Ultime Notizie

QUANDO E’ PURE LA MORTE A PRIVARE L’UOMO DELLA SUA UMANITA’

6.059

Redazione- L’uomo  è una creatura fragile e precaria ed ha come sua alleata la morte. Perché la morte è un allenamento quotidiano  che ci aiuta ad essere migliori, che ci aiuta a vivere meglio. Senza la morte noi saremmo, da animali quali siamo,  soggetti all’unico modo di esistere : l’utilitaristica catena alimentare e le leggi dello’evoluzione .” Homo homini lupus” anche se  a lungo ci siamo domandati quanta etica ci fosse nella natura  proprio in riferimento all’evoluzione: Quanto a lungo ? Ma non è l’argomento di questa riflessione. L’ho solo accennato perché  intendo tornarci  sopra  in un altro momento  ma qui voglio continuare a parlare della morte  e della sua antropologia.

Una antropologia che evidenzia tutta la precarietà della condizione umana . I simboli  di questo aspetto della vita-morte ( perché vita e  morte sono strettamente legati tra loro ) quali le tombe, le sepolture, i riti  di passaggio sono  lo specchio  in fondo di come si è vissuto e del “felice”  abbandono di quella precarietà. La morte restituisce  in qualche modo quello che la vita  giorno per giorno sottrae  e lo fa in un solo istante, l’ultimo.  E quell’istante vale  nel tempo cosmico  non solo il senso della vita e della morte ma anche la cosiddetta eternità. La vita e la morte che si alternano. “ Quando c’è la vita non c’è la morte e quando viceversa c’è la morte non c’è la vita .  “ L’uomo non ha voluto riconoscere questa semplice verità e ha fatto di tutto  per imbrogliare le carte a favore  di una sovrastruttura che nel tempo  è diventata poderosa  e ha invaso  e nascosto quello che era  l’unico rapporto reale nell’universo.

Probabilmente saremmo portati  fuori strada e occorrerebbe un lungo discorso  per parlare dei rapporti esistenti nel cosmo  anche alla luce della fisica e della fisica quantistica. Sono considerazioni che non posso affrontare qui  perché non ho le competenze e le qualità di divulgazioni tali da rispettare  quello che potrei studiare in tal senso, ovvero tali da rendere il discorso.

Quello che voglio dire  è che in una situazione di fortissima  precarietà quale può essere una pandemia, quella attuale ,viene in evidenza, per esempio,  tutta la fragilità dell’uomo . Dentro la quale  negare un rito di sepoltura  o un cammino  verso la morte , come ciascuno di noi segretamente si è immaginato  rappresenta proprio la rottura tra quel nesso  naturale tra vita e morte. In termini un poco più  accesi si potrebbe parlare di una “ barbarie” che però non significa niente e non è ilo caso di scomodare psicologia, sociologia, religione. Solo la storia probabilmente può aiutarci a capre  il senso di questa privazione . A capire perché pure la morte tenta di privare l’uomo della sua umanità.

Giulia Belardelli su Huffpost del  13 marzo 2020 scrive : “Questa pandemia ci priva di un aspetto antropologicamente costitutivo della nostra civiltà, che è il culto dei morti. La civiltà inizia con la sepoltura dei cadaveri, che è il segno della fiducia in una vita ultraterrena. Non per nulla i cadaveri venivano sepolti in posizione fetale o colorati di ocra rossa. Le prime sepolture risalgono a 100 mila anni avanti Cristo. Siamo privati di qualcosa che, secondo gli storici e gli antropologi, ci rende umani. L’umano nasce con la cultura dei morti. Qui abbiamo di fronte una circostanza che toglie l’umano ad una società già disumana sotto molti aspetti, come lo sfruttamento del pianeta e degli esseri umani, la non-accoglienza, l’individualismo, il predominio del profitto sul bene comune…”.(…) “Nell’Occidente contemporaneo l’occultamento del pensiero sulla morte, l’evitamento della parola morte è generalizzato. Siamo impreparati come Paese e come cultura. Per questo è più facile che sia messo in ginocchio un Paese che ha il terrore della morte rispetto a uno che con la morte ha più dimestichezza. Del resto, nel Medio Oriente il coronavirus non può impattare più di quanto abbia fatto la pace minata ormai da tempo. Qui invece eravamo in una bolla di benessere, un sistema fortemente consumistico, dove molti valori etici erano crollati. Anche le grandi mobilitazioni più recenti sono state sempre mosse dalla paura. Persino quella contro l’inquinamento spesso non è nutrita dall’amore per la natura, ma dalla paura per il proprio futuro. La nostra cultura tende a evitare la morte, ma la morte resta il movente di tante scelte e tanti orientamenti”.

L’unica sepoltura  accertata di epoca  preneolitica è una tomba ad incinerazione del Mesolitico  proveniente da un riparo presso  Viomaz . La tombe di questo periodo ci aiutano a capire  la società a cui appartennero i defunti  e forse il loro rapporto con la morte. L’architettura ci aiuta  poi anche a capire  il valore della morte e l’dea di sopravvivenza così si va dalle quattro lastre  verticali e una di copertura  delle tombe a “ cista”  del tipo Chamblaudes  con uno scheletro rannicchiato  ai dolmen , all’architettura a cielo aperto, alle sepolture ad incinerazione  sotto tumuli del periodo Neolitico  fino alle tombe del Bronzo  con la sepoltura  in posizione supina  fino alle piramidi  e alle sepolture greche e romane, dei corredi delle tombe  dell’area del Mediterraneo  fino al medioevo e all’età contemporanea. .  Gli egiziani poi ci offrono  il più spettacolare  senso della morte con le piramidi. Queste costruzioni furono accompagnate nel tempo da cerimonie, riti, usanze e costumi relativi al lutto  creando un tutt’uno

Secondo la cultura greca  la vista dei resti di un defunto  offende gli dei per cui si doveva procedere  alla inumazione o alla cremazione. Resti che dovevano essere coperti o ritornare alla terra. Lasciare una salma insepolta era un castigo peggiore della morte stessa.  Per il passaggio del Fiume Stige  ( che era è uno dei cinque fiumi presenti negli Inferi secondo la mitologia greca e romana; gli altri sono Cocito (fiume dei pianti), Acheronte (fiume del dolore), Flegetonte (fiume del fuoco) e Lete (fiume dell’oblio).   il defunto doveva portare con sé  una moneta. Il defunto veniva esposto  ( prothesis)  ai parenti e amici  che compivano il gesto di spruzzare acqua sulla salma con dei ramoscelli di  una pianta aromatica.  Per Omero le esequie si celebrano con il rogo e gli amici  si strappano i capelli.  Dopo le esequie ci si riuniva per una conviviale .Poi venivano offerti  sacrifici agli dei  che si ripetevano ancora  il nono giorno dopo il decesso..La tomba era contrassegnata da una stele. Nell’antica Roma  l’organizzazione dei funerali era affidata  a vere e proprie imprese funebri che  provvedevano a chiamare per la cerimonia di sepoltura danzatori  ,lamentatrici. L’’uso era quello di raccogliere le ceneri  in un’urna  vista la prevalenza dell’usanza della cremazione.  Per gli etruschi il regno della morte è un capitolo affascinante  della storia della morte     perché questo popolo credeva  a qualche forma di sopravvivenza terrena del defunto . Quindi occorreva dotare le sepolture a tutti i richiami del mondo dei viventi. Il culto dei morti era poi un modo  di affermare la potenza e il prestigio della famiglia.  Così nel tempo si  incontrano varie tipologie di necropoli.  Infine a grandi salti si arriva  alle sepolture del mondo cristiano  con i suoi riti  e la sua regolamentazione fino alle norme moderne  nate da un editto  di Napoleone che  dette vita d uno dei poemi  più belli della lirica italiana del Settecento .

“ All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne /confortate di pianto è forse il sonno /della morte men duro? / sono i  primi tre versi di quest’opera che tutti hanno imparato a scuola apparsa nella primavera del  1807 per i tipi della  tipografia di Niccolò Bettoni, a Brescia. Era stata scritta l’anno prima 1806 e ispirata da una conversazione dell’autore con Ippolito PIndemonte  nel salotto veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi, intorno al problema, allora molto sentito, della sepoltura dei morti.  Pindemonte difendeva , dal punto di vista affettivo religioso, l’istituzione delle sepolture  ( stava componendo per  questo  un poema sui Cimiteri ), sostenendo che la moderna filosofia, dalla quale traeva spunto la recente legislazione in materia, inducesse a ignorare il culto dei defunti.  Foscolo voleva far valere una concezione  per così dire materialistica dell’esistenza sostenuta già nel sonetto Alla sera . Una conversazione che contribuiva al dibattito creato tra gli intellettuali dall’editto di Saint Cloud (1804) – che imponeva che le tumulazioni avvenissero fuori dal centro abitato e (soprattutto) che le lapidi dei “cittadini” fossero tutte identiche  esteso all’Italia, allora sotto il dominio napoleonico I Sepolcri si presentano pertanto come una ripresa puntuale di quella discussione (ravvisabile fin dall’incipit in medias res, e dalla dedica a Pindemonte). In sostanza Foscolo in quest’opera  trasfonde parecchi spunti e motivi già visti nell’Ortis  e nei sonetti (si pensi al tema del sepolcro nelle poesie  A Zacinto e In morte del fratello Giovanni) che i ritonano qui, sviluppati, rifomrulati e arricchiti. Solo  la “corrispondenza d’amorosi sensi” (v. 30), è per Foscolo in grado di garantire all’uomo l’immortalità, attraverso il ricordo dei suoi simili. Al nulla eterno, Foscolo contrappone un sistema di valori, illusioni, ideali, in grado di resistere all’azione corrosiva del tempo. Il sepolcro è non solo luogo di affetti, ma consente la trasmissione di un intero patrimonio umano, attraverso il culto dei più grandi eroi della Storia.

E’ in sostanza quello che dice  Marcel Mauss, un grande antropologo del Novecento, ovvero  che si è umani quando si è donatori. La morte è l’ultimo dono che facciamo agli altri. Come moriamo rimane nella memoria di tutti. La morte ci costringe a donare tutto Ecco, il dono che ci possono fare le persone che stanno morendo ora è di farci capire l’importanza della relazione con chi sta per morire e della relazione

con chi è già morto, così da restare veramente umani.

Philippe Ariès  Storia della morte in Occidente  BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Edgar Morin  L’uomo e la morte   Formato Kindle   Dimensioni file: 1960 KB

Lunghezza stampa: 394   Editore: Edizioni Centro Studi Erickson

Kubler Elisabeth  Ross  La morte e il morire, Cittadella , 2005

Vladimir Jankélévitch  La morte  E. Lisciani Petrini , 2009

Commenti

commenti

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito Web utilizza i cookies per migliorare la tua esperienza. Daremo per scontato che tu lo accetti, ma puoi disattivarlo se lo desideri. Accetto Leggi di più