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BREVE DISCORSO SUL PIL

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Redazione- Proviamo a ripercorrere un po’ quella che è stata la storia del Pil, analizzandone il percorso e come, si sia arrivati a dedurre un ipotetico sistema che misuri la il benessere di un paese.

In materia di macroeconomia per PIL, Prodotto Interno Lordo, si intende il totale di beni e servizi prodotti da uno Stato espresso in valuta.

Il PIL misura il risultato finale dell’attività produttiva dei residenti di un Paese in un dato periodo. La nozione di ‘prodotto’ è riferita ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio; sono quindi escluse dal PIL le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo. Il termine ‘interno’ indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dagli operatori nazionali, imprese e lavoratori all’estero, mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese.

Questa la sua definizione, ma quando storicamente, nasce il PIL?

La storia  della  nascita  del  Prodotto  Interno  Lordo  (PIL) è intrecciato  alle  vite  di  due  uomini:  John  Maynard  Keynes  e  Simon  Kuznets.  I due, entrambi economisti,  pur  non  conoscendosi  direttamente,  condividono  infatti  un  periodo  storico molto particolare per  l’economia. Siamo all’inizio degli anni trenta del ventesimo secolo. Sono gli anni della grande crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti a partire dal 1929,  cui  farà  seguito  la  Grande  Depressione,  che  da  lì  approderà  anche  in  tutta Europa.  Ed è proprio quel tipo  di  contesto  storico  che risulta  fondamentale  per  comprendere  per  quale motivo  a  un  certo  punto, nasce  l’esigenza  di  introdurre  uno strumento che fosse in grado di misurare in maniera accurata il reddito prodotto da una nazione nel corso del tempo. Perché, in altre parole, una scienza decide di dotarsi di un particolare strumento di misurazione e analisi  anziché  di  un  altro?

All’inizio  degli  anni  trenta,  il  problema  della depressione  economica  che  sembrava  inarrestabile,  portava  con  sé  livelli  di  disoccupazione elevatissimi.  In  questa  fase,  Keynes  introduce  per  primo  una  nuova  chiave  d’interpretazione  del fenomeno,  attraverso  un’analisi  di  tipo  macroeconomico, afferma  che  la  disoccupazione  non  è  altro  che  il  risultato  di  un  calo  generalizzato  dei  redditi all’interno dell’economia,  derivante a  sua  volta  da  un calo della  spesa  complessiva,  che  rende  le aspettative  delle  imprese  verso  il  futuro  negative  e  quindi  si  traduce  in  una  diminuzione  della produzione e in ultima istanza in un calo dell’occupazione. Keynes, quindi, può essere considerato come  l’economista  che  per  primo  pone  al  centro  della sua  analisi  economica  il  cosiddetto “paradigma della crescita”, ossia evidenzia l’importanza della crescita del reddito e dell’andamento di  quella  che  lui  definiva “domanda  aggregata”  come  fattore  determinante  per  comprendere l’andamento  del  ciclo  economico  e  l’insorgere  del  fenomeno  della  disoccupazione.  Se Keynes, pertanto,  può  essere  considerato  il  padre “teorico”  o  paradigmatico  del  PIL;  Simon  Kuznets,  rappresenta  invece  il  suo  contraltare  in  ambito  operativo.  Kuznets, infatti,  giunto negli  Stati  Uniti  all’inizio  degli  anni  venti  dalla Bielorussia,  inizia  a  lavorare  per  realizzare  uno strumento  di  misurazione  statistica  del  reddito  prodotto  all’interno  di  una  nazione,  quello  che appunto conosciamo oggi come Prodotto Interno Lordo.

Un tempo a contestare il Pil erano soprattutto economisti di sinistra, come i premi Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, ambedue autori di statistiche “alternative”. Oppure, ancora più radicali, c’erano le critiche dei teorici della decrescita come Serge Latouche, per i quali l’aumento del Pil è sinonimo di sviluppo insostenibile, distruzione di risorse naturali. Come diceva già Robert Kennedy, in un discorso durissimo nei confronti del Pil del 1968: ‘’Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al

nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta’’.

Ma il PIL, effettivamente ha una sua importante valenza economica che non può soddisfare altre misurazioni.

Solo recentemente , infatti, sta emergendo la necessità di effettuare la valutazione di un Paese anche in base ad altre componenti (sociali, ambientali, culturali ecc.) oltre a quelle economiche. In ambito europeo è già stato istituito un quadro comune per la raccolta, compilazione, trasmissione e valutazione dei conti economici ambientali come conti satellite del SEC (Sistema Europeo dei Conti). Tuttavia una valutazione metodologica più approfondita è stata avviata, oltre che in ambito OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), con la comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europei del 20 agosto 2009 (Non solo PIL: misurare il progresso in un mondo in cambiamento) per giungere all’elaborazione di metodi di misurazione più esaustivi, che possano affiancare il PIL e su cui è stato pianificato un intenso lavoro di ricerca da parte degli istituti di statistica. Si possono citare vari tentativi realizzati anche in altri Paesi in tale direzione.

Il calcolo dell’indicatore FIL (Felicità Interna Lorda), che tiene conto di qualità dell’aria, salute dei cittadini, istruzione, rapporti sociali, è elaborato nel Bhutan, Paese fra i più poveri dell’Asia in termini di PIL pro capite ma fra i più felici del continente e ottavo al mondo. L’ISU (Indice di Sviluppo Umano) valuta la qualità della vita dei cittadini dei Paesi membri delle Nazioni Unite. Il BES (indice di Benessere Equo e Sostenibile), sviluppato in Italia dall’ISTAT (Istituto nazionale di Statistica) e dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), utilizza una batteria di indicatori per valutare il progresso della società anche sociale e ambientale. L’ISEW (Index of Sustainable Economic Welfare), ideato nel 1989 da Herman Daly e John Cobb, somma tutte le spese per il consumo ma le corregge con altri fattori (distribuzione del reddito, deperimento delle risorse naturali, degrado ambientale, tempo libero, lavoro domestico ecc.). Da questo indice è stato successivamente sviluppato il GPI (Genuine Progress Indicator), indicatore del progresso reale che distingue con pesi differenti tra spese positive (che aumentano il benessere) e negative (criminalità, inquinamento, altri parametri sociali). Il PIL verde è stato invece introdotto in alcune province cinesi e tiene conto delle conseguenze ambientali dello sviluppo economico. Il subjective well-being (SWB), benessere soggettivo, legato alla percezione degli individui per la propria vita, è rilevato da diversi decenni in molti Paesi del mondo e conferma spesso il cosiddetto paradosso di Easterlin o della felicità, in base al quale se aumenta il reddito non necessariamente aumenta anche la sensazione di benessere. Il benessere interno lordo (BIL) è invece rappresentato da una piattaforma interattiva on-line che offre informazioni sulla percezione dei cittadini della propria qualità della vita, attraverso 11 indicatori del benessere.

D’altronde pensiamo però, al funzionamento del Welfare State. Come ci spiega Maurizio Pallante, noto saggista italiano che affronta temi di economia,tecnologia e ecologia: ‘’Il welfare state e i servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla crescita del prodotto interno lordo. Poiché la spesa pubblica dipende dalle entrate e le entrate statali sono costituite dalle imposte indirette e dalle imposte dirette, se il pil cresce, crescono sia il valore delle merci scambiate e il gettito dell’IVA, sia i redditi delle persone fisiche e delle persone giuridiche, quindi l’ammontare delle tasse su di essi. L’entità dei servizi sociali che uno Stato può offrire è dunque direttamente proporzionale al valore del pil e all’ammontare dell’imposizione fiscale che ne deriva’’.

Ma la riduzione del Welfare State, dei servizi sociali è veramente un male?

Pensiamo a quanto l’abbassamento dei consumi potrebbe ridurre anche la povertà e quindi, la richiesta di particolari servizi. Una decrescita, appunto.

‘’L’indicatore con cui si misura il prodotto interno lordo è il valore monetario dei prodotti e dei servizi, scambiati con denaro nel corso di un anno. Cioè delle merci. Non dei beni, ovvero dei prodotti e dei servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio. Ci sono delle merci che fanno crescere il Pil, ma non hanno nessuna utilità. Ad esempio l’energia che si spreca a causa dell’inefficienza (in Italia è il 70%, in Francia forse ancora di più), il cibo che si butta (in Italia l’ISTAT ritiene che sia l’1% del Pil, ma è sicuramente una valutazione per difetto), l’abuso di farmaci, l’obsolescenza programmata ecc. D’altra parte ci sono beni che non fanno crescere il Pil perché non vengono comprati: i beni autoprodotti o scambiati sotto forma di doni reciproci nell’ambito di rapporti comunitari (ciò che Illich definiva «economia vernacolare»). E ci sono beni che non si possono comprare ma danno un senso alla vita, i beni relazionali, mentre molti di quelli che si comprano generano insoddisfazione e frustrazione. Ultimi metodi di valutazione hanno provato a realizzare una diversa misurazione Se si riduce la produzione e il consumo delle merci che non hanno alcuna utilità, se si riduce la produzione di merci perché aumenta la produzione dei beni autoprodotti o scambiati sotto forma di dono, se si riduce il tempo di lavoro perché si dedica più tempo agli affetti, si riduce la crescita, ma non ci si priva di ciò che è utile e piacevole e si riscopre la dimensione di un benessere reale che non può essere soddisfatto dal consumismo.’’

Si spera in un’utopia realizzabile.

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