” LA FOLLIA A DUE ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- L’espressione “folie à deux” è emersa nel XIX secolo, inizialmente con connotazioni romantiche e poetiche. All’epoca, si riteneva che l’amore o l’intensa vicinanza tra due individui potesse dar vita a esperienze condivise, anche di natura psicotica, che riflettevano una sorta di simbiosi emotiva. Questo approccio enfatizzava l’aspetto affettivo della relazione, suggerendo che due persone potessero “perdersi” l’una nell’altra al punto da condividere illusioni e deliri.
Con il progresso della psicologia e della psichiatria, il concetto ha cominciato a essere esaminato in modo più scientifico. Negli anni ’20 e ’30, gli studi clinici iniziarono a identificare schemi di comportamento più complessi e dinamiche relazionali specifiche che contribuivano allo sviluppo del disturbo. Negli anni ’60 e ’70, con l’avvento della psichiatria moderna e l’adozione di criteri diagnostici più rigorosi, il concetto di folie à deux si è ulteriormente evoluto. Ricercatori e clinici hanno cominciato a riconoscere la natura complessa e interattiva della Psicosi Condivisa, sottolineando il ruolo dell’ambiente, delle relazioni interpersonali e della predisposizione individuale.
In sintesi, il concetto di folie à deux è passato da una visione romantica e idealizzata a una comprensione clinica e scientifica, che ne esplora le complesse interazioni psicologiche e sociali.
Per meglio comprendere il fenomeno della folie à deux, occorre prima di tutto chiarire il concetto di «psicosi» ed in particolare i Deliri ed il Disturbo Delirante. Vediamo brevemente dal punto di vista puramente diagnostico cosa sono i deliri ed il disturbo
Delirante.
I deliri sono convinzioni fortemente sostenute che non sono passivi di modifica alla luce di evidenze contrastanti. Il loro contenuto può comprendere una varietà di temi (per esempio, di persecuzione, religioso, di grandezza).
I deliri sono considerati “bizzarri” se sono chiaramente non plausibili e non sono comprensibili a pari appartenenti alla stessa cultura e non derivano da esperienze di vita ordinarie. Un delirio bizzarro è la convinzione di avere alcuni organi interni sostituiti da qualche forza esterna senza che la cosa abbia lasciato cicatrici. Un delirio non bizzarro è quello di essere spiati dalla polizia, anche senza la presenza di prove convincenti.
La distinzione tra delirio e una idea fortemente sostenuta a volte è difficile da fare e dipende a volte dal grado di convinzione con cui l’idea stessa viene sostenuta nonostante una chiara o ragionevole evidenza contraddittoria della sua veridicità.
Il Disturbo Delirante contempla questi criteri diagnostici:
- la presenza di uno (o due deliri) con durata di un mese (o più);
- non c’è stata diagnosi di schizofrenia;
- il funzionamento mentale, a parte l’impatto del delirio e delle sue ramificazioni, non risulta compromesso in modo marcato e il comportamento non è chiaramente bizzarro o stravagante;
- se si sono verificati episodi maniacali o depressivi maggiori, questi sono stati di più breve durata rispetto ai periodi deliranti;
- il disturbo non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o altra condizione medica.
Sia nella Schizofrenia sia nel Disturbo Delirante (che fanno parte delle cosiddette “psicosi”, anche se in maniera diversa) vi è un deficit nella funzione della realtà: si percepiscono cose che non ci sono (allucinazioni) e si pensa in maniera delirante.
Ma la Schizofrenia è diversa dal Disturbo Delirante in quanto la prima ha una componente organica che non si ravvisa nel secondo e in quanto il funzionamento mentale dello schizofrenico è chiaramente compromesso anche al di là del delirio. Inoltre il Disturbo Delirante si differenzia dalla Schizofrenia in quanto in questa ci sono sintomi specifici nella fase attiva della malattia (tipo allucinazioni non univocamente collegate al delirio).
Nella Schizofrenia vi sono sintomi positivi (allucinazioni, deliri) e sintomi negativi (abulia, trasandatezza, bizzarria). Nel Disturbo Delirante i sintomi negativi, se ci sono, sono collegati alla fase delirante.
Il Disturbo Delirante può essere con:
- delirio erotomanico (una persona si sarebbe innamorata del paziente);
- di grandezza ((avere qualche grande ma non riconosciuta dote o intuizione o aver fatto qualche grande scoperta);
- di gelosia (il coniuga o l’amante sarebbe infedele);
- di persecuzione (il paziente si crede oggetto di una cospirazione, pensa di essere stato ingannato, spiato, seguito, eccetera);
- somatico (il delirio coinvolge le funzioni o le sensazioni corporee);
- di riferimento (convinzione che certi gesti, comportamenti o stimoli ambientali neutri siano rivolti verso il paziente);
- nichilistico (pensa che a breve accadrà una catastrofe);
- misto (quando non predomina nessuno di questi deliri elencati).
La diagnosi di Disturbo Psicotico Condiviso (ex Folie à Deux – contenuta nel DSM IV – TR) è stata rimossa dal DSM-5 per diverse ragioni.
La letteratura scientifica ha dimostrato che i disturbi psicotici condivisi non si manifestano in modo uniforme e che il fenomeno può essere meglio compreso all’interno di altri disturbi psicotici. Il DSM-5 ha quindi optato per una categorizzazione più semplice e diretta, riconoscendo che i sintomi psicotici possono manifestarsi in vari contesti relazionali, senza necessità di una diagnosi specifica per il disturbo psicotico condiviso.
Le informazioni sulla condivisione dei deliri possono ora essere integrate nella diagnosi di disturbi psicotici individuali, fornendo una
visione più chiara.
Il DSM-V parla di “disturbo dello spettro della schizofrenia” quando sono presenti manifestazioni in cui i disturbi schizofrenici (allucinazioni e deliri) predominano ma non possono essere attribuibili pienamente a un disturbo psicotico. Tra questi si elencano i “sintomi deliranti nel partner dell’individuo con disturbo delirante”: nel contesto di una relazione, il materiale delirante del partner dominante fornisce il contenuto per convinzioni deliranti da parte dell’altro, che non può altrimenti soddisfare interamente i criteri per un disturbo delirante.
La Follia a Due è stata inizialmente descritta nel 1877 dagli psichiatri francesi Ernest-Charles Lasègue e Jean-Pierre Falret (Lasègue, Falret, 1877) ed è comunemente conosciuta come sindrome di Lasègue-Falret.
Esistono principalmente due tipologie di folie à deux, che si distinguono in base a chi sviluppa inizialmente il disturbo psicotico e come si manifesta nel secondo individuo. Le due tipologie differiscono principalmente per il modo in cui il disturbo psicotico si diffonde e viene condiviso, ma entrambe sono accomunate dalla presenza di una relazione intensa e prolungata tra le due persone coinvolte. Esse sono:
- Folie imposée: in questa variante, una persona (il “dominante”) sviluppa un disturbo psicotico, e la seconda persona (il “soggetto indotto”) adotta e sviluppa gli stessi sintomi psicotici, generalmente in seguito a un’influenza diretta del primo. Questo tipo si verifica più frequentemente quando la persona dominante è la figura di riferimento, come un partner o un genitore.
- Folie simultanée: in questo caso, entrambe le persone sviluppano sintomi psicotici in modo simile e contemporaneo, ma non c’è necessariamente una persona dominante. Questo tipo è più raro e può manifestarsi in relazioni molto strette dove entrambe le persone sono vulnerabili a sviluppare un disturbo psicotico.
La Follia a Due può presentarsi in varie forme, che vengono distinte principalmente in base a quanti individui sono coinvolti e alla dinamica tra le persone coinvolte. Generalmente, ci sono tre principali varianti del disturbo psicotico condiviso, che si differenziano per il numero di persone coinvolte e la natura della relazione tra i soggetti. Vediamo brevemente:
- Folie à deux: questa è la forma classica e più comune di folie à deux, dove due persone, generalmente legate da una relazione stretta sviluppano gli stessi deliri o allucinazioni. Una persona (il “dominante” o “influente”) inizialmente sviluppa un disturbo psicotico, e la seconda persona (il “soggetto indotto”) adotta gli stessi sintomi psicotici in seguito a una specie di contagio psicologico. Di solito, se i due soggetti vengono separati, i sintomi psicotici del soggetto indotto si risolvono, mentre la persona dominante può continuare a manifestare i propri sintomi.
- Folie à trois: in questa variante, il disturbo psicotico condiviso coinvolge tre persone che sviluppano deliri e/o allucinazioni simili. La dinamica di contagio psicologico tra le persone è simile a quella di una folie à deux, ma coinvolge un numero maggiore di individui. Una persona dominante influenza le altre due, che a loro volta sviluppano sintomi psicotici simili.
- Folie à Quatre: in questo caso, il disturbo psicotico condiviso si estende a quattro persone, che sono tutte influenzate dalla persona dominante. La persona “dominante” induce la psicosi nelle altre tre, che condividono il disturbo psicotico, ma questo è ancora più raro rispetto alle forme a due e a tre persone.
- Altre varianti: è possibile in casi estremamente rari che vengano coinvolte più di quattro persone (ad esempio, “folie à cinq” per cinque persone, ecc.). I casi di folie à deux, e in misura minore quelle a trois o a quatre, sono i più frequentemente documentati. Le forme più estese di folie à deux sono generalmente meno comuni e si riscontrano in contesti sociali molto specifici, come gruppi familiari isolati o comunità particolarmente strette.
In questo articolo (Dippel, Kemper & Berger, 1991) si descrive un caso clinico di “follia a sei”, in cui i deliri persecutori della figura centrale (donna) si sono diffusi al marito e ai loro 2 figli, e persino alla cognata e ad un nipote. Il fattore principale nello sviluppo di questo disturbo paranoico condiviso sembra essere stata la personalità dominante dell’induttore. Contrariamente ai resoconti in letteratura, non vi era alcuna storia familiare di tali disturbi e non vi erano circostanze sociali o ambientali avverse.
Ora facciamo una differenziazione tra psicosi individuale e follia a due. La psicosi individuale si caratterizza per questi elementi:
- I sintomi psicotici emergono autonomamente dalla psicopatologia di un singolo individuo. In queste condizioni, i sintomi psicotici sono considerati il risultato di un disturbo mentale primario.
- Nelle psicosi primarie, come la schizofrenia, i sintomi psicotici derivano da un disturbo neuropsicologico intrinseco, che coinvolge alterazioni chimiche e strutturali nel cervello.
- I sintomi psicotici persistono anche in assenza di influenze esterne o di una relazione con altri
- Non dipende da un contesto relazionale specifico
Invece la follia a due presenta questi tratti:
- Relazione stretta: connessione psicologica o fisica molto intensa tra i soggetti coinvolti
- Similitudine dei sintomi psicotici: entrambe le persone sviluppano sintomi psicotici simili, che tendono a riguardare principalmente deliri e più raramente allucinazioni
- Risultato della separazione: la separazione tra i due soggetti può portare alla risoluzione dei sintomi psicotici nel soggetto indotto, mentre la persona dominante può continuare ad avere i suoi disturbi psicotici indipendentemente.
- La caratteristica distintiva della folie à deux è il meccanismo di contagio psicologico, che non è presente nelle psicosi primarie.
I deliri condivisi spesso sono a contenuto persecutorio o di grandezza; le persone in causa hanno una relazione insolitamente stretta, solo una soffre di un’autentica condizione psicotica.
L’affezione psicotica della persona dominante è più comunemente, ma non esclusivamente, di tipo schizofrenico; gli individui con delirio indotto sono in genere dipendenti e sottomessi rispetto alla persona primariamente psicotica.
Ulteriore criterio per la diagnosi di sindrome delirante indotta è l’esistenza di una connessione temporale o di altro tipo tra il delirio del membro attivo e il delirio indotto nei membri passivi attraverso il contatto con lui. Anche se le eventuali allucinazioni condivise sono insolite, esse non inficiano la diagnosi. Al contrario se due o più persone che vivono insieme hanno disturbi psicotici indipendenti, anche se alcuni deliri fossero condivisi, va esclusa la diagnosi di sindrome delirante indotta.
In uno studio Giapponese su 97 casi (Kashiwase e Kato, 1997) gli autori confrontano i loro dati con quelli della letteratura occidentale. L’età dei soggetti coinvolti oscilla tra la prima infanzia e l’età senile (età media 36 anni); in circa il 75% dei casi sono coinvolte due persone, nei rimanenti sono coinvolte più persone fino ad un massimo di dodici; oltre il 90% dei soggetti appartiene alla stessa famiglia, in accordo con la definizione di psicosi familiare come sinonimo di folie à deux; la coppia madre-figlio è la più rappresentata, seguita dalla coppia di coniugi. Nella letteratura occidentale è molto più frequente che la psicosi del soggetto più anziano contagi il più giovane, nella letteratura orientale al contrario sono riportati numerosi casi in cui è la psicosi del più giovane la fonte di contagio. Più facilmente sono coinvolte le femmine che non i maschi, sia nel ruolo di induttore che di soggetto indotto, con una risultante maggiore incidenza della folie à deux nel sesso femminile. Le diagnosi più frequentemente segnalate nel soggetto dominante, sia nella letteratura occidentale che orientale, sono di schizofrenia, reazione paranoide o altre diagnosi dell’area schizofrenica; il soggetto con psicosi indotta è invece per lo più diagnosticato nell’ambito delle reazioni paranoidi piuttosto che del disturbo schizofrenico nella letteratura orientale, al contrario di quella occidentale. I contenuti deliranti più frequentemente riportati sono nell’ambito mistico-religioso, in Oriente, o in quello persecutorio, in Occidente.
In un’altra ampia revisione della letteratura sugli Shared Psychotic Disorders (Silveira & Seeman 1995) prendono in considerazione i casi riportati in letteratura dal 1942 al 1993 e delineano, attraverso l’esame di 123 casi, queste caratteristiche del disturbo:
- il range di età è molto ampio, dalla fanciullezza all’età senile.
- il sesso più coinvolto quello femminile, anche se con differenze non significative statisticamente.
- ambiti relazionali interessati: coppie, soprattutto se socialmente isolate, parenti, genitori-figli.
- le diagnosi DSM sono nell’area dei disturbi schizofrenici, deliranti e in quella della depressione psicotica.
- i contenuti deliranti sono in prevalenza persecutori, meno frequentemente di tipo grandioso-espansivo.
- sono descritte, nel soggetto con disturbo indotto, comorbosità per depressione in 7 casi, demenza in 5, ritardo mentale in 4. I disturbi allucinatori sono presenti nel 30% dei casi.
- la relazione patologica ha nella casistica estremi di durata fra 6 mesi e, ben più frequentemente, parecchi anni.
Anche se mancano prevalenze di sesso statisticamente significative, una donna è quasi sempre coinvolta, e sono rare le coppie patologiche costituite da soli maschi. È ancora segnalata una netta prevalenza di coppie patologiche tra membri della stessa famiglia (sorelle e gemelli soprattutto). Nel soggetto con disturbo indotto, sono frequenti turbe psicopatologiche che riducono le capacità cognitive (demenza, ritardo mentale, depressione, abuso di sostanze).
Le ipotesi genetiche formulate sulla predisposizione al disturbo sono in parte invalidate dall’alta frequenza constatata in coppie di non consanguinei (es. marito e moglie) altrettanto frequenti che le coppie di consanguinei (genitori-figli, fratelli, ecc.).
Studi di follow-up sul soggetto con psicosi indotta, dopo la separazione, hanno registrato riesacerbazioni psicotiche o disturbi psicotici residuali anche in assenza dell’induzione da parte del soggetto primario: in altre parole è difficile chiarire se la psicosi condivisa sia una categoria diagnostica a sé stante o piuttosto rappresenti la stretta relazione tra due psicotici.
Se una componente relazionale patologica, attuale o remota, può essere individuata in ogni psicopatologia, le psicosi condivise ne sarebbero espressione particolarmente vistosa; la teoria kleiniana le rivela come frutto di massicci processi di identificazione proiettiva con conseguenti movimenti controidentificativi, congelati in una relazione immutabile.
I meccanismi di difesa, come la proiezione, possono svolgere un ruolo cruciale. Un individuo può proiettare le proprie ansie e paure sull’altro, creando un terreno fertile per la condivisione di idee deliranti. L’identificazione, in cui un partner adotta i tratti e le credenze dell’altro per rafforzare il legame, è un altro meccanismo importante.
Dinamiche di Dipendenza: la folie à deux spesso si sviluppa in contesti di co-dipendenza (unione simbiotica), dove un partner si sente incapace di esistere autonomamente. Questa dipendenza emotiva può spingere entrambi i soggetti a sviluppare e mantenere le loro credenze psicotiche come un modo per sostenere la relazione. La psicosi condivisa, dunque, è un disperato ed inefficace tentativo autoterapeutico bidirezionale che contiene un tragico inganno. Le pulsioni distruttive del mondo delirante (Rosenfeld, 1980) sono spesso mascherate di onnipotente benevolenza salvifica, ma vi è anche un nucleo di verità: i componenti della coppia patologica non riescono veramente a tollerare di separarsi e ricercano o trovano nella condizione psicotica, illusorie e più rapide soluzioni ai loro problemi.
I soggetti coinvolti nella follia a due possono anche uccidere. Uno dei primi riferimenti letterari alle coppie criminali si deve a Scipio Sighele (1909). Egli identificò quattro tipologie:
- Gli amanti assassini: In questa tipologia, il ruolo principale è giocato dalla suggestione dell’amore, con uno dei due amanti spesso spingendo l’altro a commettere il crimine. All’interno di questa coppia, si individua un partner induttore e uno più debole, che viene manipolato dal primo, diventando uno strumento nelle sue mani. L’amore passionale, nella sua forma patologica, è considerato l’origine del delitto.
- La coppia infanticida: In questo caso, il crimine nasce come conseguenza, se non necessariamente, dall’amore illecito. Il delitto ruota attorno alla prova della colpa che deve essere fatta scomparire, spesso rappresentata dal bambino.
- La coppia familiare: Qui si tratta di due individui appartenenti allo stesso nucleo familiare, il cui vivere insieme favorisce lo sviluppo di suggestioni criminali.
- La coppia di amici: Questa tipologia nasce spesso in ambienti come il carcere o locali frequentati da persone poco raccomandabili. È il legame di amicizia che porta alla suggestione criminosa tra il soggetto dominante e quello più debole.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 56 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
