SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”
Redazione- Scarfoglio, grazie all’amicizia con Antonio Scano e Giulio Salvadori, ha già maturato una vicinanza intellettuale con la Sardegna sebbene il viaggio costituisca l’esito non tanto di interessi artistico-letterari quanto di un incarico del giornale “Capitan Fracassa”, finanziato dal banchiere toscano Moisé Bondi, amico di quel circolo di giornalisti soliti a riunirsi alla birreria Morteo in via del Corso, divenuto centro intellettuale della nuova Roma. Altro sponsor del viaggio è Angelo Sommaruga che la Sardegna la conosce bene e che ha già consolidato legami con gli intellettuali isolani.
A fine XIX secolo l’isola è poco frequentata e conosciuta. Colui che la descrive meglio in “Itinerario dell’isola di Sardegna”, alla luce degli studi geologici, naturalistici e archeologici condotti, è Alberto Ferrero della Marmora, il quale si ritrova in Sardegna a causa del confino per le proprie simpatie liberali. Altri resoconti sono quelli di Quintino Sella sullo sviluppo dell’industria estrattiva di fine secolo; di Heinrich von Malzan di carattere culturale-letterario; dello scienziato, antropologo e neurologo Paolo Mantegazza, divulgatore del darwinismo in Italia, il quale descrive i Sardi come gentili, ospitali “delicatamente generosi”.
Scarfoglio e Pascarella incontrano Gabriele d’Annunzio prima di allontanarsi da Roma. Inizialmente d’Annunzio non è destinato a partire tanto che si imbarca all’ultimo momento e senza bagagli. Cambia idea all’improvviso. Si imbarca sulla nave poiché gli balena nella mente il desiderio di vedere il plenilunio sul mare:
“Stanotte è la prima notte di maggio e siamo quasi nel plenilunio – disse – il mare deve essere maraviglioso …”.
Tale pensiero vince ogni sua resistenza. Del resto il giovanissimo d’Annunzio è un po’ bohemienne. Scrive di sé nel proemio alla “Vita di Cola di Rienzo” (Milano, 1913): “Avevo ottenuto nel mio mondo interiore una sì maravigliosa instabilità che non soltanto il più lieve urto ma il soffio più lieve bastava a smuovere e scrollare immensi strati di coscienza, di cultura e di sogno con rivolgimenti mutamenti scioglimenti pari a quelli delle più rapide catastrofi”. E accenna a uno spiritello della stravaganza: “quel mazzamurello che ebbe il suo nascondiglio nella carbonaia della mia casa paterna e che fin dall’infanzia m’ha in balia”.
La traversata è molto sofferta, tuttavia l’accoglienza trionfale ricevuta dal giovane d’Annunzio nell’isola, dove la sua reputazione lo ha già preceduto, gli fa dimenticare i disagi patiti durante la navigazione.
Durante il viaggio il ruolo di Pascarella è quello di illustratore, a Scarfoglio spetta di scrivere con lo pseudonimo di Papavero articoli impressionistici, mentre d’Annunzio, sotto lo pseudonimo Mario dei Fiori, compone poesie come Sa Spendula, in occasione della visita alla cascata presso Villacidro, Sale e Sotto la lolla. Condivide alcuni articoli con Scarfoglio e firma anche un reportage dalla località mineraria Masua, in provincia del Sulcis Iglesiente.
Scrive Scarfoglio che alla partenza: “La spedizione possedeva in tutto un paletot e il piccolo scialle di Pascarella; d’Annunzio, colto alla sprovvista, era partito come si trovava, senza nemeno una camicia di ricambio”.
Gabriele d’Annunzio è diciannovenne quando compie il viaggio in Sardegna, così come giovanissimo ventenne è Edoardo Scarfoglio.
Dal loro reportage sulla miniera di Masua, intitolato “L’immaginifico a Masua”, descritta come “un pezzo d’inferno seppellito nel paradiso terrestre” e pubblicato all’interno del giornale romano “Il Capitan Fracassa” nel 1882, traspare tutta la sensibilità e l’acuta e penetrante capacità di osservazione e compenetrazione dei giovanissimi scrittori nella miserabile e crudele condizione di vita dei minatori, nella scarna esistenza delle loro famiglie e figli, tutti denutriti e analfabeti.
Il loro resoconto è amaramente veristico nella descrizione della vita condotta nella miniera di Masua. Lascia senza fiato, tanto è autentica la disumanità descritta e a cui il lavoratore deve sottostare ogni giorno della propria vita: uscire da casa quando il giorno non è ancora sorto, per rientrarvi quando il crepuscolo annuncia la notte. La descrizione è frutto di quella rara capacità di d’Annunzio di essere un “visivo”. Alfredo Gargiulo nel suo studio critico su Gabriele d’Annunzio scrive: “Non v’è alcun dubbio che il d’Annunzio dimostri qui di essere un ‘visivo’… Che cosa è un ‘visivo’? È certamente colui che ‘vede’ molto l’esterno come visibile, come forma e colore: è colui, in sostanza, che ha la facoltà più elementare del pittore o dello scultore, o di tutt’e due insieme. A mettersi nelle condizioni opportune per intendere il mondo interno di un visivo, giova pensare quanto poco sono visivi gli uomini in generale: pensiamo quanto poco noi vediamo chiaramente del mondo esterno, assorbiti come siamo d’ordinario nella riflessione interiore. C’è qualcuno che, dopo una lunga e lenta passeggiata in vie frequentate, non ricorda alcuna fisonomia umana che l’abbia colpito; oppure, dopo una gita in campagna, non saprebbe dire se il paesaggio è stato sempre soleggiato, o in qualche momento offuscato dalle nuvole. Al visivo tali cose non sfuggono, ed egli le ritiene; e tutte vanno a costituire un suo speciale patrimonio psicologico, accumulandosi e combinandosi. È una questione di psicologia, che ci riguarda fino a un certo punto, se il visivo sia anche un ‘sensuale’, nel senso più ampio di questa parola, cioè subisca molto ed intensamente le impressioni dei sensi: è una questione di più e di meno”.

Il reportage è quanto segue:
Masua, 1° giugno 1882
“Mentre scriviamo, il sole penetra a strisce nella veranda rossiccia e tormenta le pernici rinchiuse nella prigione di legno. Dalle aiuole di sotto viene un odore fresco di rose maggesi: poi, oltre le aiuole, il verdeggiamento selvatico delle montagne che si allungano verso il mare, le rocce biancastre, il pennacchio placido e candido che s’innalza dal fumaiolo nell’azzurro incontaminato. Anche il mare è azzurro, più cupo. Il Pane di zucchero stacca sul fondo nettamente come la prora di una immagine fregata sommersa; in quella solitudine petrosa gli avvoltoi dalla testa calva si accoppiano in amore, e i colombi svolazzano a stormi. Pure, c’è una infinita malinconia nell’aria. Giungono le voci indistinte dei lavoratori di sotto le tettoie, i battimenti monotoni dei crivelli; a tratti gli scoppi cupi delle mine giù nel ventre della montagna si propagano con un fremito sordo, un rombo lungo. Quegli scoppi ci avvisarono la vicinanza di Masua. Salivamo a cavallo su per la via polverosa incombente al mare, dopo aver lasciate in dietro le spalliere di fichidindia, le torrette fumiganti di Monteponi, le pozzanghere d’acqua argillosa pullulanti d’erbe alte, le casette bianche di Gonnesa rannicchiate al piede di un gran cono alpestre. Con che esultanza meravigliosa di azzurro, con che lampeggiare vivo di sole ci si apri dinanzi il mare dopo quel tedio faticoso di strada maestra!
L’acqua rompeva alla spiaggia chiara e solitaria; le montagne in lontananza si perdevano dalle tinte verdastre alle tenerezze turchinicce e villette; più in là, verso il seno di Masua, s’addentravano come una testa di coccodrillo mostruoso. Andavamo al trotto fitto delle cavalle, sentendoci in faccia l’alito fresco della brezza che ci agghiacciava il sudore nei pori. Ad ogni svolta una veduta nuova: zone di mare fiammeggianti tra le inquadrature taglienti delle rupi: profili di scogli delineati sul fondo argentino dell’orizzonte; accavallamenti strani di boscaglie e di macchie vinte dal maestrale con uno stormire sonoro. Poi ecco i nuvoli bianchi di fumo salienti tra il verde, gli scoppi, i rumori metallici della miniera.
È una conca di montagne erte e frastagliate: a destra tutto rocce, a sinistra tutta boscaglia. Il minerale giallastro ne copre qua e là le falde; qua e là arrampicate sul verde le capanne dei minatori sembrano mucchi di concime, tane di belve, confuse coi massi che sembrano gruppi di stalagmiti enormi.
All’alba, fra quei coni di frasche e di fango, c’è un brulicame umano. Escono quasi carponi dalle strette aperture, come Esquimesi di sotto il ghiaccio: sono uomini pieni di cenci e di sudiciume, dal viso terreo, con gli occhi arrossati nel tormento delle polvere, con i capelli incolti; sono donne macilenti, flosce, quasi istupidite dall’incubo di quella oscurità domestica pregna di miasmi, dalla caldura soffocante di tutta una notte; sono bimbi rachitici, col viso per lo più chiazzato di croste, con gli stinchi fiacchi, senza un lampo ilare nella pupilla, senza uno strillo di gioia in bocca, senza un impeto libero in cuore. Gente per cui il senso della vita è angoscioso, costretta a estenuarsi i polmoni nell’aria attossicata delle gallerie, frangersi le braccia contro la pietra, a dormire poi sulla terra umida, senza strame, sotto le travi nere di fumo. Per quegli uomini la famiglia non ha gioie; dentro quelle tane ogni affetto intristisce; la mano levata ad accarezzare ricade stanca.
Escono dal buio della miniera, come ombre, e rientrano nel buio della casa, attraversando ebeti quel tratto di sole e di verde senza emettere più ampio il respiro. Il mattino intorno trionfa. Le nebbie torpide dileguano a poco a poco dal mare color acciaio; il Pane di zucchero emerge ignudo e fiammante di sole tra le volate di colombi selvatici. L’ altra parte della montagna, non ancora illustrata, si disegna sulla chiarità diafana del cielo con aggruppamenti fantastici di rocce che paiono rovine di mura ciclopiche e di pagode indiane, frantumi di grandi idoli egizii, squarci di bassorilievi babilonesi e il pennacchio seguita sempre placidamente candido a svolgersi dal fumaiolo, ad allungarsi nella purità dell’aria, segnando l’ombra fuggevole sul terreno. Sotto le tettoie ferve l’opera. Sulle estremità dei crivelli di legno saltellano, come automi, figure umane; e le travi si aprono e si chiudono come mandibole di alligatori, con uno stridore penoso di cardini arrugginiti.
Qualche donna, col capo coperto d’ uno straccio, sta seduta al sole, picchiando senza riposo il martello su pezzi di calamina; pare che la stanchezza non le vinca i polsi; ha gli occhi socchiusi, le labbra serrate, e picchia picchia picchia, stordita di quei colpi, stordita dal sole, quasi dimenticando di vivere. D’intorno le ondeggia la primavera, qualche fratta di fichidindia solleva faticosamente le foglie grasse; i mucchi di scorie luccicano come coni di carbon fossile, come obici di ferro frantumati.
Ma che profonda tristezza cade col vespero su questa conca di monti e di mare!
Il lavorio esterno illanguidisce, gli stridori, i battimenti, i martellamenti, cessano a poco a poco; e gli operai si levano sulle gambe intorpidite. S’incontrano per le viottole ingombre di erbacce e di celidonie in fiore; sono volti pallidi, volti anneriti su cui spicca il bianco largo dell’occhio tra le orbite piene di sangue, volti da cui traspare la stanchezza delle membra e dell’anima. Non s’ode una canzone, non uno scoppio di risa: tra le capanne ricomincia il brulichio incerto; poi più nulla. Giù per la discesa cigola qualche carretto carico di calamina, verso il mare, lungo il fosso che contamina d’acqua giallastra l’onda salsa e spumante tra le scogliere. Il sole non si vede, nascosto dietro le rocce: ma un bagliore caldo di viola e di minio si diffonde per tutto l’orizzonte, e su quel bagliore il profilo del Pane di zucchero sfuma tra i vapori caldi. L’ isola di S. Pietro in lontananza naufraga lentamente. L’ acqua del mare non ha fragranza, si rompe contro gli scogli nerastri, verdognoli; e il mormorio si propaga per le spiagge solitarie, mentre una barcaccia carica di piombo naviga faticosamente a mezza vela.

Così fuori stagna la vita. In fondo alla montagna c’è un’altra vita, un’angoscia più tremenda di fatiche: la guerra degli uomini e delle pietre.
Entrammo, guidati dall’ingegnere Scarsella, un ingegnere ospitale, cortese, artista come pochi ingegneri sono. La luce gialla delle lucerne che ci oscillavano in mano stentava a diffondersi per quel tenebrore umido e denso: vincevano le tenebre. E per quella oscurità fredda e taciturna, pregna di un odore di terra bagnata, noi andavamo andavamo, con quelle lucerne in mano, tenendoci in mezzo alle rotaie per non ruinare in qualche frana; con un respiro scarso per non sentire il miasmo dell’acqua fangosa; con la testa chinata, per non urtane nelle travi che puntellavano la volta di granito, Non si vedeva nulla; le muraglie nere respingevano le ombre dei corpi umani; la melma stagnante fra le rotaie respingeva i riflessi della luce. Era una durezza per tutto, una durezza di macigno nero inflessibile ed indomabile. Solamente, ogni tanto, passavano gli sbuffi tiepidi del vapore e gli echi delle voci umane, che parevano un gracidare di corvi, o una caduta di sassi… Qua e là, per la tenebra rotta, in un cavo della roccia, tra le macchine mosse da un fremito inconsapevole, stavano delle ombre umane. Alcune spinte innanzi, con le gambe affondate tra i sassi, percotenti disperatamente, altre erte tra il vapore, immobili.
Intanto le secchie piene di minerale scendevano e salivano dai pozzi, e le carrucole stridevano lamentose. Incominciammo a scendere le scale: ottanta metri di scale a pioli in certi pozzi angusti, ove il respiro mozzo scoppiava come un singhiozzo…. Finalmente giungemmo in fondo, al livello Calvi: una spelonca tetra, con certe nicchie nere che paiono gole di mostri spalancate, con certi macigni spezzati che paiono mucchi d’ossa calcinate, con un frammento perenne di sassi, con uno scroscio esterno di terriccio smosso. I minatori stanno lì saldi contro il macigno duro, e percuotono e percuotono i cunei coi martelli. Questa sinfonia di venticinque martelli rimbomba sonoramente nella spelonca … I minatori stanno lì saldi contro il macigno, a combattere: la battaglia è rude. Il granito resiste impassibile come un catafratto antico…
Quando riuscimmo all’aria aperta libera, e la luce del sole vittoriosa ci risplendé negli occhi, e risentimmo sulla faccia gli aliti delle brezze marine, un senso di nausea e di ribrezzo ci vinse….
E restammo là, in mezzo al fragore della miniera, in mezzo al tripudio della primavera, tenebrosi, dolorosi, con le lucerne oscillanti in mano.
Le fiamme gialle di quelle lucerne morivano soffocate nella viva luce del sole.
Uscimmo. Sciami d’uomini e di donne mangiavano, sdraiati tra i mucchi di minerale, accovacciati per i fossi, ammucchiati tra i cardi, nell’arsura. Parevano bestie affamate. Mangiavano con una voracità feroce, cacciandosi in bocca i mazzi di lattuga fresca, stritolando i tozzi di pane nero. Alcuni stavano seduti, rotando intorno gli occhi rossi, come per paura di un ladro; altri se ne stavano allungati, col cranio sulla terra ardente, in una noncuranza di pazzi, in una insolenza di moribondi… Nelle capanne mangiavano le famiglie. Chi può ridire lo spasimo di questi pasti conquistati con dodici ore di fatiche orrende, conquistati a forza contro le asprezze della pietra ribelle, contro l’inerzia inflessibile del metallo. Chi lo può ridire?…
Era un silenzio greve, rotto a tratti dagli stridori delle sbarruffate nella pozzanghera fangosa; era un irraggiamento di lavori che dava riflessi danteschi a quelle figure seminude.
Tendendo l’orecchio, si udiva il romorio triste del mare nella grande serenità dell’interlunio.”
Gabriele d’Annunzio ed Edoardo Scarfoglio
(continua)
F.to Gabriella Toritto
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