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LOUIS GLUCK, VERSI A CONFRONTO TRA AUTOBIOGRAFIA E UNIVERSALITA’ MITICO-NATURALE

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Redazione- Corpo mio, ora che non viaggeremo più molto a lungo insieme
comincio a provare una nuova tenerezza verso di te, molto cruda e inconsueta,
come i ricordi che ho dell’amore quand’ero giovane –

l’amore che era così spesso sciocco nei suoi intenti
ma mai nelle sue scelte, nelle sue intensità.
Troppo chiedere in anticipo, troppo che non poteva essere promesso –

La mia anima è stata così paurosa, così violenta:
perdona la sua brutalità.
Come fosse quell’anima, la mia mano si muove cauta sopra di te,

non volendo recare offesa
ma impaziente, finalmente, di raggiungere l’espressione come sostanza:

non è la terra che mi mancherà,
sei tu che mi mancherai.

Louise Glück è una poetessa statunitense nata nel 1943. Ha vinto il premio Pulitzer per la poesia nel 1993 e il premio Nobel per la letteratura nel 2020. Questa poesia – tratta dalla sua undicesima raccolta, A village life (Farrar, Straus and Giroux 2009) – è stata pubblicata sul numero 1038 di Internazionale. Traduzione di Francesca Spinelli.

Motivazione del Premio Nobel per la letteratura 2020  alla poetessa Louise Glück per la sua “indimenticabile voce poetica che con austera bellezza sa rendere universale l’esistenza individuale”.

Glück, che nel 1993 aveva già ricevuto il Premio Pulitzer per la poesia con Wild Iris (L’iris selvatico, traduzione di Massimo Bacigalupo, Giano Editore 2003).

Classe ’43, newyorkese, docente a Yale, la Glück è nota per la sua rivisitazione del mito, in una sorta di progressiva discesa agli inferi, segnalata in particolare nella sua decima raccolta “Averno”, pubblicata negli Stati Uniti nel 2006 ed edita in Italia l’anno scorso (traduzione di Massimo Bacigalupo, postfazione di José Vicente Quirante Rives, Libreria Dante & Descartes, pp. 159, € 12). La catabasi e il ritorno alla luce, nelle vesti di Persefone, è anche un auspicio per questi tempi durissimi: «Non sei sola / diceva la poesia, / nel buio del tunnel».Nata nel 1943 a New York,e vive a Cambridge, nel Massachusetts dove insegna inglese alla Yale University, New Haven, Connecticut. Ha debuttato nel 1968 con Firstborn ed è stata presto riconosciuta come uno dei poeti più importanti della letteratura contemporanea americana. E’ già stata premiata con prestigiosi Premi tra cui il Pulitzer nel 1993 e il National Book Award nel 2014. Nel 2003 è stata insignita del titolo di poeta laureata.

La motivazione del premio è l’austera bellezza della sua poesia, che riesce a rendere universale l’esistenza individuale, e l’opera di Louise Glück parte proprio dal fattore autobiografico, soprattutto traumatico, rielaborato in una severa liricità che si rifà alla mitologia classica e alla Bibbia, ma anche anche a un rapporto di derivazione romantica con la natura. Glück ha scritto che la letteratura contemporanea è “la letteratura del sé che esamina le proprie risposte e reazioni” (American Originality: Essays in Poetry), una definizione che ben descrive il suo stesso lavoro. L’infinito, nota, è diventato un grande topos, ma pare che, in realtà, non vi sia granché da dire in proposito. La poesia può essere quindi solo particolarità dell’esperienza individuale, intimità del dolore e solitudine di fronte all’inevitabile caducità delle cose. Eppure, questa riflessione sul sé, sui suoi sogni e moti reconditi “spiegati via” dalla modernità, può realizzarsi solo nel confronto con l’universale mitico e naturale: è attraverso il paragone con il ritorno omerico che si rivela tutta la banalità di un matrimonio stantio con un marito infedele (Meadowlands), e sono i fiori, simbolo naturale per eccezione, a condannare la frivolezza del desiderio umano di immortalità (The Wild Iris). La sua intera opera, dalle prime raccolte ai lavori più recenti, si pone quindi come un percorso tutto personale, di confronto individuale con l’esperienza, il dolore, l’amore, il lutto, il tempo che passa. Il tono laconico di Glück, la sensazione che per lei le parole siano difficili da conquistare e, soprattutto, da non sprecare (come ha scritto Teicher), sembra rispecchiare proprio la difficoltà di questo confronto imprescindibile.

Nelle parole del prof. Gregory Dowling, docente di Lingua e Letteratura Nordamericana presso l’Ateneo cafoscarino, “La poesia di Louise Glück ha un’intensità lirica e compressa che a volte ricorda i versi di Emily Dickinson, e come la Dickinson sa essere anche ermetica. La sua produzione scaturisce da certi traumi forti e personali ma mai espressi nella maniera diretta dei poeti della cosiddetta scuola Confessionale. Nonostante il suo nome figuri in No More Masks! (titolo che suona tristemente ironico in questo momento), una storica antologia dei primi anni ’70 dedicata alle scrittrici del Novecento, la Glück, a differenza delle sue coetanee, non è diventata una voce puramente politica, come Adrienne Rich, ma mostra un’empatia fuori dal comune per tutti quelli che lottano – una qualità che distingue anche l’altra grande scrittrice americana vincitrice del Premio Nobel, Toni Morrison.
Una delle sue raccolte più belle e anche più lette, The Wild Iris (1992), riesce a estendere questa empatia al mondo naturale, dando voce – ed è una voce toccante – ai fiori di un giardino. Così la Glück dimostra di appartenere, nel suo modo originale, anche alla grande tradizione americana di ‘Nature writing’.” (1)

Fine dell’estate

Dopo che mi vennero in mente tutte le cose,
mi venne in mente il vuoto.

C’è un limite
al piacere che trovavo nella forma…

In questo non sono come voi,
non ho risoluzione in un altro corpo,

non ho bisogno
di un riparo fuori di me…

Mie povere ispirate
creazioni, siete
distrazioni, in ultimo,
puri inceppi; siete
alla fine troppo poco simili a me
per piacermi.

E così candide:
volete essere ripagate
della vostra scomparsa,
pagate tutte con qualche parte della terra,
qualche ricordo, come una volta eravate
compensate per il lavoro,
lo scriba pagato
con argento, il pastore con orzo
per quanto non è la terra
a durare, non
queste schegge di materia…

Se apriste gli occhi
mi vedreste, vedreste
il vuoto del cielo
specchiato in terra, i campi
di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve…

poi luce bianca
non più travestita da materia.

Secondi

Anelavo, essendo restata così a lungo
Vuota, a quel che lui aveva, durezza
Che (mio figlio già un ragazzo)
Ancora mi risucchiava verso quell’anello, quella benedizione.
Sebbene sapessi come in lui sia
Debolezza: oziando nel gin
Tesse qualche minaccia obliqua finché
Mi storcerà un braccio, o ciò che dico – mio figlio
Sta già rigido sull’uscio, vedendo tutto,
E poi quel pugno veloce sferza il mio unico
Bambino, la mia vita… Certo che m’importa.
Guardo le vicine che accorrono
Coi loro punti di vista. Ora enorme di torta la loro
Faccia bianca levita sopra la sua tazza; sorridono,
Donne infossate, succhiando il loro tè…
Lascerei che la casa andasse in fiamme per questo fuoco.

Louise Gluck, oltre al tema del trauma parla all’interno delle sue opere letterarie di: natura, morte, perdita e della fine delle relazioni sentimentali ma ci sono anche temi che evita.

La poetessa, infatti, elude l’identificazione etnica secondo alcuni critici.

La vita della saggista e poetessa statunitense non è stata sempre semplice: da giovane ha sofferto di anoressia nervosa da cui ne è uscita dopo sette anni di trattamento.

Quando Louise Gluck parla di questo periodo lo descrive con queste parole:

Ho capito che a un certo punto sarei morta. Quello che sapevo in modo più vivido, più viscerale, era che non volevo morire. (2)

Tramonto

 (tratta da L’iris selvatico, traduzione di Massimo Bacigalupo)

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

La stella della sera

(tratta da Averno, traduzione di Anna Maria Curci)

Stasera, per la prima volta in molti anni,
mi è apparsa nuovamente
una visione dello splendore della terra

nel cielo vespertino
la prima stella sembrava
crescere in fulgore
man mano che la terra si oscurava

fino a non poter diventare infine più buia ancora.
E la luce, ch’era la luce della morte,
pareva restituire alla terra

il suo potere consolatorio. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui conoscevo il nome

come nell’altra mia vita le recai
offesa: Venere,
stella del vespro,

a te dedico
la mia visione, ché su questo suolo spento

hai gettato quanta luce basta
a rendere il mio pensiero
visibile di nuovo. (3)

 Aprile

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.

Primogenito

Le settimane passano. Io le ripongo,
Sono tutte uguali, come barattoli di minestra scorticati…
I fagioli inacidiscono nel pentolino. Guardo la cipolla
isolata
Che galleggia come Ofelia, incrostata d’unto:
Tu svogliato, giochi col cucchiaio.
E adesso? Ti mancano le mie premure? Il tuo cortile matura
In un padiglione di rose, come un anno fa quando suore di servizio
Mi spingevano lungo la corsia…
Tu non potevi guardare. Vidi

L’amore convertito, tuo figlio,
Sbavare sotto vetro, affamato…
Mangiamo bene.
Oggi il mio macellaio spunta il suo coltello esperto
Sul vitello, la tua passione. Io pago con la mia vita.

Il papavero rosso

Il massimo
è non avere
mente. Sentimenti:
oh, quelli ne ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
che si chiama sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.

Che altro può essere una simile gloria
se non un cuore? Oh, sorelle e fratelli,
eravate come me una volta, tanto tempo fa,
prima di essere umani? Vi
concedeste di aprirvi
una volta per poi non aprirvi
mai più? Perché in verità
adesso io sto parlando
come voi. Io parlo
perché sono distrutta.

I gigli bianchi

Mentre un uomo e una donna fanno
un giardino tra loro come
un letto di stelle, qui
fanno passare la sera d’estate
e la sera diventa
fredda del loro terrore: potrebbe
finire, sarebbe capace
di devastazione. Tutto, tutto
può perdersi, nell’aria odorosa
le strette colonne
che salgono inutilmente e, di là,
un ribollente mare di papaveri –

Taci, mio amato. Non mi importa
quante estati vivo per tornare:
questa sola ci ha dato l’eternità.
Ho sentito le tue mani
seppellirmi per liberare il suo splendore. /4)

****

Da un lato, l’anima vaga.
Dall’altra, esseri umani che vivono nella paura.
In mezzo, la buca della sparizione.

Alcune ragazze mi chiedono
se saranno al sicuro vicino all’Averno –
hanno freddo, vogliono andare per un po’ a Sud.
Una dice, come uno scherzo, ma non troppo a Sud –

io dico, è sicuro come qualsiasi altro posto,
e la cosa le rende felici.
Significa che niente è sicuro.

Sali su un treno, scompari.
Scrivi il tuo nome su un finestrino, scompari.

Ci sono posti così dappertutto,
posti in cui entri ragazza,
da cui non torni mai.

Come il campo, quello che è bruciato.
Dopo, la ragazza è sparita.
Forse non è mai esistita,
non abbiamo prove di niente.

Tutto ciò che sappiamo è:
il campo è bruciato.
Ma l’abbiamo visto.

Perciò dobbiamo credere nella ragazza,
in quello che ha fatto. Altrimenti
sono solo forze che non capiamo
a governare la terra.

Le ragazze sono felici, pensano alle vacanze.
Non prendete il treno, dico.

Scrivono i loro nomi sulla condensa del finestrino di un treno.
Vorrei dire, siete brave ragazze,
che cercate di lasciarvi i nomi alle spalle.

da Averno, 2006

Vespro

Una volta credevo in te; ho piantato un fico.
Qui, in Vermont, paese
senza estate. Era una prova: se l’albero viveva,
allora tu esistevi.

Questa logica dice che non esisti. O esisti
esclusivamente nei climi caldi,
nella torrida Sicilia, in Messico, in California,
dove crescono inimmaginabili
albicocche e fragili pesche. Forse
vedono la tua faccia in Sicilia; qui, vediamo appena
l’orlo del tuo vestito. Devo addestrarmi
a dare una parte dei pomodori a John e a Noah.

Se c’è giustizia in qualche altro mondo, a quelli
come me, che la natura spinge
a vite di astinenza, dovrebbe toccare
la parte più abbondante di tutte le cose, di tutti
gli oggetti della fame, l’insaziabilità
essendo lode di te. E nessuno loda
più appassionatamente di me, con
desiderio più dolorosamente frenato o più merita
di sedere alla tua destra, se esiste, partecipando
del perituro, il fico immortale,
che non viaggia.

da L’iris selvatico, 1992

Mattutino

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore. (5)

Secondo   Giorgio Linguaglossa  : “ C’è nelle poesie di Louise Glück una zona semantica indifferenziata dove le parole nascono e muoiono neutre, appesantite dal balzello dell’io e dall’ideologia della disperazione caratteristica dei ceti benestanti di tutti i paesi dell’Occidente che si godono tutti i comfort della civilizzazione e della tecnica del capitale.”(…)  con una conclusione generale “Sullo sfondo di una realtà che sparisce per lasciare posto all’iperrealtà, alla pseudorealtà e alla iporealtà, alla ipoverità, alla pseudoverità e alla iperverità, la distanza tra segno e referente, tra segno e cosa, si fa squarcio insondabile. Dal capitalismo della produzione e dei consumi, oggi ci troviamo immersi in un capitalismo semiurgico, capitalismo della manipolazione dei segni, semiotico, semantico nel quale le parole diventano insensibilmente innocue, si iperbarizzano, si atrofizzano, entrano nel frigorifero e da lì ne escono a temperatura sotto zero, pronte per essere impiegate nelle catene di montaggio dei significanti e dei segni.”(6)

Quanto sia vero per Luoise Gluck non è dato sapere . Conosciamo poco della sua produzione tanto che in Italia è stata pubblicata una sola opera almeno a quanto sono riuscito ad apprendere. Si tratta della raccolta  ‘Averno’ (traduzione di Massimo Bacigalupo, postfazione di José Vicente Quirante Rives) dalla casa editrice napoletana Libreria Dante & Descartes / Editorial Parténope. In questa raccolta (la decima della poetessa, uscita negli Usa nel 2006) la Gluck si racconta in versi brevi dai toni ieratici, adottando una lingua vicina al parlato che diventa suo marchio di fabbrica, esatta, risonante, talvolta ellittica.

Massimiliano Virgilio su Fanpage a proposito delle polemiche  come quelle di Giorgio Linguaglossa ma in generale sul fatto che la Cluck sia sconosciuta in Italia a, a dimostrazione di come in Italia proprio la poesia vengta trattata dagli editori scrive : “Sta diventando stucchevole la critica, ingenerosa e tutta italiana, del premio Nobel per la Letteratura conferito a Louise Glück, cioè a quella che fin troppi oggi appellano “scrittrice sconosciuta”. Cosa che, secondo alcuni, guasterebbe l’appeal del Nobel, maggior riconoscimento letterario globale. Ovviamente qui non si tratta di ribadire l’ovvio, e cioè che il Premio Nobel e la sua Accademia di Svezia non sono esenti da errori o colpe in generale, né di negare che possano esistere nel mondo altre decine (se non centinaia) di scrittrici e scrittori meritori di quel riconoscimento, ma sostenere che bisognerebbe scegliere nomi più popolari è frutto di un ragionamento a mio avviso configurabile come un classico bias cognitivo, che in questo caso sarebbe: se io non conosco qualcuno, allora quel qualcuno è uno sconosciuto che naturalmente non merita quel riconoscimento.” (…)A parte l’ovvia considerazione che si potrebbe fare semplicemente andando in rete, mettendosi alla ricerca di Louise Glück, per scoprire che stiamo parlando di una poetessa rispettata, letta e pluripremiata, la considerazione che al più la vittoria al Nobel di “questa poetessa sconosciuta” dovrebbe indurci a fare è sul modo in cui l’editoria italiana e, in particolare i grandi editori, considerano la poesia.

Il fatto che i libri tradotti in Italia di Louise Glück siano praticamente due soltanto, ed entrambi appannaggio di piccoli (piccolissimi) editori, motivo per cui oggi se un lettore italiano voglia leggere qualcosa della scrittrice newyorchese troverebbe disponibile un solo titolo in una piccola libreria napoletana ci illustra, senza bisogno di rispolverare ardite metafore, il fallimento dell’editoria italiana incapace non solo di immaginare una visione culturale, di prevederla, scommettendo, rischiando, al limite imitando chi questa cosa sa farla all’estero, ma persino di fare affari, l’unica dimensione in cui erano rimasti bravi e in cui, evidentemente, non riescono più. (7)

«Siamo molto contenti per la poetessa, che è una grandissima poetessa, e perché questo premio arriva un po’ anche a noi, non lo avremmo mai immaginato» dice Raimondo Di Maio. Di Maio è proprietario della libreria indipendente napoletana Dante & Descartes ed editore di Averno, uno dei due libri usciti in Italia scritti dalla poetessa statunitense Louise Glück, che  ha vinto il premio Nobel per la letteratura del 2020. Averno è la decima raccolta di poesie di Glück, per un totale di 12, ed è una riscrittura del mito di Proserpina, la figlia della dea Cerere, rapita dal dio Plutone che la trascinò con sé negli Inferi. Secondo gli antichi romani, uno degli accessi agli Inferi si trovava nell’Averno, ora un lago vulcanico nel comune di Pozzuoli, non lontano dal sito archeologico di Cuma, la cui fama sopravvive in nomi turistici come quello del bar “Caronte”.

Di Maio spiega di aver conosciuto il libro grazie al «mio amico, l’editore della casa editrice spagnola Parténope, che mi disse: “Come? in Italia non ce l’avete? È un libro necessario da fare in Italia”».

Le due case editrici lavorarono così insieme a un’edizione dell’opera, pagando i diritti d’autore, il tipografo, lo stampatore, traducendola ognuna nella propria lingua e pubblicandola nel proprio paese. Uscito a inizio 2019, la raccolta ottenne recensioni ammirate di sparuti estimatori , pochi in Italia conoscevano Glück prima di oggi, giorno in cui nella sola libreria Dante & Descartes di via Mezzocannone sono state vendute 80 copie (anche su Amazon non ce ne sono più di disponibili).(8)

«Avevamo già preso accordi con l’autrice prima della pandemia», racconta l’editore. «Sarebbe dovuta venire in questi giorni in Campania, pensavamo a un incontro proprio sul lago d’Averno. Appena possibile ci riproveremo».

Il premio Nobel proietta il suo cono di luce su questa piccola casa editrice che si fa un vanto della propria artigianalità. Il lavoro è «fatto in casa», con Di Maio affiancato dal figlio Giancarlo e dalla editor Antonella Cristiani. Con la dotta collaborazione di José Vicente Quirante Rives, già direttore dell’Istituto Cervantes di Napoli e ora editore in proprio a Madrid, con una sigla dedicata alla città che gli ha rubato il cuore, Editorial Parténope.

L’altro volume  più famoso “L’iris selvatico” (edito in Italia da Giano) è addirittura non disponibile sui grandi store on line e risulta al momento fuori catalogo.

Ci sono poi alcune poesie antologizzate in in Nuovi poeti americani (Einaudi 2006)con la traduzione di Elisa Biagini

Da oltre quarant’anni Louise Gluck però occupa i vertici della poesia contemporanea americana, erede della tradizione lirica statunitense e maestra nel trasformare vissuti soggettivi e aneddoti in una ‘metafisica del quotidiano’. La sua poesia è rigorosamente personale, contenuta tra le pareti domestiche, fra i suoi oggetti. Diapositive che ritraggono il quotidiano, apparentemente banali, se non fosse per il gusto particolare dell’inquadratura e per la tecnica di scrittura: le immagini nei suoi versi sono brevi, spezzate dalla punteggiatura decisa, con rime brillanti e mai ingombranti. Valgano per tutti i seguenti versi dalla raccolta ‘L’iris selvatico: “Vuoi sapere come passo il tempo? Cammino sul prato davanti, fingendo di strappare erbacce, ciuffi di trifoglio selvatico In realtà sto cercando coraggio, qualche indizio che la mia vita cambierà”.

Sta tutta in questi versi probabilmente la storia di Louse Gluck che lei riesce a far diventare nel confronto tra biografia individuale ed esperienza collettiva del mondo un “universale” incontro

 Le sue opere:

Poesie
1968 – Firstborn
1975 – The House on Marshland
1980 – Descending Figure
1985 – The Triumph of Achilles
1990 – Ararat
1992 – The Wild Iris
2003 – L’iris selvatico (traduzione di Massimo Bacigalupo)
1995 – The First Four Books of Poems
1997 –  Meadowlands
1999 – Vita Nova
2001 – The Seven Ages
2006 – Averno (traduzione di Massimo Bacigalupo)
2009 – A Village Life,
2012 – Poems: 1962-2012
2014 – Faithful and Virtuous Night

Saggi
1994 – Proofs and Theories: Essays on Poetry
2017 – American Originality: Essays on Poetry

(1)Università Ca’ Foscari https://www.unive.it/pag/14024/?tx_news_pi1%5Bnews%5D=9458&cHash=37d5f5665dcfcb499f64839320a69820

(2) https://www.ilplurale.it/tag/premio-nobel-letteratura-2020/

(3) http://www.sulromanzo.it/blog/due-poesie-di-louise-glueck-premio-nobel-per-la-letteratura-2020

(4) https://uozzart.com/2020/10/09/premio-nobel-per-la-letteratura-2020-louise-gluck/

(5) https://www.pausacaffeblog.it/wp/2020/10/premio-nobel-alla-letteratura-2020-louise-gluck.html

(6)Officina poesia Nuovi argomenti

(7 https://www.fanpage.it/cultura/il-nobel-a-louise-gluck-ci-racconta-di-come-maltrattiamo-la-poesia-in-italia/

(8)https://www.ilpost.it/2020/10/08/dante-descartes-averno-gluck/)

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