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PENA E RIEDUCAZIONE: IL SERVIZIO EDUCATIVO E IL TRATTAMENTO DEI DETENUTI PER UN NUOVO PATTO SOCIALE

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Redazione- Nemmeno mezzo secolo di storia . Mezzo secolo di fronte ad una storia secolare. E’ questa la storia del Servizio educativo ,con al centro la figura professionale dell’educatore ,negli istituti penali italiani , di fronte appunto alla storia secolare di questa istituzione .

Nel momento in cui , secondo una proposta di legge il servizio educativo e soprattutto i suoi operatori stanno per essere “ assorbiti” nella polizia penitenziaria giova ricordare la nascita di questo servizio dopo la cosiddetta riforma carceraria del 1976 e i pareri di quanti lavorano oggi in questo settore . L’ operazione prevista dal decreto legge in discussione alle commissioni parlamentari è una specie di operazione come quella attuata durante il governo Renzi in cui il Corpo forestale dello Stato fu incluso nell’arma dei carabinieri e le guardie forestali divennero carabinieri forestali.

Ma cominciamo se non dal principio dalla entrata in vigore delle Legge e del Regolamento dell’ordinamento penitenziario nel 1976 .

La legge di riforma del 1975 , il regolamento di esecuzione e le circolari ministeriali disciplinano il ruolo e i compiti dell’educatore negli istituti penali per adulti. In breve è l’art 82 della legge 26 luglio 1975 n. 354 il cosiddetto Ordinamento penitenziario che disciplina alcune competenze dell’educatore che vengono meglio articolate e precisate nel Regolamento di esecuzione DPR 29 aprile 1976 n. 431 e trovano ulteriori precisazioni nella Circolare ministeriale n.2625/5078 del 1 agosto 1979 redatta in occasione della prima immissione in ruolo di educatori . Successive circolari hanno poi arricchito il panorama di interventi e di competenze di questa figura professionale fino alla nascita del Servizio Educativo .

In realtà però l’inizio va posto idealmente in un tempo più lontano ,almeno al 1934, con la nascita del Tribunale per i minorenni e i centri di rieducazione per minori che prevedevano istituti penali e istituti amministrativi come le custodie cautelari , le Prigioni Scuola, divenuti poi Istituti penali e per le misure amministrative, i Riformatori giudiziari, le Case di Rieducazione .In quegli istituti era prevista la figura del censore di disciplina ribattezzato ben presto i educatore. Un percorso che con l’entrata in vigore del nuovo processo penale minorile del 1988 ha ulteriormente modificato gli interventi della giustizia minorile e ha dato ancora maggior spazio a questa figura professionale che ormai aveva alle spalle un patrimonio di esperienze considerevoli nel settore minorile . Dopo la chiusura delle case di rieducazione con il passaggio del settore alle competenze regionale del 1976 il nuovo processo penale ha conservato le custodie cautelari ,gli Istituiti penali e ha creato due nuovi interventi : il centro di prima accoglienza senza alcuna connotazione carceraria preposto ad ospitare per non oltre 96 ore i minori arrestati e in attesa dell’udienza preliminare e le comunità educative per l’esecuzione di alcune misure cautelari e di quelle limitative e privative della libertà personale.

In queste istituzioni minorili il censore di disciplina divenuto poi educatore aveva espletato ed espleta la sua attività per decenni contribuendo alla realizzazione di esperienze che costituirono e costituiscono un modello di intervento anche a livello internazionale .

Quel modello fu accolto dalla legge di riforma del 1976 dell’amministrazione penitenziaria degli adulti per istituire il servizio educativo .

Tutto dentro l’iniziale gestione dell’allora Ministero di Grazia e Giustizia con la sua Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena che aveva in carico anche il settore minorile sia per la custodia cautelare che per i Riformatori giudiziari che per l’esecuzione della pena.

Fino al 1976 quando con la riforma del Ministero di Grazia e Giustzia divenuto Ministero della Giustizia furono creati due dipartimenti uno per la gestione degli adulti e l’altro per i minori ovvero il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Dipartimento per la giustizia minorile .

Abbiamo ricordato questo antefatto perché in questi giorni si parla , possiamo dire, della scomparsa di questo servizio educativo se non proprio della relativa figura professionale che dovrebbe cambiare status entrando nei ruoli della polizia penitenziaria .

Eugenia Fiorillo del  Coordinamento Aree Educative Penitenziarie interviene con un documento su questo passaggio e ricorda : “Il 26 luglio del 1975, con la legge n.354 viene riformato l’ordinamento penitenziario che fissa nuove norme sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.
Una svolta epocale per il nostro paese, che fino ad allora aveva mantenuto pressoché inalterato l’originario carattere afflittivo della pena. La legge di riforma è stata la conclusione di un lungo processo di trasformazione avviato, nel 1948, con la Costituzione che ha fissato nuovi principi nel campo del diritto penale e in quello di applicazione della pena.
I principi fondamentali sono fissati dall’art.13 sull’inviolabilità della libertà personale, dall’art.24 sul diritto alla difesa e in particolare dall’art. 27: La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.”

Continua la Fiorillo : “ La rieducazione fino al 1975 è stata intesa più in chiave di riabilitazione morale.
Dal 1975 in poi si afferma una visione della pena di respiro sociale, come gran parte delle riforme varate negli anni Settanta e Ottanta. Anni di alate trasformazioni culturali. Lo Stato con esse si adegua alle profonde trasformazioni sociali e culturali avvenute nel Paese. Risale a quegli anni la nascita dello Statuto dei lavoratori; la legge sul divorzio; la maggiore età passa dai 21 ai 18 anni. Di quegli anni anche: la Riforma del diritto di famiglia che sancisce l’eguaglianza fra coniugi e la condivisione di quella che oggi chiamiamo responsabilità genitoriale; la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro; il superamento della logica manicomiale con la legge Basaglia; l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale; le norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza; l’abrogazione del delitto d’onore. La lista è lunga ma aiuta a cogliere l’accelerazione impressa dal Paese in tema di riconoscimento dei diritti individuali e collettivi. Oggi alcune leggi possono risultare ininfluenti come ad esempio quella sul divorzio, dato il proliferare di legami more uxorio. Possono essere dati per scontati alcuni diritti, come il diritto alla salute e alle cure, salvo poi accorgersi -in questo tempo segnato dalla pandemia- che tale diritto può vacillare. In una società liquida, come Zygmunt Bauman ha definito quella che stiamo vivendo per via dei rapidi cambiamenti che non hanno il tempo di sedimentarsi per diventare abitudini, c’è il serio rischio che vacilli anche l’impianto democratico del Paese se non ce ne prendiamo cura.”

Quindi anche in termini di diritti “ la legge n.354 del 1975 segna uno spartiacque tra il prima e il dopo: la pena non è più intesa come mera afflizione ma tempo da mettere a frutto per ristabilire il patto sociale violato. L’articolato impianto normativo traccia la strada per arrivare a rimuovere gli ostacoli che sono stati di pregiudizio ad un positivo inserimento dell’autore di reato nel corpo sociale e per la prima volta prevede figure quali: educatori, psicologi, assistenti sociali, volontari (solo per citarne alcune). Possiamo dire che con queste figure la società civile fa ufficialmente il suo ingresso in una delle istituzioni più chiuse e impermeabili agli interventi esterni. I primi educatori, dei veri pionieri, entrano nelle carceri nel 1979. Da allora in poi hanno sostenuto e accompagnato il processo di cambiamento che àncora il sistema custodiale al principio di recupero sociale. “(…) “

Nel marzo 2010, con il Contratto collettivo nazionale integrativo al profilo professionale dell’educatore penitenziario viene attribuito un nuovo nome: funzionario della professionalità giuridico pedagogica (d’ora in poi funzionario).
Purtroppo anche in questo caso, ai nuovi funzionari non viene richiesta una formazione specifica. Ancora una volta la platea degli operatori penitenziari risulta indeterminata, affollata di professionalità diverse per lo più sottoutilizzate oltre che scarsamente retribuite e senza sbocchi di carriera.

Di recente alcuni funzionari, nel rivendicare l’importanza del ruolo rivestito, hanno chiesto di confluire nei ruoli tecnici del Corpo della polizia penitenziaria.
La richiesta ha dato vita a un disegno di legge, il DDL S. 1754, attualmente in discussione.
Nel condividere la richiesta di sviluppi retributivi e professionali, si esprime un forte dissenso rispetto all’ipotesi di confluire nel Comparto sicurezza e ai motivi profilati.
In questa ipotesi si individua il serio rischio di azzerare la pluralità delle forze in campo maggiormente rappresentative: l’area sicurezza e l’area educativa. Nell’una trova posto il Corpo della polizia penitenziaria, nell’altra i funzionari (già educatori).”

Questa dunque la situazione che allarma gran parte del personale del ruolo e della funzione educativa negli Istituti penali . Una preoccupazione che parte proprio dal presunto passaggio nei ruoli della polizia penitenziaria che secondo quanti si oppongono a questo passaggio ha delle caratteristiche e specificità nelle quali l’operatore del servizio educativo non può riconoscersi .

Infatti il documento redatto da Eugenia Fiorillo spiega in questo modo il ruolo e i compiti delle due aree questa della custodia e quella educativa esaminando appunto come cambierebbero secondo le indicazioni del DDL S.1754 in esame : “ Le due aree, nell’assolvere i preminenti compiti istituzionali, sicurezza da un lato e recupero sociale dall’altro, risultano reciprocamente l’una al servizio dell’altra, senza soluzione di continuità nel perseguimento del comune obiettivo: la rieducazione del condannato (art.27 Cost.).

Le due aree, trasferendole nel nostro più ampio sistema sociale, riflettono le differenze che lo caratterizzano intorno all’inesauribile discussione sui temi della tutela sociale e della polifunzionalità della pena. Il disegno di legge DDL S.1754, propone un sistema penitenziario in netta antitesi con l’assetto plurale e democratico che oggi lo contraddistingue.

Se è pur vero, che dal varo della L.354/1975 ad oggi, ancora si assiste a dispute tra istanze di risocializzazione e di sicurezza e si registrano atteggiamenti di reciproca diffidenza tra gli operatori penitenziari, tali problematiche non possono essere ricondotte all’attuale assetto organizzativo dei profili professionali, né alla dicotomica differenza di status tra gli operatori di polizia penitenziaria (Comparto sicurezza) e i funzionari della professionalità giuridico pedagogica (Comparto funzioni centrali).
C’è bisogno di ben altro per far sì che la mission di un servizio pubblico sia condivisa e validamente perseguita dai suoi attuatori.
Il DDL S.1754, a firma della senatrice D’Angelo e altri sette parlamentari, propone l’istituzione -nei ruoli tecnici del Corpo di polizia penitenziaria- del ruolo tecnico dei direttori tecnici del trattamento. In altri termini un assorbimento degli attuali funzionari della professionalità giuridico pedagogica nel Corpo della polizia penitenziaria.
Secondo il disegno di legge l’assorbimento di un ruolo nell’altro conferirebbe maggiore effettività alla funzione rieducativa della pena, altrimenti invalidata se i ruoli non fanno parte della stessa famiglia, quella della polizia penitenziaria.

Eugenia Fiorillo dice ancora : “La senatrice D’Angelo, a cui ho manifestato la mia preoccupazione e disaccordo rispetto al disegno di legge, ha cercato di rassicurarmi: “le funzioni restano separate perché separate sono le finalità. Di uguale ci potrebbe essere solo la copertura contrattuale e solo per chi lo vorrà”.
Se così fosse, se lo scopo è solo quello di uniformare gli stipendi dei funzionari della professionalità giuridico pedagogica a quelli della polizia penitenziaria e prevedere progressioni di carriera, perché non si punta direttamente a questi obiettivi?Per migliorare le condizioni di questi operatori e dell’intero assetto organizzativo è necessario investire risorse che innovino in modo virtuoso la pubblica amministrazione.È necessario incrementare le risorse umane, tenuto conto che l’organico della polizia penitenziaria è cronicamente carente e quello dei funzionari (già educatori) non è mai stato proporzionato al numero dei detenuti. Attualmente negli istituti di pena sono presenti 736 funzionari a fronte di una popolazione detenuta che si avvicina alle 60.000 unità, con questi numeri è difficile dare corso a una efficace presa in carico dell’utenza.È inoltre necessario il superamento di una logica organizzativa dirigistica, verticalizzata e centralizzata del carcere. In suo luogo sono preferibili modelli organizzativi a reti, con sistemi flessibili, aperti al coinvolgimento e alla costruzione di un dialogo, orientati a conciliare le esigenze istituzionali con quelle della dimensione sociale e personale. Modelli capaci di creare valore condiviso, capaci di coinvolgere efficacemente e in modo mirato, non solo gli operatori penitenziari ma tutte le tipologie di operatori coinvolti in azioni di recupero sociale.”(…)D’altra parte va ricordato che la Raccomandazione del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee, R(2006)2, così esorta: “ Le autorità penitenziarie devono promuovere dei metodi di organizzazione e dei sistemi di gestione atti a facilitare una buona comunicazione tra gli istituti penitenziari e tra le diverse categorie di personale di uno stesso istituto e un buon coordinamento dei servizi – interni ed esterni all’istituto – che forniscono prestazioni a favore dei detenuti, specialmente per quel che concerne la loro presa in carico e il loro reinserimento.Esorta anche ad avvalersi di “un numero sufficiente di specialisti quali psichiatri, psicologi, operatori sociali, insegnantied altri.”  Esorta anche ad assicurare al personale penitenziarioi benefici e le condizioni di impiego riservate alle forze dell’ordine senza però alludere a qualsivoglia assorbimento dei funzionari della professionalità giuridico pedagogica nel Corpo della polizia penitenziaria o viceversa.Conclude Eugenia Fiorillo : “ Il DDL S.1754 in discussione al Senato, risulta essere in netto contrasto con la Raccomandazione R(2006)2 e con le nuove Regole penitenziarie europee (EPR), emanate nel luglio 2020.La parte V delle nuove Raccomandazioni -che ricalca in gran parte il precedente testo- include regole che sottolineano l’importanza del ruolo di servizio pubblico delle carceri e la necessità di elevati standard professionali in capo al personale addetto agli istituti di pena.

Per spingerci in avanti, è quindi necessario sviluppare il gioco di squadra che già caratterizza il nostro sistema penitenziario, implementando l’impianto interprofessionale, dove ognuno è parte di un tutto e quand’anche lo si volesse definire la parte più importante, si tratterebbe pur sempre di parte accanto ad altre parti.” (1)

Di parere opposto è invece l’ Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento che controbattono : “Come noto in data 17.11.2020, il ddl 1754 S è stato l’incardinato presso la Commissione Giustizia del Senato, dando avvio ad un processo che, qualora si concludesse con l’approvazione della proposta, consentirà di porre le basi per una svolta culturale finalizzata a conferire effettività alla funzione rieducativa della pena, a mezzo del riconoscimento di concreta intraneità al Funzionario Giuridico-Pedagogico nei processi gestionali degli Istituti Penitenziari e della contestuale razionalizzazione dell’assetto organizzativo del Corpo di Polizia Penitenziaria verso la sua sostanziale e concreta specificità.

Infatti anche per il Personale di Polizia Penitenziaria è prevista la partecipazione alle attività di osservazione e trattamento (art. 5 L. 395/90) e da ciò discende una particolare specificità del Corpo di Polizia Penitenziaria rispetto alle altre FF.OO.  .”(…)” Da addetti ai lavori i Funzionari Giuridico-Pedagogici, già Educatori Penitenziari, constatano in una esperienza ormai ultraquarantennale, che la mancanza di un senso di comune appartenenza con gli operatori del Corpo determina mancanza di circolarità delle informazioni afferenti l’osservazione da ciascuno condotta e reciproche diffidenze che si traducono in un ostacolo insormontabile per l’efficace perseguimento della mission istituzionale, vale a dire il recupero sociale del reo. Nasce quindi la veemente esigenza di procedere ad una razionalizzazione dell’assetto organizzativo del personale che cura le attività di osservazione a trattamento e, quindi di individuare uno strumento che favorisca la maturazione di un senso di comune appartenenza e di un sentito reciproco riconoscimento dei ruoli tra operatori di Polizia Penitenziaria e gli attuali Funzionari dell’Area Trattamentale, aspetti che faciliterebbero notevolmente la circolarità delle informazioni afferenti l’osservazione al fine di renderla efficace e di costituire una solida base per la formulazione di percorsi di recupero sociale che siano davvero individualizzati. Occorre quindi aggregare nel Corpo di Polizia Penitenziaria un Ruolo di Funzionari tecnici portatori dell’istanza di recupero sociale del reo nondimeno  non incardinati nell’ordine gerarchico del Corpo stesso, giustapposti agli attuali funzionari di Polizia Penitenziaria e con mantenimento quindi della subordinazione gerarchica verso il solo Direttore di Istituto. “(…) La proposta prevede quindi la creazione di un Ruolo Tecnico ad hoc, anomalo rispetto al classico modello di ruolo tecnicoche assorba i Funzionari Giuridico-Pedagogici (Educatori Penitenziari presso il D.A.P.) con uno statuto che garantisca la piena esplicazione del mandato di tale funzionario. Un ruolo tecnico di Funzionari del trattamento da giustapporre ai funzionari attuali del corpo, non vincolati rispetto a questi ultimi da alcuna dipendenza gerarchica ma legati da tale dipendenza solo con il Direttore di Istituto. In tal modo si porterebbero all’interno del Corpo di Polizia Penitenziaria le condizioni per l’espressione e la valorizzazione dei diversi punti di vista sulla esecuzione penale intramuraria affinché le istanze coinvolte nell’esecuzione della pena abbiano il peso ed il bilanciamento voluto dalla nostra Carta Fondamentale, come interpretata dalla Corte Costituzionale (…) In atto il quasi totale schiacciamento della figura del Funzionario Giuridico-Pedagogico, portatore centrale dell’istanza di recupero sociale dei condannati, lascia intendere chiaramente quale possa essere l’attuale grado di effettività della funzione risocializzante della pena. Gli importanti e dovuti riconoscimenti conseguiti negli ultimi anni dai Funzionari del Corpo di Polizia Penitenziaria, non accompagnati da analoga valorizzazione dei Funzionari di Area Trattamentale, hanno determinato tale pericoloso stato di fatto.

Questa associazione, quale ente esponenziale di addetti ai lavori (Funzionari Giuridico-Pedagogici già Educatori Penitenziari) che curano l’attività di osservazione dei condannati e degli internati ed attendono al trattamento rieducativo degli stessi, in ragione della evidente necessità di conferire maggiore effettività alla funzione risocializzante della pena in carcere, ritiene sia arrivato il momento i trovare il coraggio di varare una riforma che nella sostanza porti il modello organizzativo del personale che cura le attività di osservazione e trattamento nell’alveo dei principi costituzionali e delle disposizioni sovranazionali.

La proposta non creerebbe dei funzionari specializzati al servizio degli attuali appartenenti alla Pol. Pen. ma dei funzionari esperti del trattamento penitenziario da giustapporre agli attuali funzionari del Corpo al fine di consentire a questi esperti l’espressione  di un diverso  punto di vista e la valorizzazione  dello stesso in una prospettiva di organicità del contributo tecnico.Si sottolinea inoltre che si porrebbero le basi per un processo di funzionale osmosi culturale-professionale che non potrebbe che accelerare il processo di umanizzazione della pena . Trattasi di un modello necessario ed indispensabile per l’effettuazione di una efficace osservazione della personalità dei condannati, per l’approntamento di funzionali percorsi trattamentali, per una corretta rappresentazione alla Magistratura di Sorveglianza degli esiti del percorso effettuato dagli osservand ie per il conseguimento della mission del reinserimento sociale.

Altro  che incardinamento gerarchico degli educatori penitenziari nel Corpo di Polizia Penitenziaria, altro che educatore poliziotto o educatore in divisa, altro che modificare un equilibrio (quello attuale) in linea con la Costituzione!!!!! Il contenuto dell’articolato del ddl in parola mira infatti a modificare radicalmente i modelli gestionali attuali degli Istituti penitenziari ma nel senso opposto a quanto sostenuto in qualche nota divulgata in questi giorni. L’assorbimento dei funzionari giuridico-pedagogici infatti non avverrebbe nel più vasto Corpo di Polizia penitenziaria ma all’interno di ruolo tecnico non incardinato  nell’ordine gerarchico del Corpo rectius non sarebbe sottoposto gerarchicamente agli attuali funzionari del Corpo ma continuerebbe a dipendere gerarchicamente dal Direttore d’Istituto.Il Direttore di Istituto rimarrebbe sovraordinato ad entrambe le classi di funzionari ed assicurerebbe l’equilibrio voluto dalla Costituzione.Si precisa inoltre che il ddl non prevede  affatto che i funzionari giuridico-pedagogici, nei contatti con l’utenza, dovranno indossare la divisa all’interno degli Istituti penitenziari. Esso rinvia piuttosto ad un d.p.r. successivo l’individuazione delle modalità più opportune concernenti tale aspetto.

Altro che concezione della pena in senso contenitivo; la proposta mira piuttosto a dare contenuto risocializzante alla pena che   in particolare nell’ultimo decennio non ha.Ribadiamo che le figure (i Funzionari G.P.  e gli attuali appartenenti al Corpo) rimarranno assolutamente diversificate nei compiti e gerarchicamente indipendenti, con la creazione di un ruolo tecnico non incardinato in logiche gerarchiche e di polizia. I funzionari in parola infatti svolgerebbero soltanto i compiti che svolgono adesso ma di certo in modo più proficuo, grazie al senso di comune appartenenza ed al reciproco riconoscimento dei ruoli che agevoleranno notevolmente la circolarità delle informazioni tratte dall’osservazione di ciascun operatore.Si è  individuato un modello con posizioni paritarie e collaterali tra funzionari attuali del Corpo e funzionari tecnici del trattamento rieducativo, che agevoli processi dialogici in cui venga valorizzato il contributo di questi ultimi.

Altro che regressione verso modelli custodiali!  Vogliamo anche  aggiungere che il fatto che centinaia e centinaia di fgp lancino questo allarme di squilibrio tra l’istanza di risocializzazione e quella di sicurezza dimostra una vocazione al trattamento che non potrà di certo appiattirsi verso posizioni custodiali sol perché si lavorerà, con il nuovo assetto, in maggiore sinergia con gli operatori di Polizia Penitenziaria, anch’essi coinvolti nelle attività di osservazione e trattamento (art. 5 L. 395/90). La nostra vocazione al trattamento, che ha solide basi nella nostra formazione  e nella profonda fedeltà al dettato costituzionale, sarà comunque supportata da disposizioni circolari che assicureranno la valorizzazione e, quindi l’organicità del nostro contributo.La ratio ispiratrice della proposta  e l’impianto della stessa è in linea con il pensiero di centinaia e centinaia di addetti ai lavori che, vivendo quotidianamente le dinamiche penitenziarie  ed in particolare le relazioni interprofessionali, in una prospettiva pragmatica scevra da ideologia alcuna, hanno capito che l’unico strumento per dare avvio ad una svolta culturale nell’esecuzione penale intramuraria è la creazione all’interno del Corpo di un ruolo giustapposto di funzionari equi-ordinati agli attuali commissari, comunque autonomi dagli stessi e portatori dell’istanza di recupero sociale del reo.

Per la tutela dei principi della nostra Carta Fondamentale e di quelli sovranazionali in materia di espiazione della pena in carcere è assolutamente nefasto arroccarsi su aprioristiche posizioni di matrice ideologica che hanno scavato il baratro alla figura del funzionario giuridico-pedagogico (ex educatore penitenziario) e prodotto ostacoli insormontabili per il funzionale perseguimento della mission istituzionale.Occorre appunto avere il coraggio di porre le basi per una funzionale svolta culturale nell’esecuzione penale intramuraria. ( 2)

Invece le Camere penali dicono no agli educatori in divisa : “ Apprendiamo della discussione, in sede redigente, presso la Commissione Giustizia del Senato del disegno di legge n. 1754 a firma dei Senatori D’Angelo, Riccardi, Romano, Angrisani, Donno e Leone, che prevede l’accorpamento dei funzionari giuridico–pedagogici del DAP del Ministero della Giustizia ai ruoli tecnici del Corpo di Polizia Penitenziaria. La relazione illustrativa invoca l’esigenza di conferire maggiore effettività alla funzione rieducativa della pena, ostacolata da frequenti dispute tra istanze di risocializzazione e istanze di sicurezza fra tutti gli operatori penitenziari dell’esecuzione penale intramuraria, in ragione di un assetto organizzativo dicotomico dei profili professionali, che coinvolge nell’attività di osservazione e trattamento dei detenuti sia il personale di Polizia Penitenziaria, sia i funzionari dell’Area giuridico – pedagogica. L’accorpamento dei secondi nei ruoli tecnici della Polizia Penitenziaria – secondo i proponenti – perseguirebbe la finalità di garantire una maggiore armonia ed un’osmosi culturale professionale tra il personale di polizia penitenziaria ed i funzionari giuridico pedagogici. In realtà, siamo preoccupati per l’evidente rischio che la dichiarata finalità dell’armonizzazione possa comportare una pericolosa e distorta omologazione dei funzionari giuridico pedagogici alla Polizia Penitenziaria, con l’inevitabile conseguenza di rafforzare l’istanza securitaria, prevalente nel corpo di polizia, in danno della istanza di risocializzazione scolpita nella nostra Costituzione. Il trattamento rieducativo rappresenta un principio cui deve tendere l’impegno quotidiano di ogni singolo operatore, compreso quello del personale di polizia penitenziaria, non più legato in maniera esclusiva alla sicurezza e al controllo. Un passaggio, quindi, opposto rispetto a quello disegnato nella proposta di legge in questione. E’ vero, come scrivono i proponenti, che il punto 79 delle “Regole Penitenziarie Europee” prevede il godimento delle stesse condizioni e benefici economici tra gli operatori penitenziari in senso lato ed il personale di polizia penitenziaria, ma è altrettanto vero che proprio le stesse “Regole Penitenziarie Europee” segnalano, più volte, la netta separazione tra i diversi operatori professionali e soprattutto, al punto 71, l’autonomia della gestione degli istituti penitenziari “dall’esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale” In buona sostanza, se occorre valorizzare la professionalità dei funzionari giuridico pedagogici anche attraverso riconoscimenti morali ed economici, non si comprende come mai tutto ciò debba essere perseguito attraverso il loro passaggio al Comparto Sicurezza o, addirittura, costringendo queste professionalità, che nulla hanno a che vedere con le funzioni tipiche della Polizia, ad indossare una divisa. Ancora meno comprensibile appare la previsione, nella proposta di legge in discussione, della riserva di un quinto dei posti disponili nel citato ruolo tecnico al “personale appartenente al Corpo di polizia penitenziaria”, attribuendo, addirittura, a parità di merito, titolo di preferenza alla citata appartenenza”. (…) “Preoccupa, in buona sostanza, il pericoloso salto nel passato che una simile proposta di legge rappresenterebbe, tradendo l’ispirazione progressista che indusse, con la riforma dell’Ordinamento penitenziario di circa quarant’anni fa, a prevedere figure professionali diverse da quelle in divisa, per accompagnare i detenuti nel loro percorso trattamentale. Inquieta, infine, il fatto che una decisione così grave – che ignora la complessità di un risalente dibattito su questi temi (basti pensare alle forti obiezioni che analoghe proposte avevano incontrato, qualche anno addietro, nel pertinente tavolo degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale) – sia stato calendarizzato in Commissione Giustizia in sede redigente, con il rischio di una mortificazione anche del dibattito parlamentare. Se davvero siamo in presenza di dispute tra le istanze securitarie e quelle risocializzanti, si apra un confronto a più voci, convocando un tavolo di discussione tra operatori, esperti di settore e mondo accademico per valorizzare e rendere il giusto riconoscimento economico e professionale alla funzione svolta dal personale educativo senza alcuna militarizzazione. (3)

L’Osservatorio Carcere UCPI il 19 novembre 2021 scrive una missiva indirizzata a :Stimati componenti della 2^ Commissione Giustizia del Senato Sen. Monica Cirinnà ,Sen. Mario Micheleiarrusso,Sen. Pietro Grasso, Sen. Franco Mirabelli, Sen .Anna Rossomando nella quale dice : “ Care Senatrici e Cari Senatori, il DDL S.1754 in discussione il prossimo 17.11.2020 propone una riforma radicale del personale in servizio negli Istituti Penitenziari. Il Disegno di legge viene motivato con la necessità di “conferire maggiore effettività alla funzione rieducativa della pena attraverso più proficue sinergie tra gli operatori del sistema penitenziario”, ovvero gli Educatori/Funzionari Giuridico Pedagogici e gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Il Corpo di Polizia Penitenziaria dat empo è stato inserito nel più ampio Comparto Sicurezza cui vengono attribuite funzioni di mantenimento dell’ordine pubblico e di prevenzione dei reati (polizia di sicurezza) e repressione di quest’ultimi (polizia giudiziaria).Nel Disegno di legge in esame si citano espressamente “dispute”tra istanze di risocializzazione e istanze di sicurezza che parrebbero sintomatiche del mancato perseguimento del compito istituzionale attribuito a tutti gli operatori penitenziari: la rieducazione per l’inclusione sociale dell’autore di reato(come recita l’art. 27 della Costituzione).Nella nostra pluriennale esperienza, tali dispute non sono il segno di un mancato perseguimento del compito istituzionale,ma il necessario e costruttivo contraddittorio fra le istanze di sicurezza e quelle di recupero sociale, che rispondono alla Raccomandazione e Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee”. (…) Del resto, tale Raccomandazione, cui le premesse fanno riferimento, prevede alla regola n. 89, la necessità di avvalersi di “un numero sufficiente di specialisti quali psichiatri, psicologi, operatori sociali (che di recente il Ministero della Giustizia ha declinato pubblicando il bando per assumere ulteriori unità nel ruolo degli Educatori/Funzionari giuridico-pedagogici), insegnanti, capi d’arte, professori o istruttori di educazione fisica e sportiva”. L’auspicio del Consiglio dei Ministri Europeo è la presenza di una pluralità di figure specifiche, per garantire l’efficacia dei compiti di reinserimento e prevenzione della recidiva.

Le responsabilità dei Funzionari Giuridico Pedagogici e la loro specificità di ruolo e funzioni richiedono una preparazione specifica in un ambito professionale differente da quello degli operatori del Comparto Sicurezza, e specifiche skills proprie delle professioni di aiuto, che hanno corrispondenti nel settore socio sanitario e non in quello dell’ordine pubblico. (4)

Anni di esperienze e di storia si trovano oggi ad un bivio perché probabilmente anche la società del nostro paese è a un bivio. Nel pieno di un cambiamento che potrebbe essere una maggiore spinta in avanti in tema di riabilitazione e rieducazione. Che potrebbe relegare il carcere a strumento estremamente residuale nel trattamento di tutti quei comportamenti che meritano una sanzione. Oppure favorire una regressione verso una sempre più accesa spinta al custodialismo e alla prevalenza dell’ istituzione carceraria .

(1)Gennaio 2021, Eugenia Fiorillo – Coordinamento Aree Educative Penitenziarie
(2 ) Firmato Il Vice Presidente A.N.F.T. Ignazio Santoro Il Presidente A.N.F.T. Stefano Graffagnino

(3)Camere Penali https://www.camerepenali.it/cat/10694/no_agli_educatori_in_divisa!.html

(4) )Raccomandazione R (2006)2 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee. Regola n. 83. Le autorità penitenziarie devono promuovere dei metodi di organizzazione e dei sistemi di gestione atti a facilitare una buona comunicazione tra gli istituti penitenziari e tra le diverse categorie di personale di uno stesso istituto e un buon coordinamento dei servizi -interni ed esterni all’istituto -che forniscono prestazioni a favore dei detenuti, specialmente per quel che concerne la loro presa in carico e il loro reinserimento.

.Pertanto, le significative integrazioni economiche e contrattuali che verrebbero introdotte dal DDLS.1754,dovrebbero essere commisurate al livello di responsabilità nei processi lavorativi,e non perseguite attraverso il progetto di assorbimento delineato nell’ipotesi di riforma. È incongruo, infatti, come il riconoscimento economico di specificità e costi professionali e umani, debba avere come conseguenza quella d annullare quelle differenze,che -al contrario-devono essere considerate una risorsa.

La scelta di limitare l’esame di argomenti così delicati e complessi alla discussione ristretta alla, seppur autorevole,Seconda Commissione del Senato in sede redigente,rischia di non consentire di valutare non soltanto tutti gli aspetti della materia, ma anche il parere di molti Funzionari delle Aree Educative che non risultano rappresentati da questa proposta.

Riteniamo necessario un riconoscimento della nostra responsabilità e specificità professionale, ma rimanendo all’interno di un contesto democratico perché composto da pluralità delle funzioni e dei rispettivi ordinamenti amministrativi. Crediamo fermamente che una trasformazione istituzionale i questa portata, richieda una discussione ampia e un esame delle diverse istanze esistenti che non risulta finora sufficientemente sviluppata. Si chiede pertanto,con la presente,l’avviamento di un dibattito di vasto respiro,aperto ad una più ampia rappresentanza di Funzionari Giuridico Pedagogici di autorevoli rappresentanti della società civile e esponenti del mondo accademico che consenta di perseguire il giusto riconoscimento economico alla professionalità e al patrimonio di know-howche il personale educativo ha conquistato in questi quarant’anni.16 novembre 2020

Coordinamento Nazionale Aree Educative Penitenzie

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