” SIMONETTA CATTANEO ” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO
Redazione- Dalla fine del ‘300 fino a poco oltre la metà del ‘400 Firenze fu centro di massima fioritura dell’Umanesimo, nonché punto di riferimento della vita letteraria già dalla fine del 1200.Anche altri centri italiani, come Milano, Venezia, Roma e Napoli, ebbero un ruolo determinante per lo sviluppo dei nuovi ideali intellettuali e filosofici, stimoli di un’attività culturale e letteraria del tutto rinnovata.
L’Umanesimo costituì la premessa del Rinascimento e divenne un modello per tutta l’Europa, con esiti notevoli anche in Inghilterra, Francia e Spagna.
Il Rinascimento vero e proprio occupò i primi decenni del 1500 in cui vi fu il consolidamento della nuova civiltà, il trionfo del classicismo e della cultura cortigiana, la piena maturità espressiva nella letteratura e nelle arti. Si trattò di un periodo unico, con tratti comuni in tutte le sue espressioni e senza fratture al suo interno.
Le discipline e gli ambiti in cui si sviluppò il sapere furono molto numerosi. Essi rifletterono l’ottimismo del tempo rispetto alle possibilità e alle capacità dell’uomo, l’entusiasmo degli intellettuali verso una fase che avvertirono come una rinascita dopo i “secoli bui” del Medioevo, tanto che, fin dal primo Quattrocento con il rinnovamento dei saperi e della cultura, l’Età di Mezzo acquisì una valenza dispregiativa.
In netto contrasto con la cultura medievale, dominata da una prospettiva verticale, per cui l’uomo guardava fuori e sopra di sé alla ricerca del divino (screditando l’esperienza terrena), l’erudito umanista e rinascimentale credette nella capacità umana di autodeterminarsi ed essere artefice della propria sorte. L’uomo cioè aveva la possibilità e il dovere intellettuale di comprendere il mondo che lo circondava e di modificarlo secondo i propri fini: dalla tensione alla conoscenza, che distingue la natura umana da quella animale, rinacquero gli studia humanitatis, che trassero un’essenziale linfa vitale dalla riscoperta dei classici latini e greci.
Gli eruditi e gli appassionati si dedicarono alla ricerca di opere dimenticate nelle biblioteche monastiche di tutta Europa, a lungo trascurate. Inoltre, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente (1453), molti intellettuali bizantini si trasferirono in Occidente, portando preziosi volumi e soprattutto una viva competenza della lingua greca, quasi perduta nelle zone occidentali durante il Medioevo. Secondariamente mutò l’approccio nello studio delle opere autorevoli. Lette con rispetto, ma anche con spirito critico, esse divennero oggetto di uno studio attento, alla ricerca della forma originale del testo, al di là delle modificazioni che potevano aver subito nel corso del tempo. Furono dunque poste le basi per la nascita della filologia moderna.
Già alla fine del 1200 si delineò negli Stati italiani una nuova forma di governo, la Signoria. Le signorie nacquero quando le istituzioni comunali si indebolirono a causa dei conflitti all’interno delle varie fazioni comunali e quando la necessità di pace e di stabilità indusse i cittadini a consegnare il potere nelle mani di un solo Signore.
Con il “Signore” nacque il fenomeno chiamato mecenatismo, da Mecenate, il ministro dell’imperatore Augusto, che proteggeva i letterati e dirigeva la politica culturale dell’impero. Il mecenatismo fu il fenomeno più tipico della società e della cultura rinascimentale.
Rispetto al fervore che caratterizzò l’età comunale, lo splendore intellettuale dell’Umanesimo e del Rinascimento fu connotato dallo spegnimento della dialettica politica e della vita civile. Il cittadino diventò un suddito. Venne meno la partecipazione dei cittadini alla conduzione del potere politico e ne scaturì una fisionomia politica degli Stati rinascimentali in cui apparve netta la divisione fra il palazzo del potere e la vita dei cittadini.
Il Signore visse in una dimensione separata e distante dal corpo della società. Anche Firenze, da sempre orgogliosa della fiorentina libertatis e critica nei confronti delle “tirannidi” di città come Milano, alla fine assistette
all’affermazione della signoria dei Medici, alla scomparsa del fervore repubblicano, sopraffatta dallo spirito cortigiano.
A Firenze il luogo deputato alla produzione culturale fu la Cancelleria della Repubblica dove lavorarono i più prestigiosi intellettuali del tempo che elaborarono la nuova cultura umanistica, ricercando manoscritti degli autori antichi, curando l’edizione corretta di quei testi, scrivendo opere in latino classico. Fra tali insigni letterati vi furono Leonardo Bruni, Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini.
Altro luogo deputato alla produzione della cultura umanistica fu la corte, luogo di incontro di gentiluomini, intellettuali, artisti, scienziati che si raccolsero attorno al Signore. Gli intellettuali ebbero il compito di elaborare, definire, esprimere in forma compiuta e perfetta gli ideali dell’elite colta che vigevano nella corte del Signore. Oltre al compito di elaborare i valori costitutivi dell’ambiente e di celebrarne la magnificenza, lo scrittore e gli artisti ebbero anche l’onere dell’intrattenimento e della decorazione. L’intellettuale cortigiano, un po’ meno l’intellettuale cittadino (come il fiorentino Coluccio Salutati,) fu tuttavia subordinato al potere; non fu più autonomo; non fu più libero nella esplicazione e nella espressione della propria professionalità e molto della sua libertà espressiva dipese dal Signore che serviva.
Diffusissimo fu poi lo studio della filosofia, la riscoperta del platonismo, dopo secoli di preferenza per la Scolastica e per Aristotele.
Nuovo impulso giunse anche alle arti figurative ed in particolare all’architettura, che unì l’amore per il “bello” alla ricerca del funzionale a livello tecnico grazie a Brunelleschi. Altri artisti geniali, fra i tanti, furono Leonardo da Vinci, Michelangelo, Botticelli, Nicola e Giovanni Pisano, Donatello, Masaccio, Raffaello, Mantegna, Giorgione, Tiziano, Correggio, Tintoretto, Poliziano, Pulci.
Straordinaria fu poi la rinascita delle scienze, che condivise con gli studi filosofici la presunzione di poter conoscere a fondo il mondo e l’universo e che pose le basi per la scoperta dell’America. Leonardo da Vinci fu fra tutti il genio che intraprese quel percorso su cui successivamente si posero Copernico e Galilei.
L’Umanesimo fu l’età delle cosiddette scienze esatte, che mirarono cioè a risultati oggettivi, basati su esperimenti pratici. Figura rappresentativa di tali interessi fu Leonardo da Vinci, la cui attività toccò i più svariati campi dello scibile, dalla pittura all’architettura,dalla fisica all’anatomia.
Particolare interesse ebbero gli studi storiografici, sollecitati da una diversa applicazione del desiderio di comprendere l’uomo e il mondo e dall’esempio di autori classici riscoperti, come Erodoto (484-425 a.C.) e Tucidide (460-395 a.C.), o come Livio, la cui opera era quasi sconosciuta nel Medioevo. Si posero così le basi per una vera e propria storiografia.
La grande borghesia cittadina vantò grandi ricchezze: dai gioielli, ai tessuti preziosi, ai palazzi, alle ville. Tale ricchezza, assieme al mecenatismo, fu alla base dell’eccezionale fioritura artistica del periodo. Si trattò di un’elite che trascorse gli ozi in feste, in giochi cavallereschi, tornei, in ambienti splendidi, circondati da opere d’arte, mentre la gran massa della popolazione restò estranea a tanto fervore e benessere, addirittura continuò a vivere con le stesse credenze religiose e superstiziose del Medioevo. Firenze, culla del Rinascimento, fu quella che brillò fra tutte le città, grazie ai Medici.
In tale contesto, non privo di voci dissidenti e inquietudini politiche nascoste o ridotte al silenzio, le figure femminili, idealizzate o no, ebbero un ruolo di rilievo. Si trattava pur sempre di nobili fanciulle, appartenenti alle famiglie più altolocate, immortalate dagli artisti che si raccoglievano nelle corti dei loro Mecenati, o erano cantate per la loro raffinata bellezza dai poeti coevi. Spesso le loro insegne erano portate durante le “giostre” cui partecipavano giovani rampolli. La predilezione che circondava alcune nobildonne era il più delle volte un atteggiamento dello spirito piuttosto che un sentimento concreto. Del resto l’affermazione del neoplatonismo confermò e accentuò il carattere ideale di certe “corrispondenze amorose”.
Rimase però il dubbio se fra Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico, e Simonetta Cattaneo vi fosse stato soltanto un “incontro fra anime affini” oppure se fra loro vi fu una vera e propria relazione. E se su Giuliano si sa tutto, non altrettanto si può dire su Simonetta.
Nata a Genova nello stesso anno in cui nacque Giuliano de’ Medici, nel 1443, Simonetta appartenne ad una delle più prestigiose famiglie della città. Era imparentata anche con Iacopo III di Appiano, signore di Piombino. Suo padre, Gaspare Cattaneo, la diede in sposa, ancora quindicenne, al nobile coetaneo fiorentino Marco Vespucci, marchese, cugino del ben più noto Amerigo.
L’”apparizione” della bellissima Simonetta Cattaneo in Firenze destò stupore, tanto da essere soprannominata “a san par”: bella “senza pari”. Si disse fosse la “più bella” e fu notata da entrambi i fratelli de’ Medici: sia da Lorenzo, il quale le dedicò il sonetto “O chiara stella”, sia da Giuliano, che se ne innamorò.
Anche Botticelli, di cui Simonetta divenne “Musa” ispiratrice, ne rimase infatuato. Il pittore la ritrasse più volte e la immortalò in “La Nascita di Venere”, grande tela commissionata da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino del Magnifico, ritrovata dal Vasari nella villa medicea a Castello.
Rispetto alle nobildonne, alle intellettuali e alle sante finora trattate, l’esistenza di Simonetta è stata tramandata e resa famosa non perché sia stata storicamente e politicamente incisiva ma grazie ad una “giostra”, a colui che in quel torneo portò le insegne di lei, Giuliano de’ Medici, e all’arte che rese immortale quell’evento.
Quella “giostra” del gennaio 1475 fu poi “cantata” da Angelo Poliziano nelle sue famose “Stanze” i cui protagonisti (forse non a caso) furono chiamati Iulo e Simonetta.
Nel gennaio del 1475, in piazza santa Croce di Firenze, si svolse un importante torneo cui parteciparono i rampolli delle famiglie più in vista. Protagonista di quella “giostra” fu Giuliano de’ Medici che per l’occasione celebrò Simonetta Cattaneo. Erano coetanei, entrambi ventiduenni, belli, conosciuti ed amati dalla città.
In quel tempo era consuetudine e non destava scandalo che anche una donna sposata potesse “inserirsi” nella manifestazione. Così come non fece scandalo la partecipazione di Lorenzo de’ Medici con i “colori” di Lucrezia Donati piuttosto che della moglie, Clarice Orsini.
Il torneo cavalleresco del 1475 fu l’ultimo evento in cui Simonetta apparve in pubblico. Si ammalò di tisi e nella primavera dello stesso anno le sue condizioni di salute si fecero molto serie, tanto che Lorenzo de’ Medici, anch’egli sensibile al fascino della donna, solidale al fratello, toccato dall’infelice sorte della donna che aveva pure perso un figlio, inviò più volte in casa Vespucci il proprio medico personale al fine di scongiurare l’infausto epilogo che purtroppo avvenne il 26 aprile.
Qualche anno dopo, il 26 aprile del 1478, esattamente lo stesso giorno in cui era morta Simonetta, nella cattedrale di Santa Maria del Fiore in Firenze, morì Giuliano de’ Medici, suo amante, assassinato nella Congiura dei Pazzi. La congiura fu ordita per “far fuori” i signori “de facto” della città: Lorenzo e il fratello Giuliano.
Giuliano amò veramente Simonetta? Data la natura passionale del giovane, i ripetuti travolgenti amori, non lo si può escludere. L’unico suo amore accertato fu quello per Fioretta Gorini, da cui ebbe un figlio, Giulio, il quale divenne papa Clemente VII.
Fra Simonetta e Giuliano potrebbe anche esserci stato soltanto un amore platonico.
Concludendo, Simonetta Cattaneo è entrata nella storia per la raffinata ed insuperabile bellezza, per essere stata la musa ispiratrice di artisti, poeti e letterati e per avere ricevuto le attenzioni dei fratelli Giuliano e Lorenzo de’ Medici.
Fu rimpianta da coloro che l’avevano conosciuta ed ammirata ed incarnò la fugacità della giovinezza e la fragilità della vita.
F.to Gabriella Toritto
