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” PER CHI SUONA LA CAMPANA?” L’OCCIDENTE

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Redazione- Dopo l’abbandono dell’Afghanistan da parte degli ultimi contingenti statunitensi ed europei e dopo le rievocazioni del ventennale dell’11 settembre 2001 l’Occidente si interroga sul proprio destino e sul futuro. Procede con smarrimento e a passo incerto, segnato da una pandemia che ha stravolto ogni certezza nella propria onnipotenza.

La pandemia ha reso esitante il suo cammino poiché l’Occidente ha perso nei secoli la giusta rotta. O forse la rotta seguita non è mai stata tanto giusta! Così come non è giusta la società che ha concepito e che ha realizzato. Una società fondata sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, sullo spreco, sulla corsa all’arricchimento di pochi a discapito dei tanti, sulla perdita della memoria storica.

E dato che siamo a celebrare il 700° anniversario della morte del Sommo Poeta, almeno noi tutti, Italiani ed Europei, potremmo intraprendere un esame di coscienza e ricordare che la civiltà cui apparteniamo e di cui siamo figli è quella concepita da Dante Alighieri, nostro princeps, colui  a cui dobbiamo l’unità geospirituale, culturale e linguistica della nostra civilizzazione.

Sul suo sito ufficiale Marcello Veneziani, special guest  al Go Abruzzo Festival, fra musica e letteratura  e in omaggio ai settecento anni dalla morte di Dante e alla 3° Edizione del Festival Dannunziano  che quest’anno ha avuto come tema ‘La Città che sale: Ritmo, Velocità, Movimento’,  ha scritto: “quando il mondo sembra crollare, le civiltà precipitare, i popoli essere disorientati, la solitudine globale prevalere, la strada maestra è una sola: tornare al principio e ai principi da cui principiò il nostro cammino”.

E il cammino della Civiltà cui apparteniamo noi Italiani, noi Europei, inizia con Dante, il quale purtroppo è stato disatteso, tradito. Non è stato ascoltato. Fu un grande maestro Dante, però senza discepoli.

Perché fu senza discepoli? Presto detto: fu uomo di grande rigore, serio, di grande ingegno ed impegno; un modello scomodo e difficile da imitare. Così dobbiamo ricominciare daccapo.

Di noi, sua gente, diceva che eravamo troppo divisi: guelfi, ghibellini, Montecchi, Capuleti e via discorrendo fino ai nostri giorni.

Nella storia d’Europa l’Italia (rispetto alla Francia, alla Spagna, al Regno Unito) è stato l’unico paese a realizzarsi come Stato nazionale dopo diversi secoli. Tale tardiva conquista storica, politica, territoriale, influisce tuttora sull’evoluzione della nostra Repubblica che tuttavia si riscatta con la Grande Bellezza. Infatti  l’Italia è il paese che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista del patrimonio mondiale Unesco. L’Italia nasce dall’arte, dalla lingua e dalla letteratura prima che da guerre, dinastie e costituzioni.

Marcello Veneziani ci invita a leggere la XIII° Epistola in cui Dante chiarisce quale sia la sua missione: ““rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità”. La “felicità” cui Dante allude sta per “beatitudine” e in tale espressione il Sommo Poeta conferma ulteriormente il carattere didascalico, pedagogico delle sue opere, tutte, fino alla suprema, insuperabile “Commedia”… la più grande opera al mondo dopo la Bibbia.

Riscoprire Dante, rispolverare le sue opere, leggerle con attenzione comporta una riflessione sulla grande fortuna che il nostro Paese ha avuto a dargli i natali. Il 700° anniversario della sua morte è celebrato in un anno in cui l’Occidente si scopre vulnerabile fra ideologie, religioni che premono, che tradiscono le sue radici e che stanno minando le sue stesse fondamenta. Accogliere tutto può “arricchire” ma può anche disorientare e ottenebrare la propria identità. Conviene dunque interrogarsi su quel “tutto”.

Dante è un modello scomodo da imitare poiché “induce noi lettori a tracciare un bilancio integrale della nostra vita, a confrontarci con la morte e con l’aldilà, a giudicare la nostra anima e le nostre azioni in relazione al tempo e all’eternità”, così scrive Veneziani. Nessun autore più di Dante, nessuna altra opera induce il lettore a scandagliare il proprio animo e ad intraprendere un cammino di redenzione integrale.

Dante Alighieri è Padre dell’Italia, quale realtà spirituale e culturale, prima che storica e politica. Egli voleva  “riunire le sparse e riottose membra d’Italia”, figlia dell’antica e grande Roma dei Cesari e della Cristianità, della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, erede del pensiero greco, ebraico e anche di quello arabo.

Marcello Veneziani vede in Dante l’inizio della nostra identità “poiché la nostra è nazione culturale, letteraria, prima che politica”. Egli evoca l’“identità italiana” e l’“Idantità”  in quanto l’Italia va concepita come unità culturale e linguistica, come Civiltà prima che Nazione, e Nazione prima che Stato, figlia della Cristianità e della Romanità.

Se ognuno di noi Italiani fosse veramente consapevole della Grandezza culturale, artistica, storica che ci ha preceduti, il nostro Paese sarebbe l’Haward del mondo. La Storia di un Paese non è solo l’elenco delle guerre combattute. La Storia di una terra è negli uomini che l’hanno resa grande. E allora assurge di importanza determinante il ruolo della Scuola, dell’istruzione e della formazione nel forgiare le menti. Occorrono i veri Maestri, quelli che si dedicano con passione alla trasmissione dei saperi e della conoscenza, quelli che possiedono appieno il Sapere, quelli che hanno capacità di discernimento e che comprendono appieno la responsabilità insita nella loro missione.

Dove sono i veri maestri? Ci sono, ma se ne contano pochi, anzi pochissimi. Tutti gli altri, assieme alla moltitudine di giovani allievi, sono distratti da falsi, irraggiungibili miti, si perdono nei modelli televisivi imperanti che deconcentrano le menti, le fanno evadere, mentre la realtà, sempre più severa, dei nostri tempi incombe e impone a reagire, a risvegliarsi dalla notte dell’anima e dello spirito.

Molti di noi si riconoscono in Dante, anche quale Padre degli “antitaliani”, scrive Veneziani. Sono coloro che si sentono innamorati traditi dall’Italia, Italiani in esilio anche in casa propria, a causa delle viltà, dei tradimenti, delle contraddizioni del nostro “odiosamato Paese”, che continuano a perpetuarsi attraverso la Storia fino ai nostri giorni.

E se i “fari” ispiratori e illuminanti il pensiero dantesco sono: Fede, Giustizia e Bellezza, allora, da bravi “figli” e “discepoli” dobbiamo recuperare e vivere la triade dantesca.  Ai nostri giorni solo Benigni ha avuto il grande merito di rendere Dante e la “Commedia” fruibili attraverso la televisione, e con grande successo, nonostante la società in cui viviamo, che Veneziani in una sua pubblicazione considera “La società diffidente, che non pensa e non crede”.

Sempre Veneziani in La Verità del 5 settembre scorso si è posto le seguenti domande (sconfortate e sconfortanti, ad  essere sinceri):

  1. Ma in che razza di società viviamo, che ha smesso di credere e di pensare, incolta, rancorosa e presuntuosa?
  2. E se il compito della filosofia nell’ora presente fosse ripensare la società come un organismo spirituale e la filosofia in rapporto al sacro e al destino, in un cammino che intreccia il credere col pensare, il conoscere con l’amare?

 

Per rispondere lo scrittore si è appellato a  Martinetti, il quale, pur non essendo un credente,  scrive che per il filosofo “la religione è il cardine stesso della vita” e che “la vita morale non ha termine e consistenza vera che nella coscienza religiosa”.

Sempre Martinetti definisce la società come “un organismo spirituale che ha per fine e per ideale l’unità armonica di tutte le volontà in una vita comune”. Purtroppo tale visione stride fortemente con quella a noi contemporanea. E sebbene, come scriveva Macchiavelli, il filosofo guarda al dover essere, all’ideale, perdendo di vista “la realtà effettuale”, ciò che sgomenta e sconforta oggi, scrive Veneziani,  “è che gli stessi filosofi, pensatori e intellettuali hanno perso l’ideale senza aver guadagnato il reale; e se accennano a qualche dissenso, come è accaduto ad esempio sulla pandemia Covid vengono sbeffeggiati e censurati”.

Per i filosofi l’arte, la filosofia e la religione sono i mezzi per generare l’unione sociale e spirituale e per ascendere dal finito all’infinito, processo  seguito nel viatico artistico ed esperienziale di Dante.

Il nostro tempo però è  quello di una società che non crede, che non pensa, che non vuole sapere, che non sa amare e che ha perso fiducia nel mondo, nel futuro e nelle classi dirigenti che governano ed amministrano la cosa pubblica, la res publica, che tanto pubblica non è più. In preda com’è al rancore, alla diffidenza, alla paura e all’angoscia saprà la Nostra Società, come Dante, ascendere dal finito all’Infinito?

Sarà un’impresa ardua! Aggiungo tuttavia “Se sembra impossibile allora può essere fatto”, parafrasando l’espressione di una grande giovane donna, Bebe Vio.

Qualche esempio di resilienza invero arriva dal mondo sportivo italiano che è riuscito a conquistare traguardi impensabili fino alla primavera scorsa. Nelle medaglie paralimpiche ed olimpiche, nella Coppa Euro 2020 si è riconosciuta l’Italia tutta, in un riscatto collettivo. Bebe Vio, plurimedagliata, ha affermato che: “Se sembra impossibile allora può essere fatto” tanto che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha voluto onorarla dinanzi al Parlamento europeo e l’ha indicata come “esempio per tutti”, “Anima dell’Europa”: talento, tenacia, temperamento.

Ma il VUOTO avanza. E’ pericoloso e fa timore. Veneziani ritiene sia avvenuto un mix di ignoranza e presunzione in un malinteso senso di democrazia e di libertà, quest’ultima divenuta libertinaggio (che fa rima con brigantaggio). Allora penso a “L’opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano”  di Rod Dreher.

Dreher ha iniziato a parlare di Opzione Benedetto già dieci anni fa. Egli sostiene che in un mondo come il nostro, molto simile a quello che vide la fine dell’Impero Romano con l’arrivo dei barbari, è necessario fare come Benedetto da Norcia: separarsi dall’Impero per poter ritrovare le proprie origini, radici e identità, così da poter essere in una prospettiva futura “sale della terra”.

Dunque non a caso la scorsa settimana ho scritto sugli scriptoria (Anankenews del 13.09.2021) e sui monasteri del Medioevo in cui amanuensi, uomini e donne, spiriti illuminati, recuperarono l’antico sapere tramandato dai Padri e posero le basi per tutte quelle conquiste culturali che hanno consentito di arrivare ai nostri giorni. Ora occorre riflettere, fermarsi un attimo.

Chi si ferma è perduto? Non sempre.

La confusione e il disordine comportano distrazioni ed errori. E’ giunto il tempo di meditare e di recuperare la Grandezza che fu.

F.to    Gabriella Toritto

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