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GHETTI E BARACCOPOLI, UNA SOLA CONDIZIONE DISUMANA DI VITA

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Redazione- Quanto pesa  sulla politica e sui politici la condizione disumana e segregante  in cui vengono tenuti gli schiavi-braccianti  agricoli  nei  ghetti e nelle baraccopoli  del sud e nord Italia ?Una situazione che cambia  continuamente . Ghetti e baraccopoli che sorgono all’improvviso e che vengono smantellate su  segnalazioni e proteste dei residenti,provvedimenti delle autorità  per combattere infiltrazioni della criminalità organizzata, per ragioni di ordine e di igiene. Un panorama desolante di condizioni  di vita al limite della sopravvivenza ; vita condizionata da  indigenza, povertà ,lavoro durissimo, sfruttamento .Cominciamo da Gioia Tauro in Campania E’ la piana di Gioia Tauro (in provincia di Reggio Calabria) il punto “caldo” dell’immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, tutte di provenienza dall’Africa, impegnate nelle aziende agricole della zona nella raccolta degli agrumi, delle olive o dei pomodori secondo la stagione. Con due baraccopoli  arrivate alla cronaca ,S. Ferdinando  distrutta nel 2017 e Rosarno devastata il 7 e 8 gennaio 2018 .  L’altro punto di aggregazione dell’immigrazione in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone. Sebbene sia sotto il controllo delle istituzioni, la struttura, di tanto in tanto, fa registrare proteste dovute al ritardo della corresponsione delle indennità riconosciute dallo Stato agli ospiti della struttura. In alcuni casi si sono verificati tafferugli con le forze dell’ordine o l’occupazione della vicina strada statale 106 ionica. Nel maggio del 2017, peraltro, la struttura, affidata in gestione alle “Misericordie”, fu al centro dell’operazione “Johnny” che portò all’arresto dei gestori per presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta.

A Cassibile in Sicilia  nel 2018  furono scoperte oltre 50 le baracche in legno e lamiera, in grado di alloggiare nel degrado assoluto 100-120 persone. Altri invisibili si incontrano a Vittoria, grosso centro in provincia di Ragusa. Una distesa plastica di serre, uno dei più grandi poli ortofrutticoli europei, è il luogo di lavoro di uomini, ma soprattutto donne dell’Est, sfruttate lavorativamente e vessate e violentate dagli stessi proprietari delle serre. Anche qui un’area ghetto – quasi mimetizzata nel paesaggio – che appare come un grande buco nero. A Campobello Mazzara  nel Trapanese  un’altra tendopoli . In questa zona è sorta e poi smantellata  una tendopoli-baraccopoli , una presenza acquisita, e mal  sopportata  dai residenti di contrada Erbe Bianche . Nella zona da anni si radunano oltre un migliaio di migranti impegnati nelle raccolte agricole stagionali . Analoga situazione a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago. Anche qui è stata sgomberata la tendopoli di pakistani, richiedenti asilo, lungo la strada provinciale. In provincia di Catania, a Paternò, ha trovato spazio per lungo tempo una baraccopoli di circa 200 posti letto, in contrada Ciappe Bianche: baracche di fortuna costruite con teloni, pezzi di lamierini, con materiale di risulta; a bloccare le tende al suolo, per fermare vento e pioggia, grosse pietre e pezzi di gabinetti, prelevati dalla mega discarica abusiva.

Mille i migranti ospiti dal Cara di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia. Altri mille quelli che vivono nelle baracche o nelle masserie abbandonate in quella che viene chiamata la ex pista che si trova a ridosso della struttura di accoglienza. Si tratta per la maggior parte di nordafricani . Oltre 800 quelli ospitati in diversi centri sparsi per la provincia di Foggia, per lo più donne e bambini. Ci sono i ghetti di Borgo Tressanti e Borgo Libertà nelle campagne di Cerignola, Cicerone a Orta Nova. Molti dei migranti sgomberati dal Gran Ghetto sono sparsi tra le varie baraccopoli della Capitanata, compresi alcuni rifugi che sarebbero stati ricostruiti proprio nelle zone dove sorgeva, come già detto, l’insediamento abusivo. Alcuni di questi sono ospiti a Casa Sankara e all’Arena, due strutture realizzate ad hoc.

Storicamente il Casertano e il Salernitano sono i due territori ad alta concentrazione di immigrati clandestini sfruttati come braccianti nei campi, e nel litorale domitio e nella piana del Sele  (1)

Dunque campi , ghetti  e storie. Storie di persone che non dobbiamo dimenticarlo  vivono in quei campi e in quei ghetti, frequentano  i campi  dove lavorano quotidianamente  per una mercede  minima . Storie che valgono più  delle teorie urlate  e che inchieste frequenti sia sui quotidiani che in tv  richiamano l’attenzione su un mondo che ci sta vicino, con il quale viviamo gomito a gomito e che spesso, troppo spesso  fingiamo di non vedere e che  quasi sempre rifiutiamo  e qualche volta anche in modo  sopra le righe. Sempre più frequenti infatti si fanno  le proteste di cittadini e comunità che sono costretti a vivere a ridosso di queste situazioni ai margini del  degrado e della disumanità . Cittadini che a volte si sforzano di capire  le ragioni  di quelle condizioni  ma che impotenti per  cambiare le cose hanno il solo strumento della protesta  per difendere da una parte la loro condizione di vivibilità e dall’altra quella  di “ questi dannati della terra “  sottoposti a esclusione, sfruttamento, ricatto,  disagio  sociale, economico e psichico.

Con qualche  fuoco di paglia , a volte , per avviare qualche cambiamento delle  condizioni e dei contesti in cui sono costretti a vivere centinaia di persone. Fiammate che si fermano  allo smantellamento dei campi , alla ricerca di soluzioni  tampone, al recupero di  iniziative  che spesso solo i volontari dell’assistenza mettono in piedi. Senza incidere in quello che è il cuore del problema .

Che ha tentato di  affrontare   forse con una vittoria di Pirro , per esempio , dalla ministra Bellanova. Non è bastato in quel caso dare un nome alla legge che la ministra  ha  promosso  perché bisognava  che quella legge riuscisse veramente a combattere il caporalato. Invece quella legge, molto voluta , discussa a lungo, promulgata tra  contrasti e   appunto dopo un lungo tira e molla , in realtà  fa cambiare strada  solo  al comportamento dei padroni  mettendo  nelle loro mani ancora una volta,  e con una diversa modalità, la vita  di quanti sono costretti a lavorare  dieci ore al giorno  per tre euro l’ora.  Era sembrato che approvando quella legge  che proponeva  una emersione del lavoro nero  e un contratto di lavoro a tempo determinato si arrivasse a scombussolare  gli assetti  di questo paese  arrivando a cambiare  dalla a alla zeta  quel mondo  del lavoro dei braccianti agricoli.  Niente di più inesatto. Siamo abituati a pensare  il lavoro dei braccianti agricoli come lavoro stagionale  e quindi a guardare alla vita di queste persone  in piena mobilità. Invece  la realtà è che  in alcuni di quei ghetti, di cui abbiamo parlato , in quelle baraccopoli  vivono persone da  dodici, quindici anni  sempre nella stessa condizione  dei degrado ,mancanza di acqua, energia elettrica. Persone senza cittadinanza, senza assistenza sanitaria,in condizioni veramente disperate. Persone che resistono secondo  una nuova concezione di questa parola  che non è lotta ma sottomissione,  rassegnazione e  dipendenza.  In sostanza in una condizione di “ schiavitù”. In quelle condizioni  il datore di lavoro viene ancora chiamato “ padrone” e si sa il padrone ha sempre diritto di vita e di morte .Padrone che il vocabolario definisce “ dominatore assoluto “ in termini pratici ma anche in senso figurativo . Diceva Giuseppe Di Vittorio  : “  I padroni non considerano il  lavoratore  un  uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone.”

Ma che risultati ha avuto fino ad oggi la legge Bellanova .Scrive Simone Cosimi l’11 giugno 2020  su Wired  .”… ( a proposito della )  sanatoria della ministra Teresa Bellanova che a caldo un collega di governo, Peppe Provenzano, aveva definito “un onorevole compromesso”, stando ai primi numeri, bisognerà cancellare anche quella definizione di “onorevole”. Perché la legge n.34/2020, la cosiddetta Sanatoria 2020 – che in realtà si rivolge anche ai lavoratori italiani – sta dimostrando cosa succede quando si sceglie di fotografare la realtà a proprio piacimento, con le lenti distorte della politica e ritagliandola con mille veti incrociati. Semplicemente, le leggi non  funzionano  . Anzi, rischiano di creare più danni di prima.”(…) “Primo motivo del flop: le procedure per chi ha un rapporto in nero lasciano il coltello dalla parte del manico dei datori, spesso anche sfruttatori. Quelli che, per capirci, talvolta chiamano “scimmie” i lavoratori (come testimonia l’ultima di una lunga serie di inchieste, quella della procura di Castrovillari di cui si è avuto notizia).Il problema sta sia nell’iniziativa in sé che nel pagamento dei 500 euro una tantum previsti per attivare la pratica. Molti resoconti, spiegano come, alla fine, perfino nei pochi casi emersi sono stati spesso gli stessi lavoratori a pagarselo pur di ottenere un permesso di soggiorno per la durata del contratto. E poi è difficile che un datore si autodenunci, pur godendo di uno scudo penale. Anche perché il grosso di chi impiega manovalanza straniera non può giustamente goderne, visto che quello scudo non vale per chi sia stato condannato negli ultimi cinque anni, anche con sentenza non definitiva, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite e caporalato.” (2) Mancano edilizia, logistica, ristorazione, altri ambiti che pescano a piene mani e nella totale impunità il lavoro nero degli stranieri. Tanto che alcuni saranno costretti a tornare nei campi nella speranza di poter accedere alla procedura o proveranno a “comprarsi” un contratto da bracciante pur di strappare il permesso.

Il 17 giugno 2020 la ministra Bellanova affermava : ““Già oggi possiamo dire che, a distanza di 15 giorni dall’entrata in vigore della norma, circa 24mila donne e uomini, fino a ieri invisibili, avranno diritto al permesso di soggiorno e di lavoro. Migliaia di lavoratrici e lavoratori. Chi afferma che non serve, vuol dire che non ha mai visto cos’è un ghetto dove i lavoratori irregolari sono costretti a vivere in condizioni disumane, e che ha tutto l’interesse a lasciare nella clandestinità e alla mercé della criminalità e del caporalato i lavoratori, italiani e stranieri”.

“Chi afferma che non serve, vuol dire che non ha mai visto cos’è un ghetto” dice la ministra  e probabilmente  la legge a cui lei ha contribuito in modo  convinto e risoluto fino a minacciare le dimissioni è un piccolo primo passo verso  una regolarizzazione di chi  lavora per portare il cibo sulla tavola degli italiani .

Appena qualche giorno dopo le  risponde l’assessore regionale lombardo all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi, Fabio Rolfi, in merito ai numeri ufficiali diffusi dal Governo.Il 18 giugno : “18 giugno 2020 – “Sono solo 2.200 in tutta Italia le richieste di regolarizzazione provenienti dal settore agricolo, meno del 10% del totale. I numeri non hanno colore politico, per fortuna. E quelli relativi alla sanatoria di clandestini esprimono esplicitamente un concetto: all’agricoltura questo provvedimento non serve. Il Governo ha passato mesi a descrivere gli imprenditori agricoli come ‘sfruttatori’ di immigrati irregolari e ora il settore attende delle scuse”.

Ma l’Asgi , L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione  nel mese di giugno  scorso  nell’esprimere  “forte e piena solidarietà ed adesione” alla protesta dei migranti e dei braccianti agricoli che durante gli Stati generali sull’economia promossi dal Governo chiedevano  la riforma della filiera agricola, il varo di un piano nazionale di emergenza per il lavoro ed un deciso cambiamento nelle politiche migratorie,affermava  – “l’attuale legge di regolarizzazione, pur auspicata, contiene troppi limiti insuperabili e risponde solo ad una logica utilitaristica di alcuni settori lavorativi, rischiando di escludere dalla sua applicazione migliaia e migliaia di persone straniere che vivono con noi nelle comunità territoriali”. (3)

Eppure c’è un modello per l’impiego di braccianti e lavoratori stagionali in agricoltura . Uno è quello della regione Emilia Romagna . Qui Domanda e offerta di lavoro si incrociano online, anche in agricoltura.  “Lavoro per te”, il portale della Regione Emilia-Romagna realizzato in collaborazione con le Province e i Centri per l’impiego che fanno capo all’Agenzia regionale del lavoro, mette a disposizione la propria piattaforma per aiutare le aziende agricole emiliano-romagnole nella ricerca e reclutamento di mano d’opera stagionale.

Uno strumento in più per superare le attuali difficoltà a reperire i lavoratori date dalle misure restrittive legate al Coronavirus che hanno bloccato le frontiere e la mobilità degli stagionali, rendendo difficile mandare avanti i lavori nei campi e nelle stalle e garantire i rifornimenti alimentari necessari. (4)

Nel corso del 2019, il Decreto flussi aveva previsto che potevano essere chiamati a lavorare stagionalmente 30.850 lavoratori suddivisi tra varie nazionalità. Di questi, 12.850 posti erano riservati alle conversioni da stagionale a subordinato, a lavoro non subordinato e a lavoro autonomo. Gli altri 18.000 erano riservati ai primi ingressi nel settore agricolo e turistico alberghiero. Negli anni precedenti, la situazione era stata similare.
Sulla base di queste quote e dell’iter descritto per la trasformazione dei permessi stagionali in lavoro subordinato, si potrebbe stimare che almeno la metà del numero complessivo previsto dai decreti stagionali, non sia riuscita a stabilizzarsi nel nostro Paese e, quindi, siano rimasti in clandestinità.

Purtroppo  il settore agricolo, ancorché storicamente strategico per via del marcato legame con i temi dell’alimentazione e dell’ambiente, non rappresenta di certo un settore occupazionale quantitativamente rilevante . Per molto tempo ha conosciuto una progressiva riduzione occupazionale e ne è stato favorito, direttamente o indirettamente, l’abbandono a vantaggio dello sviluppo economico.

La graduale industrializzazione del contesto produttivo prima ed il processo di terziarizzazione poi hanno infatti determinato un consistente esodo di manodopera dall’agricoltura ed accompagnato una progressiva ridestinazione dei terreni.Un settore che, benché fortemente ridimensionato, per la sua  importanza strategica porta con sé crescenti complessità organizzative. Il punto dunque sta nel realizzare un  mercato del lavoro ed alcune specifiche dinamiche occupazionali che in esso hanno  luogo,insieme a condizioni di vita  rispettose della dignità, della salute e

dei diritti dei lavoratori,  proprio in termini  di giustizia e di equità.

(1)https://www.agi.it/cronaca/migranti_baraccopoli_dove_sono-3994448/news/2018-06-05/

(2) https://www.wired.it/attualita/politica/2020/06/11/sanatoria-immigrati-bellanova-flop/

(3) I cittadini comunitari, come i cittadini italiani possono accedere alla procedura di regolarizzazione esclusivamente al fine di far emerge un rapporto di lavoro irregolare, già in essere.

Chi può chiederla

La domanda dovrà essere presentata dal datore di lavoro che operi nei tre settori indicati dal Decreto (vd. Punto successivo) e che sia: cittadino italiano, comunitario o cittadino straniero soggiornante di lungo periodo.

Organo competente e modalità di presentazione

In questo caso la competenza è affidata all’Inps, al quale dovrà essere inoltrata la domanda telematica attraverso il servizio dedicato, presente alla pagina www.inps.it.

Settori ammessi :

I settori ammessi dalla norma sono i medesimi per cui è ammessa la regolarizzazione dei cittadini provenienti da Paesi extraUE, quindi:

– Agricoltura/allevamento/pesca/zootecnia e attività connesse:

– Assistenza alla persona

– Lavoro domestico.

Sul punto l’Inps, con circolare del 31.05.2020 ha specificato che sono equiparati al datore di lavoro persona fisica anche alcune persone giuridiche, di cui fornisce un elenco: (caserme, comandi, stazioni), che hanno lavoratori addetti al servizio

diretto e personale dei conviventi, nonché le comunità senza fini di lucro (orfanotrofi e i ricoveri per anziani il cui fine è prevalentemente assistenziale).

Tra le predette comunità rientrano le case-famiglia per soggetti portatori di disabilità, quelle per il recupero dei tossicodipendenti, per l’assistenza gratuita a fanciulli, anziani e ragazze madri, le comunità focolari, le convivenze di sacerdoti anziani cessati dal ministero parrocchiale o dal servizio diocesano.

Nota : non vi rientrano invece le agenzie di somministrazione / cooperative, non essendo i relativi rapporti direttamente instaurati con il datore di lavoro.

Requisiti reddituali

Ai fini dell’ammissione alla procedura di emersione il datore di lavoro deve attestare un reddito imponibile o un fatturato risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi o bilancio di esercizio, non inferiore a:

30.000 euro anni: per il primo settore ed attività connesse

20.000 / 27.000 euro annui: per il lavoro domestico o assistenza alla persona

Specificazioni per emersione lavoro domestico / assistenza alla  persona :

L’Inps ha inoltre specificato che con riferimento a tali ambiti il reddito:

– dovrà essere MINIMO 20.000 euro in caso di nucleo familiare composto da un solo soggetto percettore di reddito;

– MINIMO 27.000 euro in caso di famiglia anagrafica composta da più soggetti conviventi;

– potrà essere integrato con quello di familiari entro il 2° grado;

– sarà integrabile anche con reddito esente da dichiarazione annuale;

– non sarà richiesto se il datore di lavoro affetto da patologie o disabilità che ne limitano l’autosufficienza presenta la domanda di emersione per un lavoratore addetto alla propria assistenza.

Data di inizio del lavoro

Il rapporto di lavoro irregolare deve aver avuto inizio prima del 19 maggio 2020 ed essere ancora in corso

Contenuto domanda

Oltre ai dati relativi alla persona propria e del lavoratore, al lavoro (data di inizio e fine – se a tempo determinato), orario e retribuzione pattuite), Il datore di lavoro dovrà dichiarare di aver provveduto al pagamento del contributo forfettario di 500 euro per ciascun lavoratore, oltre che della marca da bollo di 16 euro.

Sarà dovuto inoltre il pagamento di un contributo forfettario a titolo retributivo, contributivo e fiscale, il cui ammontare darà determinato con successivo decreto del Ministero dell’Interno.

Sospensione procedimenti penali  e amministrativi

Anche nei confronti del datore di lavoro che intende avviare la procedura di emersione saranno sospesi i procedimenti pendenti per l’impiego di lavoratori per i quali è stata presentata la dichiarazione di emersione.

Fanno eccezione i procedimenti relativi ai reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

(4) “Come avevo anticipato nel corso dell’ultima Consulta agricola insieme al presidente Bonaccini, col collega Vincenzo Colla, in meno di una settimana abbiamo messo in moto i 38 centri dell’impiego sparsi su tutto il territorio regionale per cercare di risolvere velocemente il problema della carenza di manodopera stagionale generata dal Covid-19, in vista dell’avvio delle grandi campagne di raccolta dei prodotti. Non possiamo permetterci di aggravare ulteriormente una situazione già pesante per i contraccolpi negativi dell’emergenza sanitaria, a cui si sommano gli effetti devastanti delle gelate delle settimane scorse e del flagello ‘cimice asiatica’, che l’anno scorso ha fatto strage di raccolti in Emilia-Romagna. Con questa modalità di reclutamento online ci rivolgiamo in primo luogo agli oltre 135 mila cittadini in cerca di occupazione e iscritti nei Centri per l’impiego, ma la platea dei potenziali lavoratori è ancora più ampia, che potranno rispondere direttamente alle offerte delle aziende agricole. Attraverso i centri per l’impiego sarà garantita la regolarità delle assunzioni per una buona e sana occupazione. Le aziende agricole hanno così due canali a disposizione per le loro offerte di lavoro: possono rivolgersi alle proprie associazioni di rappresentanza che stanno raccogliendo le domande di mano d’opera e possono utilizzare la piattaforma della Regione oltre a quelle che autonomamente hanno messo a disposizione, oppure possono direttamente inserire la propria offerta di lavoro attraverso il portale della Regione. Con la collaborazione di tutti, insieme, mettiamo in campo tutte le strategie per superare questo momento difficile”. (alessio mammi assessore regionale all’Agricoltura  16 aprile 2020)

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