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” LA COMMEDIA ALL’ITALIANA: NON SOLO COMMEDIA ” – DI FEDERICO TABOURET

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Redazione-  Negli anni ’50 l’Italia, appena uscita dalla guerra, ha voglia di dimenticare il clima tragico di quel periodo. Sono gli anni della ricostruzione, e il cinema, assecondando quella volontà di svago popolare, pian piano si allontana dalle pellicole del neorealismo, che aveva descritto la tragedia della guerra e delle sue ripercussioni sulla società dell’epoca, e produce una serie di commedie dai toni decisamente più leggeri.

Nel 1958 esce però una pellicola che ribalta quel clima di spensieratezza apparente della nazione e partorisce un nuovo genere che durerà poco più di vent’anni. Con “I soliti ignoti” di Mario Monicelli nasce la commedia all’italiana, moderna versione della commedia dell’arte. Questo genere di film, che deve il proprio successo al felice incontro di una generazione di sceneggiatori, registi e attori davvero formidabili, racconta l’italiano medio nelle proprie virtù e soprattutto nei propri vizi, mettendolo spesso alla berlina e mescolando amabilmente commedia e tragedia. “I soliti ignoti”, sceneggiato da Monicelli insieme a Suso Cecchi D’Amico (grande sceneggiatrice del cinema italiano) e Age e Scarpelli (che scriveranno molta della storia della commedia all’italiana), narra le vicende di un gruppo di ladruncoli (capeggiati da Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni) che tentano un colpo “scientifico” con la collaborazione esterna di un vecchio scassinatore a riposo, magistralmente interpretato da Totò, ma che per imperizia e incapacità faranno cilecca. Già in questo primo film viene introdotto uno degli elementi ricorrenti della commedia all’italiana. Uno dei personaggi del film infatti muore, e la tragedia della morte ricorrerà spesso in questo genere di film.

Nel 1959 Monicelli dirige “La grande guerra” con Vittorio Gassman e Alberto Sordi, che interpretano due sfaccendati che si ritrovano in prima linea durante la prima guerra mondiale. Tenteranno in tutti i modi di evitare responsabilità e rischi, ma alla fine, per non rivelare al nemico informazioni importanti per l’esito della guerra, si faranno fucilare. Il film, che ha vinto il Leone d’Oro ex aequo con “Il generale Della Rovere” di Roberto Rossellini, si fa notare per l’accuratezza della ricostruzione storica, mostrando i soldati con divise logore e sporche anziché in ordine e puliti come spesso accadeva fino ad allora nei film di guerra.

A questo punto la commedia all’italiana prende due strade diverse. La prima ripercorre i tragici avvenimenti del ventennio fascista e della guerra. Nel 1960 Luigi Comencini ci regala una pellicola interessante. “Tutti a casa” è la storia di un sottotenente dell’esercito italiano, interpretato da Alberto Sordi, che si ritrova nel pieno del caos provocato dall’armistizio voluto dal generale Badoglio durante la seconda guerra mondiale. Lo spaesamento di Sordi e della sua truppa nel ritrovarsi a dovere difendere ora la propria vita da coloro che fino al giorno prima erano stati i loro alleati è lo specchio di quanto accadde ai soldati italiani che si trovavano a combattere al fronte. Da ricordare anche l’interpretazione di Eduardo De Filippo nel ruolo del padre di Sordi.

Nel 1961 un altro grande attore della commedia all’italiana, Ugo Tognazzi, si trova ad interpretare il suo primo ruolo serio, dopo una serie di film prettamente comici. Ne “Il federale” di Luciano Salce, Tognazzi interpreta un miliziano fascista che deve portare a Roma dall’Abruzzo un professore antifascista per essere processato. Dopo una serie di avventure i due giungeranno a Roma quando ormai la città sarà in mano agli anglo-americani. Tognazzi interpreta il ruolo con maestria, regalandoci un personaggio che, pur rimanendo fedele al proprio credo, si rende man mano conto che l’ideologia è una favola che viene usata a seconda delle convenienze del momento.

Nello stesso anno Dino Risi dirige Alberto Sordi in “Una vita difficile”, amara riflessione su un paese che dopo la guerra andava cambiando, con il protagonista che cerca di adattarsi con difficoltà alle mutazioni sociali e politiche che vanno dal dopoguerra al boom economico degli anni ’60.

Nel 1962 escono altri due film che narrano le vicende del ventennio fascista. Ancora Dino Risi dirige il duo Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman ne “La marcia su Roma”, commedia farsesca sulle motivazioni opportunistiche che spinsero alcuni ad aderire al partito fascista, mentre Luigi Zampa (grande regista, purtroppo non molto conosciuto dal grande pubblico) firma “Gli anni ruggenti”, con Nino Manfredi che interpreta un assicuratore che viene scambiato per un gerarca fascista inviato in un paesino pugliese per un’ispezione politico-amministrativa, dando il via ad una serie di divertenti equivoci. Il film è tratto dalla commedia “L’ispettore generale” del drammaturgo russo Nikolaj Gogol.

Ma la commedia all’italiana, negli anni ’60, è soprattutto lo specchio dei cambiamenti della società in seguito al boom economico, con una satira spesso feroce nei confronti dell’italiano medio. Nel 1962 Dino Risi dirige Vittorio Gassman nel film “Il sorpasso”. Qui Gassman interpreta un fanfarone che incontra un giovane studente (Jean-Louis Trintignant) e lo convince, dopo notevoli insistenze, ad intraprendere con lui un viaggio da Roma verso la Toscana all’insegna della più effimera leggerezza e del menefreghismo verso tutto e verso tutti. Al termine del film, dopo uno degli ennesimi spericolati sorpassi di Gassman, la macchina uscirà di strada ed il giovane resterà ucciso. Questa pellicola rimarrà uno dei più notevoli esempi della commedia all’italiana.

“I mostri” del 1963, sempre diretto da Dino Risi ed interpretato da Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, raccoglie tutti i vizi e le bassezze di vari caratteri umani della società dell’epoca. Diviso in venti episodi, vede l’alternarsi dei due attori nella descrizione di personaggi cinici e opportunisti, senza lasciare un minimo di redenzione morale per nessuno.

Dello stesso anno è “Il boom” di Vittorio De Sica, nel quale Alberto Sordi interpreta un uomo che negli anni del boom economico aspira a fare il palazzinaro. Indebitato fino al collo, si vedrà costretto a vendere un occhio ad un affermato costruttore per ripianare i propri debiti e garantire alla moglie lo stile di vita al quale l’aveva abituata. In questa pellicola De Sica, insieme a Cesare Zavattini, costruisce una feroce satira nella quale tutti i difetti nascosti del nascente boom vengono alla luce. Sordi è un uomo della piccola borghesia che aspira a salire i gradini della scala sociale, trovandosi però a fare i conti con le difficoltà legate a questa aspirazione. E sintomatica è la figura della moglie, che pur di non rinunciare ad uno status sociale alto non si fa scrupoli a far menomare il marito.

Nel 1966 Pietro Germi dirige “Signore e signori”, una commedia che si svolge in un paesino di provincia del Veneto. I personaggi della pellicola fanno parte della borghesia medio-alta e sono uno specchio dell’amoralità del cattolico italiano, portato facilmente al tradimento e alla delazione, ma anche ipocritamente pronto a coprire l’amico quando egli si spinge oltre ciò che viene considerato il buon costume cattolico di facciata. Il film, interpretato tra gli altri da Gastone Moschin e Alberto Lionello, venne girato dal regista subito dopo la morte della moglie. Racconta Mario Monicelli, suo grandissimo amico, che Germi chiese proprio a lui di dirigere il film perché lui in quel doloroso momento non se la sentiva. Monicelli rifiutò dicendogli che il film era suo e che doveva dirigerlo lui, e così avvenne. Ne uscì una delle più belle pellicole di Pietro Germi.

Nello stesso anno Mario Monicelli porta la commedia all’italiana nel Medioevo. Vittorio Gassman è il condottiero di un gruppo di personaggi scalcinati ne “L’armata Brancaleone” (il titolo del film diventerà poi famoso per descrivere un gruppo di persone senza arte né parte). Monicelli, insieme ad Age e Scarpelli, si inventa un linguaggio arcaico, a volte anche di difficile comprensione, che rende la pellicola molto divertente. Il motivo musicale che accompagna il film resterà scolpito nella memoria del pubblico italiano.

Nel 1969 Alberto Sordi dirige ed interpreta, insieme a Monica Vitti (la grande protagonista al femminile della commedia all’italiana), il film “Amore mio aiutami”. La pellicola narra l’amara vicenda di una felice coppia di coniugi che va in crisi quando lei si invaghisce di un altro uomo. Il marito, che da sempre si è dichiarato uomo aperto e moderno, cerca di assecondare la moglie, sperando che alla fine questa infatuazione passi. Ma, tra false comprensioni e sonori ceffoni, la storia volgerà ad un epilogo drammatico per la coppia.

Pian piano l’Italia si mette alle spalle il periodo del boom ed entra in un nuovo decennio. Gli anni ’70 sono quelli che risentono della contestazione sessantottina e della lotta armata. Sono gli anni di piombo, che finiranno per avere un impatto notevole sulla commedia all’italiana. Nel 1971 Dino Risi dirige Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman nella pellicola “In nome del popolo italiano”. E’ una commedia farsesca, nella quale un magistrato (Tognazzi) indaga sulla morte di una giovane e si convince che il colpevole di questo delitto sia un imprenditore (Gassman). Il film è giocato in maniera eccezionale sui duetti tra i due protagonisti, che rappresentano due diversi tipi di italiano. Il magistrato onesto ed integerrimo ed il costruttore arrogante e senza scrupoli, figlio di quel boom economico degli anni ’60 che aveva portato sì ricchezza, ma spesso l’aveva fatto con furbizie e scorciatoie “all’italiana”, e che avrebbe poi portato l’Italia ad una cementificazione (anche umana) senza precedenti che avrebbe cambiato il volto delle città e degli italiani. Il film si conclude in maniera amara, con un quesito morale la cui risposta viene lasciata alla coscienza dello spettatore.

Nel 1974 Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Stefano Satta Flores, insieme a Stefania Sandrelli, sono i protagonisti del film “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, una riflessione sugli anni che vanno dal dopoguerra ai primi anni ’70, visti attraverso gli occhi di tre amici e di una donna che, a turno, si innamora di ognuno di loro. E’ una commedia dai toni amari, nella quale i tre amici si allontanano pian piano, seguendo ciascuno i propri sogni o le proprie aspirazioni. La pellicola mette in evidenza tutti i cambiamenti avvenuti in Italia in quel trentennio, ed alla fine sancisce la solitudine dell’unico amico che ha seguito la propria sfrenata ambizione ed è diventato ricco, perdendo però i propri ideali ed i propri amici.

Mario Monicelli dirige nel 1975 uno dei capolavori della commedia all’italiana, “Amici miei”. Ideato da Pietro Germi, che si ammalò gravemente prima di iniziare le riprese e che affidò all’amico, prima di morire, il compito di portarlo a termine, è un film corale, interpretato da Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Adolfo Celi e Duilio Del Prete. “Amici miei” è un film divertente e dissacratorio, ma anche amaro e malinconico. E’ la storia di quattro amici di mezza età (a loro se ne aggiungerà poi un quinto, che però non è amico da una vita come loro) che annoiati dal quotidiano e con la voglia di sconfiggere la vecchiaia che avanza e l’idea della morte, si divertono a fare scherzi al prossimo, spesso anche in maniera molto cattiva. E’ un film molto maschile che descrive, seppur ferocemente, l’amicizia tra uomini e quel cameratismo e quella cinica disillusione nei confronti della vita che si instaura tra loro. E’ un film che fa anche molto riflettere. Quando il giornalista (Noiret) torna a casa con una finta gobba (protagonista dell’ennesimo scherzo) e il serissimo figlio lo rimprovera dandogli dell’imbecille, lui rimane lì a chiedersi se l’imbecille fosse lui che prendeva la vita come un gioco, il figlio che la vita la prendeva come una condanna ai lavori forzati o se lo fossero, alla fine dei conti, tutti e due. Quasi a chiedersi se poi, di fronte ad un’esistenza che è solo un momento di passaggio prima dell’inevitabile morte, non fossimo tutti inutili e facessimo cose inutili. Il personaggio più malinconico del film resta quello interpretato da Ugo Tognazzi, nobile decaduto che si è mangiato il patrimonio proprio e quello della moglie, e che ha momenti che mettono addosso un profondo senso di amarezza.

Gli anni di piombo cambiano anche la commedia all’italiana, che diventa man mano più cupa e amara. Non mancano film divertenti, soprattutto ad episodi, nei quali registi ed attori del genere si alternano a descrivere i nuovi costumi derivati dalla rivoluzione sessuale (ma nel film “I nuovi mostri” del 1977 non mancano episodi nei quali si parla tragicamente di terrorismo internazionale e di cittadini giustizieri fai da te), ma i grandi registi alla fine risentono di quel clima e lo riportano nelle loro pellicole. Ne è un esempio “Un borghese piccolo piccolo” del 1977, nel quale Mario Monicelli fa interpretare ad Alberto Sordi uno dei suoi rari personaggi drammatici, un impiegato statale che si vede uccidere il figlio sotto gli occhi e che cercherà poi vendetta nei confronti dell’assassino. Il film nasce come commedia all’italiana, ma prende poi una direzione tragica e violenta.

Dino Risi dirige nel 1978 “Primo amore”, malinconica commedia nella quale Ugo Tognazzi interpreta un vecchio comico di avanspettacolo ricoverato in un ospizio per vecchi attori che non si arrende al passare degli anni e al cambiamento dei gusti del pubblico. Cercherà di tornare all’antica ribalta con una giovane che lavora nella casa di riposo (Ornella Muti) della quale si innamora, ma alla fine, abbandonato, dovrà alzare bandiera bianca e tornare nella casa di riposo attendendo il proprio umano destino. Qui Risi, memore del film “L’angelo azzurro” e del capolavoro di Charlie Chaplin “Luci della ribalta”, costruisce un film che sembra rappresentare la fine di un’epoca, quella del grande cinema del quale lui stesso è stato protagonista, e l’inizio di un’altra, quella della nascita delle televisioni private, che divoreranno come cannibali la prima. La commedia all’italiana si sta avviando ormai verso il tramonto.

Anche Luigi Comencini dirige nel 1979 una pellicola con toni molto amari e drammatici, “L’ingorgo”. Interpretato, tra gli altri, da Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni, il film narra le vicende di una vasta varietà di personaggi rimasta imbrigliata in un grandissimo ingorgo alle porte di Roma. Comencini racconta la miseria e la cattiveria dei vari personaggi in maniera esemplare. Una delle scene più crude è sicuramente quella di una ragazza stuprata da un gruppo di giovani criminali sotto gli occhi di un quartetto di uomini di mezza età che assistono senza intervenire ed anzi commentano l’accaduto come se nulla fosse.

Il periodo della commedia all’italiana, ricco di pellicole indimenticabili, volge al termine. La società è cambiata, è diventata più violenta, cinica e cattiva e forse meno raccontabile attraverso la farsa e l’ironia. Ne resterà una flebile coda negli anni ’80, ma pian piano quel genere che ha accompagnato gli spettatori italiani per un ventennio scomparirà, lasciando spazio ad un altro tipo di cinema. Nuove generazioni si affacciano sul grande schermo per raccontare un’altra Italia.

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