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UMANESIMO E RINASCIMENTO (PRIMA PARTE)

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Redazione- Con il termine “Umanesimo” si definisce un movimento culturale  sviluppatosi dalla fine del 1300 fino a poco oltre la metà del ‘400. Si è tratta di un’esperienza culturale in primo luogo italiana con il suo centro di massima fioritura a Firenze, punto di riferimento della vita letteraria già dalla fine del 1200. Anche altri centri italiani, come Milano, Venezia, Roma e Napoli, hanno un ruolo determinante per lo sviluppo dei nuovi ideali intellettuali e filosofici umanistici, stimoli di un’attività culturale e letteraria del tutto rinnovata.

L’Umanesimo è la premessa del Rinascimento e diviene un modello per tutta l’Europa, con esiti notevoli soprattutto in Inghilterra, Francia e Spagna.

Nel corso del 1400 si verifica una vera e propria svolta della civiltà. Cambiano la visione del mondo, le espressioni letterarie e artistiche, gli studi scientifici. Ha inizio una nuova era che nella tradizionale periodizzazione storica viene definita Rinascimento. In tale svolta l’Italia è all’avanguardia e anticipa di molto gli altri paesi europei.

Quando la penisola è già tutto un fermentare di nuove esperienze rinascimentali negli altri paesi europei, come la Francia, la Germania, l’Inghilterra, si è ancora in pieno Medioevo.

Medioevo e Rinascimento non sono da considerarsi contrapposti… Ogni processo storico è un flusso continuo di mutamenti e di trapassi lenti e impercettibili. Già nei secoli precedenti il 1400 si possono individuare le intuizioni, le concezioni, le innovazioni stilistiche e metodologiche nel pensiero, nella letteratura e nelle arti, che fanno presagire gli sviluppi futuri. E’ pur vero, tuttavia, che sia nel 1400 sia nel 1500 si constatano zone di resistenza in cui sopravvivono modi di pensare e di esprimersi tipici del Medioevo.

All’interno dello stesso Rinascimento esistono due fasi di periodizzazione da distinguere: la prima fase, detta  dell’Umanesimo, coincide all’incirca con il 1400 ed è l’epoca della rinascita dell’ interesse per l’antichità, della riscoperta dei classici e della filologia, degli studia humanitatis, dell’imitazione; la seconda fase, con il Rinascimento vero e proprio, occupa i primi decenni del 1500 in cui vi è il consolidamento della nuova civiltà, del trionfo del classicismo e della cultura cortigiana, della piena maturità espressiva nella letteratura e nelle arti. Si tratta di un periodo unico, con tratti comuni in tutte le sue espressioni e senza fratture al suo interno.

A fine 1400 e nei primi del 1500 si verificano eventi storici risolutivi: la grande crisi e la perdita dell’indipendenza da parte degli Stati italiani; le scoperte geografiche con le inevitabili conseguenze economiche e culturali; l’affermarsi delle armi da fuoco e la rivoluzione delle tecniche militari con tutti i riflessi che ne derivano per la società; la diffusione della stampa a caratteri mobili e la conseguente rivoluzione nei mezzi di comunicazione culturale; la Riforma protestante.

Le discipline e gli ambiti in cui si sviluppa il sapere umanistico sono molto numerosi. Essi riflettono: l’ottimismo del tempo rispetto alle possibilità e alle capacità dell’uomo; l’entusiasmo degli intellettuali verso una fase che avvertono come una rinascita dopo i “secoli bui” del Medioevo.

Il Medioevo da questo momento acquista una valenza dispregiativa col rinnovamento dei saperi e della cultura del primo Quattrocento.

Proprio la voce “umanesimo” suggerisce alcuni fattori chiave della visione degli intellettuali quattrocenteschi, rispetto alla quale appare centrale una rinnovata fiducia nelle capacità e nelle possibilità dell’uomo.

In netto contrasto con la cultura medievale, dominata da una prospettiva verticale, per cui l’uomo guarda fuori e sopra di sé alla ricerca del Divino (screditando quindi l’esperienza terrena), l’erudito umanista e rinascimentale crede nella capacità umana di autodeterminarsi ed essere artefice della propria sorte. L’uomo cioè ha la possibilità e il dovere intellettuale di comprendere il mondo che lo circonda e di modificarlo secondo i propri fini: da questa tensione alla conoscenza, che distingue la natura umana rispetto a quella animale, rinascono gli studia humanitatis, che traggono un’essenziale linfa vitale dalla riscoperta dei classici latini e greci.

Inoltre, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente (1453), molti intellettuali bizantini si trasferiscono in Occidente, portando con sé preziosi volumi e soprattutto una viva competenza della lingua greca, quasi perduta nelle zone occidentali durante la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, durante le incursioni, i saccheggi e le occupazioni barbarici, durante lo stesso Medioevo. Secondariamente, muta l’approccio nello studio delle opere autorevoli. Lette con rispetto, ma anche con spirito critico, esse divengono oggetto di uno studio attento, alla ricerca della forma originale del testo, al di là delle modificazioni che l’opera poteva aver subito nel corso del tempo. Sono dunque poste le basi per la nascita della filologia moderna.

I classici diventano con l’Umanesimo modelli sia per i loro contenuti (gli insegnamenti filosofici, morali e scientifici che offrono) sia per lo stile e la forma con cui sono proposti. Ne derivano un nuovo gusto estetico e nuove modalità di espressione letteraria, anche a livello di tematiche e generi che si ispirano ad un ideale classicista.

L’importanza dei modelli antichi e di quelli latini dà origine a due argomenti di riflessione e di polemica destinati ad avere grande vitalità anche oltre il 1400  e il 1500: ci si chiede fino a che punto debba spingersi l’imitazione dei maestri. A differenza della visione medievale, in ambito umanistico comincia lentamente a definirsi il problema dell’originalità e dell’autorialità dei testi. Poi, all’autorevolezza delle opere classiche si accompagna in un primo momento l’assoluto dominio del latino: le opere letterarie, scientifiche e filosofiche sono redatte nella lingua antica latina, riscoperta nella sua purezza grammaticale, mentre le lingue volgari, che tanta parte avevano avuto nella letteratura due-trecentesca , conoscono una grave battuta d’arresto.

Solo dopo la metà del secolo intellettuali come Leon Battista Alberti cominciano ad interrogarsi sulla dignità della “lingua materna” anche per questioni tecniche e di elevato profilo intellettuale, riportando ad una situazione di equilibrio l’uso dei diversi idiomi e, in ultima analisi, la vittoria delle lingue romanze sul latino.

Sono questi i prodromi della secolare “questione della lingua”, che nel Cinquecento avrà il suo massimo  sviluppo. Cambia anche l’approccio materiale ai testi, con i libri sempre più concepiti come strumento vivo, da fruire per approfondire il proprio sapere e diffonderlo presso gli altri.

Per sottolineare l’importanza nazionale della “questione della lingua” e dei mezzi per diffonderla, basti ricordare che, dopo le Prose della volgare lingua di Pietro Bembo, l’argomento verrà ripreso a metà Ottocento da Alessandro Manzoni sia con l’edizione del 1840 dei Promessi Sposi sia con il saggio Dell’unità della lingua.

Già alla fine del 1200 si delinea negli Stati italiani una nuova forma di governo, la Signoria. Le Signorie nascono quando le istituzioni comunali sono ormai indebolite dai conflitti fra le varie fazioni comunali oppure in caso di necessità di pace e di stabilità che induce i cittadini a consegnare il potere delle loro città nelle mani di un Signore.

Il Signore funge da arbitro, da mediatore delle contese. In quest’ultimo caso le Signorie sorgono con una legittimazione popolare, sebbene le istituzioni di governo siano realmente svuotate ed esautorate. Il Signore si avvale di consigli di persone a lui fedeli e da lui scelte, obbedienti in tutto e per tutto alla sua volontà.

Il Signore ama circondarsi di artisti e protegge l’arte e la cultura. Nasce il fenomeno così chiamato mecenatismo, da Mecenate, il ministro dell’imperatore romano Augusto che proteggeva i letterati e dirigeva la politica culturale dell’impero. Il mecenatismo è il fenomeno più tipico della società e della cultura rinascimentale.

Allo splendore intellettuale che contraddistingue l’Umanesimo e il Rinascimento si contrappone lo spegnimento della dialettica politica e della vita civile, in confronto al fervore che caratterizzava l’età comunale. Il cittadino diviene un suddito. Viene meno la partecipazione dei cittadini alla conduzione del potere politico. Ne scaturisce una fisionomia politica degli Stati rinascimentali in cui appare netta la divisione fra il palazzo del potere e la vita dei cittadini.

Il Signore vive in una dimensione separata e distante dal corpo della società. Anche Firenze, da sempre orgogliosa della fiorentina libertatis e critica nei confronti delle “tirannidi” di città come Milano, alla fine assiste all’affermazione della signoria dei Medici, alla scomparsa del fervore repubblicano, sopraffatta dallo spirito cortigiano del tempo.

Sotto le Signorie i territori cittadini si espandono a discapito delle città più vicine. Inevitabili allora sono le guerre. Solo nel 1454 con la pace di Lodi inizia un periodo di stabilità che dura fino al 1494.

Diversamente dagli altri Stati europei, nonostante la fioritura artistica e lo sviluppo economico, in Italia non si determina un’unità statale/nazionale. Ragion per cui verso fine secolo si verifica una grave crisi politica e gli Stati italiani perdono la loro indipendenza.

Se gli ultimi anni del 1300 conoscono una forte depressione, carestie, epidemie, un inevitabile calo demografico e l’abbassamento del tenore di vita delle popolazioni europee, nel corso del 1400 si ha una graduale e netta ripresa economica, una riconversione degli investimenti nelle attività agricole, un ritorno alla terra. Anche la grande borghesia cittadina, protesa ad assomigliare sempre più all’aristocrazia tradizionale, “scopre” la “terra” come bene di investimento.

La grande borghesia cittadina possiede già grandi ricchezze: dai gioielli  ai tessuti preziosi, ai palazzi,  alle ville.

Tale ricchezza, assieme al mecenatismo, è alla base dell’eccezionale fioritura artistica del periodo.

Durante l’Umanesimo e soprattutto nel Rinascimento si diffonde uno stile di vita edonistico, alla ricerca del piacere, del godimento squisito, della gioia di vivere, del lusso esteriore.

C’è un’elite che trascorre gli ozi in feste, in ambienti splendidi, circondati da opere d’arte, che “sa vivere” secondo boccacciana memoria del Decameron; mentre la gran massa della popolazione resta estranea a tanto fervore e benessere, addirittura continua a vivere nelle stesse misere condizioni esistenziali del 1200, nonché con le credenze religiose e superstiziose del Medioevo che imperano negli strati sociali più bassi.

Nel panorama della società del 1400 Firenze costituisce un caso a sé poiché mentre altrove sono ormai consolidate le Signorie, essa conserva le istituzioni repubblicane e continua a mantenerle, seppure solo formalmente, anche dopo l’instaurazione della signoria di Cosimo dei Medici.

Così a Firenze nel primi decenni del 1400 sopravvivono forme di produzione della cultura che prolungano quelle dell’età medioevale.

Il luogo deputato alla produzione culturale è la Cancelleria della Repubblica dove lavorano i più prestigiosi intellettuali del tempo che vanno elaborando la nuova cultura umanistica, ricercando manoscritti degli autori antichi, curando l’edizione corretta di quei testi, scrivendo opere in latino classico. Fra tali insigni letterati vi sono Leonardo Bruni, Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini.

Altro luogo deputato alla produzione della cultura umanistica è la corte, luogo di incontro di gentiluomini, intellettuali, artisti, scienziati che si raccolgono attorno al Signore. Gli intellettuali hanno il compito di elaborare, definire, esprimere in forma compiuta e perfetta gli ideali dell’elite colta che vigono nella corte del Signore.

Oltre al compito di elaborare i valori costitutivi dell’ambiente e di celebrarne la magnificenza, lo scrittore e gli artisti hanno anche il compito dell’intrattenimento e della decorazione.

(… CONTINUA)

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