Ultime Notizie

“SAPERI E SAPORI DANNUNZIANI: QUELLO CHE I MANUALI SCOLASTICI NON DICONO”

0
Redazione- Per avvicinare più facilmente un alunno ad argomenti di studio, è utile ricorrere a percorsi ed attività non convenzionali.
Dovevo parlare ai ragazzi di Gabriele D’Annunzio, così ho iniziato a pensare ad una presentazione originale. Mi è venuto in mente che la produzione dannunziana, sia letteraria che epistolare, ha tantissimi riferimenti al mangiare e al bere, così un giorno ho pensato di cominciare a ragionare sullo scrittore non citando i suoi versi e la sua poetica, ma raccontando alcuni suoi episodi di vita legati all’alimentazione, fatti che non si trovano mai sui libri di testo. Ho pensato che il mangiare e il bere potessero costituire un tema vincente, perchè sono bisogni primari ed elementi molto importanti nell’esperienza quotidiana non solo di grandi uomini del passato, ma di tutti noi.
La nostra avventura ha preso le mosse da un libro molto interessate e fruibile anche dai più giovani: “Gabriele D’Annunzio e l’enogastronomia della memoria” di Enrico Di Carlo.
Oltre alle tante curiosità inedite, l’autore spiega chiaramente come il cibo si leghi in maniera molto forte ai ricordi dell’infanzia del poeta e al suo Abruzzo: esso diventa il “cibo della casa”, che ricorda sempre la sua fanciullezza, in particolar modo quando era lontano dalla sua amata terra.
Nelle sue visite in Abruzzo alla madre, generalmente durante le feste comandate, lo scrittore non poteva fare a meno di ripartire senza portare con sé i “fiatoni”, il cacio pecorino, le famose “pallottole”, il capitone con la foglia di lauro, il croccante alle mandorle, le “pizzelle”, che gli ricordavano la Pasqua, il Natale, l’infanzia, gli affetti familiari, ma in particolare il grembo materno che aveva dato vita al “suo genio”.
Poi, una volta giunto a Gardone Riviera, cercava di centellinare quel cibo per “allungare” i ricordi legati alla sua fanciullezza attraverso odori e sapori abruzzesi.
Una volta, quando era piccolo, si trovava nella tenuta di campagna del padre a Villa del Fuoco. Lì i contadini erano molti ghiotti di un certo cacio vermicoloso, denso di alcuni vermi bianchissimi e ammassati, intrecciati l’un l’altro tanto da sembrare di latte. Dalle nostre parti esso viene gustato quando su un vassoio cammina da sè.
Vedendo camminare sul piatto la fetta di cacio, il piccolo Gabriele inorridì, gridò tanto e scappò via.
Il cibo abruzzese aveva per il Vate anche un potere taumaturgico. È noto un episodio legato alla convalescenza di un intervento chirurgico a causa di un’ernia inguinale a carico del poeta, già lontano dalla sua amata terra . In un telegramma ad un amico, D’Annunzio scrive che la sua ripresa sarebbe stata più rapida con delle delizie tipicamente abruzzesi, le “cianchette” (sogliole di bassa qualità ma gustosissime) e i “roscioli” (piccole triglie chiamate così per il loro colore rosso).
Comunemente è noto che lo scrittore non fosse un gran mangiatore ma prediligesse la semplicità tipica della cucina abruzzese. E’ famosa al Vittoriale la sua tartaruga Cheli, morta per indigestione, in bella mostra sulla tavola da pranzo dell’omonima sala, per ricordare ai commensali la morigeratezza nel cibo al fine evitare la sua stessa fine.
Ovviamente la vita del poeta era piena di eventi mondani ed egli non poteva certamente sottrarsi ai banchetti solenni e luculliani.
Si racconta, però, che egli, prima e dopo ogni pasto importante, si sottoponesse sistematicamente a lunghi e soventi digiuni: era solito mangiare ogni 24/30 ore un pasto moderato. In un’altra lettera scrive ad un amico di evitare da gran tempo “l’abbottatura”, tipica della sua terra .
Una volta durante una cena importante, presso un padrone di casa estremamente suscettibile e che si offendeva se non si assaggiava ogni cibo e bevanda, D’Annunzio, terrorizzato all’idea di sentirsi male a causa di ingestione, si mise a piangere come un bambino e svenne.
Sicuramente il bere rispetto al mangiare fu meno carico di significati per l’Immaginifico.
Circa il fatto che il poeta fosse astemio o meno esistono diverse teorie .
E’ certo comunque che, da bambino, dall’età di 5 anni, gli dessero acqua e vino, come capita anche oggi in diverse famiglie.
Pare invece che da adulto fosse solito bere solo acqua purissima, che si faceva confezionare in bottiglie esclusive, anche se nei suoi scritti non mancano lodi alla Vernaccia di Corniglia, al vino di Oliena, ai liquori Corfinio e Aurum che, però, sembra acquistasse solo per offrire ai suoi ospiti.
E’ simpatico l’episodio legato ad una cena in occasione di una prima rappresentazione teatrale, cena alla quale prese parte anche il poeta Giosuè Carducci.
Il Vate, ad un certo punto della serata, sollevando il bicchiere pieno d’acqua, disse di non essere un vizioso dato che beveva solo acqua. Alquanto seccato da queste parole, Carducci, sollevando il bicchiere pieno di vino, rispose di essere orgoglioso di bere soltanto vino!
In alcuni scritti abbiamo anche testimonianza del fatto che durante un periodo triste della sua vita, il poeta bevve…e anche parecchio.
Era a Bordeaux e si recò dal medico a causa di una profonda malinconia che lo aveva colpito. Il dottore gli scrisse sopra un foglio di carta la cura: “Mouton-Rothschild 1895”.
Seguì la terapia consigliata e… guarì!
Il nome di Gabriele D’Annunzio è legato anche a dolci famosi, grazie proprio all’amicizia con Luigi D’Amico, con il quale iniziò un’intensa corrispondenza epistolare e con cui, tra l’altro, si era imparentato perchè il pasticcere aveva sposato la figlia di una cugina dello scrittore. In quegli anni D’Amico aveva dato un nuovo impulso all’azienda familiare fondata dal nonno, grazie alla creazione dei dolci Parrozzo e Senzanome. Il nome di quest’ultimo inizialmente era “Cassata Aterno” ma, a detta di D’Amico, non risultava essere molto promozionale. Ancora una volta, protagonista del nuovo battesimo, fu D’Annunzio che lo ringraziava per avergli fatto giungere al Vittoriale i dolci “ ‘n che lu nome (cioè il Parrozzo) e senza nome.” L’espressione usata dal Vate diventò ben presto la nuova denominazione.
In un’altra lettera il pasticcere scrive al poeta che per la creazione del Parrozzo si era ispirato al pane rozzo dei contadini abruzzesi di forma semisferica e cotto nel forno a legna.
Immediatamente l’Immaginifico, apprezzando moltissimo questo dolce, inviò dei versi in dialetto pescarese: “E’ ttante bbone ‘stu parrozze nòve/ Che pare na pazzìe de San Ciattè/Ch’avesse messe a ‘ su Gran Forne tè/La terre lavorate da lu bbove/La terre grasse e lustre che se còce,/chiù tonne de ‘na provèle; a ‘su foche/gientile, e che duvente a poche a poche/chiù doce de qualunque cosa ddòce/Benedette d’Amiche e San Ciattè !/O Ddie, quante m’attacche a lu parròzze,/ogne matine, pe lu cannaròzze/passe la sise de l’ Abbruzze mè”
Proprio grazie ai Parrozzi grandi e piccoli e Senzanome inviati da D’Amico al Vittoriale, D’Annunzio riusciva ad alleviare la nostalgia della terra natia, almeno per un po’.
Più di una volta il pasticcere andò di persona a Gardone Riviera, ma non fu mai accolto a causa delle severissime regole dell’ospitalità che lo scrittore aveva imposto al Vittoriale e che mai nessuno avrebbe potuto infrangere.
Venne sempre congedato con alcuni biglietti di scuse. Infatti il poeta non approvava pienamente la tanta generosità di D’Amico perché si sentiva pressato dalla “continua sopraffazione di donatore”, come testimoniano alcune sue lettere.
Comunque D’Amico riteneva molto importante l’apprezzamento dei suoi dolci da parte di D’Annunzio: ciò rendeva il Parrozzo ancora più desiderabile e commerciabile.
Quando il pasticcere aprì a Pescara il “Ritrovo del Parrozzo”, locale che ben presto divenne il punto di riferimento per molti e il luogo di incontro per numerosi artisti e intellettuali del tempo, D’Amico aveva predisposto per il giorno dell’inaugurazione due album sui quali gli ospiti illustri avrebbero dovuto apporre le loro dediche.
Pur di avere come prima la testimonianza di Gabriele D’Annunzio, quattro giorni dall’inaugurazione del ritrovo, gli album erano a Gardone.
Su uno dei due il Vate scrisse le famose parole che poi divennero biglietto di accompagnamento al Parrozzo, biglietto che troviamo ancora oggi nelle confezioni dell’omonimo dolce.
Altro episodio interessante riguarda il poeta e il Cenacolo Michettiano, cioè quel gruppo di artisti abruzzesi che per circa 10 anni si riunì nel convento a Francavilla al Mare per scambiarsi idee e ispirazioni sull’Abruzzo e la sua gente.
Secondo l’accordo, ognuno degli amici artisti, a turno, avrebbe dovuto preparare da mangiare e una volta toccò proprio a D’Annunzio il quale, pur non avendo mai avuto molta dimestichezza con i fornelli, ritenne di poter improvvisare la preparazione di una frittata. I risultati furono disastrosi perché, nel rivoltarla , cadde precipitosamente a terra:
Io mi vanto maestro insuperabile nell’arte della frittata, per riconoscimento celestiale. Uditemi, nel bel tempo, in terra d’Abruzzi, a Francavilla sull’Adriatico, io vivevo con i miei fratelli d’arte accordati e giurati a cucinare il pasto cotidiano per turno. In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno e nella gara di nuoto quando mi fu rammentato con le voci della fame toccare a me la cura del preparar da mangiare.
Ruppi 33 uova del nostro pollaio esemplare e, dopo averle sbattute con mano prode e sapiente, le agguagliai nella padella.
La grande arte si pare nel rivoltar la frittata per dar ugual cottura all’atra banda.
Scarsa era la luce, allora escii con la padella all’aria aperta.
Adunai la sapienza esatta e il misurato vigore nelle mie braccia e nelle mani che reggevano il manico, diedi il colpo, attentissimo a ricevere la frittata riversa. Ma…la frittata non ricadde! Nel volgere gli occhi al cielo scorsi nel bagliore del novilunio la tunica e l’ala di un angelo e mi feci di gelo.
L’angelo nel passaggio aveva colta la frittata in aria, la sosteneva con le dita e la recava ai Beati, offerta di perfezione terrestre.
Dite un po’, pubblico, non imitava l’adorata rotondità dell’aureola? L’aureola di Sainte Omelette!”.
Proprio grazie alla sua abilità di eloquenza , il poeta trasformò il pasticcio in una delle più gustose pagine che avesse mai scritto; proprio grazie alla narrazione di storie inaspettate, che hanno messo in evidenza le debolezze, le manie, la nostalgia per la lontananza dalla terra natia, le emozioni di D’Annunzio simili a quelle di tutti gli uomini, è stato molto più facile per me insegnante creare quel canale esclusivo attraverso cui comunicare anche i contenuti previsti dai Programmi Ministeriali perchè, in questo modo, la distanza

tra gli alunni e il Superuomo si è accorciata notevolmente.

Commenti

commenti