioè essere una scienza, la quale per essere tale non può violare il principio di non contraddizione di Aristotele. Pertanto il marxismo, scienza della società, non può ammettere l’esistenza della contraddizione reale, vale a dire la contraddizione dialettica. Le contraddizioni espresse da Marx (tra merce e denaro, o tra valore di uso e valore di scambio) sono vere e proprie contraddizioni dialettiche.

Pertanto ci sarebbero due Marx: un Marx “scienziato”, che è in linea con Aristotele e quindi esclude nella sua dottrina la contraddizione; e un Marx “filosofo”, in linea con Hegel, il quale invece ammette l’esistenza della contraddizione.

Berti e il suo gruppo di ricerca hanno studiato a fondo il problema e sono giunti a queste conclusioni.

Aristotele non esclude che nel principio di non contraddizione ci possano essere delle opposizioni. Il principio di non contraddizione formulato da Aristotele non esclude l’esistenza di rapporti di opposizione tra termini diversi, ma esclude soltanto la coesistenza contemporanea e sotto il medesimo riguardo di predicati opposti nel medesimo soggetto.

Le opposizioni presenti in Aristotele sono di quattro tipi:

  • Opposizione tra un termine qualsiasi e la sua semplice negazione, da lui detta opposizione per contraddizione, dove i due opposti non hanno alcunché in comune tra di loro (il bianco e qualsiasi altra cosa);
  • Opposizione tra possesso e privazione, dove i due opposti hanno in comune il genere e non ammettono termini intermedi tra loro (il bianco e tutti gli altri colori diversi da esso);
  • Opposizione tra i due termini più lontani all’interno del medesimo genere, detta anche contrarietà (il bianco e il nero), dove esistono termini intermedi (tutti gli altri colori);
  • Opposizione tra termini correlativi, dove ciascuno dei due opposti implica l’altro sia quanto alla sua nozione che quanto alla sua esistenza (il doppio e la metà, oppure il padrone e il servo).

L’opposizione di cui parlava Hegel e nella quale ha luogo la contraddizione, sembra coincidere con la opposizione tra correlativi (gli esempi portati da Hegel sono destra-sinistra, oppure padre-figlio). Pertanto essa non è in contrasto con il principio di non contraddizione come formulato da Aristotele. Ragion per cui non è possibile ravvisare in Marx due anime, due gemelli che si contendono a vicenda la ribalta nella storia del pensiero.

Il mondo è pieno di contraddizioni e di opposizioni, anche se il discorso scientifico non lo ammette. E secondo noi sta qui, precisamente, il limite di ogni scienza.

Ogni persona che viene concepita sperimenta un paradiso fetale, ma ben presto, con il “trauma della nascita” (Rank), sperimenta a sue spese una contraddizione fortissima. Infatti uscire dall’utero è una esperienza terrificante, come ha dimostrato più volte la psicoanalisi, che rimarrà nell’inconscio dell’individuo quale un trauma indelebile. “Trauma” deriva dal greco con il senso di “ferita”.

Si tratta della prima delle grandi contraddizioni che verranno alla ribalta nella storia dell’individuo. Pensiamo anche, in seguito, a quella di corpo-mente.

Nel mondo adulto la contraddizione riguarderà soprattutto quella tra giusto e sbagliato, bene e male. Ogni religione è un modo per sanare questa ferita. Cosa bisogna fare per essere felici e quindi abbandonare il male? Cosa bisogna fare per salvarsi? Quali sono le scelte giuste? E se ci sono, perché abbiamo di fronte a noi molte possibili scelte sbagliate, che ci possono rovinare?

Santa Caterina da Siena chiamava i peccatori “martiri di satana”, in quanto il demonio li tortura allontanandoli dal vero bene, l’unica cosa necessaria, che è Dio. La Regina della Pace afferma che “satana vi distrugge con ciò che vi offre”.

La parola satana deriva dall’ebraico satan, che vuol dire “oppositore”. Il ruolo del demonio è quello di opporsi a Dio facendo deviare i suoi figli, cioè gli uomini, dall’amore per il Signore.

Deuteronomio 30:

“15Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; 16poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. 17Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, 18io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano. 19Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, 20amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe»”.

All’inizio del v.16 vi è un “che” relativo, in ebraico asher, che probabilmente ha un valore causale o resultativo: “Perciò (asher) io ti comando oggi di amare … così tu vivrai”. Invece per altri autori questa congiunzione ha un valore relativo assoluto, come testimoniato da altri passi del Deuteronomio: “ciò che ti comando è di amare”.

Comunque, in entrambe le rese dell’ebraico asher che abbiamo riportato, il libro biblico vuole dare enfasi alla scelta della prima via, quella della giustizia. Perché? Perché seguire la via giusta è quella che dà la vita e la piena felicità.

Ma qual è questa via giusta? C’è una questione filologica, a lungo dibattuta dagli studiosi del testo sacro. “Ti comando di amare … di camminare … di osservare”: la sequenza è introdotta dal verbo “amare”; non solo, ma sebbene i tre verbi siano tutti all’infinito e siano tutti preceduti dalla preposizione ebraica le, tuttavia quelli che seguono “amare” non sono coordinati a questo, in quanto manca il we copulativo, che lega invece tra loro “camminare” e “osservare”. Per questo si può tradurre anche “ti comando di amare camminando … e osservando”. Pertanto la via privilegiata, che porta alla salvezza, è quella di amare Dio. Chi ama Dio cammina per le sue vie e osserva i suoi precetti.

Infatti in Deuteronomio 6, 4-5 è scritto:

“4 Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. 5 Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”.

L’imperativo “ascolta”, schemà, significa anche “obbedisci”. Non si tratta solo di un ascoltare qualcosa, ma di un mettere il cuore in ciò che viene proclamato. È significativo, inoltre, che l’amare non viene imposto con un imperativo, bensì con un futuro: questo implica che non si tratta di un secco comando (del resto impossibile), cioè una imposizione, bensì di un percorso di vita. Il fedele deve prima conoscere le meraviglie del Signore, a ciò segue l’amore per un Dio tanto potente ma tanto umile da amare per primo le sue creature.

Ma chi bisogna amare? Il termine ebraico ‘Elohim si può tradurre al singolare con “Dio” ma è un plurale grammaticale, di genere maschile. Gli studiosi dicono che questo plurale serve ad esaltare la singolarità della divinità. Nella Bibbia ebraica ci sono molti esempi di termini che hanno desinenze plurali, ma che non sono affatto dei plurali, nel senso che questi non indicano il numero, ma l’intensità di un singolare. Per esempio in Genesi 6,9 è scritto che Noè era un uomo giusto e integro. Il termine “integro” in ebraico è tamim, ha desinenza –im, che indica il plurale. Ma semanticamente è un singolare.

In ebraico il nome di Dio è formato da quattro lettere senza vocalizzazione (che è stata inserita in seguito dai masoreti): YHWH. Dato che non ha vocali, da molti è considerato un nome impronunciabile. Al suo posto gli ebrei dicono la parola Adonai, che significa “signore”. La teoria che va per la maggiore tra gli studiosi è che YHWH derivi dalla radice ebraica del verbo essere (HYH) con una variante arcaica (che è: HWH). La Y iniziale si giustifica come prefisso dell’imperfetto, terza persona maschile. Quindi letteralmente YHWH sarebbe: “Egli è” o “Egli sarà” (oppure “Essi sono” o “Essi saranno”), l’imperfetto ebraico indica sia il presente sia il futuro. Probabilmente YHWH deriva da Esodo 3, 14: “Io sono colui che sono”, ‘Ehyeh Asher ‘Ehyeh. Quindi il senso ultimo di YHWH sarebbe: “Io sono” o “Io sarò”.

Molto discussa è anche la pronuncia. I masoreti inserirono le vocali di Adonai sotto le consonanti di YHWH e nacque così la forma distorta Geova. Oggi la pronuncia meglio accettata dagli studiosi è Jahvèh: le vocali A-E così inserite si giustificano con una forma causativa del verbo ebraico. Allora YHWH dovrebbe significare: “Io sono colui che fa respirare”, “Io sono colui che dà la vita” (il verbo essere in ebraico significa prima di tutto “respirare”, quindi “vivere”, “esistere”, “essere”, “avvenire”, “divenire”).

Perché i masoreti inserirono quelle vocali sbagliate? Per ricordare al lettore di pronunciare la parola Adonai al posto del tetragramma. Addirittura i traduttori sefarditi della Bibbia di Ferrara misero solo la lettera A puntuata. Quindi nemmeno si sbagliarono, anche se sono conosciuti casi in cui la vocalizzazione tramandata dai masoreti non è quella originale. In Qoelet 5,5 c’è: “E non dire: ‘Davanti a me (c’è) l’angelo’, perché è un errore”. È questa forse la vocalizzazione migliore (lepanay, “davanti a me”). Lo scrittore del libro biblico, il Qoelet, era protosadduceo, quindi non credeva negli angeli. Ma il libro ci è stato tramandato dalla sinagoga farisaica. I farisei credevano negli angeli, per questo, cambiando vocalizzazione, fecero imporre un’altra lezione, che i masoreti accettarono: “E non dire davanti all’angelo, perché è un errore …”.

Pertanto possiamo concludere che il Dio rivelato dalla Bibbia sia unico e sia Colui che ci fa vivere.

Se diamo al verbo ‘ehyeh il senso di “essere”, l’espressione ebraica dell’Esodo si può tradurre anche “sarò quel che sarò”, vale a dire che Dio è Colui che è sempre presente nel suo popolo. Come diceva Cristo: “Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28, 20).

In Esodo 3, 12 Dio rassicura usando la prima persona del verbo: “Sarò”, ‘ehyeh. In Osea 1,9 Dio minacciando di ritirarsi dal popolo di Israele, dichiara: “Poiché voi non siete il mio popolo e io non sarò (‘ehyeh) per voi”.

La triplice ripetizione di “sarò” in Esodo 3, 14 indica un’ulteriore estensione del tema della presenza divina. Inoltre l’espressione ripetuta “sarò quel che sarò” ha valore enfatico.

Forse l’espressione ebraica indica sia che Dio fa vivere sia che Dio è presente. I verbi ebraici, infatti, sono spesso polisemici.

Guardini asseriva che solo Dio fa sciogliere le contraddizioni dell’individuo e del mondo. Solo se amiamo un Dio tanto buono che sta in continuazione tra di noi, riusciamo a risolvere il problema della lacerazione interiore e sociale.

La Bibbia rivela che il Signore è Emmanuel, che in ebraico vuol dire Dio-Con-Noi. Deuteronomio 4, 7:

“Nessun’altra nazione, anche se è forte, ha un Dio così vicino a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo preghiamo”.

La preghiera è la grande unione dell’uomo con Dio. La più importante preghiera del cristiano è la Santa Messa, che fa rivivere in maniera non cruenta la morte e la risurrezione di Cristo, veramente e realmente presente nel pane spezzato e nel sangue versato in corpo, sangue, anima e divinità. Papa Francesco diceva: “La Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più concreta”. La Beata Speranza di Gesù osservava che nell’Eucaristia abbiamo il cibo per il corpo e il cibo per l’anima.

La seconda preghiera per importanza è il Rosario alla Beata Vergine Maria, la madre verginale di Cristo. La Madonna è invocata come Aiuto dei Cristiani e anche Causa della nostra Gioia, Consolatrice degli Afflitti, nonché Vergine Potente contro il male. San Pio da Pietralcina definiva il Santo Rosario l’Arma contro gli assalti del maligno.

Bibliografia

  • E. Berti, Nuovi studi aristotelici, vol. 1, Brescia 2004;
  • M. Calzoli, Psiche, idee e riflessioni, Lecce 2017;
  • L. Coletti, Intervista politico-filosofica, Roma-Bari 1974;
  • T. B. Dozeman, Esodo, Torino 2021;
  • G. Papola, Deuteronomio. Introduzione, traduzione e commento, Milano 2011.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 56 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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