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L’AMORE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS-DOTT.SSA MONIA CIMINARI

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Redazione- In questo momento particolarmente difficoltoso per tutti noi mi sforzo, correntemente, di prendere la situazione con maggiore franchezza e opportunità, ma, sinceramente, all’inizio è stata dura affrontare l’emergenza coronavirus, temevo di non farcela. Sono un Assistente Sociale plurilaureata che nella vita svolgo il lavoro di OSS in un Ospedale di zona, nelle Marche. L’Operatore Socio Sanitario è una figura di supporto che aiuta le persone a soddisfare i propri bisogni fondamentali, favorendo il loro benessere e l’autonomia delle persone che vivono  una condizione di difficoltà a casa, con l’assistenza domiciliare o nelle strutture ospedaliere o residenziali. Si parla molto di operatori impegnati in prima linea nell’emergenza coronavirus, ma poco degli oss che sono figure molto vicine agli ammalati per l’igiene alla persona, l’alimentazione, la mobilizzazione, il trasporto dei degenti e la comunicazione e informazione degli gli stessi. Insieme a molti medici e infermieri anche diversi oss sono rimasti contagiati e purtroppo sono deceduti. Poco se ne parla, perché , a volte, siamo considerati, come dire, una professione in ‘sordina’. Tutti i giorni lavoriamo a stretto contatto con il virus, con turni estenuanti insieme ai nostri colleghi, indossando camici, tute, visiere, occhiali, mascherine per più di sette ore (dieci ore di notte, con uno breve stacco) evitando di mangiare, bere, andare in bagno e, il più delle volte, per la tensione, difficilmente si riesce a dormire tranquillamente la notte prima di fare il turno di mattina l’indomani. La paura ce n’è tanta, oltre che per noi stessi, sopratutto per i nostri cari. Torniamo a casa, come segnati dal lavoro e, a volte, diverse persone che sanno che lavoriamo in ospedale, ci guardano con un po’ di sospetto. In questo senso, mi sono organizzata, utilizzando uno specifico percorso distinto tra sporco e pulito. Appena arrivo a casa mi tolgo le scarpe, disinfetto le mani e in una stanzetta a pian terreno, mi tolgo tutto di dosso, avvolgendomi in un accappatoio. Sanifico gli indumenti e il pavimento, borse e ausili, poi vado a farmi la doccia in un bagnetto appositamente allestito. Ho acquistato in una ferramenta rifornita specifici disinfettanti a base di alcool, amuchina e detergenti  con azione emulsiva e riodorante, capace di eliminare i batteri gram positivi e negativi anche da superfici fortemente contaminate da sporchi organici e in presenza di acque dure. In casa indosso sempre mascherine, guanti e visiera, cercando sempre di rispettare un’adeguata distanza di sicurezza con i familiari. Ho una bambina piccola allegra e vivace, è una forza della natura, ha quasi quattro anni, li compie il 16 giugno. Sono riuscita a concepirla dopo una lunga attesa, all’età di quarantasei anni e, se le dovesse succedesse qualcosa non oserei proprio pensare. Molti anziani e non solo, muoiono in questo particolare frangente, questi sono le generazioni che hanno fatto e vissuto la guerra, le tragedie, i patimenti, gli sfollamenti, sono caduti molte volte, ma si sono rialzati e hanno contribuito a fare dell’Italia una Nazione e ora muoiono, ne muoiono tanti, così fragili, da soli nei ricoveri, negli ospedali senza i dovuti ossequi. Un proverbio africano dice ‘quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca’. Questa è una triste realtà. Attraverso questo virus che ti toglie la vita ne ho viste tante di biblioteche bruciare. Gli anziani, gli operatori sanitari, i volontari e tutte le persone decedute per coronavirus sono quelle che ci hanno regalano la storia, quella vera del faticoso vivere quotidiano con coraggio, fede, dedizione e speranza. Dentro la nostra divisa, ora più che mai, racchiusa e strutturata, stiamo vivendo tutto questo, emozioni e sensazioni forti da decifrare e difficili da spiegare, ma il linguaggio dell’amore e della

professionalità va oltre ogni pandemia con uno sguardo possibile e diverso per ogni sinergia.

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