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SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”

Il duello: Edoardo Scarfoglio e Gabriele d’Annunzio

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Redazione-  Fra i tre “clerici vagantes”, oltre a d’Annunzio, l’altro abruzzese è Edoardo Scarfoglio, nato a Paganica, in provincia di L’Aquila, il 26 settembre 1860, primogenito di Michele, magistrato di origine calabrese, e di Marianna Volpe, abruzzese.

Studia presso il Convitto Nazionale “Gian Battista Vico” di Chieti ma, causa del profitto insoddisfacente, il padre è costretto a trasferirlo a Roma nel 1878, dove, ospite dello zio Carlo, frequenta il liceo classico “Ennio Quirino Visconti”.

Sempre nel 1878, a soli 18 anni, pubblica il suo primo articolo, “Gli atomi” in “Vita di pensiero”, rivista cagliaritana fondata da Antonio Scano. Una fitta corrispondenza epistolare consolida l’amicizia fra i due e disvela ancora oggi la crescita e il percorso intellettuale del giovane Scarfoglio, prima che divenga una figura centrale nel giornalismo italiano nonché fondatore de “Il Mattino”.

La rivista “Vita di pensiero”, diretta da Giulio Salvadori, già nei primi numeri evidenzia tendenze intellettuali di tipo eclettico ed è influenzata dallo stile dei due giovani esordienti Edoardo Scarfoglio e del suo intimo amico Antonio Scano.

Il percorso stilistico di Scarfoglio passa dall’Idealismo al Verismo, sino a sfiorare il Realismo, lasciando tracce sulla rivista sarda per cui collabora costantemente fino alla chiusura del giornale. Fra i suoi scritti sono da ricordare Miniature abruzzesi (nn. 3, 5, 8, 1878) e l’articolo, intitolato Gli atomi, con cui si apre il n. 7 della rivista nel 1878. Il titolo dell’articolo Gli atomi costituisce la metafora di ciò che Scarfoglio e i suoi colleghi esordienti rappresentano e di ciò che sarebbero divenuti. Essi sono gli “atomi” di futuri “direttore di giornale,… deputato, … poeta”,  che preannunciano non solo il destino dell’autore, divenuto nel 1891 fondatore ma anche direttore de “Il Mattino” di Napoli; nonché quello di Ottone Baccaredda, deputato per breve tempo e a lungo impegnato nella politica cittadina cagliaritana; quello del chietino Domenico Tinozzi, divenuto deputato, politico umanista ed erudito italiano; quello di Antonio Scano, politico, entrato nella storia della Letteratura Sarda proprio con i componimenti poetici apparsi per la prima volta su “Vita di pensiero”: In Carnevale, n. di saggio, 1878; In campagna, n. 1, 1878; Raggio di sole, n. 4, 1878; Sonetto, n. 11, 1878; Ad una morta, n. 13, 1878; Amore in maggio, n. 14, 1878; Nella miniera, n. 15, 1878; Il dì dei morti, n. 18, 1878).

Rispetto allo stile ‘in divenire’ di Scarfoglio, quello di Antonio Scano si mostra fin dall’inizio più costantemente realista, come ben rivelano il suo primo articolo, scritto per un’opera del poeta verista Lorenzo Stecchetti, l’apologia dello stesso nel n. 19 del 1878, l’approvazione per Giovanni Verga (n. 2, 1878) e la difesa della letteratura giudiziaria (v. Processomanìa, n. 21, 1878), per cui sostiene: “è la semplice narrazione di fatti che accadono: è il vero in tutta la sua nudità ( …). A questo modo non si fa altro che verismo”.

Qualche anno più tardi Edoardo Scarfoglio inizia con entusiasmo a partecipare alla vita culturale della nuova capitale del Regno d’Italia assieme al suo amico Giulio Salvadori. Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, seguendo gli studi di Filologia Romanza, in particolare di Letteratura Classica e Medievale.

Intraprende altre collaborazioni giornalistiche con periodici quali La Farfalla, Rivista minima, La Piccola antologia, La Palestra dei giovani e Il Messaggero abruzzese da cui si evince l’appassionata ricerca critica e la raffinatezza espressiva e formale della scrittura del giornalista ormai maturo.

Nel 1881 Edoardo Scarfoglio inizia a collaborare con “Cronaca bizantina” di Angelo Sommaruga, su cui scrivono autori affermati quali Giosuè Carducci, Giovanni Verga, Luigi Capuana, Ferdinando Martini, Giuseppe Giacosa, la Contessa Lara, Matilde Serao, Eleonora Duse, Bianca Turco e il giovanissimo Gabriele d’Annunzio, il quale, nello stesso anno, entra a far parte della redazione di “Capitan Fracassa”, quotidiano romano fondato nel 1880 da Luigi Arnaldo Vassallo, per cui scrivono Luigi Lodi, Olga Ossani, Giustino L. Ferri, Ugo Fleres ed altri, i quali “costituirono a Roma quella coorte di letterati-giornalisti che doveva trasformare fondamentalmente la stampa quotidiana in Italia, infondendole ingegno e cultura” .

La formazione di Scarfoglio, gli stessi rapporti personali e professionali conoscono una svolta decisiva nella frequentazione di quegli ambienti culturali.  Le redazioni giornalistiche del tempo costituiscono infatti privilegiati salotti letterari attorno ai quali orbitano i nomi più illustri della nuova cultura nazionale. Così Scarfoglio approfondisce la conoscenza con il giovanissimo d’Annunzio, abruzzese come lui, e con Matilde Serao, divenuta poi sua moglie.

Sulle pagine di “Cronaca bizantina” è pubblicata la sua prima importante rubrica di critica letteraria, in cui commenta le più interessanti esperienze poetiche contemporanee. Con Gabriele d’Annunzio il rapporto si incrina dopo il viaggio in Sardegna, già al ritorno a Roma. Secondo Scarfoglio, dopo quel viaggio l’amico Gabriele, al quale è stato tanto legato, si è trasformato: “Gabriele, che da Roma era partito ingenuo, modesto, gentile, ritornò a Roma superbo, vanesio, sdolcinato”. E allorquando insinuano che sia invidioso della fama del corregionale d’Annunzio, Edoardo Scarfoglio così ricorda l’arrivo di Gabriele nella redazione di “Capitan Fracassa”: “Ed ora per la prima volta, ma non per l’unica volta in questo libro, mi tocca di dir male d’un giovine a cui mi lega la più grata e affettuosa consuetudine, che io ho sempre proseguito di un affetto fraterno, al quale non ho risparmiato mai le ammonizioni e le prediche e i vituperii quando mi pareva che deviasse dalla grande strada apertagli dal destino, anche a rischio di essere accusato da dottor Verità e da altri più bugiardi di lui d’un turpissimo peccato d’invidia. Parlo di Gabriele d’Annunzio.

  Gabriele, fanno ora due anni, giunse a Roma dall’Abruzzo con la bella e fresca ricchezza dei suoi vent’anni, e con molta opulenza di poesia e di prosa poetica. E subito mi venne a vedere. Ero, me ne rammento benissimo, sdraiato sopra una panca degli uffici del Capitaci Fracassa, e sbadigliavo tra le ciance di molta gente; e alla prima vista di quel piccolino con la testa ricciuta e gli occhi dolcemente femminili, che mi nominò e nominò sé con un’inflessione di voce anch’essa muliebre, mi scossi e balzai stranamente colpito. E l’effetto fu, in tutti quelli che lo videro, eguale. Lo conducemmo nel salotto, e tutta la gente gli si raccolse d’ intorno. Non mai scrittore comico trionfante, in quel luogo, ove l’ammirazione e la curiosità d’ogni cosa nuova scoppiano con così facile violenza, s’ebbe un accoglimento tanto festoso. Mi par di vedere ancora Gennaro Minervini, quell’ultimo erede dello spirito napolitano, stargli d’avanti a (guardarlo con gli occhi spalancati senza parlare; e Cesare Pascarella, con lo scialle raggruppato intorno al collo, frenare a stento la smania di accarezzarlo. E dovunque, poi, lo condussi, era la medesima cosa: persino la faccia incresciosa di Angelo Sommaruga al primo aspetto di quel fanciullo fu rasserenata da un sorriso. Aspettato con impazienza curiosa, dopo il giudizio singolarmente benevolo che della sua poesia infantile die il Chiarini, con lo spettacolo della sua estrema giovinezza, con la irradiazione di simpatia che la sua sembianza e le sue parole e i suoi atti di fanciullo mandavano, conquistò nel primo istante questa cittadella romana che a tanta gente pare inespugnabile, e che apre invece tanto facilmente le porte. Gabriele ci parve subito un’incarnazione dell’ideale romantico del poeta: adolescente gentile bello, nulla gli mancava per rappresentarci alla fantasia il fanciullo sublime salutato da Chateaubriand in Victor Hugo. E col crescere della consuetudine, la concorrenza dell’affetto e dell’ammirazione crebbe. Nell’inverno e nella primavera del ’82 Gabriele fu per tutti noi argomento d’una predilezione e quasi d’un culto non credibile. Egli era così affabile e così modesto, e con tanta grazia sopportava il peso della sua gloria nascente, che tutti accorrevano a lui per una spontanea attrazion d’amicizia, come a un gentile miracolo che nella volgarità della vita letteraria non troppo spesso occorre. A ogni persona che novamente lo vedeva, era un’esclamazione di meraviglia. Ricordo l’esclamazione del Carducci, quando glielo presentarono: anche ricordo il barone De Renzis, che molte cose ha veduto nella sua vita, con le mani in tasca e con la gamba destra tesa un po’ innanzi, starlo a udire la prima volta, scotendo lievemente il capo, quasi non credesse a’ suoi occhi. Per me poi quel primo anno d’amicizia fu il maggior diletto di tutta la mia faticosa e turbolenta vita di seccatore del prossimo letterario. Io ritrovavo in Gabriele ingentilite le mie passioni di buttero platonico, e quella tendenza di espansione all’aperto, di riavvicinamento alla santa e selvaggia natura, che mi trasse nei primi anni della gioventù a scrivere e a stampare bruttissimi versi. In lui era tanto spontaneo il senso della barbarie e tanto curiosamente commisto a una nativa gentilezza di donna, che lo avreste detto una di quelle querce educate al tempo del barocchismo e potate in guisa da dar sembianza d’una qualche cosa poco selvatica, educata questa per altro e potata da un meraviglioso artefice che avesse saputo dal taglio far nascere come un nuovo albero vivo e bellissimo. Noi andavamo assai spesso a passeggiare insieme, e in quel lungo andare a piedi o in carrozza, e nei colloqui, e nella comunione di tutti i pensieri cementavamo il concorde immenso amore dell’arte. O Gabriele, te ne rammenti? Io ricordo con un senso di tenerezza ineffabile un pellegrinaggio che noi facemmo sulla via Appia. Era una mite mattinata di febbraio, e le siepi di bianco spino e di rose canine, tuttavia, rugiadose pareva che buttassero tutte insieme le gemme novelle alle prime carezze del sole: per l’aria le cornacchie viaggianti dalle terme di Caracalla alla tomba di Cecilia Metella si riversavano con un giubilante clamore di festa. Come la gioventù ci si espandeva lietamente e liberamente dal petto, mentre noi correvamo d’avanti alle terme tirando al vento colpi di rivoltella, e con che ilare impeto di fame assalimmo la frittata della colazione! La frittata era cattiva, ma tra la pergola il sole cortese di febbraio trapelava con molto sorriso, e d’avanti una scena meravigliosa di pianura e di colli sovrastata dall’Aventino ci accendeva nell’animo le fiamme dell’entusiasmo. Noi recitammo a vicenda l’ode carducciana per le terme di Caracalla, e io mangiando di quella frittata benedetta pur ti guardavo; e ti spiavo nei miti occhi fanciulleschi le ragioni e l’origine del ‘Canto Novo’. Chi mi avrebbe detto allora, o Gabriele, ch’io dovevo essere accusato d’invidiarti? Anche d ‘un’altra colazione mi sovviene, in casa mia, un giorno che né egli né io avemmo tanti denari da poter mangiare in una trattoria. Noi mettemmo in comune il peculio imponderabile, e comperammo della ricotta e del pane, e in quella concordia della nostra miseria ridevamo come due matti.”

Nel giro di qualche anno il legame fraterno fra i due finisce in un duello che tuttavia non riesce a scalfire la solida amicizia fra Gabriele d’Annunzio e la scrittrice Matilde Serao, già compagna e moglie di Scarfoglio dal 1885.

Ecco ciò che accade.

Nel 1886 il quotidiano romano “Il Corriere di Roma” annuncia l’offerta di una nuova opera di d’Annunzio ai propri abbonati. L’annuncio è visto come un vero e proprio affronto e tradimento dalla coppia Scarfoglio-Serao, avendo essi da poco tempo fondato un quotidiano che stenta a decollare a causa della concorrenza nel settore. Sicché i due coniugi reagiscono con una provocazione: pubblicano sul proprio quotidiano delle parodie della pinacoteca preraffaellita in versi “Isaotta Guttadauro” di d’Annunzio, aggiudicato da “Il Corriere di Roma”. Di contro d’Annunzio pubblica un attacco contro Scarfoglio, il quale risponde sfidando a duello il vecchio amico il 23 novembre 1886 nei pressi di Porta Pia. Gabriele d’Annunzio ne esce sconfitto al terzo assalto. Il duello però non riesce a porre fine all’amicizia che lega i tre intellettuali. Pochi anni dopo infatti la loro esistenza si intreccia nuovamente, quando a Napoli nel 1891 Matilde Serao e il marito Edoardo Scarfoglio, che hanno fondato un nuovo quotidiano, il “Corriere di Napoli”, rinnovano la loro fiducia all’amico d’Annunzio dando in stampa “L’innocente”, opera rifiutata dall’editore Treves per gli audaci contenuti.

Il Vate apprezza il gesto e l’anno successivo, nel 1892, dedica proprio all’amica Matilde Serao il suo ultimo romanzo, “Giovanni Episcopo”, ponendo fine ai rancori e ai dissapori che non sono stati capaci di far naufragare la loro amicizia.

(continua)

F.to Gabriella Toritto

 

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