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INTERVISTA AL PROF.-SEN. ALBERTO BAGNAI: DESIDERIO DI UN’ITALIA “SEMPER REFORMANDA”

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Redazione- La redazione è lieta di pubblicare l’intervista al Senatore Bagnai e lo ringrazia sentitamente per aver accettato il nostro invito. Un particolare ringraziamento va alla nostra redattrice Dott.ssa Marta Travaglini per le interessanti interviste svolte per conto del nostro giornale che ricevono un unanime plauso da parte dei Sig.ri lettori:<<

  • Senatore Bagnai, lei è attualmente un Senatore della Repubblica ma, prima di essere un politico, è soprattutto un economista. Quanto, secondo lei, l’economia nel nostro mondo globalizzato influenza l’agire politico?

Non credo che la globalizzazione abbia cambiato di molto le relazioni fra economia e politica. In fondo, basta leggere un qualsiasi romanzo francese del XIX secolo (penso a Stendhal prima ancora che a Balzac) per vedere come anche allora, ben prima della cosiddetta “prima globalizzazione” (quella a cavallo fra XIX e XX secolo), il fulcro dell’attività politica, l’obiettivo da raggiungere e da difendere, fosse individuato nel diritto dei cittadini di indirizzare, attraverso la votazione in Parlamento di una legge di bilancio, l’attività dei governanti (all’epoca, monarchi) in ambito economico. “Voter le budget” per Stendhal è il compito principale delle camere ed è quello che distingue la politica “moderna” (come l’intendeva lui, e in fondo anche noi) dalla monarchia assoluta, dal feudalesimo. Quello che valeva per gli intellettuali della nascente borghesia ottocentesca vale sostanzialmente ancora oggi: l’azione politica, in qualsiasi sfera la si intenda, non può prescindere dal reperimento di risorse e da un ragionamento più o meno condiviso sul loro impiego. Non so se sono un economista prima di essere un politico, ma so che senza economia (cioè senza un minimo di conoscenza delle leggi che governano l’agire economico) non ci può essere buona politica.

  • Sul versante economico, il suo pensiero riguardo la moneta unica si inscrive in una logica euroscettica. Quando si parla di uscita dal sistema euro, la prima obiezione che viene in mente, è quella per il quale una nazione, non essendo più inserita in un sistema sovranazionale (Europa), non sarebbe più in grado, da sola, di essere competitiva a livello globale. Ipotizzando un ritorno alla sovranità monetaria, come potremmo continuare ad essere competitivi?

A differenza di quanto accade in Italia, dove la soffocante cappa del conformismo accademico e mediatico impedisce di affrontare certi argomenti, nel resto d’Europa la domanda sulla convenienza del ritorno alle valute nazionali viene posta e discussa liberamente, il che consente di risponderle nei termini corretti. Ad esempio, sul sito del Ministero delle Finanze olandese una pagina è dedicata a spiegare perché l’Olanda non torna al fiorino. La risposta del governo olandese è limpida e del tutto in linea con le leggi dell’economia: perché il fiorino si rafforzerebbe, quindi i beni olandesi costerebbero troppo per gli acquirenti esteri, le esportazioni olandesi diminuirebbero e l’Olanda perderebbe posti di lavoro. In altre parole, l’uscita dall’euro significherebbe una perdita di competitività per paesi dalla valuta più forte dell’euro. L’euro, in effetti, è stato concepito proprio per impedire a questi paesi di rivalutare, cioè di avere una valuta allineata alla forza produttiva delle rispettive economie. Zavorrato dalle performance legittimamente meno brillanti dei Paesi del Sud, l’euro si trova a essere debole per i paesi del Nord che quindi grazie ad esso ci danneggiano con una concorrenza sleale (affiancandosi a quella fiscale, di cui tutti ora si riempiono la bocca). Ovviamente, quello che vale per l’Olanda (e per la Germania), vale esattamente al contrario per noi. Un economista mediamente attrezzato dal punto di vista culturale non avrà difficoltà a riconoscere che l’euro è una valuta troppo forte per l’Italia. Decine di studi lo dimostrano. Questo significa che se si ragiona in termini di competitività, non è l’uscita dalla moneta unica a creare problemi al nostro Paese, ma la permanenza. Poi, ovviamente, quello della competitività è solo un aspetto del problema, un aspetto importante, ma non l’unico. Tutte queste sono banalità che in un Paese mediamente libero sarebbero tranquillamente affermate e discusse, presupposto essenziale perché fossero anche gestite in modo democratico.

  • Un ulteriore dubbio che sorge quando si parla di uscita dal sistema euro, è quello che riguarda l’inflazione, ovvero, l’incremento dei prezzi conseguente alla maggiore emissione di moneta da parte di uno Stato. Quali sono i meccanismi che intercorrono tra moneta e inflazione? Potrebbe essere questo un limite?

Sinceramente quello dell’inflazione oggi mi sembra l’ultimo dei problemi. Siamo in deflazione, e quello che dovrebbe preoccuparci è la distruzione di capacità produttiva cui stiamo andando incontro (negozi, laboratori, officine, fabbriche che chiudono), più che un ipotetico rischio di inflazione. Peraltro, non si capisce perché l’emissione di moneta dovrebbe generare inflazione solo se questa è una valuta nazionale (per capirci, la lira), ma non se è una valuta sovranazionale come l’euro! La BCE da tempo sta emettendo euro per migliaia di miliardi e l’intera Eurozona resta ben al disotto del valore obiettivo del tasso di inflazione (il 2% annuo). Evidentemente non è la moneta “stampata” a creare inflazione, ma quella spesa. Le politiche di austerità condannano il continente all’asfissia e hanno trasformato una delle zone più prospere del pianeta nel buco nero dell’economia mondiale. L’insofferenza degli Stati Uniti verso un’Europa che frena la crescita mondiale è ormai palpabile e non so quanto a lungo la Germania potrà permettersi di sfidarla.

  • A seguito della situazione emergenziale legata al Covid-19, se in questo momento fosse al posto del Premier Giuseppe Conte, quale proposta farebbe ai paesi membri dell’Unione Europea in merito ai meccanismi di sostegno economico?

Sosterrei la proposta del mio partito, non tanto per mancanza di fantasia, quanto perché è quella di un numero cospicuo di economisti di elevato profilo: finanziare gli interventi per la ripresa monetizzando il debito, cioè collocando presso la BCE titoli a lunghissima scadenza (ipoteticamente, anche titoli perpetui, spesso emessi in caso di eventi bellici), e distribuendo ai vari Stati a fondo perduto le somme raccolte. Questa sarebbe l’unica soluzione che consentirebbe di evitare un’esplosione del debito (senza portare, per i motivi detti sopra, a un’esplosione dell’inflazione). Ma è del tutto evidente che non si vuole percorrere questa strada. Come al solito, le risposte allo shock saranno asimmetriche. Esattamente come nella crisi del 2009 il Nord salvò le sue banche con soldi pubblici, per poi obbligarci a salvare le nostre coi soldi dei risparmiatori (il famoso bail-in), in questa crisi il Nord ci obbligherà a indebitarci, con il recovery fund, per poi salvare le sue economie monetizzando il suo debito (ma non il nostro).

  • Lei è anche professore associato di politica economica all’Università Gabriele d’Annunzio di Pescara. Come vede il futuro dell’istruzione e della ricerca in Italia?

E sono anche diplomato al Conservatorio Luisa d’Annunzio di Pescara, per completare il quadro. Cosa vuole che veda? Quello che vedono tutti. La cultura e la ricerca sono pesantemente sottofinanziate, il COVID ha inferto un altro colpo, stravolgendo le attività didattiche, la “digitalizzazione” nel mondo accademico ha come esito oggettivo quello di aggravare il personale docente di compiti burocratici, come premessa per ridurre il personale amministrativo, in un’ottica di risparmio che non fa risparmiare, il feticismo per gli indicatori quantitativi di valutazione delle attività didattiche e di ricerca (dall’INVALSI all’ANVUR, per chi ha la sfortuna di sapere che cosa siano queste sigle) genera distorsioni, anche e soprattutto di natura ideologica, contro cui pochi colleghi hanno il coraggio di schierarsi apertamente, e così via. Alla radice di questo degrado, oltre a una oggettiva aggressione all’eccellenza del nostro sistema educativo (gli italiani che dirigono dipartimenti di ricerca all’estero per lo più hanno fatto il liceo gentiliano e l’università a ciclo unico: vediamo se i figli del tre più due uguale zero riusciranno a raggiungere risultati confrontabili), si trova una radicale ipocrisia: quella di considerare contabilmente consumo (e quindi spreco, nella mente dei burocrati di Bruxelles ma anche di tanti folkloristici politici nostrani) la spesa per istruzione, che è, necessariamente, soprattutto spesa per gli insegnanti. Sarebbe il caso di considerare la spesa per l’adeguamento dei ruoli e delle remunerazioni per quello che è: investimento in capitale umano, e di defalcarla dal calcolo delle regole europee (se proprio non le si volesse mettere al loro posto: la pattumiera della Storia). Ma il cammino verso il buonsenso,

che è fatto anche di difesa della nostra cultura e della nostra identità, è ancora lungo>>.

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