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“A CANTA’ LU SANT’ANDONIE” – DI VALTER MARCONE

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Redazione- La Chiesa cattolica celebra il 17 gennaio la memoria di sant’Antonio, abate, che, “rimasto orfano, facendo suoi i precetti evangelici distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si ritirò nel deserto della Tebaide in Egitto, dove intraprese la vita ascetica; si adoperò pure per fortificare la Chiesa, sostenendo i confessori della fede durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, e appoggiò sant’Atanasio nella lotta contro gli ariani. Tanti furono i suoi discepoli da essere chiamato padre dei monaci. “

La Vita Antonii è stata attribuita al suo discepolo Atanasio di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l’Arianesimo. L’opera divenne popolare tanto in Oriente che in Occidente e diede un contributo importante all’affermazione degli ideali della vita eremitica e monastica. Un grande rilievo assume, nella Vita Antonii la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sanctii Pauli primi eremitae. Vi si narra l’incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con l’anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l’episodio del corvo che porta loro un pane affinché si sfamino, sino alla sepoltura dl vecchissimo Paolo ad opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea.

“Il santo morì all’età di 105 anni. Una vita di solitudine, digiuno, e lavoro manuale al servizio di Dio lo aveva mantenuto sano e vigoroso fino agli ultimi momenti della sua vita.
L’esempio di sant’Antonio Abate ha indotto molti a intraprendere la vita monastica per seguire la sua strada. Verso la fine della sua vita, egli divenne anche amico di San Paolo l’Eremita.

S. Atanasio, che conosceva Antonio e scrisse la sua biografia, ha detto: “Antonio non era noto per i suoi scritti, né per la sua sapienza mondana, né per qualsiasi arte, ma semplicemente per la sua riverenza verso Dio”. Ci si può chiedere oggi cosa abbia da insegnare una persona che viveva nel deserto, indossava pelli, mangiava solo pane e dormiva per terra. L’insegnamento di Antonio fu di vivere la vita con fede radicale e completo impegno verso Dio.”( 1)

La notte del giorno della festa di S. Antonio si illumina di fuochi e le strade dei paesi dell’Appennino e della costa sono percorsi da compagnie che vanno cantando “lu Stant’Antonie”.

Infatti sono due le usanze riferite alla festa di questo Santo che restano quasi intatte ormai da secoli.

“A cantà lu sant’Andonie” è l’usanza più conosciuta che ancora oggi si ripete in molti piccoli paesi abruzzesi e non solo.

In Abruzzo, è da ricordare la rievocazione de “Lu sant’Andonie” che si svolge ogni anno a Villa San Giovanni di Rosciano a cura della locale Associazione culturale La Panarda. Nel pomeriggio del sabato precedente al 17 gennaio sul sagrato della chiesa parrocchiale si ripropone la benedizione degli animali e dei prodotti della terra, mentre in serata, nella piazza principale del paese, attorno ad un grande fuoco si esibiscono gruppi di teatranti popolari rievocanti le scene de “Le tentazioni di sant’Antonio”, con canti e poesie dialettali sul santo e sulle tradizioni contadine del periodo invernale. Al termine, porchetta, salsicce e vino per tutti gli intervenuti.

A Trasacco vengono rappresentate scenette che ripropongono antichi riti in cui il bene prevale sul male, infatti nella rappresentazione de «I Mascaritte» l’Arcangelo Michele, nel difendere dalle tentazioni il santo asceta, «uccide» il diavolo. La sceneggiata de «I Mascaritti» veniva rappresentata di casa in casa, dove venivano offerte salsicce, vino e panette; nella nuova edizione, invece, viene rappresentata all’aperto, nei luoghi dove sono allestite le varie cottore. La rappresentazione con figuranti in costume inizia nel primo pomeriggio del 16 gennaio, percorrendo le vie per raggiungere tutti i posti delle cottore (sono previste ben 15 cottore in altrettanti rioni dove funzioneranno posti ristoro) e qui, accompagnata da orchestre itineranti, viene riproposta la scenetta.

Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di s. Antonio”. E’ un modo di salutare il prossimo arrivo della primavera e la fine dell’inverno.. La cenere di quei fuochi finiva nei bracieri delle case e serviva anche ad asciugare la biancheria che vi si poneva sopra appoggiata a listelli di legno.

In Abruzzo la manifestazione più conosciuta è quella che si svolge a Fara Filiorum Petri, in provincia di Chieti , dove si realizzano le farchie in onore di sant’Antonio abate. La leggenda locale narra di sant’Antonio Abate che nel 1799 salvò Fara Filiorum Petri dall’assedio dei soldati francesi, incendiando le querce del bosco e trasformandole in grandi torri di fuoco. Per tale motivo, non solo in questa località, ma anche in altri paesi limitrofi, a metà gennaio, si celebra il santo patrono con le farchie accese.

A Casacanditella, San Martino sulla Marrucina,43 a Roccamontepiano nelle contrade Reginaldo, Piana Domini e Terranova 44 e a Pretoro in contrada Pagnotto (CH), di fronte alla chiesa, vengono portate le farchie, grandi torce di un metro di diametro e di diversi metri di altezza, formate da canne, che poi vengono accese. A Serramonacesca (PE), la sera del 16 gennaio, vigilia della festa di sant’Antonio Abate, si accendono 3 o 4 farchie in onore del santo eremita. Queste sono composte da fasci di canne legate tra loro fino a formare una gigantesca torcia, alta 7/8 metri e del diametro di 80 cm. In questa occasione si allestisce una sacra rappresentazione sulla vita di sant’Antonio
Abate. Da pochi anni si fanno le farchie con canne a forma di torcione anche nella frazione di
Sciorilli a Guardiagrele.

L’uso rituale dell’unica torcia accesa dall’alto viene attuato a Collelongo (AQ), dove nella notte tra il 16 ed il 17 gennaio è trasportato o realizzato in loco presso il prospetto principale della chiesa di sant’Antonio abate un enorme torcione (questo è il termine locale che lo designa), che viene acceso dopo aver espletato un cerimoniale che comprendono le “canzoncine” cantate in onore del santo. Prima dell’accensione, e nel corso di essa, torce di misura minore vengono portate in mano anche da bambini, per i quali se ne costruiscono di adatte dimensioni, con rami di frasche stretti da fili di ferro. Nella costruzione questi torcioni sono molto simili alle fracchie di San Marco in Lamis, con la variante che non vengono trasportate ma vengono infisse nel terreno con la coda mentre la parte conica rimane in alto e viene bruciata. Ora per comodità, spesso, viene realizzata un’ossatura di
ferro a cono rovesciato e fissato a terra, in questa ossatura di tondini di ferro viene sistemata la legna da ardere. La sera del 16 gennaio vicino al torcione acceso adulti e ragazzi recano in mano fiaccole-torce di misura minore, di adatte dimensioni, con rami di frasche stretti da fili di ferro. Fino agli anni ‘50 questa tradizione, derivata dal ceppo natalizio, si svolgeva la notte di Natale, poi si è pensato di spostarla alla farchia di sant’Antonio abate, in onore del santo del fuoco.
A Fraine (CH) la vigilia di Natale si accende la farchia realizzata come a Collelongo. (2 )

Sul blog Osservatorio di confine a cui ho dato vita quasi venti anni fa , ho più volte scritto della festa di questo santo e le usanze a lui legate nella religiosità popolare . L”intero articolo può essere letto su quel Blog . Ne riporto alcuni brani.

“A Sulmona tra Porta Napoli e la Chiesa di S.. Francesco non è agevole oggi trovare la Cappella di S. Antonio Abate,quasi una edicola con immagine del santo , cancello e tettoia spiovente. Una volta era in aperta campagna. Oggi la piccola costruzione scompare al limite della strada dov’è situata, inglobata tra un distributore di benzina e un enorme edificio. Di proprietà della famiglia del mio amico Romeo Caroselli era meta di passeggiate fuori porta sulla strada per il Ponte Nuovo.

Il 17 gennaio di ogni anno sul piccolo campo antistante la cappella, ai margini della strada statale si svolgeva la benedizione degli animali.
Era il giorno della festa di Sant’Antonio Abate a cui la devozione popolare affidava la protezione degli animali ,una festa affascinante. Per noi ragazzi accendere i fuochi , veder sfilare gli animali e partecipare poi alla cantata, una sorta di rappresentazione teatrale ,era veramente una festa.
L’appellativo di protettore degli animali probabilmente trae origine da raffigurazioni pittoriche medievali di questo santo eremita.
Sant’Antonio Abate ha rappresentato una delle figure principali della religiosità popolare. Venerato come protettore degli animali ( la sua immagine si trovava un tempo in tutte le stalle ), viene invocato per la salute del bestiame domestico e del corpo, specialmente contro il «fuoco di Sant’Antonio».

Il 17 gennaio nella cultura contadina è un giorno fondamentale che indica l’inizio del calendario delle opere da compiere e i lavori da eseguire nelle campagne . Il giorno della festa continua ad esser un “giorno di fuochi”, e la memoria che vince l’oblio torna a raccontare ai più piccoli e a ricordare ai più anziani, usi e costumi delle comunità di un tempo, perché non se ne smarrisca definitivamente il significato e la bellezza.

L’iconografia associa a Sant’Antonio Abate il bastone a T, tau, e un maiale. Secondo gli studiosi, all’inizio si trattava di un cinghiale, attributo del dio celtico Lug, venerato in Gallia ma che compare anche nelle saghe irlandesi, ritratto come un giovane che tiene tra le braccia questo animale. Lug era il dio del gioco e della divinazione, era colui che risorgeva con la primavera, figlio della Grande Madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali come alla romana Cerere. I celti lo tenevano in gran conto, tanto è vero che portavano l’emblema di un cinghiale sugli stendardi e il simbolo sugli elmi. Non solo, sui corti capelli stendevano una poltiglia di gesso perché, irrigidendosi, rassomigliassero alla cotenna dell’animale. I sacerdoti celtici, i druidi, erano chiamati Grandi Cinghiali Bianchi, nelle leggende si racconta della caccia al cinghiale immortale per togliergli un pettine e una forbice che si trovavano fra le sue orecchie. Poiché le reliquie del santo erano giunte in Francia, i primi cristiani celti trasferirono nel santo gli attributi del dio pagano e nelle leggende di sant’Antonio abate ecco che s’inserisce il cinghiale, diventato poi maiale per estirpare il ricordo precristiano.Nascono due leggende per cristianizzare gli emblemi, la prima racconta che il cinghiale-maiale fosse il diavolo sconfitto da Antonio resistendo alle tentazioni, la seconda dice che un giorno il santo guarì un maialino e da quel momento questi lo seguì fedele come un cane. E il maiale diventò un privilegio dei Fratelli Ospedalieri di sant’Antonio, fondati nel 1600, che potevano allevarlo per nutrire gli ammalati che accorrevano alla chiesa di Saint-Antoine-de-Viennoi a alla Motte-Saint-Didier, dopo che si era sparsa la voce che attribuiva al santo la facoltà di guarire l’herpes zoster, grazie al suo dominio sul fuoco, poiché si racconta che sant’Antonio abbia rubato, con l’aiuto del suo maialino, il fuoco dell’inferno.

In genere gli attributi iconografici sono: Croce a Τ (tau), spesso di colore rosso, sulle vesti o all’apice del bastone; Bastone spesso con una campanella; Libro delle sacre scritture, in mano, generalmente aperto; Fuoco, sul libro o ai piedi; Maiale, ai piedi, talvolta con altri animali domestici; Corona del Rosario, in mano o pendente dal bastone; Serpente schiacciato dal piede; Aquila ai piedi. Una delle più antiche immagini pervenutaci, risalente all’VIII sec., è contenuta in un frammento di affresco proveniente da un convento a Bawit in Egitto.

L’herpes zoster è una infezione ai nervi chiamata volgarmente “ fuoco di Sant’Antonio” che si estende ad alcune zone della pelle provocando un’eruzione dolorosa di vescicole che in seguito formano una crosta, con il dolore che può perdurare per mesi o addirittura per anni. Anche dopo la guarigione dell’eruzione cutanea è malattia difficilissima da curare. Tanto che, spesso, sono gli stessi medici a indirizzare i pazienti verso cure “alternative”.
I guaritori del fuoco di Sant’Antonio sono in tutta Italia, la loro sapienza ha diversi modi e rituali ma, pare, la stessa efficacia.
Alcuni si sentono dei predestinati, come in alcune zone della Toscana, dove, per poter curare, bisogna essere l’ultimo di sette figli, tutti maschi o tutte femmine, e non c’è possibilità di tramandare questa capacità a nessuno: è qualcosa che uno ha già al momento della nascita o non potrà avere mai. Naturalmente, con queste condizioni, era più facile trovare un guaritore anni fa piuttosto che oggi e ormai la “virtù”, questo segno del destino, dovrebbe essere in mano a pochi. Ma quei pochi sanno che non possono sottrarsi, rifiutare non si può. Allora al malato con pazienza si ripetono i segni della croce quattro, cinque volte, fino a quando si “sente” che si deve smettere. Poi si ricomincia dopo mezz’ora, e poi ancora e ancora, fino a stremare il male, prima che il male non stremi il paziente, o il guaritore.

Ma il fuoco che è fuori è anche dentro e allora in Basilicata, per curarlo, si prende il sambuco (le foglie se è estate, gli steli se è inverno), si fa bollire, e si fa bere l’acqua al malato; poi, con l’acqua che resta, si fanno gli impacchi. Ma non basta, ci vuole anche l’altra cura. Per tre martedì di seguito (il martedì è il giorno di S. Antonio) si accende un fuoco, si mette il dito nella cenere e si ripete questa formula: “S. Antonio venisti, tredici grazie facesti, dispensane una a quest’anima di Dio, spegni questo fuoco a quest’anima di Dio”. Infine si prendono tutte le braci, si spargono per strada e si ricomincia la litania: “Come si spegne questo fuoco in mezzo alla strada, spegni questo fuoco a quest’anima di Dio. Tu sei il patrono del fuoco. La virtù è tua e non mia
Il fuoco, comunque , elemento maschile e simbolo di forza vitale, purificatrice e propiziatoria, è il protagonista della notte di Sant’Antonio abate, con i falò che scaldano e illuminano le campagne. Bruciando, come vuole la tradizione, scatenano energie positive che distruggono il male e sconfiggono la paura, e annunciano il passaggio dal buio delle giornate invernali alla luce della rinascita primaverile. Ogni anno, il 17 gennaio, rivive uno dei più sentiti riti del mondo contadino, che un tempo dall’inclinazione delle fiamme traeva presagi sull’andamento dell’annata agricola.
Lo spirito di questa antica festa contadina resiste anche a Pescocostanzo,e i ragazzi la sera della vigilia si mascherano con allegria per continuare a farla vivere. Girano, i giovani cantori, per le strade cantando vecchie canzoni che narrano la lotta tra il Santo e il Demonio, facendo la questua.Il giorno 17 al mattino la giornata inizia con l’accensione di un grande falò in Largo Porta Berardo, ai piedi della scalinata che conduce al “Peschio” su cui c’è l’antica chiesa dedicata al Santo e dove si tiene messa solenne alle 11.00. Nel pomeriggio, alle 17.00, in piazza Municipio l’apertura degli stand gastronomici a cura della Pro Loco; a quell’ora anche al Capocroce sarà pronto il fuoco degli “amici di Sant’antonio”.. Quando è notte – dopo i Vespri delle 18,00 – in piazza Municipio ci sarà il lancio dei “palloni” (mongolfiere). Dal volo di questi palloni (uno per ogni mese, sull’ultimo c’è l’effige di Sant’Antonio Abate) i contadini traevano un tempo previsioni per l’anno che iniziava. La notte di Sant’Antonio, come sempre, a Pescocostanzo sarà più lunga e la festa “brillerà” di suoni, canti, vino e banchetti intorno ai fuochi.

Tanti piccoli centri si animano già prima e la gente dei luoghi prepara mucchi di legna o colonne di canne che, una volta accese, rischiareranno scorci e piazze, daranno luce a facciate di palazzi e chiese nei tanti borghi abruzzesi: i “fuochi di Sant’Antonio”. Un elemento tradizionale e fondamentale della festa del Santo, riconosciuto come colui che vinse i diavoli e le fiamme dell’inferno. Enormi cataste di legna, dette in Abruzzo “focaracci” e “focaroni”.
Dove si tiene la processione quando la statua di Sant’Antonio Abate appare sulla porta della chiesa e si agita il suo bastone per far tintinnare il campanello, oppure dopo l’aspersione con l’acqua santa, ha inizio una tipica cavalcata. Il sacerdote che presenzia la processione riceve un’elemosina e poi distribuisce i “ pani di S. Antonio”, ritenuti, miracolosi per la guarigione degli animali.
Nel mondo contadino l’ immagine di Sant’Antonio veniva appesa ai muri di tutte le stalle . La devozione popolare per questo santo è dovuta, in realtà, ad un errore dell’interpretazione iconografica, riconducibile al fatto che la fantasia popolare ha la tendenza a materializzare i simboli: nel primo periodo, infatti, Sant’Antonio veniva rappresentato in lotta con i diavoli, rappresentati in varie forme di bestie, o simboleggiati dal maiale.Nel medioevo, le comunità allevavano a spese di tutti un porcellino, che poi veniva ucciso l’anno seguente, in occasione della festa del Santo, devolvendo tutto il ricavato ad opere di bene.
Questa tradizione è ancora viva ad Alfedena e in alcuni altri paesi dell’Abruzzo .
Per la cultura agro-pastorale gli animali quali asini , cavalli, muli, mucche pecore ma anche cani e soprattutto il maiale erano un mezzo di aiuto nel lavoro e di sostentamento della famiglia.

Ma il protagonista di questa festa non è soltanto un cocciuto abate eremita ma anche un demonio sfortunato che appunto interagiscano nella scena di sacre rappresentazioni cantate. Queste che come afferma Adriana Gandolfi traggono “ origine dal vasto repertorio del teatro sacro medioevale e dalle successive commedie dei santi di origine spagnola ,raccontano in forma melodrammatica la vicenda di Sant’Antonio nel deserto e le tentazioni subite ad opera del demonio.” In realtà Antonio abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant’Atanasio, che contribuì a farne conoscere l’esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Conciliio di Nicea. Nell’iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore
“Cantare lu Sant’Antonio” assumeva nella cultura popolare un alto valore in quanto in chiave umoristico-burlesca il demonio diventa un folletto dispettoso intento a molestare il santo. Al termine dalla rappresentazione il demonio viene trafitto dal santo con una spada portatagli dall’Arcangelo Michele.

Con questa rappresentazione burlesca il mondo contadino dava inizio ai festeggiamenti del carnevale. La festa assume varianti a secondo del territorio abruzzese in cui si svolge. In alcune versioni “ riscontrate soprattutto nella zona interna collinosa e pedemontana della Maiella, nella rappresentazione è presente anche “la dunzelle”,un uomo vestito da donna: il diavolo stesso che si traveste per tentare la castità di S. Antonio.”
La rappresentazione veniva effettuata durante la settimana precedente il 17 gennaio, festa del santo, e si andava casa per casa e il gruppo mascherato, chiamato “Compagnia di Sante Anttò” recitava la lotta vittoriosa del santo contro il demonio . In cambio si ricevevano doni in prodotti alimentari. Era una specie di rito come quello venuto di moda di recente per la notte della festa di tutti i Santi , importato dall’America, notte in cui i bambini visitano le abitazioni dicendo soltanto la povera formula “ dolcetto o scherzetto”
La cantata era invece una vera e propria forma d’arte che partendo dall’arcaica matrice primitiva del canto lo aggiornava, lo adattava, lo faceva rivivere attualizzandolo anche attraverso la gestualità, attraverso le musiche , sempre attraverso quel senso corale di incontro della comunità locale.”

Sant’Antonie a lu deserte” o Lu sant’Antonie (a volte scritto Sant’Antonio allu desertu e in italiano Sant’Antonio nel deserto) è un canto popolare italiano, di origine abruzzese, composto da uno o più autori anonimi. Sul web se ne possono trovare diverse versioni .

È un canto di questua ed i versi vengono cantati principalmente in Abruzzo alla vigilia della festa di sant’Antonio abate. Essa si svolge dal pomeriggio della vigilia per concludersi il 17 (giorno della festa del santo) fra canti, suoni e sacre rappresentazioni fino a tarda notte. Il culto è sempre stato molto vivo nel mondo agro-pastorale abruzzese, dove il santo è venerato quale protettore degli animali domestici.

Le numerose strofe ricordano, con spirito ludico, le tentazioni di sant’Antonio, le proverbiali lotte tra l’anacoreta e Satanasso. Esistono diverse versioni della ballata, provenienti da diverse parti d’Abruzzo. L’originale di tradizione umbro-aquilana è “Sant’Antonio allu desertu”, resa nota dal gruppo I Gufi per l’incisione, il motivo è diverso dalla ballata più allegretta oggi conosciuta in regione, e il motivo è più andante. Una ballata antica, riproposta di recente a Scanno è “La Leggenda de lo Beatissimo egregio Missere il Barone Santo Antonio”, che il Crocetti Guerrieri fa risalire a una ballata originaria lombarda, poi giunta in Abruzzo nel XVI secolo circa .

Gennaro Finamore a cui si devono numerosi studi sul folklore abruzzese e trascrizioni di canti, ballate nel 1910 ca. ha trascritto alcune versioni di provincia in provincia della canzone[ anche se la vulgata risulta essere quella della provincia di Chieti, intonata soprattutto il 16 gennaio per la festa delle Farchie a Fara Filiorum Petri. .Finamore riporta queste canzoni anche nella trattazione delle Tradizioni popolari abruzzesi, pubblicate nell’Archivio per il Folklore Italiano (Palermo), descrivendo le diverse usanze nei paesi d’Abruzzo, dove Sant’Antonio è assai venerato, nella Marsica, a Scanno, a Fara Filiorum Petri, a Lanciano, a Vasto, nei primi del ‘900 anche a Chieti.

Ci sono poi altre versioni conservate e trascritte : ballate cantate da contadini e dalle compagnie goliardiche nel giorno della festa del santo. Il francescano Donatangelo Lupinetti nel 1952 ha raccolto una ballata di Sant’Antonio che mostra collegamenti con lu “Sant’Antonio allu desertu” e “La leggenda del Barone Sant’Antonio”, per quanto riguarda la nascita sotto cattivi auspici perché la madre gli vendette l’anima al Diavolo, e le tentazioni che ebbe nel deserto, e ugualmente il Finamore trascrisse una storiella popolare, ripresa anche da Lupinetti in dialetto vestino, che racconta la leggenda del Sant’Antonio abruzzese mescolata ad elementi agiografici della tradizione. (3)

La canzone tipica de “Lu Sant’Antonie” inizia con un augurio del santo (o anche del gruppo di stornellatori) verso la gente devota che lo ospitano nelle loro case durante il pellegrinaggio, successivamente i distici cantano la vita del santo, dalla fuga al deserto per non sposarsi, alle tentazioni e ai dispetti del Demonio, fino alla generosità del santo verso i contadini e al saluto finale. L’elemento di contaminazione abruzzese sta nel descrivere il santo come un allegro burlone e mangione che nonostante il dispetti del diavolo, riesce sempre a cavarsela, mangiando ora i tagliolini con le mani dopo che il demonio gli ruba la forchetta (a volte gli ruba la ventricina e Sant’Antonio picchia il demonio dando inizio alla leggendaria contesa, come scrisse il poeta Evaristo Sparvieri di San Salvo, oppure riuscendo illeso dalle ortiche quando il demonio lo spinge mentre il santo va a caccia di lumache (le “ciammajìche”), ecc. La canzone si conclude con il santo che benedice gli animali dei contadini, affinché diano prosperità al focolare, e saluta la folla plaudente. (4)

Riporto la versione del Canzoniere popolare italiano

Buona sera amici cari tutti quanti qui presenti
sete tutti qui vinuti pe la festa de domani
che domani è S.Antonio lu nemicu de lu demonio.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

Li parenti de S.Antonio una moje je vojono dane
ma lui nun ne vo’ sapene, ne lu desertu se fa mannane
pe n’avè la seccatura de sta a fà ’na creatura
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

S.Antonio allu desertu se magnava li tajulini
Satanassu pe’ dispettu je rubbette li furcini
S.Antonio nun se lagna, colle mane se li magna.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

S.Antonio a la fontana se lavava la ’nzalata
Satanassu pe’ dispettu je tirette ’na sassata
S.Antonio lu pia pe lu collu e lu mette co lu capo a mollo.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

Sant’Antonio allu desertu se r’cucìa li carzuni
Satanassu pe’ dispettu je rubbette li vuttuni
Sant’Antonio se ne frega co lu spago se li lega.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

S.Antonio allu desertu se facìa la permanente
Satanassu per dispetto je stacchette la corente
S.Antonio nun se ’mpiccia e co’ le deta se l’arriccia.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

Sant’Antonio allu desertu se ne stava senza moje,
Satanasso pe’ dispettu je risveja certe voje.
Sant’Antonio no je ’mporta, se lu cciacca su la porta.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

S.Antonio allu deserto se diceva l’orazione
Satanassu per dispettu je fa lu versu de lu trombone
S.Antonio cu lu furbicione trìcchete-tràcchete lu fa cappone.
S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio!

S.Antonio S.Antonio lu nemicu de lu demonio! (5)

Riporto la versione adottata da Amalia Rodriguez la regina del Fado

Bona sera, car’amice,
tutte quante cristiane,
questa sera v’aije a dice
de la feste de dumane.
Ca dumane è sant’Antonie,
lu nemice de lu demonie.

Poi c’è un riitornello :” Sant’Antonie, sant’Antonie/ lu nemice de lu demonie” che viene ripetuto dopo ogni strofa .

Sant’Antonie a lu deserte
se cuciave le tajuline,
Satanasse pe’ despette
je frechette la furcine.
Sant’Antonie nun s’encagne,
‘nghe le mane se li magne.

Sant’Antonie a lu deserte
se cusceve li cazzune,
Satanasse pe’ despette
je frechette li buttune.
Sant’Antonie se ne freche,
‘nghe lu spache se li leche.

Sant’Antonie a lu deserte
s’appecciava ‘na sigarette,
Satanasse pe’ despette
je frechette la lumette.
Sant’Antonie se ne freche,
‘nghe nu prospere se l’accese.

Bibliografia su Sant’Antonio Abate a cura di LibreriadelSanto.it

  • Pesenti Graziano, Sant’Antonio Abate. Padre del monachesimo, Elledici, 2009 – 48 pagine
  • Antonio Abate (sant’), Secondo il vangelo. Le venti Lettere di Antonio, Qiqajon Edizioni, 1999 – 232 pagine
  • Antonio Abate (sant’), Antonio e i Padri del deserto. Invito alla lettura, San Paolo Edizioni, 1999 – 94 pagine
  • Atanasio (sant’), Antonio Abate (sant’), Vita di Antonio. Detti, lettere, Paoline Edizioni, 1995 – 316 pagine
  • Roberto Olivato, Sacrari, santi patroni e preghiere militari, Edizioni Messaggero, 2009 – 312 pagine
  • F. Agnoli, M. Luscia, A. Pertosa, Santi & rivoluzionari, SugarCo, 2008 – 184 pagine
  • Benedetto XVI, I santi di Benedetto XVI. Selezione di testi di Papa Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2008 – 151 pagine
  • Lanzi Fernando, Lanzi Gioia, Come riconoscere i santi e i patroni nell’arte e nelle immagini popolari, Jaca Book, 2007 – 237 pagine
  • Maria Vago, Piccole storie di grandi santi, Edizioni Messaggero, 2007 – 64 pagine
  • Piero Lazzarin, Il libro dei Santi. Piccola enciclopedia, Edizioni Messaggero, 2007 – 720 pagine
  • Ratzinger J., Santi. Gli autentici apologeti della Chiesa, Lindau Edizioni, 2007 – 160 pagine
  • KLEINBERG A., Storie di santi. Martiri, asceti, beati nella formazione dell’Occidente, Il Mulino, 2007 – 360 pagine
  • Mario Benatti, I santi dei malati, Edizioni Messaggero, 2007 – 224 pagine
  • Sicari Antonio M., Atlante storico dei grandi santi e dei fondatori, Jaca Book, 2006 – 259 pagine
  • Dardanello Tosi Lorenza, Storie di santi e beati e di valori vissuti, Paoline Edizioni, 2006 – 208 pagine

( 1)https://www.padridellachiesa.it/santantonio-abate/

( 2 )https://www.lefracchie.eu/images/tardio/Le%20farchie%20nella%20zona%20abruzzese-molisana,%202009..pdf

(3)G. Finamore, Canti abruzzesi raccolti da Gennaro Finamore, Carabba, Lanciano, 1886 .Si vedano il canto “Lu Sant’Antònie” trascritto da Gennaro Finamore ad Atri in G. Finamore, “Documenti dialettali abruzzesi”, Rivista Abruzzese, V, 1905, Teramo, e una versione alternativa trascritta dallo stesso nel 1913 a Colledimacine (CH), poi in E. Giancristofaro, Porco bello. Il maiale e Sant’Antonio abate nella tradizione abruzzese, Rivista Abruzzese, Lanciano 1991, pp. 79-81 . E. Giancristofaro, Totemàjje, Carabba, Lanciano 1978, pp. 96-97

(4)https://it.wikipedia.org/wiki/Sant%27Antonie_a_lu_deserte

( 5) Traduzione Buona sera amici cari tutti quanti i cristiani questa sera devo dirvi della festa di domani che domani è Sant’Antonio il nemico del demonio Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

I parenti di Sant’Antonio una moglie gli vogliono dare ma lui non ne vuol sapere, nel deserto si fa mandare per non avere la seccatura di stare a fare una creatura. Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

Sant’Antonio nel deserto se mangiava i tagliolini Satanasso per dispetto gli rubò la forchetta Sant’Antonio non si lagna, con le mani se li mangia… Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

Sant’Antonio nel deserto si lavava l’insalata Satanasso per dispetto gli tirò una sassata Sant’Antonio lo prende per il collo e lo mette col culo a mollo… Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

Sant’Antonio nel deserto si cuciva i calzoni Satanasso per dispetto gli rubò i bottoni Sant’Antonio se ne frega con lo spago se li lega. Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

Sant’Antonio nel deserto si faceva la permanente Satanasso per dispetto gli staccò la corrente Sant’Antonio non si impiccia e con le dita se l’arriccia… Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

Sant’Antonio nel deserto se ne stava senza moglie Satanasso per dispetto gli risveglia certe voglie Sant’Antonio non gl’importa, se lo schiaccia sulla porta Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

Sant’Antonio nel deserto si diceva l’orazione Satanasso per dispetto gli fa il verso del trombone Sant’Antonio con il forbicione trìcchete-tràcchete lo fa cappone… Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

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