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GIOSUE’ CARDUCCI (SECONDA PARTE)

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Redazione- Si laureò nel 1856 alla Scuola Normale di Pisa. Insegnò subito dopo a San Miniato.Nel 1859 sposò Elvira Menicucci, dalla quale ebbe quattro figli: Dante, Bice, Laura e Libertà.  L’anno dopo Terenzio Mamiani, ministro dell’Istruzione,  gli conferì  la cattedra di Letteratura Italiana presso l’Università di Bologna. La morte del fratello Dante, suicida, e poi del padre costrinsero Carducci a provvedere al mantenimento della madre e del giovanissimo fratello Valfredo e a dedicarsi esclusivamente all’insegnamento e alla poesia. In questo periodo compose le liriche comprese in “Levia gravia” (1861 – 1871) e in “Giambi ed epodi” (1867 – 1872).

La libertà della quale Carducci fu religioso cultore era, innanzi tutto, una libertà di pensiero, di temperamento, un’insofferenza verso ogni forma di costrizione. Per questo si trovò non di rado sotto processo. A San Miniato fu «sottoposto a seria e autorevole ammonizione», invitato «a comportarsi d’ora in avanti nei luoghi pubblici in quel modo prudente e tranquillo come deve un buon cittadino e come più specialmente si esige nella posizione sociale, in cui egli è costituito».  Veniva inoltre accusato di essere «indifferente in fatto di religione», con un’accusa che, nella Toscana granducale, poteva condurre lontano, perfino all’esclusione dall’insegnamento. A chi, come Pietro Fanfani, lo accusava di essere un «giovine di 21 anno che non fa professione d’anacoreta», rispondeva sdegnato:  «Da codesta frase  così industremente disposta, così industremente colorita, traluce un non so che di orge, di bische, di lupanari. Sappi dunque che un giovine dal Real Governo reputato a 18 anni per non indegno di esser tenuto a studio di filosofia e di filologia, e a 21 dichiarato idoneo a insegnar greco, latino, toscano e filosofia e storia, ne’ biliardi e nelle osterie e ne’ bordelli non può aver conversato gran tempo. E il Carducci come cittadino non ha adulato mai nessun partito, ma neppur mai ha barattato bandiera, come non si è mai strisciato a nessun potente per fame o di nomea o di pane, benché neppur questo egli abbia sicuro, egli miserabile ma libero e sincero uomo. E basta: ché mi pesa parlar più oltre di me: ma talvolta dalla bassezza di chi ti circonda sei costretto a  farti basso anche tu».

A Bologna, per le sue posizioni politiche,  venne minacciato dal Ministro della Pubblica Istruzione di trasferimento a Napoli, a insegnarvi latino.

Dopo la nomina all’Università di Bologna il giovane professore si trasferì (1860) con la madre e con la moglie nella città che più di ogni altra avrebbe amato e nella quale avrebbe vissuto, come scriverà ad Adriano Lemmi molti anni più tardi, “la vita vera“.

Per Carducci iniziò una nuova stagione, ove, con crescente autorevolezza, si affermò il suo ruolo di poeta, di educatore e costruttore dell’identità nazionale.  Nel frattempo, amicizie e affetti si intrecciarono agli studi e alla passione politica, si ché di questa e di quelli sostennero lo slancio e ne resero il fervore con una nota di schietta umanità.

Nel maggio del 1860 mille giovani patrioti guidati dal Generale Garibaldi compirono la grande impresa: la spedizione dei Mille. Anche Giosuè partecipò alla lotta, impugnando la più efficace delle sue armi: la poesia. Al poeta però sarebbe sempre restato un rimpianto: «Oh se le sventure non coglievano la mia famiglia anzi tempo, ed avessi potuto fare anch’io qualche cosa (e non solo scribacchiare!) sarei stato più contento più gioioso e anche avrei potuto far meglio in letteratura; perché la vita vien solamente dall’opera, dall’opera ardente e dal pericolo e dal contrasto. In questa vita che meno ora tutto è gelo, gelo la cattedra, e gelo l’uditorio, gelo io stesso. Al diavolo!»

Ferdinando Cristiani, garibaldino e suo grande amico, così gli scriveva il 23 agosto 1860: “Caro Giosuè, due sole parole per significarti che questa mattina alle ore 5 sono arrivato a Palermo. Domani parto alla volta di Milazzo dove appena giunto sarò alle fucilate. Dunque se fra un mese almeno non vedi più mie lettere sai quello che mi sarà toccato. Dunque abbiti  mille e mille baci. Se tu vedessi, caro Giosuè, che spettacolo sublime è il vedere migliaia e migliaia di scelti giovani con le loro bluse scarlatte, cappello alla calabrese, percorrere giulivi e festanti le vie di Palermo. Evviva dunque il prode Generale, unico e vero salvatore d’Italia.”

All’indomani dell’Unità d’Italia, la classe dirigente, e con essa la Monarchia costituzionale, apparvero a Carducci inadeguate al loro  compito storico e, peggio, assoggettate alla Chiesa.  A Roma, contro Pio IX non si poteva andare «che con la rivoluzione».

L’Italia che Carducci aveva sognato era niente senza Roma capitale; e la politica conservatrice della Destra accendeva nuove ire e nuovi sdegni. A Goffredo Mameli, morto per la Repubblica romana del 1849, Carducci dedicò alcune tra le pagine più commosse e appassionate, facendone il primo esempio di culto laico della Terza Italia, per un Risorgimento che fosse vissuto come religione civile: “Tu cadevi, o Mameli, con la pupilla cerula fissa a gli aperti cieli, tra un inno e una battaglia cadevi;  e come un fior ti rideva da l’anima la fede, allor che il bello e biondo capo languido chinavi, e te, fratello,copriva l’ombra siderea di Roma e i tre color.

Carducci,  propugnatore dell’ideale repubblicano, dava certo fastidio alla classe politica dirigente. Quando, nel 1867-68, dopo l’orrore di Mentana, Carducci si espose sempre più politicamente, finì col subire procedimenti disciplinari. La Prefettura lo teneva sotto osservazione, ed esprimeva al Ministro il parere che egli dovesse essere allontanato da Bologna. Ma Giosuè non si lasciò intimidire, né fu disposto a scendere a compromessi.

Nella poesia Enotrio cantò il ventennale  dell’8 agosto 1848: «La santa Libertà non è fanciulla da poco rame […]Marchesa ella non è che in danza scocchi da’ tondeggianti membri agil diletto,il cui busto offre il seno ed offron occhi tremuli il letto …».

Il 1870, per Carducci, non fu solo l’anno della redenzione di Roma, ma anche l’anno dei lutti familiari: il 3 febbraio moriva Ildegonda Celli, la madre. Giosuè ne patì al punto che non ne scrisse neppure un verso. Venne poi l’autunno, e il 9 novembre vi fu un altro dolore: il più grande della sua vita. I medici avevano fatto di tutto, ma non riuscirono a salvare il piccolo Dante, il figlioletto, che, caduto «in un sopore quasi brutale, rotto di quando di quando dalle smanie della febbre e da qualche intervallo di conoscenza in cui chiamava la mamma», lo lasciava per sempre. Ma occorreva riprendere il lavoro, e continuare a battersi per  «le grandi irradiazioni delle idee che gli uomini savi chiamano utopie».

Dopo la morte di Dante, Giosuè mostrò segni di insofferenza e irrequietezza: la tragedia portò con sé la necessità dell’oblio. Una nuova e inaspettata primavera gli fu offerta, nel corso del 1871, dall’irruzione nella sua vita di Carolina Cristofori Piva (Lidia), moglie di un ufficiale in congedo dall’esercito regio, già garibaldino. Con lei Carducci avviò un colloquio epistolare tra i più celebri e suggestivi dell’Ottocento. E la svolta contagiò anche la poesia: l’esperienza barbara,  vera e propria rivoluzione nella tradizione metrica e poetica italiana, per l’allargamento a territori esistenziali e letterari mai esplorati prima, per le suggestioni wagneriane.

Il tempo dei privilegi è passato…  8 agosto 1873: il democratico Carducci, per l’anniversario della cacciata degli Austriaci da quella che ormai era, a tutti gli effetti, la sua città, pronunciò un discorso appassionato alla cerimonia di premiazione dei migliori allievi delle scuole serali, che si tenne nella chiesa sconsacrata di Santa Lucia. Elogiò i sacrifici degli operai e degli agricoltori, che avevano trovato il tempo e l’energia per studiare dopo il duro lavoro, invocò commosso la discesa della «luce spirituale» dell’istruzione nella società civile,  e annunciò la fine del tempo dei privilegi.

Tra il 5 ed il 7 novembre del 1878 Umberto I e la giovane regina Margherita di Savoia giunsero a Bologna, accolti da festosi cortei popolari, e il 6 novembre fecero visita all’Università dove, a rendere omaggio assieme al corpo accademico, c’era Giosuè Carducci. Guardando in quegli anni alla situazione politica italiana ed europea, Carducci presagiva tempi duri, che però non spensero nel suo animo le aspirazioni di palingenesi. «Brutti tempiscriveva al Chiarini nel luglio 1877E non è proprio che questo sia un lamento. L’Europa è marcia, è marcia, marcia: e così deve essere, necessariamente: putrescat  ut  resurgat»

La corruzione si attacca anche ai migliori, da Lettere di Carducci – Lettera di Carducci a Dafne Gargiolli del 24 ottobre 1883:

Gentilissima Signora,

se Le dicessi che io mi trovo contento di questa vita romana, Le direi una gran bugia. Lo scirocco e la pioggia, la camorra e le chiacchiere, se non mi fiaccano, mi affrangono: il caldo umido, morale e fisico, non mi si affà. Amo perdermi e dimenticarmi lungo l’Appia e la Flaminia, o sul Gianicolo, o per il deserto tra il Foro e le Terme di Caracalla e il Laterano: ma Piazza Colonna e i Ministeri e il palazzo della Prefettura mi annoiano e peggio. Desidero Bologna, e sospiro ai silenzi verdi di San Leonardo, dove imagino che mi troverei benissimo per tradurre Tibullo, se però Ella non volesse costringermi a far versi, «mestiere esecrabile a un italo cuor». […]  All’amico nostro, per tornare a lui, nocque la lontananza di Roma:  i lontani qui sono dimenticati e morti: le lettere non giovano, non le leggono o le scordano tutte per intiero dopo la lettura; promettono, e poi, senza pur volerlo, non attengono o fanno il contrario di ciò che avevano promesso. Non c’e autorità che tenga; nessuno vale per questa povera gente di ministri, se non i deputati con lo spaventacchio dei voti. Il potere legislativo invade, intralcia e guasta la macchina dell’esecutivo. Le «piovre» dei cinquecento deputati coi cinquecentomila (metto una riga di corrispondenza; ma sono più centinaia di migliaia) figliuoli, nepoti, mogli, amanti delle mogli, mantenute, amici delle mantenute, ruffiani ed elettori, succhiano tutto, empiono tutto, imbrattano tutto. La corruzione si attacca anche ai migliori. Fan delle brutte azioni senza accorgersene, in buona fede. Ahi, signora, parliamo d’altro; o meglio non parliamo più: il bianco della carta è finito, ma non la fede. Io seguiterò ad occuparmi; per i desideri giusti di Carlo speriamo di arrivare ad ottenere qualche cosa. Scrivendole così a lungo pur di cose spiacenti, sfogandomi, mi pare di star meglio, cioè di esser meno triste. Aspetto la consolazione d’una sua parola, se non armonicamente parlata, scritta elegantemente.”

 

Egli era divenuto più consapevole dell’urgenza immediata di una unificazione morale della nazione, e di un ulteriore impegno per il processo di nation building. Come larga parte degli uomini del 1860, egli si volgeva dunque (pur restando un repubblicano all’antica) alla monarchia, in cui poteva scorgere una garanzia efficace contro il clericalismo, da un lato, e contro le forze socialiste dall’altro. L’incontro con i Reali a Bologna suggellò  una nuova alleanza allo scopo di accelerare il processo di modernizzazione del paese e di portare a compimento le riforme necessarie.

Quando giunse la grande ora, il 16 febbraio 1907, a pochi giorni dal premio Nobel  che ne consacrò la vita e l’operosità, Giosuè poteva ancora infondere, anche nel silenzio della morte, un insegnamento imperituro.

FONTI:

CARDUCCI, VITA E LETTERATURA. DOCUMENTI, TESTIMONIANZE, IMMAGINI

A cura di Marco VEGLIA

Casa Carducci Bologna

Casa Ed. Rocco Carabba

 

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