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“ELEONORA D’ARBOREA “- PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

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Redazione- In età medioevale fra le donne che si distinsero per spirito di iniziativa, ardimento, capacità politiche e diplomatiche vi fu Eleonora d’Arborea, la quale si impegnò con tutte le sue forze in difesa della propria terra e della propria famiglia. Eleonora rappresenta ancora oggi un esempio per la Sardegna che non l’ha dimenticata e che l’ha resa emblema della fierezza e dell’ardimento di un popolo, quello sardo che non ha mai rinunciato a difendere i propri diritti e la propria autonomia. Eleonora nacque intorno al 1340 e fin dall’infanzia visse ad Oristano, centro di potere della sua famiglia. Il padre, Mariano De Bas Serra, nel 1347 fu nominato giudice di Arborea fino al 1376. Quelli del giudicato di Mariano De Bas Serra furono anni in cui si avvertì sempre più forte sull’isola la pressione del regno aragonese, interessato ad estendere il dominio sull’isola. Al fine di mantenere la Sardegna autonoma da qualsiasi ingerenza straniera e di potenziarne il prestigio e il potere, nel 1376 Eleonora fu concessa in sposa a Brancaleone Doria, appartenente alla potente famiglia genovese dei Doria che possedeva nell’isola estesi territori e conduceva da tempo una politica antiaragonese. Nei primi anni di matrimonio Eleonora si stabilì a Genova. La distanza dalla Sardegna concorse inizialmente a mantenere la sua posizione defilata e contribuì a mantenere separati gli interessi sardi da quelli iberici ma pur sempre la giovane sposa costituiva il trait d’union fra il casato genovese e il giudicato arborense in funzione antiaragonese. E gli avvenimenti storici non tardarono a renderla protagonista, allorquando suo fratello Ugone, già succeduto al padre, fu ucciso a furor di popolo a causa del governo militaresco impresso sui territori isolani. Fu allora che Eleonora, consorte di Brancaleone Doria e sorella dello scomparso giudice Ugone, assunse il titolo di judicissa de Arborea e, preso il potere, continuò in modo risoluto la politica della famiglia. Distantasi ben presto per coraggio e determinazione, raccolse attorno alla propria persona moltissimi Sardi, i quali non erano di certo disposti a diventare pedine nelle mani della monarchia catalana. Eleonora fu sempre molto oculata e risoluta nell’affrontare le situazioni politiche che le si prospettarono ed esercitò il potere in prima persona. Ciò fa pensare che, nonostante l’apparente distacco dagli affari politici interni di famiglia, la judicissa era sempre stata al corrente delle questioni inerenti il giudicato della famiglia, tanto da assumere il pieno controllo della situazione politica nel momento in cui il destino la chiamò di nuovo in Sardegna. Ogni azione da lei intrapresa fu sempre studiata in comune accordo con il consorte, a cui furono delegati gli affari esteri, in particolare i rapporti con il Casato
d’Aragona. Eleonora si mostrò anche disposta a realizzare la pacificazione con gli Aragonesi e suo marito, Brancaleone Doria, si recò a Barcellona per rappresentare i propositi politici e diplomatici della corsorte. Così consolidò la propria immagine, quale donna d’azione, che, al comando dei Sardi, cavalcò la Storia con la perizia di un’amazzone, riconquistando le terre in preda a insurrezioni per riportarle sotto la giurisdizione arborense. In verità, solo apparentemente Eleonora continuò a condurre una politica pacifista verso gli Aragonesi, poiché in realtà tentò in ogni modo di allontanare dalla sua isola l’ingerenza dei Catalani. Dunque fu formalmente pronta a portare omaggi al re Pietro IV, mentre sostanzialmente fu a lui ribelle. Dal suo canto il sovrano aragonese non cadde nella rete pseudopacifista tesagli dalla nobildonna e, mentre Brancaleone Doria si recava presso le Cortes di Monzon, dopo averlo eletto Conte di Monteleone e Barone di Marinella, lo sequestrò di persona promettendo che l’avrebbe liberato solo quando gli avessero consegnato in ostaggio il figlio Federico, nel frattempo divenuto erede presuntivo della carica giudiziale d’Arborea nel 1384. A quel punto Eleonora non si perse d’animo e, lontana dal proposito di consegnare in ostaggio il piccolo Federico, pur consapevole che la sua decisione poteva mettere in pericolo di morte il consorte, nel frattempo trasferito prigioniero in Sardegna, impugnò le armi contro gli Aragonesi, sostenuta da un movimento popolare che si levò in rivolta al grido: “Viva Donna Eleonora, messer Branca e suo figlio e muoia chi vuole la guerra!” Confidando sul sostegno della popolazione isolana, si impegnò comunque a convincere gli avversari ad una pacificazione. Agì in tale direzione senza propositi vendicativi, dando vita ad una complessa opera di felice riuscita: mentre riconquistava ad uno ad uno tutti i feudi sottomessi agli Aragonesi, continuò le trattative di pace, accolte da Pietro IV che pian piano si convinse delle buone intenzioni della judicissa. Le trattative furono estenuanti e lunghe. Si sbloccarono anche a causa della prematura morte di Federico e si conclusero a Cagliari con un progetto di pace il 24 gennaio del 1388 che chiudeva una prima fase del conflitto. A Federico succedette il piccolo Mariano, mentre la madre Eleonora assumeva la reggenza in nome del futuro giudice. La contesa con gli Aragonesi non era conclusa. Pietro IV rivendicava delle terre, come Sassari, Osili, Longon Sardo, Sanluri e Iglesias. Inoltre teneva ancora in ostaggio Brancaleone Doria, consorte della judicissa. Il 1 gennaio del 1390 si arrivò all’accordo definitivo per la liberazione del regale consorte di Eleonora, il quale poté finalmente lasciare il castello di Cagliari, dove era stato detenuto per anni. Assicuratasi la liberazione del marito, Eleonora piuttosto che concludere e sottoscrivere il trattato di pace, riprese le ostilità contro il regno di Aragona, mentre il marito mantenne in tale occasione un profilo marginale, avendo da poco ottenuto la liberazione per cui erano state necessarie lunghe trattative e dovendo, in previsione di una
futura pace, intrattenere rapporti per l’attuazione di un progetto pacificatore. Sia ben chiaro che i due coniugi furono sempre d’accordo sulla linea politica da condurre. Essi avevano gli stessi obiettivi ed erano animati dalle stesse finalità. Nella riapertura delle ostilità la judicissa ebbe dalla sua parte i Genovesi e tutte le terre sarde che la sostennero e furono al suo fianco, e in breve tempo riconcquistò buona parte della Sardegna. Eleonora si mostrò pronta e concreta nell’affrontare situazioni politiche e militari che sovrani più forti di lei avrebbero avuto difficoltà a sostenere. La sua strategia di “prometter lungo con l’attender corto” e la capacità di attaccare il nemico senza esitazioni e ripensamenti le consentirono risultati insperati. Dopo di che la Sardegna divenne autonoma e lontana dalle mire egemoniche aragonesi mentre nel frattempo le trattative con gli ambasciatori aragonesi venivano condotte dal consorte, dato che la judicissa di volta in volta adduceva mille ostacoli ed impegni per non incontrarsi con gli avversari. Gli Aragonesi rimasero convinti che le assenze di Eleonora erano “cosa maliciosament cogitada”. La politica condotta da Eleonora fu di essere “assente ma pur sempre presente”. Quella la sua “carta vincente”. Gli storici non dispongono di sufficiente documentazione, tuttavia ipotizzano che il conseguimento di una pace durevole e di un’azione economica e legislativa di ampio respiro si ebbe con l’emancipazione di Mariano, avvenuta intorno al 1402- 1404, anni in cui probabilmente Eleonora iniziò a ritirarsi dalla vita politica attiva, dedicandosi invece a quella legislativa, che le consentì miglior fama. Ampliò e suddivise la “Carta de logu”, ossia lo Statuto in cui erano raccolti gli usi giuridici locali, cui la judicissa attese personalmente attraverso interventi che ancora oggi destano meraviglia per l’esperienza e la vasta cultura giuridica di cui sono portatori. Per il rinnovamento giuridico della “Carta de logu”, già precedentemente elaborato dal padre Mariano, Eleonora si avvalse anche del contributo del consorte Brancaleone Doria e di esperti giuristi che seppero consigliarla. La “Carta de logu”, per volontà di Eleonora, contiene una raccolta completa di articoli di procedura civile e penale, distinti e suddivisi in dieci Ordinamentos o sezioni, che, sebbene rinnovati, si uniformano alle condizioni locali. Inizialmente redatti in logudorese, gli articoli furono poi trascritti in campidano ed estesi a tutta la Sardegna, concorrendo all’unificazione del diritto sardo e a dar luogo ad una forma di manifestazione comune del predetto diritto. La “Carta de logu de Arborea”, promulgata in occasione della Pasqua del 1365, fu successivamente “svecchiata” da una tramontata coscienza giuridica sarda e da alcune pratiche superate. Fu rinnovata secondo gli influssi dei diritti continentali. La “Carta de logu de Arborea” fu rispettata e osservata sia durante l’occupazione degli Aragonesi sia successivamente, fino alla legislazione di Carlo Felice di Savoia nella prima metà del XIX secolo. Ancora una volta, sebbene in pieno Medioevo, una donna intelligente e decisionista si ritagliò un ruolo preminente e di potere, ambito da qualsiasi uomo.

F.to Gabriella Toritto

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