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IL RACCONTO DEI MITI OVIDIANI DELLE METAMORFOSI : UNA GEOGRAFIA DELLA NOSTRA ANIMA ANCORA VIVA E ATTUALE – DI VALTER MARCONE

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Redazione- Giuseppe Conte, omonimo dell’altro più famoso per le vicende dei governo gialloverde e giallorosso indicati come Conte uno e Conte due e per la trasformazione del Movimento Cinque stelle in occasione delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 ,è scrittore e poeta, uno straordinario narratore di miti,

Giuseppe Conte nato ad Imperia nel 1945 ha pubblicato libri in versi come L’ Oceano e il Ragazzo e Ferite e rifioriture (Premio Viareggio), oggi raccolti nell’Oscar Poesie 1983-2015, saggi e libri di viaggio tra cui Terre del mito, e romanzi: da Primavera incendiata a Fedeli d’amore, da Il terzo ufficiale (Premio Hemingway) a La casa delle onde (finalista al Premio Strega) e a L’ adultera (Premio Manzoni). Nel 2018 esce per Giunti il romanzo Sesso e apocalisse a Istanbul, nel 2019 I senza cuore, nel 2021 Dante in Love. Traduttore di Shelley, Whitman e D.H. Lawrence, grande viaggiatore, cultore appassionato del mito, è impegnato da decenni nella difesa della natura e nel confronto con il pensiero dell’Oriente e dei mistici dell’Islam. Ha tenuto letture e conferenze in trentatré Paesi del mondo. Ha vissuto per lunghi anni in Francia. Attualmente abita in Riviera.

Nel risvolto di copertina del suo ultimo libro pubblicato per Giunti “Il mito greco e la manutenzione dell’anima si legge : “ Nel libro che vi accingete a leggere, le figure del mito greco sono interpretate in un modo che le connette inscindibilmente all’anima. Divinità ed eroi vengono presentati come raffigurazioni, immaginose e mutevoli, dei flussi di energia che percorrono l’anima umana. Flussi che la sommuovono, che si agitano, vorticosi come in una tempesta dentro di lei, o vi riposano con un sonno leggero e inquieto, pronto a ridestarsi. Dobbiamo immaginare che l’anima è questo movimento dentro di noi. Il termine greco “psiche” designa innanzitutto uno spirare d’aria, un soffio, un vento, per poi passare a indicare il principio vitale e, infine, le ombre dei trapassati. Il termine racchiude la gamma dei diversi e contraddittori aspetti che contraddistinguono nel bene e nel male la natura umana e la diversificano da quella di tutti gli altri esseri della terra.I Greci sentivano nell’anima dei mortali la discesa, la visitazione di Zeus ed Era, Atena e Afrodite, Apollo e Dioniso, vi vedevano la ferocia guerriera, l’amicizia amorosa, il furore e la pietà finale di Achille, il sacrificio di Ettore, la futilità di Paride, la bellezza rovinosa di Elena, la dolcezza di Andromaca… Nelle figure del mito greco, in cui divinità e pienezza della vita sono un’unica cosa e in cui convivono inseparabili il piano materiale e quello spirituale, vengono divinizzate tutte le componenti di cui consta la natura umana: gli istinti, le passioni, le follie, le attitudini. Queste componenti esistono ancora oggi ed esserne consapevoli ci farà del bene. Nei protagonisti del mito greco ogni lettore ritroverà pezzi della propria anima e, prendendone consapevolezza, potrà provvedere alla loro manutenzione. Ognuno potrà, leggendo, capire se la propria predisposizione è orientata da Apollo o da Dioniso, da Achille o da Ulisse, da Eracle o da Prometeo.” Un discorso sul mito che continua così : “ Impareremo a riconoscere se siamo abitati da chiarezza razionale o da impulsi estatici, da istinti guerrieri o esplorativi, se siamo mossi dal desiderio di sottometterci a fatiche e di accendere fuochi per domare i metalli o dal piacere di plasmare esseri a nostra somiglianza. Le lettrici vedranno figure maschili entrare nella composizione del proprio spirito e i lettori scopriranno figure femminili guidare il loro agire. Una corretta manutenzione dell’anima farà sì che ognuno di noi individui innanzitutto ciò che lo rende umano e lo indirizza verso la propria personale felicità.”

Ho ricordato al lettore questo ultimo libro di Conte perchè nel leggere questa sua frase : ““Se sai riconoscere i miti che stai vivendo, è già oltre il pericolo di tracollare,che tu lo sappia o no”, si muovono “sulla scena della tua anima”, ho pensato immediatamente ad un altro straordinario libro che sono le Metamorfosi di Ovidio. Un libro che mi accompagna da tempo non solo perchè il suo autore è conterraneo ma perchè i miti che Ovidio racconta fanno parte della geografia dell’anima , quella di oggi, della nostra anima e della nostra condizione .

Ovidio un uomo capace di scrivere, tra tutti gli altri, versi come questi :

“Barbarus hic ego sum

qui non intellegor ulli, […]”

[Tristia, V. 10. 37-38].

Versi fulminanti. “Qui il barbaro sono io, che nessuno capisce …”

Il tenerorum lusor amorum, il poeta della raffinatezza, si definisce un barbaro tra i Geti? Quanta consapevolezza della relatività delle umane condizioni!

La condizione dell’uomo di fronte al mito è condizione della natura umana. Ma proviamo a definire il mito . Secondo il dizionario Treccani il mito è : “Narrazione fantastica tramandata oralmente o in forma scritta, con valore spesso religioso e comunque simbolico, di gesta compiute da figure divine o da antenati (esseri mitici) che per un popolo, una cultura o una civiltà costituisce una spiegazione sia di fenomeni naturali sia dell’esperienza trascendentale, il fondamento del sistema sociale o la giustificazione del significato sacrale che si attribuisce a fatti o a personaggi storici; con lo stesso termine si intende anche ciascuno dei temi della narrazione mitica in quanto trattati ed eventualmente rielaborati in opere letterarie o filosofiche (per Platone, rappresentazione verosimile, in forma di allegoria, di realtà inattingibili da parte della ragione): i m. della genesi del mondo e dell’uomo; il crearsi, il diffondersi di un m.; i m. greci, romani, orientali; il m. di Prometeo, di Teseo e Arianna; il m. della spedizione degli Argonauti può essere interpretato come allegoria delle antiche navigazioni; il m. della reincarnazione in Platone. In quanto fenomeno antropologico il mito, a partire dal sec. 19°, è stato oggetto di teorie che lo hanno interpretato, volta a volta, come espressione di una fase dello sviluppo storico della comunicazione umana, come testimonianza di esperienze e pratiche primitive ritenute comuni a tutti i popoli, o, più recentemente, come l’espressione simbolica di credenze e comportamenti tradizionali, radicati nelle strutture profonde della psiche (e dunque essenzialmente universali, al di là delle differenze di forma) oppure prodotti di condizioni socio-economiche storicamente determinate e allo stesso tempo strumenti di coesione ideologica e di conservazione sociale. 2. estens. a. Idealizzazione di un evento o personaggio storico che assume, nella coscienza dei posteri o anche dei contemporanei, carattere e proporzione quasi leggendarî, esercitando un forte potere di attrazione sulla fantasia e sul sentimento di un popolo o di un’età: il m. di Cesare; il m. di Roma nel medioevo; il m. napoleonico; fare un m. di qualcuno o di qualche cosa; anche, di personaggi o eventi (reali o no) che, amplificati dall’immaginazione popolare, diventano simboli di comportamenti o di atteggiamenti umani attraverso la mediazione letteraria: il m. di Faust; il m. di Don Giovanni; il m. della corsa all’oro nel Nordamerica; oppure, più recentemente, di personaggi dello spettacolo o dello sport che, per la grande popolarità raggiunta, siano diventati degli idoli per le folle: il m. di Rodolfo Valentino, della divina Greta Garbo; il m. della Callas; il m. di Coppi nella storia del ciclismo; diventare un m. dell’atletica; la fine di un m., l’inizio del tramonto di un atleta, quando perde la sua invincibilità. b. Con sign. affine, idoleggiamento di un personaggio, o di un momento storico, nel quale si riflettono il gusto e la sensibilità di un’epoca: il m. di Virgilio nel medioevo, e il m. del medioevo nel Romanticismo. c. Motivo ideale o trasfigurazione della fantasia che assume particolare importanza e ricorre frequente nell’opera di un autore o caratterizza il gusto di un ambiente culturale: il m. della donna angelicata nello stilnovismo; il m. della bellezza nei lirici del Cinquecento; il m. rousseauiano del «buon selvaggio»; il m. del «fanciullino» nel Pascoli; il m. del superuomo in D’Annunzio.

Mito condizione della natura umana dicevo. Ecco perchè pensando alle Metamorfosi estrapolo la parte più interessante della definizione che ho trascritto dalla Treccani : “gesta compiute da figure divine o da antenati (esseri mitici) che per un popolo, una cultura o una civiltà costituisce una spiegazione sia di fenomeni naturali sia dell’esperienza trascendentale, il fondamento del sistema sociale o la giustificazione del significato sacrale che si attribuisce a fatti o a personaggi storici”.

Tenterò dunque di proporre in queste pagine con questa riflessione e con le successive le gesta divine raccontate da Ovidio che ci interessano e ci intrigano ancora oggi.

Ma che cosa sono le Metamorfosi di Ovidio

Tra il 2 e l’ 8 d.C. escono 15 libri riguardanti le metamorfosi, composto in esametri e consta di 12.000 versi, raggruppati in 256 favole metamorfiche disposte secondo un ordine cronologico. Genere letterario di maggior impegno, il suo modello è il “poema collettivo”, libro fatto da una serie di storie indipendenti tra loro ma accomunate da un solo tema. Ovidio vuole fare di questa opera una summa di tutta la letteratura latina. Ecco perchè si trovano spesso le fonti della memoria poetica ,in modo distaccato. D’alatyra parte sono storie di amori infelici , difficili ,impuri . La narrazione poi ha dello spettacolare perchè appunto mette l’accento sul momento della trasformazione .Gli altri temi tra inganni ,travestimenti, ombre , risentono spesso di una tristezza patetica che sfiora un sentimento mortale.

Ovidio in quattro versi spiega la sua ispirazione

In nova corpora fert mutatas dicere formas

corpora; di, coeptis (nam vos mutatis et illas)

adspirate meis primaque ab origine mundi

ad mea perpetuum deducite tempora carmen.

L’ispirazione mi spinge a cantare di forme tamutate

in nuovi corpi; ispirate, o dei, l’opera intrapresa ( anche voi infatti

avete presieduto a quelle metamorfosi) e guidate a un canto continuo

dalla prima origine del mondo fino ai giorni miei.

Ovidio in soli quattro versi sintetizza l’argomento della sua poesia (mutatas formas, ovvero le metamorfosi), presenta i protagonisti principali della sua opera, gli dei, cui rivolge l’invocazione, e indica il modello di poesia prescelto, la forma del poema( perpetuum carmen), che si sviluppa dal tempo della mitologia a quello della storia( primaque ab origine mundi ad mea….tempora).

L’atto della metamorfosi, minuziosamente descritta nel suo realizzarsi : esseri umani possono diventare animali, vegetali, oggetti di natura (alberi, fiori);animali superiori e inferiori ( ragno, cigno, serpente, oppure dei);esseri umani si possono mutare in mostri e in esseri inanimati (statueTrasformazioni che avvengono parzialmente;sono presenti anche delle resurrezioni

Ovidio fa frequentemente ricorso alla tecnica, già alessandrina, del racconto a incastro, che gli permette di evitare la pura successione elencativa delle varie vicende, incastrandosi una o più, all’interno di un’altra, usata come cornice. Con il risultatao che spesso i personaggi si impadroniscono della narrazione.

Dunque la narrazione dei miti. Comincio con Deucalione e Pirra in un momento in cui si parla tanto di cambiamenti ambientali che potrebbero sfiorare appunto la tragedia .I cambiamenti climatici sono attuali. E saranno sempre più presenti nelle nostre vite, in futuro. Anche se agiremo in modo concreto per diminuire le emissioni di gas ad effetto serra. Il processo avviato, infatti, è ormai in buona parte irreversibile. Ormai da decenni la comunità scientifica, anche avvalendosi di modelli matematici sempre più accurati, ha descritto come il clima del Pianeta stia cambiando in modo preoccupante e come le responsabilità di questi cambiamenti sia delle attività umane, a cominciare dall’uso massiccio dei combustibili fossili. Di fronte a questa situazione probabilmente si potrà evitare appunto il “diluvio” la scomparsa del genere umano adottando adottando una nuova impostazione dell’economia, sostenibile, equa e non fondata sul carbonio di origine fossile entro il 2050, in grado di resistere a quel livello di cambiamento climatico che non siamo più in grado di evitare. E solo per citare alcune proposte ricordo che il WWF (1)“ afferma : “ Per questo siamo impegnati per raggiungere un nuovo accordo globale a livello internazionale, efficace, giusto e legalmente vincolante. Proponiamo al governo nazionale la promozione di strategie e percorsi con obiettivi e tappe precise per arrivare all’azzeramento delle emissioni prima della metà del secolo, costruendo una transizione all’economia del futuro.

Promuoviamo l’efficienza energetica per ridurre le emissioni di CO2 e la conversione della produzione energetica verso le fonti energetiche rinnovabili, come l’energia solare ed eolica. Proponiamo lo sviluppo di strategie di adattamento al cambiamento climatico per salvaguardare le persone e gli ecosistemi a rischio.

Probabilmente il mito di Deucalione e Pirra ci ricorda tutto questo ma ci da anche una speranza : le pietre nascoste nel grembo della terra vengono paragonate allegoricamente alla struttura scheletrica dell’essere umano.
Le pietre sono dunque le ossa nascoste e segrete della madre terra, ed esse sono interrate perché rappresentano radici di vita, semi della creazione divina.
La pietra, considerata simbolo del microcosmo, rappresenterebbe pertanto il nucleo più profondo dell’essere umano e, in qualche modo, anche la sua essenza più nascosta, la sua natura occulta potremmo dire.

Ecco come racconta Ovidio questo mito : “La Focide separa gli Aoni dalla regione dell’Eeta: terra fertile, finché fu terra, ma in quel tempo [dopo il diluvio] tratto di mare e vasta distesa d’acque sommersa all’improvviso. Lì alto si leva un monte con due cime verso le stelle: si chiama Parnaso, e le sue vette sovrastano le nuvole. Fu in questo luogo (l’unico non sommerso) che Deucalione approdò, portato da una piccola barca, con la sua compagna, e subito invocarono le ninfe coricie, gli dèi dei monti e Temi, che predice il destino e che a quel tempo era signora dell’oracolo.

Mai ci fu uomo migliore di lui e più amante di giustizia, mai ci fu donna più timorata di lei. E Giove, quando vide il mondo ridotto a una palude d’acque stagnanti, e che di tante migliaia d’uomini che c’erano poco prima rimaneva un solo superstite, e che di tante migliaia di donne non era scampata che quella sola – due esseri innocenti, due esseri devoti agli dèi – squarciò le nubi e, dispersi col vento i nembi, mostrò di nuovo al cielo la terra e alla terra il cielo.

Si placò la furia del mare e, deposto il suo tridente, il dio del pelago rabbonì le acque, chiamò l’azzurro Tritone, che subito si sporse fuori dai gorghi con le spalle incrostate di conchiglie, e gli ordinò di soffiare nel suo corno sonoro, perché a quel segnale rientrassero flutti e fiumi. E quello prese la sua buccina cava e ritorta, che dalla punta si allarga in su a spirale, la buccina che, se le si dà fiato in mezzo al mare, riempie della sua voce le coste da levante a ponente.

Anche allora, com’egli la portò alla bocca gocciolante tra la barba madida e, soffiando a comando, suonò la ritirata, l’udirono tutte le acque del mare e della terraferma, e tutte, udendola, rientrarono nei loro confini.
Calano i fiumi e rispuntare si vedono i colli, il mare riacquista un lido e gli alvei raccolgono i torrenti in piena; emerge la terra, ricresce il suolo col decrescere delle acque, e dopo giorni e giorni mostrano le loro cime spoglie i boschi, coi rami ancora coperti da residui di fango.

Il mondo era tornato come prima. E Deucalione, quando lo vide deserto, nel cupo silenzio che regnava nelle distese desolate, così parlò a Pirra a stento trattenendo le lacrime: «O sorella, o sposa, unica donna superstite, che con me dividi la stirpe e l’origine di famiglia, nonché il letto nuziale, e che ora con me condividi gli stessi pericoli, di tutte le terre che si estendono da levante a ponente noi due soli siamo tutta la popolazione: il resto se l’è preso il mare. E ancora non possiamo stare del tutto tranquilli per la nostra vita; ci sono ancora quelle nuvole lassù a farci paura. Quale sarebbe ora l’animo tuo, se fossi scampata alla morte senza di me? Come potresti sopportare ora da sola la paura? E chi mai ti consolerebbe mentre sfoghi il tuo dolore? Di sicuro t’avrei seguito, o sposa: se il mare t’avesse inghiottito, credimi, il mare avrebbe inghiottito anche me. Oh, se avessi l’arte di mio padre di rifare i popoli e, plasmando la terra, d’infondervi la vita! Ora il genere mortale è ridotto a noi due soli (questo è stato il volere degli dei) e noi restiamo gli unici esemplari».

Così disse, e scoppiarono a piangere. Decisero di invocare il nume celeste e di chiedere aiuto ai sacri oracoli. Senza indugio si accostarono insieme alla corrente del Cefiso, che, se pur non ancora limpida, già rifluiva nel suo letto usuale. Attinta un po’ d’acqua, se la spruzzarono sulle vesti e sul capo; quindi volsero i passi verso il santuario della dea, scolorito e deturpato sino in cima dal muschio e privo di qualsiasi fuoco sugli altari.
Giunti ai gradini del tempio, si prostrarono entrambi sino a terra, baciarono intimoriti la pietra gelida e dissero: «Se a preghiere devote, le divinità si rabboniscono, se l’ira degli dèi si placa, rivelaci, o Temi, con quale arte si possa rimediare alla rovina della nostra stirpe e soccorri, tu così mite, il mondo sommerso».

Al che la dea si commosse e diede questo responso: «Andando via dal tempio
velatevi il capo, slacciatevi le vesti e gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre».
Rimasero a lungo ammutoliti dallo stupore, finché Pirra ruppe per prima il silenzio, dicendo che si rifiutava di obbedire a quegli ordini della dea, e pregando con voce tremante la dea di perdonarla, ma aveva paura di offendere l’ombra di sua madre, disperdendone le ossa.
E ripeterono a mente, ma sempre rimanendone all’oscuro, le impenetrabili parole del responso e continuarono a rimuginarle, finché a un tratto Deucalione, figlio di Prometeo, rasserenò la sposa, figlia di Epimeteo, con queste pacate parole: «O io m’inganno, o giusto è l’oracolo e non c’induce in sacrilegio. La grande madre è la terra; per ossa credo intenda le pietre del suo corpo: sono queste che dobbiamo gettarci dietro le spalle».

La figlia del Titano rimase scossa dall’interpretazione del marito, e tuttavia non osavano sperare, tanto incredibile sembrava a entrambi il consiglio divino. Ma che male c’era a tentare?
S’incamminarono dunque, si velarono il capo, si slacciarono le vesti e, ubbidendo al responso, lanciarono dei sassi all’indietro sulle loro stesse tracce. E i sassi (chi lo crederebbe se non l’attestasse l’antichità della tradizione?) cominciarono a perdere la loro rigida durezza, ad ammorbidirsi a poco a poco e, ammorbiditi, a prendere forma. Poi, quando crebbero e più duttile si fece la natura loro, fu possibile intravedervi delle forme umane, ancora vaghe, come se fossero abbozzate nel marmo, in tutto simili a statue appena iniziate. Indi, però, se in loro v’era una parte umida di qualche umore o di terriccio, questa passò a fungere da corpo; ciò che era solido e impossibile a piegarsi, si mutò in ossa; quelle che erano vene, rimasero con lo stesso nome. E in breve tempo, per volere degli dèi, i sassi scagliati dalla mano dell’uomo assunsero l’aspetto di uomini, mentre dai lanci della donna rinacque la donna. Per questo siamo una razza dura e rotta alle fatiche, e diamo prova di che origine siamo.

(Ovidio, Metamorfosi, 1: 313-415)

Quello del Diluvio è un racconto mitologico comune a molte culture. Esistono diverse varianti del mito, ma ciò che le accomuna è il racconto di un’apocalittica inondazione che sarebbe stata inviata da Dio per punire l’umanità.
Il tema centrale del diluvio lo ritroviamo in Nord Europa, in Medio Oriente, in Asia, nel continente americano e persino in Oceania, tanto da ipotizzare che una catastrofica inondazione sia realmente avvenuta sulla terra in tempi molto remoti.
Il noto racconto biblico dell’ Arca di Noè, insieme a quello sumero cui fa riferimento l’Epopea di Gilgamesh, sono forse tra i più popolari testi relativi al diluvio universale.

La metamorfosi delle pietre che diventano carne, è descritta da Ovidio con suggestive parole,tanto che essere della stessa sostanza del mondo minerale ci avrebbe resi avvezzi alle fatiche, spiega Ovidio. Per questo saremmo diventati gente dura, conferma anche Pindaro, il quale chiamò addirittura la nuova stirpe “gente di roccia”: “Pýrrha e Deukalíon scesi dal Parnassós, posero casa dapprima, e fondarono senza connubio un popolo unito, una stirpe rocciosa, gente dal nome di pietra” (Pindaro, Olimpiche, IX, 5) (2)

Scrive Antonella Bazzoli (3):” Interessante è notare che le pietre nascoste nel grembo della terra vengono paragonate allegoricamente alla struttura scheletrica dell’essere umano.
Le pietre sono dunque le ossa nascoste e segrete della madre terra, ed esse sono interrate perché rappresentano radici di vita, semi della creazione divina.
La pietra, considerata simbolo del microcosmo, rappresenterebbe pertanto il nucleo più profondo dell’essere umano e, in qualche modo, anche la sua essenza più nascosta, la sua natura occulta potremmo dire.
Come attributo della Grande Madre, inoltre, la pietra può essere accostata metaforicamente al simbolismo della caverna e del grembo materno, simbolo della natura femminile fertile, ricettiva e feconda.
Tuttavia la pietra non può essere ritenuta solo simbolo femminile, a mio avviso. Essa infatti fu spesso venerata anche come simbolo celeste, ad indicare la casa di Dio.
Per comprendere questo ulteriore aspetto simbolico che lega la pietra al Padre divino, pensiamo al sogno di Giacobbe nel Vecchio Testamento. Qui la pietra su cui il profeta poggiò la testa mentre dormiva e sognava, rappresenta un luogo sacro e numinoso, sede della presenza divina:  «E come Giacobbe si fu svegliato dal sonno, disse: – Certo, Dio è in questo luogo e non lo sapevo! Ed ebbe paura e disse: – Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo! E Giacobbe si levò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva posto come capezzale, la eresse in monumento, e versò dell’olio sulla sommità di essa” (Genesi, 28, 11-18).

Bibliografia:

Panofsky E., Rinascimento e Rinascenze nell’arte occidentale, Einaudi, Torino 1971

Borghini A., Dietro le spalle: sul significato del lancio delle pietre nel mito di Deucalione e Pirra, in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 1983, 10.11

Linant de Bellefonds P., ad vocem Deukalion, in Lexicon Iconographicum Mythologiae classicae, Zurigo-Monaco 1986

Seznec J., La sopravvivenza degli antichi dei, Bollati Boringhieri,Torino 1990

Warburg A., Scambi di civiltà artistica fra nord e sud nel secolo XV, in La rinascita del paganesimo antico, La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 173-178

Guthmüller B., Mito, Poesia, Arte. Saggi sulla tradizione ovidiana nel Rinascimenro, Bulzoni, Roma 1997

Arcangelo M., ad vocem Deucalione, in Dizionario Enciclopedico del Medioevo, Città nuova, Roma 1998, pp. 1189- 1199

Cieri Via C., L’arte delle Metamorfosi, Lithos, Roma 2003

(1) (https://www.wwf.it/cosa-facciamo/clima/cambiamenti-climatici/)

(2)Fonti a cura di Agnese Altana da http://www.iconos.it/le-metamorfosi-di-ovidio/libro-i/deucalione-e-pirra/fonti-rinascimentali/

Fonti classiche

Esiodo, Catalogo delle donne, Fragm. 84 .Pindaro, Olimpiche, IX, 40-46 ,Pindaro, Olimpiche, IX, 51-60, Tucidide, Le Storie, I, 3, 2 ,Platone, Timeo, III, 22 , Aristotele, Metereologicorum, I, XIV, 352, 35° ,Apollonio Rodio, Le Argonautiche, III, 1087, Scolio al v. 1087 di Apollonio Rodio, Apollodoro, Biblioteca, I, 7.2 ,Virgilio, Georgiche, I, 60-63 ,Ovidio, Le Metamorfosi, I, 240-415,Ovidio, I Fasti, IV, 791-794 ,Plutarco, Pirro, I, 1,Giovenale, Satire, I, 81-84 Igino, I Miti, 153,Luciano, Dialoghi, 2 (39) Luciano, Dialoghi, 5 (3),Luciano, Della Dea Syria, 10-28,Clemente Alessandrino, Stromati, I, 21, 102.3 ,Pausania, Guida della Grecia, I, 18, 8, L’Attica,L. Coelii

Lactantii, Firmiani Divinarum Institutionum libri IV, II ,Orosio, Le Storie contro i pagani, I, 9,

1,Nonno di Panopoli, Le Dionisiache, III, 209-214 ; XV, 298

Giovanni de’ Bonsignori, Ovidio Metamorphoseos vulgare, Lib. I, cap. XIX-XXIV

Fonti medioevali

Isidori Hispalensis Episcopi, Etymologiarum sive originum, XIII, 1.Mythographus Vaticanus I, 189

Mythographus Vaticanus II, 73,Arnolfo d’Orleans, Allegoriae super Ovidii Metamorphosen, I, 7

Giovanni di Garlandia, Intergumenta Ovidii, I, 87-90 ,Guillaume de Lorris- Jean de Meun, Le Roman De <st1:personname productid=”La Rose” w:st=”on”>La Rose</st1:personname>, tomo 2, vv.17568-17612,Giovanni del Virgilio, Allegorie Librorum Ovidii  Metamorphoseos a magistro Johanne de Virgilio prosaice ac metrice compilate, I, 7,Ovide Moralisé, I, vv. 1945-2118 e vv. 2139-2158,Arrigo Simintendi, I primi V libri delle Metamorfosi di Ovidio volgarizzate da Ser Arrigo Simintendi da Prato, Libro primo,Petrus Berchorius, Ovidius Moralizatus, II, VI

Giovanni Boccaccio,Genealogie Deorum Gentilium, IV,Giovanni Boccaccio,Allegoria mitologica, I

Fonti rinascimentali

Niccolò degli Agostini, Tutti li libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral in verso vulgar con le sue allegorie in prosa, Venezia 1522, Libro I

Gregorio Giraldi, De Deis gentium varia et Multiplex Historia, Libris Syntagmatibus XVII, Basilea 1548, Sintagma IIII, 136

Lodovico Dolce, Le Trasformazioni, Venezia 1553, Canto II

Bernard Salomon, <st1:personname productid=”La Metamorphose” w:st=”on”>La Metamorphose</st1:personname> d’Ovide figurée, Lione 1557

Gabriele Simeoni, La vita et metamorfoseo d’Ovidio figurato et abbreviato in forma d’epigrammi, Lione 1559, 9-10-11

M. Antonii Tritonii Utinensis, Mytologia in qua haec continentur. Bohniae, Ex Officina Alexandri Benacij, & Ioannis Rubei Sociorum. 1560. I, 7; fab, 4

Giovanni Andrea Dell’Anguillara, Le Metamorfosi d’Ovidio ridotte in ottava rima, Per Giovanni Griffio, Venetia, 1563. Lib. I

Giuseppe Horologgi, Le Metamorfosi di Ovidio, ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, Venezia 1563, lib. I

Natale Conti, Mytologiae sive explicationis fabularum. Libri decem. Aldo Manuzio, Venezia, 1568, Liber octavus, 259-261 Cap. XVII

M. Francesco Sansovino, Le antichità di Beroso Caldeo Sacerdote. Et d’altri scrittori, così Hebrei, come Greci et Latini, che trattano delle stesse materie, Tradotte e dichiarate da M. Francesco Sansovino. In Vinegia, presso Altobello Salicato,  1583, lib. I

(3)inserito in Asherah, Racconti di Evus, Reportage http://www.evus.it/it/index.php/news/reportage/nati-dalle-ossa-della-grande-madre/

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