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L’ODIERNA PAURA DEI BARBARI-PROF.RE PASQUALE SPINA

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Redazione-Il passaggio dal vecchio scenario colonialista all’odierno mondo globalizzato non ha visto affatto scomparire il concetto di “barbaro”. Se in precedenza il confine tra civiltà e barbarie era tracciato in funzione aggressiva, ovvero serviva a giustificare “l’assalto europeo” al resto del mondo, oggi invece, rievocando il passato imperiale romano, abbiamo costruito l’immagine di una “fortezza Europa” messa sotto assedio, protetta da invisibili mura di cinta, e attanagliata da una costante paura: “la paura che alle bellicose e disordinate armate discese un tempo dal gelido Nord, sotto la cui crescente pressione il limes romano alla fine cedette, si siano sostituite orde di nuovi barbari”[1], non più feroci, semmai ferocemente disperati, ma sempre e comunque invasori.

La narrazione quotidiana dell’odierno fenomeno migratorio ci dice infatti che, al di là della consistenza numerica degli ingressi e delle eventuali problematiche sociali correlate, lo straniero, il migrante, è comunque divenuto il nemico pubblico per antonomasia della società europea.

La crescita esponenziale della violenza razzista dei movimenti di estrema destra, “l’indifferenza venata di ostilità delle maggioranze silenziose, l’esclusione sociale sono forme diverse in cui una società sostanzialmente compatta nella paura dei migranti erige una barriera invalicabile tra loro e noi, anche se ad alcuni di loro permette di soggiornare temporaneamente tra noi (…) Prima ancora di essere discriminati nei fatti, migranti e profughi sono discriminati dal linguaggio che la nostra società escogita per rappresentarli. Un linguaggio che pur modificandosi, mantiene inalterata la caratterizzazione di questi esseri umani come alieni: immigrati, extracomunitari, clandestini, irregolari.”[2] Come fatto per secoli nei confronti delle popolazioni colonizzate, preventivamente definite come selvagge e barbare, l’attuale descrizione dei migranti effettuata dai mezzi di comunicazione utilizza categorie semantiche che non si riferiscono mai a autonome caratteristiche di questi esseri umani, ma fanno riferimento solamente a ciò che essi non sono rispetto a noi: non sono europei, non sono cittadini, non sono in regola, insomma non sono come noi.

A partire da questa opacità linguistica si pongono dunque le premesse perché essi, esattamente come accaduto in passato per i cosiddetti barbari, non siano categorizzati come persone.[3]

E questo non solo a livello linguistico, ma a livello giuridico-politico: difatti il non riconoscimento dei pieni diritti di cittadinanza ai migranti “regolari”, le norme sull’espulsione dei cittadini stranieri “irregolari”, l’istituzione dei centri di permanenza temporanea ormai diffusi in tutta Europa, il respingimento dei profughi di guerra, così sinistramente analogo all’odissea dei profughi ebrei in fuga dalla Germania hitleriana, con relativo internamento in veri e propri campi di concentramento posti lontano dallo sguardo dei cittadini europei, stanno a dimostrare che è di nuovo in vigore, in quasi tutti i paesi dell’UE, un doppio regime-giuridico per chi è incluso e chi è escluso dal pieno godimento dei diritti. Che vi siano intorno a noi persone che possono facilmente precipitare nel limbo delle non-persone dovrebbe apparirci stupefacente; se ciò non avviene, se la questione della creazione di veri e propri lager in Libia e non solo, interessa ben poco la nostra opinione pubblica, “è perché noi cittadini liberi, cui nessuno può imporre un provvedimento di limitazione o di perdita della libertà (con l’eccezione della detenzione in seguito a una condanna penale) siamo resi miopi dal godimento dei nostri diritti.”[4]

Di fatto però è da tempo che all’interno del territorio italiano è in vigore un doppio regime giuridico che discrimina italiani e stranieri; i primi sono cittadini a pieno titolo, coperti da tutte le garanzie giuridiche, i secondi in gran parte no: “questa disuguaglianza, grazie alla quale alcuni stranieri sono esclusi dai diritti civili fondamentali, è potenzialmente l’avvio di un processo di riduzione di alcune categorie di esseri umani da persone a non-persone”[5], con tutto quel che di tragico ne consegue. Tragico che noi abbiamo il lusso di poter osservare da lontano, commentandolo disgustati o esaltandolo come giusta risposta al fatto che “non possono certo venire tutti qui”.

A mio parere l’odierno stato delle cose dimostra in maniera davvero chiara e cristallina che quella sequenza “selvaggi-barbari-civilizzati” promossa e fatta propria dalle migliori auctoritates della cultura occidentale, con la quale abbiamo giustificato per secoli “le magnifiche sorti e progressive” del colonialismo europeo non è mai stata costituita né da una serie di valori assoluti chiaramente identificabili, né tantomeno si presta ad essere letta in una direzione lineare, secondo l’andamento di una sorta di freccia del tempo. Tuttavia se noi oggi siamo in assetto difensivo, dentro “la fortezza Europa” posta sotto assedio da presunti “nuovi barbari”, continuando a usufruire di una serie di diritti civili e giuridici e di un benessere economico in vertiginosa decrescita ma comunque sempre maggiore di quello di gran parte del resto del mondo, è solo perché il nostro secolare primato economico-tecnologico è stato istituito con l’ausilio della violenza coloniale più sfrenata.

Sono stati gli effetti di lunga durata del colonialismo a creare l’odierno scenario, rendendo quasi tutti i popoli non europei degli alienati dalla loro stessa terra, costretti a spostarsi per poter reclamare quello che lo scambio ineguale imposto dai colonizzatori ha tolto loro.

Il nostro primato ha sempre avuto come suo correlato la sconfitta e la sottomissione degli altri e ciò che è stato messo in moto nel XVI secolo non ha ancora cessato di sviluppare i suoi effetti nel XXI. Il fatto che a persone sradicate e in fuga da un sistema edificato da noi, riserviamo quel che riserviamo, dimostra quanto sia urgente iniziare a pensare, al posto dell’abisso arbitrariamente tracciato tra civiltà e barbarie, risultato così funzionale per giustificare la nostra logica del dominio, che bisogna considerare civile solo chi sa in primo luogo riconoscere pienamente l’umanità degli altri. Mai come adesso avremmo bisogno di un autore come Montaigne, che secoli fa tentò di far comprendere ai suoi contemporanei anche le culture loro più estranee e considerate demoniache. Così facendo egli formulò un umanesimo a misura dell’intera umanità, ben diverso da quell’altra tipologia di umanesimo che, intriso di eurocentrismo, “non smise mai di parlare dell’uomo, pur massacrandolo dovunque l’ha incontrato”[6].

Quel che Montaigne ha cercato di insegnarci è che “nessuna cultura, è di per sé barbara, e nessun popolo è definitivamente civilizzato; tutti possono passare da una condizione all’altra”[7].

Ed io credo che oggi queste parole vadano lette non per tentare di comprendere la presunta diversità culturale che tanto ci spaventa, ma per cercare di analizzare semmai la vergogna in cui stiamo facendo precipitare la nostra civiltà. Davvero, a pensarci bene, appare ormai inutile che i “profeti di sventura” gridino allarmati all’invasione e alla necessità di scrutare l’orizzonte per difenderci dall’arrivo dei barbari. I barbari ormai li abbiamo in casa.

Siamo noi, che impieghiamo buona parte delle nostre energie a rimuovere, a girare la testa dall’altra parte pur di non vedere o provare vergogna per le ecatombi quotidiane di uomini, donne e bambini in fuga, ad essere divenuti barbari. Forse, “varrebbe la pena rivelare al molto distinto, molto umano, molto cristiano borghese del XX secolo che in fondo anch’egli porta un Hitler, nascosto, rimosso; ovvero che Hitler abita in lui e che, pur biasimandolo, in fondo manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, il crimine contro l’uomo, ma il crimine contro l’uomo bianco, e il fatto di aver applicato all’Europa quei procedimenti colonialisti che sino ad allora erano riservati esclusivamente agli arabi d’Algeria, ai coolie dell’India, ai neri dell’Africa”[8], ai nativi americani. Forse è proprio in virtù della mancata radicale decostruzione del nostro insanguinato “album di famiglia” che ci illudiamo di stare compiendo il nostro dovere nel tenere lontani dei presunti barbari dalle nostre case quando in realtà, quel che davvero stiamo facendo, è semplicemente e crudamente dare sempre più forza e spazio

a ciò che Hannah Arendt definì banalità del male.

                                                                                                                                                         

                                                                                                                           

[1] Arcangeli M. Prefazione a Canfora L., Mediterraneo una storia di conflitti, Castelvecchi, Roma, 2016, p.12.

[2] Dal Lago A., Non-persone, Feltrinelli, Milano, 2004, p.43.

[3] Su tutto questo discorso vedi Dal Lago, op.cit. p. 213

[4] Dal Lago A., op.cit. p.207.

[5] Dal Lago A., op.cit., p.220.

[6] Fanon F., I dannati della terra, Einaudi, Torino,1962, p.256.

[7] Todorov T., op.cit. p.74.

[8] Césaire A., Discorso sul colonialismo, Ombre corte, Verona , 2010, p.49.

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