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ESPORTARE DEMOCRAZIA DI VALTER MARCONE

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Redazione- E’ possibile esportare democrazia,quale democrazia e chi può farlo. E’ questa una domanda interessante e importante che possiamo e dobbiamo farci alla luce delle vicende dell’Afghanistan e soprattutto delle ultime vicende di quel paese determinate dal ritiro degli Stati Uniti d’America. Avvenuto alla mezzanotte del 31 agosto scorso secondo gli accordi di Dhoa con i Talebani che ,a conoscenza di tale scadenza ,hanno iniziato una marcia per la presa del potere già dalla metà di agosto : potere conquistato con poche mosse sul terreno di fronte alla fuga dell’amministrazione Ghani la resa dell’esercito , della polizia e malgrado alcune frange di resistenza .Come quella nella Valle del Panshir che è stata annientata tagliando Internet, comunicazioni telefoniche e stradali, aiuti umanitari. Stop anche all’ospedale di Emergency con Russia e Usa a che sono state a guardare..
Queste vicende propongono anche altre domande come quelle che hanno dato l’incipit a questa riflessione ma inducono anche ad una serie di considerazioni tra le quali ,per esempio ,un’analisi dei nuovi assetti geopolitici che si vanno determinando in quell’area del nostro pianeta .
Parto però dal tema più interessante che è quello della democrazia. C’è chi dice che nella storia moderna lo standard di democrazia proposta dagli Stati Uniti d’America sia stata la misura per promuovere e definire interventi di esportazione della stessa. Laddove è invalsa un’idea: il più forte degli stati democratici del nostro pianeta si è sentito legittimato ad intervenire per modificare e determinare in modo unilaterale la storia di un altro paese.
U’idea supportata spesso da intervento militare, embarghi economici , favoreggiamento di colpi di stato .C’è chi si domanda dunque se chi agisce in nome della democrazia non lo fa anche per altri interessi e scopi. Ma c’è anche chi nel definire la “ democrazia” fa riferimento a diverse “forme “ di democrazia come quelle appunto praticate da governi diversi da quello degli Stati Uniti d’America come per esempio Russia e Cina ,ritenendo queste forme di democrazia ugualmente valide in una eventuale scelta per la “ formula da esportazione” in altri paesi . Ovvero chi dice che, la democrazia si è una, ma ha anche diverse sfaccettature che vanno tenute e messe in conto .
A questi dubbi e perplessità qualcuno oppone l’idea fondamentale che solo attraverso la democrazia, un solo tipo di democrazia, quella occidentale , si possono difendere i diritti umani che appunto in fin dei conti sono l’anima della democrazia stessa. L’Occidente ha l’obbligo morale di garantire universalmente questi diritti per cui ha l’obbligo di garantire la proposizione di una democrazia , anche quando deve essere “esportata” ,anche quando sembra rappresentare l’unica alternativa possibile.
Non so se il ragionamento che in breve riferisce le posizioni risulti chiaro; se è così da intendersi l’idea occidentale di democrazia, se è così che si può riflettere su questo tema o se la dottrina della libera autodeterminazione dei popoli , costi quel che costi, assume l’unico valore possibile da tener presente quando parliamo di democrazia.
D’altra parte e torniamo al tema dell’Afghanistan ,una delle obiezioni che si muovono agli Stati Uniti d’America in tutta questa vicenda è che l’America ha occupato per vent’anni l’Afghanistan senza capire nulla del paese. Perché gli occidentali qui non hanno voluto e saputo tener conto di un aspetto importante della vita di quel paese: da anni ci sono in corso negoziati tra i Talebani e le forze afghane. Ovvero che in quel paese esiste una dialettica , chiamiamola così, tra forze che potevano in qualche modo avviare un governo” partecipato” ,unitario , inclusivo e quindi garantire una ricostruzione e una transizione rispetto al governo Talebano messo fuori gioco dall’intervento americano di venti anni fa . Un governo che tenesse conto di tutte le componenti presenti sul terreno : dai talebani all’alleanza del nord e delle altre forze finalizzato a controllare la presenza per esempio dell’Isis-K ed espellere gli esponenti del terrorismo e le frange estremiste che per anni avevano trovato ospitalità nell’Afghanistan. Coinvolgendo magari in questo progetto di lavoro non solo il Pakistan che ha sempre ospitato per esempio i Talebani e le stesse frange di terroristi , insieme ai paesi limitrofi che accolgono da tempo i fuoriusciti afghani . Non hanno tenuto conto della struttura “familistica” della società afghana dove nella stessa famiglia ci sono componenti affiliati ai Talebani e componenti che lavorano nell’esercito o nella polizia per l’amministrazione sorretta dagli Stati Uniti d’America. L’Occidente non ha voluto tener conto della necessità che in quella società bisognava fare una immersione profonda come per esempio è stato fatto nella guerra del Kossovo da parte degli eserciti Nato nella realtà dell’ex Jugoslavia che andava modificandosi . In Afghanistan gli eserciti occupanti sono rimasti chiusi nelle basi per difendersi dagli attentati. Hanno delegato alle associazioni quel lavoro di costruzione e ricostruzione della società afghana. Addirittura da ultimo hanno appaltato proprio il controllo militare a mercenari . Anche se va detto e riconosciuto che di fronte alla nuova amministrazione talebana che propone il governo della sharia è possibile che si facciano vive sacche di resistenza civile , piccoli semi, che il lavoro di associazioni,organizzazioni non governative, volontari hanno avviato e che comunque avrebbero avuto ancora necessità di tempo e di protezione , seppure armata , per crescere e dare frutti maturi. Non è detto da ultimo che le donne non riescano a portare avanti la loro battaglia di conquista dei diritti all’istruzione, al lavoro, ad una diversa condizione sociale. Le donne viste come un nemico dai Talebani . Alla stregua del nazifascismo che aveva un nemico , la razza e il comunismo , il nemico di classe .
Lo stesso comportamento degli Stati Uniti d’America nei confronti del giovane stato afghano i è stato adottato per esempio, dal punto di vista economico e finanziario, dagli stati confinanti che non hanno tenuto conto della necessità di promuovere una crescita economica che è condizione fondante per l’affermazione della democrazia.
All’inizio dell’intervento americano l’Afghanistan era il quarto paese più povero nel mondo. Oggi si trova all’ottavo posto. I soldi americani sono andati soprattutto alla guerra e non alla ricostruzione. 145 miliardi di dollari per lo sviluppo del paese, 837 miliardi per combattere i Talebani. Secondo Cia e Pentagono gli attacchi da parte dei nemici erano 372 nel 2002,40.535 nel 2020. C’è stato in Afghanistan un boom temporaneo di capitali tanto che nel 2010 gli aiuti sono arrivati a superare il 100% del Pil di quel paese. La fretta di veder rinascere il paese ha dato vita a contratti con aziende private americane pagate dal governo americano che non si fida dell’amministrazione locale. Una operazione che ha tagliato fuori la società afghana e non ha permesso appunto quel coinvolgimento delle forze migliori di quel paese per un contributo alla rinascita. Un sistema che non ha funzionato in nessun modo ( vista anche la preminenza dei finanziamenti a scopo militare) perché quel paese aveva bisogno di ospedali,scuole , infrastrutture e non di bombe elicotteri e carri armati forniti all’esercito e oggi caduti nelle mani dei Talebani.
Una società che non aveva bisogno della corruzione e del malgoverno che hanno creato disaffezione da parte dei cittadini anche a causa della disoccupazione numericamente estesa : un afghano su quattro oggi non ha lavoro .
Dunque tornando al tema della esportazione della democrazia possiamo dire che dovrebbe significare forse “esportare” forme di democrazia a sostegno dei diritti umani per non privare intere popolazioni di questo importante collante per la crescita giusta e solidale. Forse un’azione del genere è possibile . Perché è possibile guardare a questa prospettiva instaurando un paragone tra l’Aghanistan e i paesi dell’ex Jugoslavia dove questa azione di incontro tra eserciti e popolazione civile ha dato vita ad una società nuova in cui i diritti umani contano.
Michele Cangiani in un documento dal titolo : “ Democrazia o guerra “ scrive a proposito della funzione degli Stati Uniti d’America nel proporre appunto la democrazia : “Per dire quel che è ovvio, ma non si deve dire, cito un libro pubblicato nel centro dell’impero, dove si legge che l’interventismo americano ha, sinteticamente, i seguenti scopi: 1) rendere il mondo aperto e ospitale per –come si usa dire –la globalizzazione, cioè in particolare per le corporationstransnazionali con base americana; 2) migliorare i conti finanziari di coloro che forniscono, in patria, beni e servizi per la difesa, e hanno dato generosi contributi ai membri del Congresso e agli ospiti della Casa Bianca; 3) prevenire il sorgere di qualsiasi società che possa offrire un esempio di successo di un’alternativa al modello capitalistico; 4) estendere l’egemonia politica, economica e militare sulla più larga parte del mondo possibile, per prevenire l’affermarsi di qualsiasi potenza regionale che possa sfidare la supremazia americana, e per creare un ordine mondiale ad immagine dell’America, come conviene all’unica superpotenza del mondo ( Blum W., Rogue State, Common Courage Press, Monroe (Maine) 2000. Pag 13-14 )(1)
A vent’anni di distanza dai conflitti che ne segnarono la storia e che ridefinirono le relazioni di partenariato e vicinato dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino e i traumi della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, i Balcani occidentali –concetto geografico con cui si racchiudono Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Kosovo –si presentano oggi come una realtà estremamente composita e caratterizzata da precise specificità. Legati da un passato comune e da dinamiche socio-politiche simili e interconnesse, tutti i paesi dell’area sono ancora impegnati in un processo di stabilizzazione e di consolidamento delle proprie strutture democratiche e istituzionali.
L’intervento Nato è riuscito a legittimare per esempio una divisione etnica –sostanziata nella creazione delle due entità statali, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (Federazione BiH, a maggioranza croato-musulmana) e la Republika Srpska (Rs, a maggioranza serba), sulla base del principio del three people, two entities, one state – e la correlata applicazione dei meccanismi di power-sharing hanno dato vita a un’architettura istituzionale e a un apparato burocratico che pur altamente complessi e dispendiosi reggono ancora oggi. La pubblicazione dei risultati del censimento popolare (30 giugno 2016) il primo dopo la guerra degli anni Novanta ha messo n evidenza che la popolazione era composta per il 50,11% da bosgnacchi, i bosniaci musulmani, (in incremento rispetto al 43% del 1991), per il 30,78% da serbi e per il 15,43% da croati (nel 1991 erano rispettivamente al 31,21% e al 17,38%).
Come pure gli interventi europei hannopermesso , di fronte alla dissoluzione dello Stato federale jugoslavo e le eredità delle guerre in Bosnia Erzegovina (1992-1995) e Kosovo (1999) , di limitare i danni creati da quel solco profondo nella storia, nelle istituzioni e nella società della Serbia, avviando profondi cambiamenti socio-politici e consentendo il raggiungimento di traguardi significativi, a cominciare dall’avvio dell’iter di adesione all’Unione Europea. Sebbene per tradizione e storia la politica estera di Belgrado sia stata sempre caratterizzata da un atteggiamento ondivago tra Mosca e Bruxelles, sintetizzato nella formula two chairs seated, negli ultimi anni la strategia serba sembra aver mostrato un maggiore interesse verso il completamento del processo di europeizzazione, nella convinzione che la risposta alle proprie questioni prioritarie –principalmente l’economia e la correlata capacità di generare sviluppo diffuso –possa passare attraverso l’ancoraggio alle strutture comunitarie. Una scelta dettata da opportunità economiche e politiche che hanno garantito a Belgrado un deciso momento di rottura con il passato permettendole di proporsi come un partner affidabile in termini di cooperazione e sviluppo regionale, nonché di assurgere a un ruolo di influente attore locale nel completamento del processo di stabilizzazione del quadro balcanico. (2)
Sono due esempi quelli che abbiamo citato . Solo esempi ci tengo a sottolineare . Forse quello con l’ex Jugoslavia è un paragone che non regge . A causa probabilmente del modo con cui è stata avviata e condotta nelle vicende afghane la ricostruzione e l’organizzazione della società in questi ultimi venti anni. Un paragone che non regge forse anche per altri motivi .Perché , una volta partiti gli Stati Uniti d’America, l’altro modello di democrazia in campo sembra essere quello della Russia e della Cina. Paesi che non hanno alcuna intenzione di impantanarsi nelle vicende afghane ma che mirano s volgere un ruolo in quell’area asiatica grazie appunto ad una loro presenza in Afghanistan. Cosa che probabilmente sarà permesso alla Cina che ha già un corridoio della sua Via della seta nel vicino Pakistan, che non si è presenta con i carri armati e le bombe bensì con infrastrutture e sviluppo industriale . Tanto che il portavoce dei Talebani Zubihullah Mujahid ha detto a Repubblica che sarà la Cina a ricostruire l’Afghanistan. Secondo il senatore pakistano Mushahid Hussain questa affermazione sembra verosimile. La Belt and Road Initiative già dal 2013 permette alla Cina di percorrere un corridoio Cina- pakistano per i suoi traffici. La Cina dunque come dicevamo non si presenta con eserciti e bombe come gli Stati Uniti d’America ma con infrastrutture, strade , ferrovie e oleodotti . Proverà ad includere L’Afghanistan nel suo programma di espansione ma non si lascerà coinvolgere . Mille miliardi di dollari è pronta la Cina ad investire di fronte ai 6 mila miliardi usati dagli Stati Uniti d’America per combattere il terrorismo.
L’intervento della Cina, promesso e comunque auspicato pubblicamente dai Talebani, ci dice chein questo momento è a Kabul la chiave della supremazia in Asia. Da qui la Cina mira a dominare l’Asia perché questo continente avrà sicuramente un ruolo importante nella geopolitica del XXI secolo . I Talebani hanno risorse in proprio ( per esempio i dollari derivanti dal traffico di oppio) ma hanno anche bisogno di ingenti risorse ( negate al momento per il sequestro dei fondi all’estero e per il rifiuto del fondo monetario di intervenire fino a quando non siano ufficialmente riconosciuti ) per far funzionare, per esempio,l’apparato dello Stato o per procurare semplicemente cibo per la popolazione. La partita è quella di controllare Kabul. Ma probabilmente la Cina se ne terrà lontana fino a quando essa sarà contesa tra Talebani , Isis-K e rete Arkane che tentano di dividersi il consenso anche della stessa popolazione.
La Cina potrebbe dunque esportare la sua democrazia e per assurdo si potrebbe creare la situazione che non sono più i Talebani a minacciare i diritti umani, seppure in nome della sharia , in modo certamente rozzo ,come avviene nei confronti dei diritti delle donne ma sarebbe l’imperialismo cinese che appunto esporta in quel paese la “ sua” democrazia. Con un cambio di passo stravolgente o meglio con la sostituzione di certi rozzi divieti con una raffinata strategia di controllo di alcune categorie produttive, di alcune componenti della stessa società come le donne che pur non vedendosi più negati, platealmente alcuni diritti, resterebbero comunque soggette ad una condizione che pure nega di fatto molti diritti. Tra cui il primo in assoluto quello di dissentire.
Esportare dunque democrazia. E’ quello che è accaduto per esempio nelle primavere arabe .Scrive Stefano M. Torelli : “Durante e subito dopo l’avvento delle cosiddette Primavere arabe, la domanda che era tornata a ricorrere in maniera quasi ossessiva era: “il mondo arabo è compatibile con la democrazia?”.” Una domanda che ha un senso solo se (…) “se non si chiariscono prima alcuni concetti fondamentali per questo tipo di analisi. Prima di tutto, occorre specificare cosa si intenda per “democrazia” e attraverso quali processi evolutivi si possa arrivare a una forma di governo che possa essere definita tale. In secondo luogo, è bene riflettere sull’efficacia di sistemi che potrebbero essere a prima vista democratici, in contesti che presentano oggettive problematicità che vanno ben oltre la presenza o meno di istituzioni democratiche. Infine, nel voler ergersi a valutatori del grado o meno di democrazia che si è raggiunto – o che potenzialmente potrà essere raggiunto – in questi paesi, sarebbe bene considerare un altro fattore che, spesso viene tralasciato come se non fosse importante: il tempo. È possibile decretare il successo o il fallimento di un processo di democratizzazione dopo uno, due, cinque anni? O, piuttosto, occorre armarsi di pazienza e prendere coscienza del fatto che ogni analisi, in questo momento, può essere soltanto parziale?Avendo chiari in mente tali avvertimenti, è possibile per lo meno individuare delle tendenze riguardo il tema della democratizzazione in Medio Oriente e, nello specifico, nei paesi arabi interessati dalle rivolte del 2011. Occorre fare un’ultima premessa, prima dell’analisi: di tali paesi, almeno tre – seppure con diverse dinamiche e a livelli diversi – versano oggi in una condizione di conflitto civile (se non regionale o internazionale): Libia, Yemen e Siria. Pertanto, rimangono solo due casi studio da analizzare, la Tunisia e l’Egitto. Si tratta di due realtà molto diverse tra loro e difficilmente paragonabili, ma sicuramente i processi scaturiti in questi due paesi dal 2011 ad oggi possono essere analizzati in chiave comparata.”
Un’analisi comparata che Stefano M .Torelli dispiega analizzando i pro e i contro dell’attuale situazione dei due paesi per concludere che : “La democrazia è il risultato di tentativi – alcuni a buon fine, altri meno, ma che pur servono per tarare le scelte politiche future – protratti per anni, soprattutto in contesti che non hanno mai sperimentato un reale clima di liberalizzazione politica. E, soprattutto, nei suoi momenti embrionali la democrazia può essere fragile e facilmente vulnerabile, al punto da creare quell’illusione del “si stava meglio prima”, che tanti danni ha prodotto dal Cairo a Tripoli, da Damasco a Sana‘a. È in questi momenti di vulnerabilità e parziale disillusione che vivono le società nelle fasi immediatamente successive all’avvio di una transizione politica, che si potrebbe intervenire dall’esterno per sostenere e incoraggiare quei cambiamenti attraverso i mezzi politici e diplomatici di cui il mondo occidentale (con l’Europa in prima fila) dispone. Del resto, soltanto 70 anni fa, neanche l’Europa avrebbe raggiunto la piena maturazione democratica senza il sostegno di un attore esterno. L’alternativa è stare a guardare e giudicare a posteriori, accettando anche i repentini cambi di direzione in senso autoritario, che nel Nord del Mediterraneo prendono spesso il nome di “stabilità”. Ma, a quel punto, non interroghiamoci più sulla possibilità o meno che in quella parte di mondo possa giungere la democrazia. “ (3)
Il problema dell’esportazione della democrazia dal punto di vista americano è sempre lo stesso : “per la sicurezza americana è più opportuno renderli “simili”,( i paesi e le società civili in cui si interviene ndr) ovvero favorirne il percorso di avvicinamento alla democrazia, o renderli “inoffensivi”, ovvero sostenere al loro interno un regime che non sfidi l’ordine a guida americana?Il riferimento è a tutti quei paesi dove gli americani hanno degli interessi . Un quesito che viene da lontano nel tempo tanto che : “Il dilemma della democrazia ha così attraversato la Guerra fredda, determinando risposte diverse a seconda del grado di stabilità/instabilità dell’ordine internazionale. Solo per citare i casi più evidenti, si pensi a come negli anni di Harry Truman o Ronald Reagan la risposta degli Stati Uniti sia tendenzialmente corrisposta con la prima scelta, mentre in quelli di Lyndon Johnson e Richard Nixon abbia tendenzialmente virato verso la seconda. A questo dilemma non sono comunque sfuggite neanche le Amministrazioni del post-Guerra fredda, destando talvolta stupore tra quanti avevano consciamente o inconsciamente adottato le lenti della “fine della storia” per interpretare la realtà contemporanea.”
Gabriele Natalizia esamina questa strategia partendo dall’idea “che l’ordine internazionale a guida americana sia in crisi per via di una redistribuzione del potere favorevole ad alcune potenze revisioniste appare sempre più consolidata.” È infatti alla luce di questa transizione di potere che nel 2017 l’Amministrazione Trump ha pubblicato una National Security Strategy in cui prometteva di preservare la pace – si legga, l’ordine internazionale – attraverso la riaffermazione della “forza” americana.
Conclude Gabriele Natlizia dopo aver esaminato l’azione degli Stati Uniti dal tempo della guerra fredda ad oggi : “Questa breve analisi sulla promozione della democrazia degli Stati Uniti nel post-Guerra fredda ha fatto emergere come negli anni Novanta e Duemila, nonostante il diverso colore politico di Clinton e Bush jr., gli Stati Uniti abbiano tendenzialmente scelto di perseguire l’obiettivo di rendere gli altri stati “simili” a se stessi. Il suo conseguimento, infatti, è stato considerato funzionale all’ulteriore consolidamento dell’ordine liberale. Negli anni Dieci, invece, sia il democratico Obama che il repubblicano Trump hanno tendenzialmente cercato di rendere “inoffensivi” gli altri stati, usando la democrazia principalmente come strumento di pressione nell’ambito di rapporti competitivi. La continuità nella risposta al dilemma della democrazia tra queste due coppie di presidenti conferma che le politiche americane su questo terreno risultano dettate dal variare della distribuzione del potere e del prestigio. Pertanto, essendo rimasta invariata la condizione di instabilità dell’ordine internazionale così come l’hanno conosciuta gli ultimi due presidenti in carica, è prevedibile che la ricerca dell’inoffensività degli altri stati contraddistinguerà anche l’approccio strategico dell’Amministrazione Biden. Per la democrazia nel mondo, purtroppo, tempi migliori sono ancora di là da venire.( 4)
Democrazia dunque. Esportazione della democrazia . Su questo tema valgano per tutti le idee espresse durante l’incontro tenutosi in seno alla terza edizione del workshop di giornalismo internazionale Il giornalismo che verrà promosso dal Sicilian Post, da il reporter de “La Stampa” Domenico Quirico, la giornalista Rai Maria Pia Farinella e il direttore de “La Tarde”, Cope, Fernando De Haro. (5)
Idee sintetizzate da Francesca Rita Privitera nell’articolo che da conto di quell’incontro :“Il rischio è sempre lo stesso: credere che quella occidentale sia l’unica lente da cui guardare il mondo. «Ci siamo convinti – ha ammonito De Haro – di poter esportare il nostro ideale universale di democrazia nel mondo arabo, senza considerare le differenze antropologiche». È questa, ancora oggi, la causa della nostra incomprensione. Ed è questa la ragione per cui dobbiamo essere cauti quando parliamo di diritti. Certe acquisizioni, per quanto importanti, che valore hanno se la vita è un’ipotesi? «Democrazia – ha precisato Quirico – è il buon governo: può prendere forme diverse dalla nostra purché riconosca l’obbligatorietà dei diritti e la separazione dei poteri». Il fardello dell’uomo bianco, quindi, diventa onesto in un caso: se riusciamo ad esportare dei diritti e se lottiamo affinché vengano riconosciuti. «Diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità: questi tre diritti – ha sentenziato Quirico – racchiudono il minimo indispensabile». Come ha sottolineato De Haro: «La democrazia, se ci sarà, sarà diversa dalla nostra e dipenderà dalla riflessione maturata intorno al valore della cittadinanza».”
(1)https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n13-14/14_Dep_13_14_2010Cangiani.pdf
(2)https://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/note/PI0070Not.pdf
(3) https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-democrazia-dopo-la-primavera-araba-ha-senso-parlarne-14608
(4) https://www.twai.it/articles/promozione-americana-democrazia/*I temi trattati nell’articolo costituiscono l’oggetto del volume Renderli simili o inoffensivi. L’ordine liberale, gli Stati Uniti e il dilemma della democrazia Carocci 2021. Per saperne di più :Cox M., T.J. Lynch e N. Bouchet N. (a cura di) (2013), US foreign policy and democracy promotion: From Theodore Roosevelt to Barack Obama, Routledge.Natalizia G. (2021), Renderli simili o inoffensivi. L’ordine liberale, gli Stati Uniti e il dilemma della democrazia, Carocci. Peceny M. (1999), Democracy at the point of bayonets, Pennsylvania State UP. Smith T. (1994), America’s mission: The United States and the worldwide struggle for democracy in the twentieth century, Princeton UP.

(5) https://www.sicilianpost.it/jihad-migranti-e-diritti-che-ne-e-stato-delle-primavere-arabe/

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