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“DALLA STORIA DEI FOLLI AI GIORNI NOSTRI”-DOTT.SSA STELLA CHIAVAROLI

16.972

Ella era divenuta la regina di un regno fantastico, e i pensieri combinavano in lei cose disgiunte e impalpabili forme, non percette all’altrui vista, erano a lei consuete. E questo il mondo lo chiama FOLLIA.

(George BYRON)

Redazione-Nel corso del secolo XVIII, molti medici si fecero vessiliferi delle idee dell’illuminismo e del suo spirito riformatore, divulgato da pensatori di molte parti d’Europa, ed incoraggiato dal trionfo della rivoluzione scientifica. nell’ottica del recupero della dignita’ umana, sotto tutti i punti di vista, comincia a farsi strada l’idea della salute come diritto a cui tutti devono poter accedere.

Affinche’ la salute e l’umanita’ progredissero, era necessario che la medicina si facesse “scientifica” attraverso due concetti chiave: osservazione e sperimentazione.

Il lavoro  a letto del malato, piuttosto che l’insegnamento libresco, l’espressione come dato superiore a qualsiasi teoria filosofica. Contro la passiva imitazione dei modelli del passato, veniva richiamato il valore dell’esperienza, punto di partenza per le nuove scienze.

Nel corso del diciannovesimo secolo nasce una nuova scienza medica, la psichiatria che s’impone nel suo ruolo decisivo per la cura della follia.

Sul finire del XVIII secolo, il ripensamento dell’ospedale nella sua formulazione da “Ancien Regime”[1] e’ un fenomeno tipico di alcuni  paesi d’Europa; e’ in quel momento storico, infatti, che sulla scorta degli ideali rivoluzionari e di  nuove acquisizioni scientifiche, si affaccia una nuova immagine dell’ospedale, che  ora deve assumere un nuovo ruolo istituzionale e rispondere a precise  esigenze umanitarie.

Il piano riformatore che si andra’ attuando nasce sicuramente da una spinta filantropica, e va inquadrato nel contesto di un progetto di umanizzazione dell’uomo attraverso la conoscenza scientifica che avrebbe denominato l’eta’ dei lumi, per informare, nell’800, il pensiero positivista.

L’ospedale diventa il luogo dove, non soltanto si curano le malattie, ma dove queste vengono studiate.
alla fine del ‘700, si sviluppa, a partire da Francia e Italia, un movimento di riforma nel trattamento degli alienanti, che vede nel  manicomio lo strumento principe per il recupero dell’alienato, lo spazio deputato alla sua ricomposizione interiore.

Con la nascita dei manicomi si codifica lo stato  del “folle”, la sua esclusione necessaria per l’ordine sociale, e si segna il  riconoscimento della diagnosi medica nella cura della pazzia.
Il manicomio sara’ l’asilo, il luogo che la psichiatria trasformera’ in laboratorio per sperimentare le proprie tecniche ed i propri metodi di cure.

Castel d’Andorte rappresenta una delle prime cliniche private sorte in seguito alla  promulgazione della legge del 30 giugno 1838, che in Francia restera’ in vigore per 150 anni e che, per la prima volta, vede nel folle un soggetto di diritto, malato, con un medico preposto alle sue cure.

Il Codice Napoleonico[2]contemplava, infatti, solo disposizioni negative riguardo ai fatti, che venivano sollevati dalla loro eventuale responsabilita’ penale o venivano privati dei loro diritti civili tramite la formula dell’inderdizione giudiziaria.

Capisaldi fondamentali di questa legge sono la consapevolezza che la follia rientra nel dominio della medicina ed il ruolo attribuito al medico, la cui funzione era completamente misconosciuta nel codice civile. Le prime riforme risalgono al 1812, con il Re Gioacchino di Napoli che l’11 marzo 1813 che emano’ un decreto ordinando di trasformare in  stabilimento speciale per gli alienati in convento.
Re Gioacchino si occupo’ di porre termine agli abusi piu’ rivoltanti adottati nel  trattamento degli alienanti.
Furono emanati ordini per abolire, negli ospedali degli incurabili, le catene e  le percosse; fu introdotta qualche  misura umanitaria.

In Italia un comune “agire psichiatrico” in senso Nazionale, che travalicasse cioe’ lo stretto ambito regionalistico, e’ rintracciabile dalla meta’ dell’800 e, non casualmente, grazie all’azione trainante di un giovane gruppo di medici longobardi capeggiati da Andrea Verga, passato nella storia, appunto, con la nomea di “Padre della Psichiatria Italiana”.

La pratica psichiatrica sara’ infatti, fin dal suo  sorgere in ambito Nazionale, e per oltre un secolo, una disciplina “sociocentrica”, incapace cioe’ di non identificare la societa’, i suoi valori e le sue devianze, con quelle del proprio gruppo di appartenenza.

Fin dal suo costituirsi il sistema italiano dell’assistenza psichiatrica si struttura “sul dispositivo classico”,fondato sul modello manicomiale, e’ la pretesa psichiatrica del “monopilio” della “questione follia”.

La competenza si dimostra la chiave per conquistare, gestire e quindi difendere nuovi settori di potere, quali la completa autonomia amministrativa lasciando alla psichiatria la questione “interna” del problema.

Nel 1887 Lombroso, in occasione dell’apertura degli studi nella Regia Universita’ di Torino affermava: “Prima di tutto dichiaro: che i fatti non possono essere ne’ immortali – sono fatti: e contro questi si spunta l’opinione anche per veneranda”. Quella lombrosiana e’ una scienza tutta desunta dai fatti. Nel 1891, si sentira’ la necessita’ di istituire una commissione d’inchiesta per far luce sui manicomi italiani, il potere politico pensera’ al lombroso.

Praticamente Lombroso fin dal 1892 si dichiaro’ socialista. Inoltre il socialismo lombrosiano  e di non pochi altri intellettuali e psichiatri all’inizio del ‘900, permette di misurare la distanza che dal movimento operaio e sindacale dell’epoca che “rappresenta  essenzialemnte la massa operaia, dei centri settentrionali” dalla consapevolezza dell’attualita’ di una “questione follia”nella Nazione, e la sua incapacita’ nel proporre con coerenza un modello alternativo d’assistenza ai fatti.

“Occorre considerare”, mettendo in guardia il Boranga ed il Caprioli, “come il processo di esclusione sia il prodotto di una serie di conflitti e di giudizi che trovano il loro terreno sul senso comune e talvolta nel buon senso della collettivita’.” Cioe’ non e’ sempre possibile collegare direttamente e meccanicamente il destino del malato di mente con il ruolo che svolge la sanzione e la sua presunta inefficienza produttiva.

Durante l’XI Congresso della Societa’ Italiana di Freniatria di ancona, nel 1902, Tamburini, trattando direttamente dei rimedi praticabili contro il sovraffollamento e  l’aumento dei costi di gestione dei manicomi, propone delle soluzioni: l’immediata approvazione di una legge nazionale che regolasse il settore; ”l’allontanamento dai manicomi delle categorie dei malati che non dovrebbero restarvi, come i dementi cronici e innocui, paralitici a stadio avanzato, epilettici, deficienti ecc.; un maggior collocamento a custodia domestica e una piu’ efficace azione di prevenzione contro le gravi condizioni che concorrono a produrre pazzia.”

Con le vicende politiche risorgimentali la questione “follia psichiatrica” viene a profilarsi come  Impresa Nazionale. Nella societa’ contrattuale, nella competitivita’ dei rapporti sociali dell’Italia di fine ‘800, per il folle non vi era piu’ posto nella mentalita’ generale, se non all’interno dell’ideologia medica o giudiziaria e, fisicamente, nel chiuso del manicomio che si configurava come deposito dell’umanita’ inutile.

Poverta’ e pazzia si associavano. Infatti il legame tra disturbo psichico e miseria veniva indotto dalla trasformazione industriale. Nel 1904 viene approvata la legge Giolitti
(legge n. 36 – prima redazione 1905 e successivo aggiornamento 1909) che sostituiscono ad un panorama abbandonato alla totale anarchia una prassi relativamente uniforme per tutto l’ambito Nazionale.

Per manicomio si dovevano intendere “tutti gli istituti pubblici provinciali, le istituzioni pubbliche provinciali, le istituzioni pubbliche di beneficienza e gli stabilimenti privati che sotto qualsiasi denominazione di ricoveri, case o ville di salute”.

Sempre la citata Legge Giolitti all’art.60 affermava che: “nei manicomi non possono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del Direttore o di un medico dell’istituto i mezzi di coercizione”.

Dalla seconda metà dell’800 si evidenziano più  marcatamente i rapporti tra gli avvenimenti che portarono alla fondazione e costituzione delle strutture del nuovo stato unitario e le tensioni sociali e politiche ad essi sottese La psichiatria in quell’epoca, come dice F. Giacanelli: “si costituiva come sapere scientifico e come organizzazione e si formava partendo essenzialmente dall’esperienza manicomiale, poiché  in quel luogo e quel momento sono rappresentati i bisogni dello Stato nascente e le esigenze delle classi dominanti, e nella fattispecie della borghesia, che sente il compito di affermare il proprio potere rispetto alle forze cattoliche”.

D’altra parte la società italiana era, al momento dell’unità, basata essenzialmente sull’agricoltura, con una scarsissima presenza industriale, e pressoché dominata politicamente e culturalmente dalla aristocrazia fondiaria e latifondista, legata comunque al clero da comunanza di interessi e di valori. Ricordiamo peraltro che il manicomio non è un’istituzione “separata” dalle altre e dalla società, né particolarmente responsabile in sé, ma integrata con complessi rapporti sia alle istituzioni della vita pubblica, (carceri, caserme e ospedali), che a quelli della vita privata (centri culturali e scientifici, università, comunità parrocchiali, scuola e famiglia).

Non può quindi sorprendere una linea di continuità anche dell’ideologia caritatevole più  tradizionale, legata alla chiesa cattolica e ai suoi valori paternalistici, che sempre si è  riaffacciata in un tentativo di razionalizzazione e integrazione dei caratteri preesistenti della società. Come infatti vedremo, a una tensione sempre più  forte della cultura laica, specie in occasione dell’avvento al potere della sinistra, corrispose il rinnovamento delle legislazioni carceraria, sanitaria e scolastica, che pure portavano ancora i segni delle tendenze autoritarie e conservatrici della legislazione piemontese e della arretratezza italiana.

Dal momento del suo costituirsi lo Stato Italiano procedette alla unificazione e alla riorganizzazione di tutte le istituzioni. Per quanto riguarda l’assistenza psichiatrica, si trattava di trasformare il paradigma paternalistico correttivo-morale sulla base delle diverse condizioni inaugurate dalla prospettiva unitaria. Questo compito procedette con enorme difficoltà , data la complessità e varietà delle legislazioni e regolamentazioni degli stati pre-unitari, che esprimevano situazioni sociali, ideologiche e livelli di sviluppo molto diversificati. Si deve poi tener conto anche dell’accesa dialettica tra le diverse articolazioni istituzionali dello Stato nascente, sia nei termini di una legittima esigenza di definizione di competenze e gerarchie, sia nei termini di una lotta, all’interno di queste, per la conquista del maggior peso relativo possibile.

Questo processo si sviluppò all’interno delle dinamiche sociali e istituzionali risorgimentali di ridefinizione delle classi dirigenti, caratterizzate dal conflitto tra la nascente borghesia nazionale e le aristocrazie consolidate in ciascuno dei singoli stati pre-unitari, e in particolare col clero cattolico. A ciò si aggiungevano gli automatismi e le resistenze delle vecchie burocrazie e amministrazioni, le loro capacità  e possibilità   di condizionamento dei nuovi indirizzi, e la difficoltà di adattamento a essi. Per quanto riguarda il percorso più che trentennale per arrivare alla prima legge manicomiale, sottolineiamo, pur non potendone qui trattare estesamente,  l’importanza dei processi reali di trasformazione della società italiana e delle sue istituzioni nel secolo XIX°, dalle loro dinamiche  e  contraddizioni originarono i numerosi progetti discussi durante tutta la seconda metà  del secolo.

Le vicende della lunga battaglia degli alienisti, si accompagnarono al progressivo  e faticoso costituirsi e affermarsi della classe borghese italiana e della sua cultura come “intelletto generale” dello Stato unitario, e si inserirono nella lunga  contesa dei medici per ottenere, all’interno della società, il riconoscimento di una  competenza esclusiva nella tutela della salute della popolazione.  Una dinamica di maturazione e affermazione delle caratteristiche della specialità e del proprio ruolo interna ad una categoria le cui origini sociali erano in gran parte legate alla proprietà fondiaria. Ed anche esterna ad essa, nel rapporto con la società  e le sue istituzioni, in un paese frammentato, in cui la grande industria era un fenomeno ancora limitato, mentre le campagne, afflitte dalla pellagra e dalla malaria, erano dominate dalla grande proprietà agraria.

Questa determinava le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione italiana, contadina e analfabeta, che neppure aveva accesso al voto. Questo processo dialettico fu caratterizzato, dalla seconda metà  del secolo, da slanci teorici entusiastici, all’insegna del positivismo e dal ruolo che questa corrente affidava alle scienze, in una visione idealistica del progresso. Tale visione era condivisa peraltro dalla generalità  degli scienziati italiani dell’epoca, animati da un progetto utopistico che fu all’origine dei tentativi di riformare la società, disciplinandola attraverso procedure tecniche scientifiche.

I medici alienisti italiani, che pure si mostravano assai moderati nelle rivendicazioni, si trovavano a operare in realtà  molto differenziate e, in generale molto arretrate. Dalla metà  del secolo, inoltre, ci si confrontava con la crescente evidenza della crisi del progetto manicomiale asilare della tradizione francese, da Pinel in poi, a cui le idee di riforma del Griesinger (di cui pure ricordiamo la concezione riduzionistica e organicistica) e la scienza “positiva” sembravano dare, nel dibattito tra gli psichiatri europei, risposte più  moderne e soddisfacenti, che si rivelarono poi altrettanto deludenti. Le proposte dei medici e degli alienisti dovevano affrontare sia le difficoltà  derivanti dal contenuto specifico dei loro singoli progetti, sia quelle che derivavano dalle resistenze al riconoscimento al ruolo del medico, nel significato che essi auspicavano  volevano conquistare.

Le prime disposizioni legislative sui manicomi, promulgate dallo Stato unitario,furono inserite nella legge Comunale e Provinciale n° 2248 del 20 marzo del 1865. Si attribuivano alle Province le spese per la costruzione e l’ammodernamento degli istituti, e il mantenimento obbligatorio dei mentecatti poveri. Molti dei manicomi italiani appartenevano peraltro al settore privato e erano regolati dalla apposita legge del 3 marzo 1862 sulle Opere Pie e di beneficenza. Questa non disegnava una chiara distribuzione delle competenze tra beneficenza pubblica e privata, attribuendo a quest’ultima quanti più  compiti e spese possibili.

Più  dettagliato e organico era il progetto di legge sui manicomi presentato dal deputato Berardino Bertini al parlamento subalpino nel 1849. Questo prevedeva l’internamento di tutti i “mentecatti” che  “compromettevano la quiete e la sicurezza pubblica”, affidando il controllo delle procedure di ricovero alle autorità  amministrative, sotto controllo del magistrato. Cio’ parve eccessivo alla Commissione parlamentare subalpina che lo prese in esame, e che affidò detto controllo ai giudici mandamentali, in coerenza con l’attribuzione delle responsabilità sulla vita sociale, nel suo complesso, al campo della giustizia e degli affari interni.

Questo ruolo fu ribadito ancora dalle leggi sanitarie del 20 novembre 1859 e del 20 marzo 1865, che  affidavano la tutela della salute pubblica alle varie articolazioni del ministero dell’Interno, riconoscendo  un ruolo puramente consultivo ai medici negli organismi deputati al controllo della salute della popolazione (Consiglio superiore, Consigli provinciali, circondariali d’igiene). La stessa commissione peraltro non rendeva obbligatorio il ricovero dei folli”pericolosi” e consentiva alle famiglie di custodire a domicilio i parenti malati.

La centralità della figura del medico nel manicomio aveva come corollario la centralità della funzione terapeutica dello stesso. Nel dicembre del 1869 il ministero dell’Interno e quello della Giustizia formarono una commissione incaricata di studiare la legge francese del 1838; ne fecero parte soltanto dei giuristi, a testimonianza del fatto che i medici ancora non avevano raggiunto l’auspicato riconoscimento della loro specifica competenza sulla salute della popolazione. Ne scaturì un “Progetto di regolamento per il servizio dei manicomi e dei mentecatti”, presentato dal ministro Cantelli nel 1874, che fu  vivamente osteggiato dagli alienisti, proprio per il modo in cui era stato elaborato, senza  alcun parere dei medici. Il governo Minghetti, del quale Cantelli era ministro, pensava di applicare il regolamento per decreto. Successe al governo del paese la sinistra (costituzionalista, non ostile allamonarchia), con A. Depretis, che preferì  affidare la legge ad un cammino parlamentare. Un progetto di legge manicomiale fu presentato nel novembre del ’77 dal ministro Nicotera, assieme ad altre riforme, ma non arrivò mai alla discussione. Analoga sorteebbero i progetti presentati dai suoi due successori, Crispi e lo stesso Depretis.Le richieste degli psichiatri non erano prese in alcuna considerazione. Nella proposta di legge Depretis (1881), si definiva una funzione puramente custodialistica del manicomio. L’obbligo del ricovero infatti doveva “limitarsi a quei soli casi di alienazione mentale che rend[evano] l’individuo pericoloso a sé  o agli altri, o di pubblico scandalo”, lasciando il resto dell’assistenza agli istituti di beneficenza.

L’ordine pubblico come criterio per il ricovero era giustificato dalla necessità di risparmiare spese alle Amministrazioni provinciali. Con le elezioni del 1880 il paese si avviò a un periodo di aspri scontri sociali, cui i governi non sapevano dare risposte adeguate. Mentre il Depretis e i suoi ministri non erano stati in grado di superare le forti resistenze parlamentari nei confronti di una qualsiasi legge manicomiale, i parlamentari conservatori, che di quelle resistenze erano spesso i protagonisti, non avevano alcuna fretta di dare seguito a un progetto che avrebbe  comunque inciso sull’assetto privatistico dell’assistenza e sugli interessi delle Opere Pie, che gestivano la maggior parte dei manicomi italiani. Le Commissioni Parlamentari, in cui si svolgeva la discussione, tendevano costantemente a ridurre il carico finanziario per le Amministrazioni provinciali, sia limitando le ammissioni, sia scaricandone i costi ora sullo stato, ora sui comuni.

Nel 1880, il deputato Agostino Bertani, intervenendo sul quadro generale della sanità  pubblica su incarico di Depretis, approntava uno schema di codice per la pubblica igiene. Vi si riconosceva che “l’azione che ha per fine la tutela dell’integrità fisiologica del lavoratore è  la sola che lo Stato possa esercitare, ed è  anche la sola  che nello stesso tempo si concilii con la piena libertà  dei cittadini”. Un intervento sanitario efficace, continuava il Bertani, richiedeva disposizioni normative per tutto il territorio nazionale, nuove modalità  operative, e che tutta la materia attinente alla salute pubblica fosse affidata: al centro a un magistrato superiore, e alla periferia ai medici provinciali e circondariali. Il medico condotto avrebbe curato gratuitamente i poveri e rivestito responsabilità  ispettive su tutte le questioni sanitarie del suo territorio.

Lo schema di riforma Bertani era costruito sulla teorizzazione del sapere medico come condizione essenziale per la gestione di una politica sanitaria, ispirata non solo da considerazioni umanitarie, ma anche dalla consapevolezza che lo Stato dovesse custodire e promuovere le forze produttive dei lavoratori, perché le spese sociali fossero compensate e non tramutate in passività . Il contrasto tra quanto riconosciuto ai medici nella politica sanitaria nazionale dal documento Bertani dell’80, e quanto negato ai Freniatri dal progetto Depretis dell’81, mette in evidenza sia le resistenze al riconoscimento delle competenze specifiche della psichiatria, sia la rete di interessi e poteri soggiacente alla gestione dei manicomi e della salute mentale.

Fu l’istituzione della “Direzione generale della Sanità pubblica” del 3 luglio 1887, presso il ministero dell’Interno, ma affidata al medico Luigi Pagliani, a dare autonomia all’amministrazione sanitaria.
La legge sanitaria Crispi del 22 dicembre 1888, redatta in gran parte sullo schema Bertani, ordino’ infine organicamente queste nuove disposizioni. La professione medica si articolo’ in nuove forme e definì i suoi contenuti in relazione alla sua funzione nello Stato.

Veniva istituita la figura dello “ufficiale sanitario”, attento soprattutto al controllo della situazione sanitaria nelle campagne. L’esercizio della medicina, integrandosi alla funzione generale di governo della popolazione, poteva così assumere una funzione “positiva”, non più dedicarsi soltanto alla cura delle malattie, ma alla promozione della salute e del benessere.

Nel 1890 e 1891, il governo Crispi presentò due progetti di legge che sancirono finalmente il riconoscimento del ruolo degli psichiatri come titolari di una competenza specifica e interlocutori, a pieno titolo, dei politici. A conferma della vittoria nella lunga lotta per tale riconoscimento, alcuni psichiatri furono eletti in Parlamento: si trattava di Verga, Bonfigli, Bianchi e Venturi. Tamburini fu poi nominato, nel 1892, membro del Consiglio Superiore di Sanità .

Il conseguimento degli obiettivi di una lunga stagione di lotte, fece si che i medici e gli psichiatri raccolti nella Società  Freniatrica, assumessero un atteggiamento più “responsabile” e moderato nelle loro rivendicazioni.

Prima della Costituzione, ricordiamo la Legge n. 6972 del 17 luglio 1890 (cd. «legge Crispi»):

►intervento dello Stato nell’azione di risposta ai bisogni individuali e collettivi (passaggio dalla carità privata alla beneficenza).

►attribuzione della personalità giuridica pubblica alle opere pie già presenti nel territorio, da allora trasformate in Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB).

 ►istituzione delle Congregazioni di carità in ogni comune (successivamente, con legge n. 847 del 1937, Enti Comunali di Assistenza (ECA).

Assistenza pubblica a carico dello Stato Sviluppo della legislazione assicurativa e previdenziale ad opera dello Stato fascista, con la nascita di numerosi enti assistenziali: 1925–Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (ONMI); 1933–Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS); 1933–Istituto per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL); 1941–Ente Nazionale per l’Assistenza agli Orfani dei Lavoratori Italiani (ENAOLI); 1943–Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie (INAM).

Il diritto all’assistenza sociale Art. 38 Costituzione Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento a all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili e i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera.  Nel ’91 Nicotera presentò un nuovo progetto, che teneva conto delle novità della situazione rispetto al suo primo del ’77. Poiché l’enorme aumento del numero dei pazzi ricoverati minacciava “l’economia e la sicurezza” dello Stato, erano questi i problemi che si dovevano privilegiare. Dando corpo alle resistenze manifestatesi negli anni precedenti nelle Commissioni Parlamentari, si aboliva anche il controllo del magistrato sulle procedure di ricovero; si stabiliva così il principio del ricovero per motivi di ordine pubblico.

La Società  Freniatrica non si oppose a un progetto che tutelava il ruolo del medicodirettore, istituiva lo “Ispettorato Centrale sui manicomii”, che era un suo vecchio obiettivo, e dava vita a una commissione, alla quale erano chiamati Tamburini e Lombroso, per ispezionare tutti i manicomi del Regno. Il progetto fu modificato dalla Commissione Centrale del Senato, assai sensibile agli interessi delle Amministrazioni Provinciali, e approvato dal Senato, con un testo più  arretrato, il 19 febbraio 1892.

Alle proteste degli psichiatri della Società  Freniatrica per la legge che si andava delineando, Verga e Bonfigli obiettarono che fosse meglio far di tutto perché una legge fosse comunque approvata, riservandosi poi di intervenire sul regolamento d’attuazione.

Ma neppure il testo approvato dal Senato soddisfaceva gli ambienti più conservatori, che introdussero ulteriori cambiamenti alla Camera, volti essenzialmente a
ridurre le spese a carico delle Amministrazioni Provinciali, attribuendole ai Comuni.

Se si esclude la breve parentesi del governo Giolitti, e di un suo progetto che anticipava le linee di quella che sarebbe stata la legge dl 1904, tutto il decennio di fine
secolo fu caratterizzato da governi autoritari che proposero dei disegni di legge conservatori, quando non apertamente reazionari, come quello Di Rudini’ del ’93 e quello Pelloux del 1899. Entrambi i progetti costituivano una minaccia nei confronti del ruolo che gli psichiatri, e più in generale i medici, si erano visti riconoscere dalla legge sanitaria Crispi, del 1888. La Società  Freniatrica tenne un atteggiamento sostanzialmente non ostile nei confronti del disegno Di Rudinì, che pure prevedeva la possibilità di ricorso del ricoverato  contro l’internamento, con richiesta di ulteriore perizia, norma considerata un attentato all’autorità del medico.

Il relatore aveva infatti promesso agli psichiatri che avrebbe promulgato la legge come decreto, prima della fine dell’iter parlamentare. Tamburini osservava, a tale proposito, che la situazione politica non permetteva di più  , e che il governo no avrebbe tenuto conto di eventuali proposte della Società . La legge passò velocemente al Senato, ma non fu possibile evitare la discussione
alla Camera, dove fu modificata, secondo le pressioni delle Amministrazioni Provinciali,in senso restrittivo.

Oramai le istanze per giungere a una regolamentazione dell’assistenza psichiatrica si erano fatte sempre più  forti, mentre si procedeva attraverso faticosi tentativi di compromesso tra il nuovo e il vecchio, rimanendo  sempre delle tracce di quest’ultimo, sia nel pensiero degli alienisti che nella loro prassi, che anzi appariva spesso assai distante dalle teorizzazioni, anche assai ardite e utopistiche, degli stessi protagonisti.  Lo stesso Giolitti, nel presentare al Senato il suo progetto, usò delle parole impensabili solo pochi anni prima, che accennavano agli “arbitri enormi” in balia dei quali erano stati lasciati i cittadini. Sullo stesso tono, alla Camera, il deputato Ferrero Di Cambiano diceva che “abusi vi sono stati, e le ispezioni fatte in alcuni manicomi li hanno rivelati”. In Senato, nel 1903 si ripropose la solita opposizione delle Amministrazioni Provinciali. Giolitti riuscì a aggirare l’ostacolo con un espediente: la legge mantenne volutamente un testo molto ridotto, rinviando molte disposizioni al relativo regolamento, snellendo  molto la discussione. Questa scelta permise al governo di limitare lo scontro a poche questioni essenziali. Giolitti fu altresì molto abile nel condurre le mediazioni, rimanendo inflessibile sulle questioni essenziali e concedendo qualcosa sugli argomenti meno importanti. In effetti la principale contropartita che fu offerta alle Amministrazioni Provinciali fu l’assicurazione,formalmente data dallo stesso Giolitti, che in nessun caso gli alienati innocui sarebbero stati internati nei pubblici manicomi, o comunque collocati a carico delle Provincie.

Il Consiglio di Stato si era però già  espresso a favore dell’assegnazione dell’assistenza dei malati di mente alle Provincie, prescindendo da qualsiasi distinzione, presente più nei dibattiti parlamentari che nella prassi. Questa “concessione”, praticamente priva di effetti, fu determinante per vincere le resistenze delle Amministrazioni Provinciali e approvare la legge. La discussione alla Camera si svolse durante il 1904 e vide l’intervento dell’opposizione conservatrice, ed anche degli esponenti della sinistra che si erano interessati degli scandali manicomiali. Il socialista De Felice Giuffrida denunciò con forza la gravità  delle condizioni di alcuni manicomi, dove si praticava “non la cura dei poveri malati, ma quel che si potrebbe dire davvero la tortura fisica e morale degli individui.Peggio che le galere, peggio che le condanne a morte. Le cosiddette Ville di Salute non riescono che allo sfruttamento delle casse pubbliche.

Il deputato G. Gatti osservava come “il Governo, erogando gran parte delle entrate nelle spese improduttive, non può soccorrere ai singoli problemi sociali”. La sinistra decise comunque di votare la legge manicomiale, anche se, come disse Gatti “questa è  una legge, ma non è , in senso vero, politico, una riforma”.Le modifiche apportate dal Parlamento al testo originale raffreddarono l’entusiasmo
della Società Freniatrica e fu necessario un referendum interno per confermare l’appoggio a Giolitti. Dopo il passaggio al Senato, la Società  espresse la viva raccomandazione che nel futuro regolamento “sia [fosse] ben tutelata l’autorità  del medico direttore su tutti i rami del servizio manicomiale”.

La legge, sanciva il rapporto tra società  e istituzione psichiatrica in termini di separazione e esclusione. Le priorità al cui soddisfacimento mirava erano già chiaramente annunciate dal suo titolo: “Disposizioni sui manicomi e gli alienati. Custodia e cura degli alienati”. L’obbiettivo principale era chiaramente quello della custodia, Si disponeva che: “devono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé e agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché  nei manicomi” .

Gli scandali, d’altra parte, erano stati numerosi e clamorosi. A Roma un internato, nel 1903 era morto per soffocamento da camicia di forza, avvenuto nel carcere, e il fatto
era giunto a interessare il Parlamento. Il Tribunale assolse comunque sia il Direttore che il medico del carcere, accogliendo la tesi della difesa, secondo cui la morte non era da imputarsi alla camicia di forza, ma a un “delirio acuto”.Questo e altri fatti avevano avuto una notevole risonanza nel paese.

La sorveglianza sui manicomi, pubblici e privati, veniva affidata al Ministero dell’Interno, e cioè  ai Prefetti, e in particolare, in ogni Provincia, a una Commissione composta dal Prefetto, Presidente, dal Medico Provinciale e da un alienista, estraneo all’Ospedale ispezionato. Le Commissioni avrebbero dovuto riunirsi una volta ogni due anni, salvo fatti eccezionali, con compiti piuttosto vaghi, generici e incompleti. L’esperienza dei decenni seguenti ha poi mostrato la loro inefficacia. Momento fondamentale nella riforma nazionale degli istituti per alienati e cardine
dello statuto sociale della psichiatria, la legge si rivelò, per l’intera classe medica e psichiatrica, un insuccesso.

Nel dibattito sul regolamento, si rifletterono le divisioni che in quegli anni si erano aperte anche nel seno della stessa Società Freniatrica. I medici più  aperti premevano per una qualche liberalizzazione dello stretto regime gerarchico e autoritario nella conduzione dei manicomi e nei rapporti tra le strutture sanitarie. Questa corrente era peraltro del tutto minoritaria nella stessa società e le sue istanze non furono raccolte dal regolamento del 1905, alla cui estensione collaborarono Tamburini e Bianchi. Dopo la soddisfazione per il risultato ottenuto per la promulgazione della legge, subentrò presto,presso gli psichiatri, un atteggiamento di delusione che, diretto contro i modi d’applicazione, coinvolgeva in fin dei conti la stessa legge e le sue incapacità a far fronte alle speranze ripostevi.

Il passaggio alla delusione fu rapidissimo. Già  nel 1907, al congresso di Venezia,Tamburini lamentava che le speranze che il regolamento emendasse i limiti della legge erano andate completamente deluse, soprattutto “per i successivi rimaneggiamenti nei vari ingranaggi burocratici dello Stato. L’esperienza della sua applicazione in questi tre anni ha dimostrato di già l’evidente necessità di procedere ad una revisione di esso”. Tra i problemi che Tamburini giustamente sollevava, c’era il controllo giudiziario sulle procedure di licenziamento dal manicomio. Si trattava non solo di un passo indietro, ma di un’interferenza riguardo a delle pratiche che i direttori erano abituati a esercitare in assoluta autonomia, e che coinvolgeva il piano sanitario, ostacolando le dimissioni sperimentali e la cura familiare, che si cominciavano a praticare.

Gli psichiatri ritenevano infatti che la legge rendesse effettivamente più  complicate le ammissioni in un momento in cui sia a Roma che nel resto del paese stavano aumentando le richieste di ricovero. L’iter burocratico da cui dipendevano le ammissioni (certificato medico, decreto dell’autorità giudiziaria, estratto dell’atto notorio con quattro testimoni sotto giuramento che attestasse lo stato di alienazione del soggetto) era divenuto effettivamente macchinoso e si erano moltiplicate le possibilità d’ingerenza della burocrazia.  Peraltro ai medici, e in particolar modo al direttore, era affidata la facoltà  di dire l’ultima parola riguardo alle ammissioni. Aumentava così anche lo spazio d’azione per collaborare coi familiari, dato che il ruolo di garanzia della libertà individuale, affidato ai magistrati, finiva per essere formale e secondario, in considerazione del fatto che interveniva successivamente.

Il nuovo e definitivo regolamento del 1909 accolse, solo in piccola parte le richieste della Società Freniatrica. Esso incentivava il ricovero dei folli cronici in asili speciali, le dimissioni sperimentali, la cura familiare. Si accettava così il principio della diversificazione del modello dell’assistenza psichiatrica, come ormai chiesto da molti alienisti. La Società  Freniatrica rinunciò a condurre nuove battaglie negli anni successivi.

Durante la prima guerra mondiale, fu pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del 12 giugno 1917, il decreto luogotenenziale n°  707 del 25 maggio 1916, che modificava gli artt.2 della legge e 49 del regolamento relativo, approvato con RD n° 615 del 16 agosto 1909. Con questo si stabiliva che “per assicurare la maggiore esattezza del giudizio psichiatrico dei militari presunti alienati”, per la durata della guerra, il periodo massimo di osservazione previsto era protratto a tre mesi.
Il dibattito sul modello manicomiale degli ultimi decenni dell’ottocento, e sul “no restraint”, svoltosi nei primi dieci anni del ‘900, costituisce una spia significativa  del mutamento dell’ideologia psichiatrica in senso riduzionistico e della crescente difficoltà a focalizzare la condizione generale dei malati e dell’istituzione manicomiale.

Un’analoga tendenza riduzionistica spingeva verso una prospettiva che restringeva la vita manicomiale ai problemi più  specifici di terapia e trattamento.

Gli scandali manicomiali dapprima, e poi il varo della legge Giolitti, avevano esaurito la battaglia politica trentennale della Società Freniatrica e furono seguiti dal ripiegamento degli psichiatri su di una prassi consolidata. La realtà  della reclusione manicomiale per motivi d’ordine pubblico era occultata e giustificata dalla ideologia asettica e astratta dell’organicismo dominante. Al riconoscimento del loro ruolo, gli psichiatri dovevano recedere dall’atteggiamento rivendicativo e sostituirlo con quello della responsabilità,  mostrando tutta la loro efficacia nel controllo della società.

Nei seguenti dieci anni, l’industrializzazione del paese ebbe grande sviluppo, si diffusero consumi nuovi e un livello di vita più confortevole: queste nuove condizioni, che per la prima volta elevavano la maggior parte della società italiana al disopra del livello di pura  sopravvivenza, produssero una potente spinta al cambiamento e aprirono nuovi conflitti tra le crescenti richieste di protagonismo e democratizzazione, e un sistema sociale arretrato e chiuso.  Si produssero tensioni crescenti, anche in campo scientifico e culturale, e queste investirono in pieno la psichiatria.

Tra la fine degli anni cinquanta e i primi ’60 Donald Laing e David Cooper proponevano in Gran Bretagna nuove interpretazioni e cure, decisamente anticonformiste, della condizione schizofrenica. In Italia con L’istituzione negata a cura di Franco Basaglia per la prima volta veniva
effettuata una critica serrata al sistema manicomiale . Teorizzazioni e testimonianze che mettevano in discussione i diritti tradizionali della “scienza” psichiatrica e del potere
psichiatrico, pur da punti di vista non tutti ugualmente radicali.

Furono anni in cui si accavallarono le riunioni, i congressi, i progetti delle varie società , nelle diverse sedi scientifiche e politiche, che portarono  il 18 marzo del 1968,
all’ approvazione della legge 431, detta legge-stralcio, perché  parte di un progetto più
vasto presentata dal Ministro della Sanità, L. Mariotti. La legge era intitolata “Provvidenze per l’assistenza psichiatrica” e tendeva alla equiparazione degli ospedali psichiatrici a quelli generali :erano previste da due a cinque divisioni, ciascuna con al massimo 125 letti. Il personale doveva essere costituito da un direttore psichiatra, un igienista, uno psicologo e, per ogni divisione, un primario, un aiuto e almeno un assistente. Il numero degli infermieri avrebbe dovuto mantenere un rapporto di uno ogni tre posti letto, e gli assistenti sociali e sanitari, di uno ogni cento.

La legge 431 diede luogo a molte contestazioni, da alcuni fu attaccata come insufficiente (era spregiativamente chiamata legge-straccio), da altri per essere eccessivamente avanzata (specialmente per l’articolo 4). Nel biennio ’68-69 il movimento degli studenti e gli operai, con le loro organizzazioni, rivendicavano protagonismo e  soggettività nel raggiungimento del benessere, per il diritto alla salute, per la gestione sociale della scuola, della sanità e dei servizi .  I riformatori, sia psichiatri che politici, si erano ormai convinti che il manicomio non
potesse essere migliorato e riformato, ma che si dovesse procedere al superamento definitivo di quella che Goffmann aveva definito “Istituzione Totale” .

Le critiche alle “istituzioni totali” sono (…) oggetto crescente di critica studentesca sono le “Istituzioni Totali”, innanzitutto gli ospedali psichiatrici e le carceri: in modo diverso, luoghi entrambi dell’esclusione e della segregazione, retti da leggi e regolamenti ottocenteschi che il fascismo ha solo aggravato e reso più autoritari ( ha larga diffusione, per esempio, un importante volume collettivo di quell’anno, curato dallo psichiatra Franco Basaglia: L’istituzione negata). Sinonimo di un crescente disagio verso forme rituali della cultura sono anche le contestazioni promosse da scrittori e registi nei confronti dei principali premi letterari e festival del cinema, ma sono le piùgravi discriminazioni sociali a offrire contnui stimoli alla protesta studentesca e al suo allargarsi.”[3] Per prevenire le conseguenze di un referendum abrogativo della legge del 1904, il 13 maggio del 1978, fu approvata la legge 180, poi inclusa nella 833 dello stesso anno, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.Questa legge, conosciuta anche come “Legge Basaglia” per il ruolo che egli ha avuto nella denuncia del sistema manicomiale italiano ha introdotto nel nostro sistema politico, culturale e scientifico, degli elementi profondamente innovativi, che si possono raccogliere
sinteticamente in alcuni punti. In primis, la svolta di cambiamento si ha con  la legge Basaglia. In Italia lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), riteneva che una società più libera e giusta, avrebbe fatto diminuire anche la malattia mentale. Con la legge n. 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, furono aboliti in Italia gli ospedali psichiatrici ed istituiti i servizi di igiene mentale, per la cura ambulatoriale dei malati di mente. Questo fece dell’Italia un paese pioniere nel riconoscere i diritti del malato.La Legge Basaglia, si presenta rivoluzionaria sotto alcuni obiettivi riassumibili come segue:

  1. Decreta il superamento degli ospedali psichiatrici;
  2. Abroga la legge del 1904 e il regolamento del 1909;
  3. Inserisce il malato di mente e l’operatore psichiatrico nel pieno contesto della medicina generale, in unità intra ed extra-ospedaliere;
  4. Fissa nuove regole per il ricovero obbligatorio ( che no ha più alcun riferimento alla “pericolosità), con la possibilità che sia il paziente che i parenti
    possano chiedere la revoca del provvedimento;
  5. Prevede l’istituzione dei servizi di Diagnosi e Cura negli ospedali generali
    con un numero di letti non superiore a 15;
  6. Il territorio viene riconosciuto come sede dell’intervento terapeutico
    riabilitativo del malato mentale;
  7. I servizi psichiatrici devono essere ristrutturati su base dipartimentale (Centri di Igiene Mentale; strutture residenziali; comunità protette; case-famiglia;
    case-alloggio; ecc.).

Il processo di applicazione della nuova legge incontrò  da subito delle grandissime difficoltà  e fortissime resistenze, con accesissime dispute ideologiche, scientifiche e politiche, cui certo non erano estranei, almeno in parte, gli interessi economici delle numerose case di cura private, che si vedevano concretamente minacciate dalla diffusione territoriale dei servizi psichiatrici. Si formarono immediatamente due orientamenti opposti e contrapposti. Ci furono campagne di stampa, promozione di dibattiti, congressi, progetti di legge che tendevano a modificare la 180 (13, dei partiti o di associazioni di psichiatri), un movimento che cercava di ritardare e snaturare in tutti i
modi, o almeno rendere inoperante la legge. Dall’altra parte ci fu una strenua difesa di ogni più  piccolo disposto e qualche progetto più  avanzato per  migliorarla.

La legge 180 fu nei primi anni poco e male applicata, le difficoltà  erano effettivamente molte,  contro di essa agivano forti interessi consolidati. Fu necessario attendere sedici anni perché il Ministero della sanità emanasse nel 1984 il primo Progetto obiettivo “Tutela della salute mentale 94-96″ che prescriveva la chiusura degli ospedali psichiatrici entro la fine del 1996, suggellando così, almeno in linea di principio, la fine dell’istituzione manicomiale. La legge quadro n° 104 del 1992 prevedeva la costituzione delle comunità-alloggio, delle case-famiglia, ecc..
Infine, la legge n° 724 ( allegato alla Legge finanziaria del 23 dicembre 1994) disponeva la chiusura definitiva  del “ residuo”  degli ospedali psichiatrici entro il dicembre del 1996, termine poi prorogato al 31 gennaio del ’97, e, successivamente al 31 dicembre del ’98.

Il disagio mentale tra ieri e oggi, si presenta dentro una campus di svolta che, con il passare del tempo svolta verso un significativo cambiamento.

La reclusione e l’isolamento dei folli  aumentò rapidamente. La condizione del “folle”, della sua reclusione ed isolamento, vediamo come nel corso della linea del tempo   aumenta rapidamente fino all’istituzione del “MANICOMIO”, creato da Phlippe Pinel in Francia, durante la rivoluzione. In questi posti spesso non si trovavano solo i veri ‘pazzi’, ma anche quelli che venivano considerati ‘pazzi’ e che invece avevano dei tristi vissuti (dolori, sofferenza, disagio, tormento, ecc.). Persino sul muro del manicomio di Teramo,raccontano i nostri genitori,appariva una grossa scritta: ”Non tutti qui…ma sparsi per il mondo…” “qui ci sono i pochi…ma neppure i veri…” .

Antonella Fortuna, nella sua opera: “Identità perduta. Vecchiaia e Follia”, racconta “ a chi non  e’ mai entrato in un manicomio, come non rimanga che immaginare quanta miseria del genere umano esso possa racchiudere”. Racconta la storia del manicomio di Teramo, “relativamente recente, dato che il primo nucleo di malati di mente ufficialmente assistiti non risale oltre il 1881 come si rileva da una iscrizione al pianoterra della Sezione Donne. Dice l’epigrafe ‘Questa sala fu la prima del manicomio che si aprì nella fine di luglio MDCCCLXXXI. Presidente Costantini’. Dopo più di un secolo, la struttura  e’ rimasta invariata; l’ospedale ha conserva le sbarre alle finestre, alcune porte chiuse e il vecchio cortile dove ancora le donne vi si trascinavano per cercare un po’ di sole mattutino.”

La Legge 180 del 1978 segna una svolta decisiva sulla  sorte dei manicomi che verranno chiusi. Si tratta della Legge Basaglia che invece lascerà spazio ai Dipartimenti di Salute mentale, ancora oggi in uso. Ne consegue che oggi il termine “pazzo” viene considerato offensivo e lesivo per le persone con problemi di salute mentale. Sono dovuti passare infiniti ‘mondi’ per giungere a svariate leggi che rispettano l’handicap. L’ultima delle quali è la tanto attesa Legge 104/92 che favorisce e promuove la piena integrazione dell’handicap nel rispetto delle potenzialità residue. Molte risultano le persone disabili che dimostrano di avere altre risorse ed abilità. Alcune persone nascono sane, ed in seguito ad incidenti rimangono costretti su una sedia a rotelle. Essi hanno molto da insegnarci perché risultano più concentrati mentalmente. La Legge n°104 del 1992, “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, riconosce l’integrazione anche della disabilità mentale.

Vanno ricordati i Diritti Dell’Infanzia del Novembre 1989 ( entrata in vigore il 01.11.1990) che nel nostro Paese è stata ratificata e resa esecutiva con la LEGGE 27 maggio 1991 n. 179 ed è entrata a far parte del nostro ordinamento giuridico – impegnata ad attuare un programma in cui la condizione minorile sia particolarmente considerata per rendere migliore la qualità della vita dell’Infanzia e dell’Adolescenza, per tutelare al meglio e promuovere la personalità del minore e i suoi diritti.

Il bambino svantaggiato fisicamente o mentalmente deve vivere una vita completa e soddisfacente, in condizioni che gli permettono di avere una sua dignità, di raggiungere l’autosufficienza e di partecipare alla vita sociale. Il bambino disabile ha diritto a cure speciali.  (Art. 24 Convenzione O.N.U.).

Il disagio mentale si presenta come forma di handicap.

L’handicap, è quel termine inglese che significa “svantaggio”.

Si usa per indicare qualsiasi fattore genetico, morboso o traumatico che provochi difficoltà fisiche, sensoriali o caratteriali.

La persona con handicap si trova  in una situazione di particolare svantaggio in relazione alle persone ritenute senza disabilità. Ha, dunque, il diritto di supporti individuali, familiari e sociali che rendono meno difficoltosa la propria realizzazione di vita. Nel ricordare i grandi esempi e talenti che hanno trasformato il loro handicap in arte e scienza. A cominciare dal talento di Louise Braille, che in seguito ad un incidente domestico Louise Braille perde la vista e si dedica alla musica. Suona ad orecchio, ma non si accontenta. L. Braille s’ispira ad un sistema di scrittura di Louise Barbier De La Serre , un militare che aveva escogitato, per motivi bellici, un sistema di scrittura notturna, che avrebbe dovuto consentire ai soldati di scambiarsi messaggi nell’oscurità. L’invenzione di Barbier attira l’attenzione di Louis, per via delle combinazioni di punti in rilievo utilizzate per riprodurre i diversi fonemi della lingua francese, che consentono una trascrizione rapida ed efficace di una qualsiasi frase con l’ausilio di una semplice stecca scorrevole forata.

Louis non si accontenta: sensibile e curioso, non può fare a meno della punteggiatura, né delle cifre o dei segni musicali, ignorati dalla semplicità del rimedio bellico. Riduce il numero dei punti utilizzati, realizzando un complesso di lettere costituite da combinazioni di punti, che possono essere agevolmente riconosciute al tatto. Egli usa i quattro punti della parte superiore per rappresentare le prime dieci lettere dell’alfabeto latino e si serve metodicamente dei due punti della parte inferiore per rappresentare le lettere dall’undicesima alla ventesima.

NEL 1925=  a soli 16 anni, L. Braille codifica l’alfabeto:

NEL 1825= risolve i problemi riguardanti la musica

NEL 1829= completa il primo manuale del suo sistema.

Vanno ricordati, oggi, anche i disturbi pervasivi dello sviluppo. Per capire in gergo questo aspetto, basti pensare al film di Rain Man.

Infatti, quando si parla di Autismo , comunemente si pensa al Film ” Rain Man ” con Dustin Hoffman, purtroppo, gli Autistici alla “Hoffman” ( e cioè in grado di parlare, non sono la maggioranza, ed in genere sono Diagnosticati come “Asperger” e sono il Border-Line dell’Autismo), la gran parte degli Autistici non parla ed il 20 % di essi si esprime con ecolalia o con linguaggio improprio.

Le persone affette da Autismo raramente parlano, di solito hanno un linguaggio ecolalico, spesso hanno risposte anomale ai suoni, al tatto o ad altri sintomi sensoriali. Possono anche essere straordinariamente sensibili ad altre sensazioni. Questa sensibilità alterata può contribuire ai sintomi comportamentali, come la resistenza ad essere abbracciati. Vivono in un mondo a parte i bambini autistici. Difficile non notarlo. In genere, hanno problemi a socializzare e a dimostrare slanci d’affetto o ad interpretare l’espressione e il tono della voce altrui. Una piccola percentuale arriva a sviluppare qualità alla `Rain Man’ – dal film con Dustin Hoffman che ha portato il problema a conoscenza di tutti – e stupiscono per le loro abilità in un particolare settore, come la musica o la matematica.

Il disturbo autistico viene inserito tra i disturbi generalizzati dello sviluppo, cioè tra quei disturbi caratterizzati da una grave e generalizzata compromissione in diverse aree dello sviluppo. Con Leo Kanner (Psichiatra Infantile), nel 1943, vediamo che utilizza il termine AUTISTICO per indicare una specifica sindrome da lui osservata in 11 bambini che chiamò AUTISMO PRECOCE INFANTILE che ancora oggi porta il suo nome. Pazienti con un’innata INCAPACITA’ A COMUNICARE Il film “Rain man” – L’uomo della pioggia  “Oscar a Dustin Hoffman nel ruolo di un autistico nel film Rain Man” ne è un chiaro esempio. Il film fa conoscere a tutti l’autismo che, prima di allora era sconosciuto alla maggior parte della gente.

La trama del film[4] espone come Charlie Babbit, un giovane commerciante di automobili di lusso, attualmente indebitato per speculazioni sbagliate, scopre, alla morte del padre, che l’unico erede del cospicuo patrimonio familiare è un istituto di rieducazione per handicappati, presso il quale è ricoverato Raymond, il suo sconosciuto fratello.

Il film “Rain Man” – L’uomo della pioggia vagamente Charlie ricorda che quando era bambino viveva nella casa paterna uno strano personaggio che gli recitava le filastrocche: non si trattava, pertanto, di Rain Man, l’immaginario uomo della pioggia, ma di Raymond, più grande di lui di venti anni. Adirato per la mancata eredità, Charlie porta via Raymond dalla clinica con la speranza di diventarne legalmente il tutore e beneficiare indirettamente dell’ingente patrimonio. Durante il lungo viaggio intrapreso, poco a poco Charlie si affeziona a Raymond, un individuo tutto gesti meccanici e frasi ripetitive, privo di reazioni sul piano emotivo: perso ogni rancore nei suoi confronti, rinunciando ad ogni pretesa finanziaria, consente a Raymond di ritornare nella clinica. Nel mondo della storia che ha ribaldato la follia come risorsa ed inclusione è la Legge Basaglia che, con il film: “Si può fare” apre la strada all’integrazione della disabilità mentale. Il film vuole poi esplorare la vita del malato di mente nel mondo normale. Il cinema ha spesso denunciato la disumanità dei manicomi proponendone la chiusura.  Qua si affronta , per così dire , il seguito : che facciamo quando poi  i manicomi sono chiusi? E’ un tema molto poco frequentato dalla cinematografia , come se i malati di mente fossero interessanti solo se sottoposti ad ingiustizie disumane. La riforma Basaglia, infatti, è il cuore di questo film nato a partire da una storia vera: quella di una cooperativa sociale di Pordenone che, nei primi anni Ottanta, alla chiusura dei manicomi ha assunto come operai parquettisti un gruppo di pazzerelli. Anima della cooperativa un sindacalista (col volto di Claudio Bisio) che è riuscito, dopo mesi di rodaggio, a fare del gruppo di lavoro, una vera e propria équipe di professionisti i n grado di «stare sul mercato».[5] Per riflettere, va sottolineata la storia di un uomo tra arte e follia. Il grande Van Gogh, grande esempio di creatività e dolore. Quando si parla di Van Gogh, non si può non parlare anche della dicotomia genio-follia.

Ecco le sue parole, grande testimonianza della follia: ”C’è crudeltà nel voler rinchiudere definitivamente un uomo che non ha fatto mai male a nessuno e che, con trattamenti ispirati a benevolenza, potrebbe recuperare il suo stato”.

Vincent Van Gogh (1853-1890), pone in una mera riflessione circa la natura della sua malattia, che si manifestò prima dei trent’anni, è stata oggetto di numerose ricostruzioni e interpretazioni diagnostiche, fondate soprattutto sulle numerose lettere che Van Gogh stesso scrisse al fratello Theo. Contrariamente agli altri componenti della famiglia Van Gogh,  Theo rimarrà sempre molto vicino al fratello Vincent aiutandolo. Vincent Van Gogh e il suo profondo disagio nel suo Ego, è ascritto in  quel tragico 23 dicembre 1888 in cui si mozza l’orecchio sinistro con un rasoio ,Vincent Van Gogh è colto dal primo clamoroso attacco di follia. Il dramma giunse improvviso ma non senza preparazione. Il male di Vincent esplode adesso in tutta la sua virulenza dopo anni di latenza nelle profondità del suo ego.

Il disagio mentale di Vincent Van Gogh è acuto e profondo e rappresenta il nucleo centrale di tutta la sua vita artistica. Il suo acuto malessere sfociava in crisi,studiati in retrospettiva dai medici per comprendere se si trattasse di epilessia o schizofrenia. “La sua fragilità psichica lo portò ad essere una persona inquieta, turbata, sofferente, ad aggredire gli altri e se stesso, finendo tragicamente suicida in un campo così simile al suo Campo di grano, e a riversare tutti i turbamenti, le allucinazioni, le angosce, nelle sue tele, poiché dipingere era l’unico modo possibile per uscire dalla disperazione, per agire ed interagire col mondo esterno, per vivere, insomma.

Dalla follia al SISTEMA INTEGRATO dei giorni nostri, raccoglie una miriade di cambiamenti e mutamenti, fino al diritto all’assistenza sociale che, con la legge n. 328 del 2000: «Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali», richiama una forte sinergia a favore del soggetto in stato di bisogno.

«La Repubblica assicura alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuove interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza, previene, elimina o riduce le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia, in coerenza con gli articoli 2, 3 e 38 della Costituzione» (Art. 1).

«Il sistema integrato di interventi e servizi sociali si realizza mediante politiche e prestazioni coordinate nei diversi settori della vita sociale, integrando servizi alla persona e al nucleo familiare con eventuali misure economiche, e la definizione di percorsi attivi volti ad ottimizzare l’efficacia delle risorse, impedire sovrapposizioni di competenze e settorializzazione delle risposte»(Art. 22).  Vale sottolineare il pensiero incisivo di Ignazio Lomeni del 1826: “non vi ha forse cosa che tanto contribuisca alla istruzione, quanto il viaggiare: percorrendo le diverse ragioni del globo si apre un campo allo studio dell’uomo nell’uomo stesso, metodo che porta con facilita’ alla piu’ profonda cognizione del cuore umano. Sotto altri rapporti considerato il viaggiatore, dobbiamo confessare che la rapidita’ delle comunicazioni, la maggiore intimita’ delle relazioni e direi quasi il contatto che ne derivano fra gli uomini di ogni parte del mondo, hanno assaissimo servito alla diffusione delle scoperte e dei lumi umani, ed hanno con questo mezzo concorso all’avanzamento

delle scienze delle arti e conseguentemente della sociale civilizzazione”.


Bibliografia

Guido Crainz, “L’Italia Repubblicana”, Ed. Giunti,Firenze, 2000   M. Focault, Storia della Follia in età classica;

R.Canosa, Storia del manicomio in Italia dall’Unità ad oggi;

Josef Guillaume Desmaisons Dupallans, La Francia alla ricerca del modello e l’Italia dei manicomi nel 1840 a cura di Pierluigi cabrtas, Silvia Chiti, Donatella Lippi, Firenze University Press, 2006;
F. Giacanelli; G. Campoli, “La costituzione positivistica della psichiatria italiana”, in
Psicoterapia e scienze umane;

Vinzia Fiorino, Matti, indemoniate e vagabondi. Dinamiche di internamento manicomiale
tra Otto e Novecento, Marsilio, 2002; Sulle vicende filosofiche italiane a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 cfr. S. Timpanaro jr., Sul materialismo, Nistri e Lischi, Pisa, 1971, 3a ed. Unicopli, Milano 1997;

V.P. Babini, “La responsabilità nelle malattie mentali”, in V. P. Babini, M. Cotti, F. Minuz, A.
Tagliavini, Tra sapere e potere. La psichiatria italiana nella seconda metà dell’ottocento, Il Mulino, Bologna, 1982;

  1. Basaglia, l’istituzione negata, Einaudi, Torino, 1967, cfr. anche F. Basaglia, Scritti, 2 voll. Einaudi, Torino 1981-82. fonti legislative: L. crispi , L. Basaglia ,L. 104/92, l.328/00, (Ignazio Lomeni,1826)

Citazione George BУRON;

Anonella Fortuna, Identià perdue:Vecchiaia e Follia, Ed. Vecchio Faggio, S.Silvestro, 1993

 

Sitografia

Siwww.claudiobisio.it/user_files/ALLEGA/si_puo_fare_notediregia.docografia

http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=5778

[1] L’ancien regime e’ un termine francese utilizzato inizialmente dai rivoluzionari francesi per designare, con connotazioni peggiorative il sistema di governo che precede la rivoluzione francese dei 1789, e cioe’ la monarchia assoluta.

[2] Il codice napoleonico si prefigge di porre fine in maniera definitiva alla tradizione giuridica dell’ancien regime.

[3] 3)Guido Crainz, “L’Italia Repubblicana”, Ed. Giunti,Firenze, 2000 pag.73-74

[4] http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=5778

[5] www.claudiobisio.it/user_files/ALLEGA/si_puo_fare_notediregia.doc

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