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” IL CONTATTO CON DIO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Sichem è una antica città che si trova al centro della Samaria, che è una regione della Palestina, posta in mezzo, mentre al nord vi è la Galilea e a sud la Giudea. Il nome Sichem proviene dall’ebraico e significa “spalla”.

La città si trova in una valle tra due monti: a sud-ovest vi è il Garizim e a nord-ovest l’Ebal. Si tratta di un luogo in posizione strategica in quanto la strada che procedeva da Gerusalemme si diramava a Sichem, inoltre dalla valle di Sichem si arriva alla valle dei Patriarchi che conduce fino alla vallata del Giordano. Quindi è un luogo abitato già in tempi antichissimi, citato persino dagli egiziani in una famosa stele del XX secolo a.C., ma ebbe grande rilievo anche per i patriarchi.

Abramo proveniva dalla Mesopotamia, cioè da Ur, poi da Carran, quindi si accampa a Sichem. Qui a Sichem il Signore gli appare (Genesi 12, 7) per la prima volta nella Terra Promessa e gli dice che darà tale terra alla sua discendenza, quindi il patriarca costruisce un altare, per la prima volta nella Terra Santa. Anche Giacobbe dopo aver lottato con Dio giunge a Sichem e si accampa davanti alla città e costruisce il famoso pozzo di Giacobbe. Genesi 48, 22: Giacobbe dona una “spalla”, sekem, di monte a Giuseppe, proprio da questa parola proviene il nome della città di Sichem.

Genesi 35: Dio ordina a Giacobbe di salire a Betel, abitare in quel luogo e costruire un altare al Signore, allora Giacobbe intima alla sua famiglia di purificarsi e di cambiare l’abito, simbolo di un cambiamento di condizione perché passano dalla idolatria alla adorazione del Dio unico, YHWH. I parenti consegnano a Giacobbe i gioielli che raffigurano gli idoli di altre religioni e questi li sotterra sotto la quercia a Sichem.

Sichem appartiene alla tribù di Manasse, ma è assegnata ai Leviti. A differenza di tutte le altre tribù di Israele, quella di Levi non possiede una terra in quanto sua unica proprietà è il Signore. Ma gli vengono assegnate delle città dove abitare, come Sichem.

La Samaria viene presa dagli assiri nel 722 a.C. e la popolazione deportata, si è trattato di un esilio più cruento di quello ordinato dai babilonesi. Gli assiri portano avanti una politica assai dura verso gli stranieri, egli intendono colonizzarli per punirli alla radice. In Samaria gli assiri introducono cinque popolazioni dell’impero assiro con le loro divinità. Si tratta di un dettaglio importante. Perché? Nel vangelo di Giovanni Gesù incontra la samaritana a Sichem e le si rivela come Messia. Gesù dimostra di sapere che questa donna ha avuto cinque mariti. In ebraico marito si dice “baal”, che significa anche signore e pure idolo. Si tratterebbe di una allusione ai cinque idoli che hanno avuto in passato i samaritani. Spesso nella Scrittura l’idolatria viene paragonata all’adulterio. Gesù si palesa a questa donna vicino al pozzo di Giacobbe, e spesso nella Scrittura l’incontro tra i futuri sposi avviene presso un pozzo. Il Messia si manifesta come l’unico Signore, l’unico vero sposo, infatti secondo la tradizione il Messia è lo Sposo di Israele.

A Sichem avviene la lotta costante contro l’idolatria. Il monte Garizim è il monte della benedizione, il monte Ebal quello della maledizione (Deuteronomio 11, 29). A Sichem avviene più di una volta il rinnovamento dell’Alleanza.

In Deuteronomio 27, 9ss compaiono a Sichem le dodici tribù di Israele le quali sono maledette se non osservano i comandamenti di Dio:

“9Fa’ silenzio e ascolta, Israele! Oggi sei divenuto il popolo del Signore tuo Dio. 10 Obbedirai quindi alla voce del Signore tuo Dio e metterai in pratica i suoi comandi e le sue leggi che oggi ti do». 11 In quello stesso giorno Mosè diede quest’ordine al popolo: 12 «Quando avrete passato il Giordano, ecco quelli che staranno sul monte Garizim per benedire il popolo: Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Giuseppe e Beniamino; 13 ecco quelli che staranno sul monte Ebal, per pronunciare la maledizione: Ruben, Gad, Aser, Zàbulon, Dan e Nèftali. 14 I leviti prenderanno la parola e diranno ad alta voce a tutti gli Israeliti:

15 Maledetto l’uomo che fa un’immagine scolpita o di metallo fuso, abominio per il Signore, lavoro di mano d’artefice, e la pone in luogo occulto! Tutto il popolo risponderà e dirà: Amen.

16 Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.

17 Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.

18 Maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco! Tutto il popolo dirà: Amen.

19 Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.

20 Maledetto chi si unisce con la moglie del padre, perché solleva il lembo del mantello del padre! Tutto il popolo dirà: Amen.

21 Maledetto chi si unisce con qualsiasi bestia! Tutto il popolo dirà: Amen.

22 Maledetto chi si unisce con la propria sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre! Tutto il popolo dirà: Amen.

23 Maledetto chi si unisce con la suocera! Tutto il popolo dirà: Amen.

24 Maledetto chi uccide il suo prossimo in segreto! Tutto il popolo dirà: Amen.

25 Maledetto chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente! Tutto il popolo dirà: Amen.

26 Maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge, per metterla in pratica! Tutto il popolo dirà: Amen.”.

Al versetto 9 la proposizione “oggi sei divenuto il popolo del Signore tuo Dio” serba una problematica filologica. È l’unico caso in tutta la Bibbia ebraica dove compare il verbo alla forma nifal accompagnato dalla preposizione le. Gli studiosi hanno cercato di sviscerare la sfumatura semantica di un uso del genere. Pare ai più che significhi: entrare in una relazione stabile con qualcuno.

Al versetto 15 (“Maledetto l’uomo che fa un’immagine scolpita o di metallo fuso, abominio per il Signore”) compare per prima la maledizione per la colpa più grave: chi si fa immagini degli idoli e le adora (oppure una immagine di Dio stesso). Grammaticalmente tale maledizione viene enfatizzata dal fatto che nell’originale ebraico compare una frase relativa, invece nei versetti seguenti abbiamo un participio.

Nel libro di Giosuè, al capitolo 24, avviene sempre a Sichem il rinnovamento dell’Alleanza prima di prendere possesso della Terra Promessa. La grande tentazione di Israele è quella della idolatria. Dio rimprovera spesso al popolo ebraico di non essere fedele all’Alleanza. Per questo spesso si sente la necessità di rinnovare il patto stipulato tra gli ebrei e il vero Dio. in 1Re 18, 21 Elia dice ai profeti di Baal, un idolo pagano: “Fino a quando zoppicherete/saltellerete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”. L’originale ebraico ha il verbo “pasach”, saltellare, che è quello della Pasqua. Fino a quando starete su due staffe? Fino a quando farete “due Pasque”? Isaia 30: “Guai a voi, figli ribelli – oracolo del Signore – che fate progetti senza di me, vi legate con alleanze che io non ho ispirate così da aggiungere peccato a peccato”. Deuteronomio 5: “Non deviate né a destra né a sinistra; ma camminate sempre per la strada che il Signore, vostro Dio, vi ha comandato: così avrete una vita lunga e felice”.

Samaria e Sichem sono state un costante scenario di lotta tra Dio e gli idoli. Per questo si è sentita l’esigenza, proprio a Sichem, di rinnovare la scelta del Dio vero da parte di tutto il popolo di Israele. Dio è per l’Antico Testamento non una idea, ma un contatto vero e proprio. Per questo Dio, che si è manifestato nella storia, vuole essere scelto espressamente dal suo popolo.

I samaritani non camminano secondo la fede ortodossa ebraica. Continua ancora oggi l’infedeltà del passato!

Leggiamo il capitolo 24 di Giosuè:

“1 Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele in Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi del popolo, che si presentarono davanti a Dio. 2 Giosuè disse a tutto il popolo: «Dice il Signore, Dio d’Israele: I vostri padri, come Terach padre di Abramo e padre di Nacor, abitarono dai tempi antichi oltre il fiume e servirono altri dèi. 3 Io presi il padre vostro Abramo da oltre il fiume e gli feci percorrere tutto il paese di Canaan; moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. 4 Ad Isacco diedi Giacobbe ed Esaù e assegnai ad Esaù il possesso delle montagne di Seir; Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto.

5 Poi mandai Mosè e Aronne e colpii l’Egitto con i prodigi che feci in mezzo ad esso; dopo vi feci uscire. 6 Feci dunque uscire dall’Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mare Rosso. 7 Quelli gridarono al Signore ed egli pose fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; poi spinsi sopra loro il mare, che li sommerse; i vostri occhi videro ciò che io avevo fatto agli Egiziani. Dimoraste lungo tempo nel deserto.

8 Io vi condussi poi nel paese degli Amorrei, che abitavano oltre il Giordano; essi combatterono contro di voi e io li misi in vostro potere; voi prendeste possesso del loro paese e io li distrussi dinanzi a voi. 9 Poi sorse Balak, figlio di Zippor, re di Moab, per muover guerra a Israele; mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse; 10 ma io non volli ascoltare Balaam; egli dovette benedirvi e vi liberai dalle mani di Balak. 11 Passaste il Giordano e arrivaste a Gerico. Gli abitanti di Gerico, gli Amorrei, i Perizziti, i Cananei, gli Hittiti, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei combatterono contro di voi e io li misi in vostro potere. 12 Mandai avanti a voi i calabroni, che li scacciarono dinanzi a voi, com’era avvenuto dei due re amorrei: ma ciò non avvenne per la vostra spada, né per il vostro arco. 13 Vi diedi una terra, che voi non avevate lavorata, e abitate in città, che voi non avete costruite, e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantati.

14 Temete dunque il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; eliminate gli dèi che i vostri padri servirono oltre il fiume e in Egitto e servite il Signore. 15 Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: se gli dèi che i vostri padri servirono oltre il fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel paese dei quali abitate. Quanto a me e alla mia casa, vogliamo servire il Signore».

16 Allora il popolo rispose e disse: «Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! 17 Poiché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d’Egitto, dalla condizione servile, ha compiuto quei grandi miracoli dinanzi agli occhi nostri e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. 18 Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano il paese. Perciò anche noi vogliamo servire il Signore, perché Egli è il nostro Dio».

19 Giosuè disse al popolo: «Voi non potrete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; Egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. 20 Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, Egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà».

21 Il popolo disse a Giosuè: «No! Noi serviremo il Signore».

22 Allora Giosuè disse al popolo: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto il Signore per servirlo!».

Risposero: «Siamo testimoni!».

23 Giosuè disse: «Eliminate gli dèi dello straniero, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il cuore verso il Signore, Dio d’Israele!».

24 Il popolo rispose a Giosuè: «Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce!».

25 Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza con il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. 26 Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; prese una grande pietra e la rizzò là, sotto il terebinto, che è nel santuario del Signore. 27 Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco questa pietra sarà una testimonianza per noi; perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha dette; essa servirà quindi da testimonio contro di voi, perché non rinneghiate il vostro Dio» “.

Tutte le tribù di Israele si riuniscono e sono poste davanti a una decisione capitale. Sichem occupa una posizione geografica centrale quindi idonea alle assemblee (cfr. anche 1 Re 12). È una vera e propria liturgia che ha la finalità di dire che l’Alleanza va rinnovata, come è avvenuto varie volte in passato, per esempio sul monte Sinai con Mosè. Lungo il cammino ogni credente è chiamato a scegliere di nuovo Dio per aderire a lui con tutte le forze.

La prima cosa che dice Dio attraverso Giosuè è la storia della salvezza, che Giosuè ricorda in una prosa elevata a tutto il popolo riunito: le meraviglie operate da Dio e che attestano del contatto che il Signore ha instaurato con il suo popolo. Israele deve valutare attentamente quanto Dio ha fatto per poter decidere sul rinnovamento dell’Alleanza anche in riferimento ai vantaggi futuri ad essa connessi.

Nel politeismo non bisogna scegliere, ma integrare i vari dei. Invece il Dio unico del monoteismo esige una scelta (24, 15: “scegliete”, bacharu). In 24, 19 si parla di un Dio geloso, in ebraico ‘El qano.

In questa scelta abbiamo anche qualcosa di altro. Nell’antichità si doveva prestare culto alle divinità del luogo ove si risiedeva. Secondo il pensiero antico, la divinità e il luogo sono uniti saldamente. Al verso 14 si ricorda che quando i padri abitavano al di là del fiume (Eufrate, in Mesopotamia) e in Egitto adoravano le divinità locali. Dio chiede di rinunciare sia a loro sia a quelle proprie della nuova terra dove gli israeliti sono giunti (“gli dei degli amorrei”, versetto 12). È questo il nodo centrale: gli ebrei devono prestare culto agli dei locali o al Dio che li ha accompagnati e salvati lungo tutto il percorso? YHWH appare un dio non legato a nessun territorio, ed è costui che il popolo è chiamato a scegliere.

Secondo i teologi, il Dio che non è legato a nessun territorio si pone al di sopra di tutte le cose e se ne serve come vuole per realizzare la propria volontà. Il Dio di Israele, proprio perché non è legato a nessun luogo, è per principio Signore di tutti i luoghi, di tutti i paesi. Il Dio di Israele è il Signore della storia, nella quale egli si manifesta come vuole garantendo un contatto costante nei confronti del popolo eletto.

Versetto 12: “Mandai avanti a voi i calabroni, che li scacciarono dinanzi a voi, com’era avvenuto dei due re amorrei: ma ciò non avvenne per la vostra spada, né per il vostro arco”. È Dio che salva il suo popolo, come avvenuto in Egitto. Il termine ebraico tzirchah viene tradotto generalmente con “calabroni” in ossequio alle versioni antiche, ma Esodo 23, 27-28 ha indotto a interpretare il vocabolo in senso metaforico (“panico”).

Il giusto atteggiamento verso Dio è scandito da tre imperativi:

  • Rispettate: è il timore che deve trovare espressione nell’obbedienza;
  • Servite: il servizio si manifesta soprattutto nel culto;
  • Eliminate: si riferisce alla eliminazione delle immagini degli idoli.

Il popolo di Israele con la bocca di Giosuè, prima di rinnovare il patto di fedeltà, si riconosce incapace di servire lealmente il Dio unico. Il Dio di Israele è geloso, quindi è difficile ossequiarlo adeguatamente in un legame assoluto. Egli è Santo, quindi è terribile: si tratta di un aspetto classico del divino, accanto alla benevolenza. Il dio vedico Rudra è definito sia “shiva”, benevolo, sia “ghora”, terribile. La divinità femminile induista, detta Devi, presenta manifestazioni ora positive, come Parvati, ora negative, come Durga e pure Kali. La divinità protettrice per eccellenza del buddhismo tibetano è Tara, che ha 21 forme, sia buone sia terribili. Quindi servire il Dio di Israele non è una cosa da poco, è assai impegnativo, soprattutto per un popolo dalla dura cervice come quello ebraico (“ribelle dall’utero”, pose’a mibbeten, Isaia 48, 8). Amos 3, 2 manifesta chiaramente che aderire a un Dio che pretende amore incondizionato e assoluto, significa anche incorrere altresì nella inevitabile punizione: “Soltanto voi ho eletto tra tutte le stirpi della terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità”.

Il Dio di Israele è sia giustizia sia misericordia. Non bisogna oscillare troppo su uno dei due poli. Dio è allo stesso tempo perfetta giustizia e perfetta bontà. Bisogna riconoscere sia la Maestà di Dio, per cui insegna la Bibbia che il timore del Signore è il principio della saggezza. Ma dall’altra parte Dio è un Padre buono, che soccorre sempre i suoi figli e concede loro la grazia di essere felici anche nelle avversità o di superarle predisponendo gli avvenimenti a tale scopo. Gesù dice in Giovanni 15, 5: “Senza di me non potete far nulla”. Romani 8, 28: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”. Bernanos faceva dire al protagonista del suo Diario di un curato di campagna: “Tutto è grazia”.

Gesù chiama Dio Padre nientemeno che con la espressione aramaica abba. Si tratta del termine aramaico ab, “padre”, assieme all’articolo determinativo posposto “-a” (stato enfatico), il quale nelle invocazioni dà un senso di vocativo, “oh padre”. Pertanto la dizione corretta dovrebbe essere “aba”. Probabilmente si tratta di un calco dall’aramaico biblico, nel quale compare la forma con doppia consonante: “abba”. Si pensa che questa locuzione aramaica sia un vezzeggiativo o un termine familiare, quindi significherebbe: “papino”, “babbo”. Ma mai la confidenza con il Signore deve farci dimenticare la sua natura di Altissimo, al quale dobbiamo rispetto e obbedienza. Lo stesso perdono che Dio concede agli uomini con amore di Padre non è mai immeritato, ma necessita del nostro pentimento sincero e del proposito di non più trasgredire la legge divina.

Il male del mondo, dicono i teologi cristiani, deriva in definitiva dal peccato originale e dal diavolo, che hanno corrotto l’integrità e la felicità degli uomini, quella del mondo e hanno introdotto la sofferenza e la morte. Come dice Dio in Ezechiele 18, “forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette l’iniquità e agisce secondo tutti gli abomini che l’empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà”. È il peccato originale e quello attuale, il quale amplia le conseguenze del primo, ad essere la causa del male fisico, morale e spirituale dell’uomo, e non Dio.

In un famoso testo narrativo e sapienziale dell’Antico Egitto, intitolato l’Oasita eloquente, datato attorno al Medio Regno (che si estende dal 2055 al 1790 a.C.), scritto in ottimo medio egiziano, la fase classica della lingua, troviamo questa constatazione:

jw (tw) ḫr=tw n ḥn.t

“uno cade in basso a causa della propria malvagità”.

Il verbo ḫr significa anche abbassarsi, diminuire, calare. La forma verbale coniugata è jw (tw) ḫr=tw, che è un aoristo avente per soggetto il pronome indefinito tw. Pertanto la sfumatura voluta dallo scrittore egiziano è che chi opera cose malvage, abitualmente (aoristo) cade in basso. La preposizione n va tradotta: a causa di. L’espressione ḥn.t significa in senso proprio cupidigia, bramosia, avidità, brama.

Tutti siamo peccatori. Come insegna Paolo, siamo tutti per natura meritevoli di condanna, ma i battezzati sono salvati per i meriti di Gesù, il quale vuole però la nostra collaborazione con le opere buone. Anche persone non credenti o appartenenti ad altre religioni possono salvarsi, purché seguano rettamente la legge naturale che Dio inscrive in ogni cuore, cioè quei precetti intuitivi che la retta coscienza dice di osservare in tutte le latitudini, come non uccidere o non rubare, ma, insegnano i teologi cristiani, sempre per i meriti di Cristo, la luce del mondo, l’unico salvatore del mondo.

Proverbi 24, 16: “Il giusto cade sette volte” al giorno, che nell’originale ebraico suona sebach yippol tsadiq. Agostino (Discorso 351, 3.6): “Noi per un verso non siamo peccatori, anzi siamo figli di Dio in quanto, collegati al Dio nostro per la fede, la speranza e la carità, per quanto possiamo siamo suoi imitatori. Ma per un altro verso siamo peccatori. Si insinuano in noi infatti stimoli cattivi e riprovevoli, occasionati dalla debolezza della carne non ancora dissolta nella morte, non ancora trasfigurata nella risurrezione. Ci conviene senz’altro ammettere tutto ciò per non meritare, a causa del nostro orgoglio, invece del risanamento della nostra debolezza, la condanna per la nostra superbia”.

La teologia cattolica insegna che la chiesa è santa anche se è formata da peccatori. È santa in quanto guidata dallo Spirito Santo che le dà i carismi, soprattutto la infallibilità nella dottrina ufficiale e l’efficacia dei sacramenti. È peccatrice in quanto formata da uomini, consacrati e laici, che non sono esenti dalla prova anche se servono Dio, anzi i sacerdoti sono di più attaccati dal demonio rispetto ai cristiani laici.

È quindi il peccato in sé stesso che porta alla rovina gli esseri umani, determinando una serie di cause seconde che causano nocumento a tutti. Dio è la Causa Prima, causa sui, “causa di sé stesso”, come dice la Scolastica, l’atto primo che genera le cause seconde, cioè la sua creazione, che agisce liberamente e in autonomia in larga parte. Ebbene, Dio lascia agire le cause seconde, non interviene alterandole, se non in certi eclatanti miracoli, assai rari, insegna Tommaso d’Aquino. I teologi cristiani affermano che nell’Antico Testamento gli agiografi mettevano tutto sotto la volontà di Dio, questo perché, in realtà, a quel tempo non erano perlopiù in grado di distinguere tra Dio e le cause seconde: scrivevano che Dio punisce e causa calamità ma in realtà vi era di mezzo l’opera dei diavoli e la libera volontà dell’uomo.

Facciamo un passo in avanti nel discorso. Sempre stando all’insegnamento dell’Aquinate, tutto ciò che accade è in definitiva voluto da Dio, anche le cause seconde. E questo è un grande mistero, che la mente umana non può dipanare.

Perché Dio, allora, permettendo alla fine tutto ciò che accade, anche le cause seconde, non cancella il male con la sua onnipotenza? I teologi danno diverse spiegazioni. Il Concilio di Trento affermava che il male del mondo serve agli uomini per la buona battaglia, cioè per meritarsi il paradiso affrontando le avversità con spirito cristiano, confidando sull’aiuto sempre vicino di Dio mediante la sua Provvidenza, cioè Dio che “provvede” alle necessità dei suoi figli. Certamente se gli uomini peccano liberamente e il peccato procura il male, è responsabilità umana collaborare per la propria salvezza lottando contro il male, pregando e facendo opere buone per sé stessi e i fratelli.

Pertanto, stando a queste premesse, il rimedio primo contro il male è la preghiera a Dio, in quanto solo Dio ha potere assoluto sul peccato e le sue conseguenze, opera del demonio e degli uomini che gli vanno dietro. 1Giovanni 3, 8: “Il Figlio di Dio è venuto proprio per distruggere le opere del diavolo”.

Padre Pio diceva che la Santa Messa è il motivo per il quale il mondo non viene ancora distrutto, nonostante le innumerevoli iniquità e atrocità di cui si macchiano gli uomini, che oggi, stando sempre a quanto affermava il Santo di Pietralcina, sono diventati peggiori dei diavoli.

La seconda preghiera più importante è il Santo Rosario alla Vergine Maria, la Madre Immacolata di Cristo, l’Uomo Dio nato in questo mondo per salvarci. Maria è invocata come Vergine Potente contro il Male. La Madonna non è una divinità, ma un essere umano, santa riconosciuta dalla chiesa, definita la creatura più perfetta. La sua intercessione al Trono di Dio è particolarmente efficace in quanto è stata eletta da Dio Regina del Cielo e della Terra: tutte le grazie che ci provengono da Dio passano per la mediazione della Beata Vergine.

La chiesa insegna anche a ricorrere agli altri santi proclamati (Rita da Cascia è conosciuta come la Santa dei casi impossibili), alle altre anime sante dei fedeli defunti in purgatorio e in paradiso, e agli angeli. Gli angeli sono creature intelligenti ma senza un corpo, invece l’uomo è una creatura intelligente ma con un corpo. È dogma di fede che ognuno di noi ha un angelo custode che lo assiste nel cammino della vita per le necessità spirituali e materiali, la preghiera al nostro angelo custode è particolarmente efficace. I santi e gli angeli non “fanno i miracoli”, ma possono solamente intercedere presso Dio: solo l’Onnipotente Dio “fa i miracoli”.

In secondo luogo Dio stesso, nella sua misericordiosa Provvidenza, dispone quegli avvenimenti che possono essere sfruttati dagli uomini saggi a proprio vantaggio, i quali, liberamente servendosi della volontà e della intelligenza, riescono ad essere operatori di salvezza propria e altrui. L’intervento dei medici, quello dei tecnici nelle varie e più diverse circostanze della nostra vita, e così via.

I cristiani ancora sulla terra possono aiutare sé stessi, ma soprattutto gli altri, certamente con le opere e anche le parole, ma particolarmente con la preghiera. La chiesa cattolica insegna che il cristiano ha una dignità cristica: come Gesù Cristo, ogni battezzato è re, sacerdote e profeta, quindi non ha solo il dovere ma anche il diritto di intercedere presso Dio per i fratelli, che sono in cielo o ancora sulla terra.

Gli indemoniati ricevono grande beneficio dalle preghiere di liberazione fatte da gruppi di preghiera retti da un sacerdote. La preghiera comunitaria e ufficiale è molto importante, molti raccontano di persone in punto di morte che guariscono immediatamente dopo la somministrazione del sacramento dell’unzione degli infermi.

Applicare una Santa Messa a un vivo per tutte le necessità spirituali e materiali costituisce un grande vantaggio. I mistici ricordano che ogni volta che il fedele partecipa alla Messa il suo angelo custode si stacca invisibilmente dal fianco sinistro durante l’Offertorio e si dirige verso l’altare per andare a presentare a Dio la intenzione della celebrazione eucaristica. Ogni Messa è anche una potente forma di esorcismo, infatti il sacerdote pronuncia queste parole, dette embolismo: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”. Nel senso di una qualche liberazione dal male, sono forme di esorcismo anche la confessione e l’ascolto della Parola di Dio.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 53 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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