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SAPERI PROFESSIONALI E PROFESSIONALIZZANTI NEL SERVIZIO SOCIALE – DOTT.SSA SILVANA DI FILIPPO

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Redazione- Nell’emergenza sociale, non vanno dimenticati la necessità di partire sempre dai saperi umani e professionali. L’autorevolezza del sapere, di natura ermeneutica, attraversa diverse tappe fondanti  all’ approccio multireferenziale, multidimensionale e multifunzionale. In buona sostanza, la professionalità ha inizio dove termina il pregiudizio.

Il sapere co/operativo nell’esperienza dei tirocinanti ed il tutor, ha attraversato almeno sei tappe: il saper esser, il sapere, il saper fare, il saper far fare, il sapere condiviso e il saper divenire.

Il saper essere, riguarda la nostra predisposizione ad aiutare gli altri ed il possesso di capacità comunicative e relazionali. Da solo, non basta però, ed occorre anche il sapere, per mettere insieme alle abilità innate – quelle da acquisire – con tecniche e metodi miranti alla costruzione di un aiuto valido da offrire alle persone che si rivolgono all’Assistente Sociale. Si tratta, dunque, del possesso di conoscenze teoriche aggiornate.

Mettendo insieme questi due saperi, poi, si tratta di attivare tutte quelle capacità tecnico-manuali relative al saper fare.

Infine, si procede verso il saper far fare dentro cui mettere il procedimento di empowerment ed attivare la maieutica sociale al fine di consentire lo sviluppo di competenze atte ad operare scelte responsabili e partecipative alla risoluzione dei problemi. Ne consegue, che per attuare questi fondanti quattro saperi è necessario veicolare le competenze verso un sapere condiviso, dove cambiamento, ricerca, informazioni, apprendimento, nuovi ri/soluzioni, modi di agire, scambio esperienze, il lavoro di èquipe riassumano sinergia operativa. In questo contesto il tirocinante fa parte di questo spazio in cui poter sperimentare la teoria nella pratica.

Infine, il saper divenire si correda della somma di tutti i saperi di cui sopra e del lavoro di rete.

La costruzione del sapere passa attraverso la prassi-teoria-prassi e si orienta lungo tre dimensioni: la metodologia introspettiva, la metodologia oggettiva e l’azione sociale.

Vale ricordare l’importanza dell’accettarsi prima ancore dell’accettare, come giustamente sottolinea Dale Canergie: “Se impariamo prima ad accettarci, vedendo i lati buoni con la stessa lucidità con la quale vediamo quelli che buoni non sono, e poi ci diamo da fare per raggiungere i nostri scopi, la probabilità di ritrovarci a sprecare tempo ed energie preziose nell’angosciarci saranno necessariamente minime” , è necessario sempre seguire la via dell’umiltà, partendo sempre da una situazione di ignoranza, che ha bisogno di conoscenze e di conoscere per comprendere il punto di partenza. E’ da quest’ultimo che creiamo accettazione! Perché è più facile fare una buona prima impressione che andarne a modificare una non buona.

Il  metodo soggettivo si preoccupa dei fattori interni responsabili  del comportamento sociale. Il metodo oggettivo concentra  la propria attenzione sugli aspetti che segnalano il comportamento esterno. Quest’ultimo si avvale principalmente  dell’osservazione accurata.

Risulta fondamentale una forte motivazione nell’operatività e nell’interazione con gli altri. E’ molto importante concentrarsi sulla propria esperienza soggettiva per tentare di comunicare tutto ciò che siamo stati e che siamo, che abbiamo dato e che possiamo dare. Tutto ciò che abbiamo sperimentato o vissuto può servire a ‘capire’ meglio gli altri. Per fare questo, è necessario passare dalla teoria della conoscenza, verificando forme e limiti dell’attività conoscitiva umana.

Il metodo dell’osservazione soggettiva (o introspezione) è suscettibile di quella messa in discussione continua e revisione di se stessi necessaria ad identificare il passaggio verso l’autenticità. La metodologia introspettiva è uno strumento di autosservazione che consente di soffermare la propria attenzione sullo svolgimento delle proprie azioni, offrendo una sintesi sulla funzionalità o disfunzionalità della propria operatività.

Possiamo definire, dunque, la metodologia introspettiva come una serie di discorsi con se stessi, per  elaborarli nella sala dati del dialogo interiore dove si registrano svariate discussioni per resocontarsi e migliorarsi. Il dialogo diventa sociale se alla base passa il concetto di meditazione, riflessione ed uso di un linguaggio che si fa “sociale” poiché diventa oggettivato ad un bisogno . Questo bisogno può essere comune ai referenti oppure portato alla risoluzione con mezzi disponibili della comunicazione e dell’impegno professionale.

La conoscenza di se stessi porta alla capacità responsabile e consapevole di acquisire i propri limiti e migliorare le proprie aree.

L’analisi iniziale che si compie è l’incontro con se stessi e la propria autoconoscenza: “A cosa penso sia utile la figura dell’assistente sociale in tempi di pandemia?”. Non è solo empatia, amore, dedizione, guarigione, ascolto, osservazione, empowerment visti separatamente, ma è la loro somma del prodotto chiamato help. La riposta più completa da darsi si connota nella conoscenza delle proprie motivazioni, e dovrebbe essere sempre quella di : “ per aiutare gli altri”.

Autoanalizzarsi, significa chiedersi: “Cosa significa per me aiutare gli altri?” “Cosa potrebbe piacermi di questo lavoro?” “Cosa potrebbe non piacermi ?”.

Per essere buoni operatori del sociale è necessario considerare adeguatamente l’aspetto performativo: “Che cosa mi spinge a voler fare questo mestiere?” “Cosa penso possano essere i punti di forza e di debolezza?” “Quali credo che siano i valori a cui fare riferimento in un intervento di aiuto alla persona?” “Cosa penso sia necessario possedere o acquisire in una professione al servizio delle persone?”.

Per rispondere a questi interrogativi, è necessario conoscere se stessi ed analizzare la propria spinta intrinseca. Si tratta di individuare le motivazioni, le finalità e le aspettative che ci hanno portato a scegliere una professione di servizio alle persone. Inoltre, è necessario soffermare la propria autoattenzione su quelle caratteristiche personali che potrebbero limitare il nostro lavoro (limiti interni). Infine, pensare a quei limiti esterni che potrebbero ostacolare la propria professione ed in che modo pensiamo di poterli superare.

Il servizio Sociale è una professione di aiuto ad innesto con i bisogni individuali e le risorse verso il cambiamento.

Alla fine del processo di aiuto, la persona in stato di necessità ha bisogno di riconoscersi come autoefficiente, capace di fronteggiare le varie situazioni.

Questi importanti saperi co/operativi della metodologia generale, devono orientarsi verso un’azione umana, sociale e professionale volti alla valorizzazione delle risorse.

Dopo questo importante passaggio, possiamo passare allo studio del comportamento dell’Altro, utilizzando il metodo dell’osservazione oggettivo allo scopo di identificare i vissuti, la relazione con se stesso e con gli altri, tra il gruppo e la società, tra la persona, l’ambiente e  l’organizzazione. In questo importante passaggio, dello studio del caso, s’inserisce una comunicazione interattiva volta a considerare come la persona vive e sente se stessa e come ciò influisca sul suo comportamento.

Va evitato, da parte dell’operatore qualunque giudizio o pregiudizio. Sappiamo che la via più breve è quella di formulare una soluzione. Questo atteggiamento impone solo il proprio modo di pensare, in questo senso tendiamo a vedere le cose dal nostro punto di vista e non da quello della persona oggetto di aiuto.

La professionalità operativa si misura proprio dalla facoltà di vedere e riconoscere il comportamento-problema dell’altro dal suo punto di vista, aiutando a cercare e trovare la soluzione o la ri/soluzione del problema (autodeterminazione). In definitiva, è la persona stessa che cerca la risoluzione al suo problema con il nostro sostegno e un percorso di accompagnamento che ne valorizzi le potenzialità residue. È un sostegno, però, che gradatamente si allenta fino alla sua estensione.

La metodologia specifica, invece, concentra l’attenzione sugli elementi della comunicazione, la pragmatica, gli assiomi, le emozioni, i linguaggi numerici ed analogici. In particolare ferma il focus  verso il colloquio professionale, i vari tipi di colloquio, le tecniche e gli strumenti  nelle varie tappe evolutive con esperienze applicative. In questa fase, si serve di metodi e  tecniche dello studio del caso e della relazione interpersonale professionale per attivare  il processo di aiuto individuale e di gruppo con approfondimenti propri del servizio sociale. Infine, procede utilizzando la metodologia professionale, focalizzando  lo sguardo verso la relazione di aiuto, la mediazione sociale, il sostegno  e le competenze genitoriali. Questi  aspetti  ordinari e straordinari si orientano verso gli ambienti educativi, scolastici, sociali e interculturali. Investono  il lavoro di rete sociale nella relazione comunicativa tra  creatività e partecipazione per andare in direzione di quella forza del sociale in una prospettiva di megarete e di co/esperienze. Questi principi diventano ancora più forti durante situazioni emergenziali, quale quello della pandemia attuale.

I moderni orientamenti delle Scienze del Servizio Sociale si propongono come obiettivo, per il raggiungimento del  benessere collettivo, di utilizzare  una rete sociale , creata ex ante, utilizzando strumenti  come la coesione multiprofessionale e la cooprogettazione. Il lavoro di rete è governato dalla fusione della L.328/00 con  l’Art. 38 del Codice Deontologico del 2009 e i recenti Articoli n. 39 e n 40 del Titolo V del nuovo codice deontologico del 2020  rintracciabili nella sezione dedicata alla responsabilità dell’assistente sociale nei confronti della società.

Ma nonostante l’esistenza di una normativa che favorisce il lavoro di rete, lo scollamento tra pratica e teoria e la presenza di ostacoli organizzativi penalizzano la piena realizzazione di sistemi integrati e di progetti di prevenzione. Infine, le attività dell’Assistente Sociale si spostano dalle originarie connotazioni assistenziali a quelle di sviluppo dei servizi territoriali modificando la professione di aiuto in operatività della sicurezza sociale. Tale cambiamento richiederebbe anche una maggiore tutela e l’ascolto dei bisogni dell’assistente sociale, una più mirata formazione per macroaree, la promozione di azioni sinergiche tra colleghi anche per vie digitali sia per condividere che per ottenere una sistematica supervisione che, in epoca pandemica diventa una risorsa professionale notevole sia al superamento della crisi che alla prevenzione del burnout.

Per questa ragione, oltre ai percorsi di resilienza, viene attuato il procedimento di empowerment, non solo per l’aiuto alla persona che  viene ridotto gradatamente stimolando l’attivazione delle potenzialità della persona, ma questo principio viene attivato anche in campo professionale che consiste nella capacità di aiutarsi ad aiutare prima ancore che aiutare ad aiutarsi. Tra le tecniche particolarmente utili, a seconda dei casi, può essere praticato il  “Falding Sociale” che può essere attuato sia con un procedimento deduttivo che induttivo.

Riassumendo, la mappa multiprofessionale comprende la conoscenza endogena ed esogena, ovvero la conoscenza di se stessi, analizzandone le motivazioni, gli obiettivi e le potenzialità soggettive. Individuare le caratteristiche personali, i  limiti interni, sociali e professionali. Capacità di messa in discussione. Passiamo poi alla necessità di conoscere l’Ente, prima ancora di occuparsi dei problemi delle persone, la propria organizzazione, le risorse, i regolamenti ed i limiti esterni.

Quando entriamo nell’attività lavorativa, dobbiamo considerare prima questi fondanti passaggi. Una volta superata questa fase, possiamo conoscere le persone, i loro problemi, i loro diritti  e  la loro dignità personale. Entriamo poi nella fase della conoscenza per applicare in cui facciamo riferimento alla pragmatica della comunicazione e alla relazione umana.

Infine, ma non per importanza,  va considerata la professionalità degli operatori, ovvero la capacità di conoscere i colleghi con cui l’assistente sociale si rapporta. Questi possono essere monoprofessionali , interdisciplinari o multiprofessionali . In tutti i casi si deve avere un comportamento proattivo del tempo e della sua gestione, adoperare una comunicazione efficace e di condivisione operativa, vista come crescita personale e professionale.

Attorno a queste basi, in seguito si possono attivare sistemi di sensori e attuare azioni di rete.

Naturalmente gli assistenti sociali sono sottoposti all’osservatorio nazionale dell’ordine e devono rispettare tutta una serie di impegni personali, professionali  e sociali. Devono conoscere il codice deontologico e rispettarlo. Ne consegue, che gli assistenti sociali per primi devono avere una condotta corretta con se stessi, con i colleghi, con le persone e la società. Essi sono obbligati al versamento del contributo annuale all’odine, a logarsi sul Sito Nazionale, ad essere assicurati (come da art. 5 del DPR 137/12, ad avere la posta certificata (PEC – come da D.leg. 185/2008), all’adempimento dell’obbligo formativo (crediti professionali e deontologici) e fedele certificazione (Art. 7 DPR 137/2012 e art. 54 codice disciplinare).

L’assistente sociale è proattivo se è orientato verso l’autoresponsabilizzazione, non subisce passivamente un evento, ma  agisce attivamente e con intraprendenza influenzando positivamente le circostanze che si stanno vivendo.

Viceversa, è reattivo quando la propria reazione dipende da cause esterne e quindi si tende a deresponsabilizzarsi . Il mancato controllo delle proprie reazioni e l’influenza dovuta a fattori esogeni (ambientali/persone) fa tendere a una delega delle responsabilità con vissuti di inerzia.

La Prospettiva Trifocale nel Servizio Sociale, si avvale contemporaneamente di un’analisi pluridimensionale ed indaga il sistema degli interventi sociali con ascolto attivo tra saperi condivisi ed empowerment, tra elementi esogeni ed endogeni, tra titolarità ed assunzione di iniziativa, tra concertazione e pianificazione territoriale, tra processi informativi e formativi, tra risorse e bisogni verso spazi e spazialità. Merita grande investimento sociale, in questo senso, la dimensione della prevenzione operata nella capacità di cercare e trovare lo spazio (l’abitato) con la spazializzazione (scelta dei luoghi fisici, tecnologici e digitali) in una prospettiva trifocale (persona nel suo ambiente come individuo, famiglia e gruppo, contesto territoriale e comunitario, Ente e contesto organizzativo (proporre ed offrire nuovi strumenti).

La vision multidimensionale è orientata verso la persona (soggetto, coppia, famiglia, gruppo, comunità) nel suo ambiente; l’ambiente territoriale o comunitario; l’ organizzazione (Ente e il contesto organizzativo) e si avvale di un Welfare System , ovvero di quei soggetti civici plurali (famiglia, associazioni, gruppi, cooperative, imprese sociali e categorie d’interesse).

L’assistente sociale non può prescindere da questa prospettiva nella valutazione dei bisogni e delle risorse presenti sul territorio e orienta il suo operato verso lo studio, la comprensione e l’analisi del caso per la messa in atto di interventi mirati e condivisi dopo un’attenta valutazione delle richieste. Pratica la ricerca scientifica sul territorio e promuove sinergie congiunte per l’attivazione del lavoro di rete sociale. Attua e mette in campo la verifica periodica del piano assistenziale fino al raggiungimento degli obiettivi definiti. Pone attenzione alle aree di intervento indirizzate alle quattro macroaree individuate nelle linee guida regionali: Famiglia, infanzia e giovani; Soggetti diversamente abili; Persone anziane; Persone soggette ad esclusione sociale.

Si tratta di: Potenziare i Servizi di Prevenzione, con Interventi informativi e formativi con opportunità di partecipazione, integrazione ed inclusione alla vita sociale; di Potenziare i servizi di Sostegno per  consentire la valorizzazione delle risorse  umane negli ambienti di vita; di Sviluppare reti di solidarietà per favorire autonomia, autodeterminazione, particolarizzazione; di Garantire  protezione, assistenza e cura per Assicurare la tutela dei soggetti fragili, ponendo attenzione sia agli attori delle reti interne che esterni, assicurando un sistema di reti sociali di rispecchiamento con il nuovo codice deontologico.

 

 

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