REFERENDUM CONFERMATIVO-ELECTION DAY 20 E 21 SETTEMBRE
Modifica articoli 56,57,59 della Costituzione.
Redazione- Sembrava cosa fatta . Una operazione riuscita : ridurre il numero dei parlamentari .A differenza di quell’altra operazione del taglio di una delle due camere ,in particolare il Senato della precedente operazione di sfoltimento della “ casta “ ,non riuscita .
E invece no . 71 senatori il 10 gennaio 2020 hanno depositato la richiesta di referendum presso la Corte suprema di cassazione .La richiesta di referendum confermativo è stata possibile perché la legge che modificava gli articoli 56,57,59 non avendo infatti incassato i due terzi anche al Senato, come prescritto dall’articolo 138 della Costituzione, non è stato direttamente promulgato proprio per dare la possibilità di richiedere un referendum confermativo entro i successivi tre mesi da parte di un quinto dei membri di uno dei due rami del Parlamento, di cinquecentomila elettori o di cinque consigli regionali. Dunque un referendum confermativo senza quorum che si sarebbe dovuto tenere in marzo , in pieno lok down e che è stato rinviato al 20 e 21 settembre in un election day che vede anche l’espletarsi di altre elezioni tra cui quelle per alcune regioni.
Un referendum con il seguente quesito : “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Modifiche agli articoli 56,57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei Parlamentari’, approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.250 del 12 ottobre 2019”? (1)
Anche se a detta dei maggiori osservatori e commentatori politici le domande insite nel quesito sono tre . Domande che l’elettore dovrebbe farsi prima di esprimere un si o un no. La prima riguarda la preoccupazione che l taglio potrebbe produrre , visto l’attuale sistema elettorale , un restringimento obbligato della rappresentanza dei territori, con il risultato che alcune regioni rischiano di non esprimere senatori. La seconda domanda attiene proprio alla sostanza della riforma ossia , è vero che con meno parlamentari Camera e Senato lavoreranno più velocemente, o se viceversa le commissioni – che avranno 30 membri invece di 45 alla Camera – saranno oberate da piùlavoro e quindi con rallentamenti . E soprattutto è vero che con uno sfoltimento9 della cosiddetta casta si riuscirà a restituire agli occhi dei cittadini una certa positiva popolarità al ruolo parlamentare .
A differenza dell’abrogativo, questo referendum non prevede il raggiungimento del quorum: l’esito del voto sarà quindi valido anche se non sarà raggiunto il cinquanta per cento dei votanti. Ricordiamo inoltre che il testo approvato dal Parlamento prevede un taglio dei deputati e dei senatori pari al 36,5 per cento delle due Camere: i seggi alla Camera dei Deputati passerebbero dagli attuali 630 a 400, mentre al Senato i seggi passerebbero dagli attuali 315 a 200. Rimangono i senatori a vita.
Per quanto riguarda gli eletti all’estero, i deputati passano da 12 ad 8, i senatori da 6 a 4. Si vota, come dicevamo, in due giorni: domenica 20 settembre sarà possibile recarsi alle urne dalle 7 alle 23 mentre lunedì 21 si potrà votare dalle 7 alle 15. Gli italiani all’estero voteranno per corrispondenza, i cittadini italiani maggiorenni residenti nel nostro Paese saranno chiamati nei seggi elettorali predisposti su tutto il territorio nazionale. Ad ogni elettore sarà consegnata una sola scheda. Il 20 ed il 21 settembre sarà anche un “election day” perché è previsto il voto in sette regioni per il rinnovo di sette consigli regionali. Si voterà anche per più di mille comuni e per le suppletive per il Senato. Non per corrispondenza. Per il referendum ci sarà una sola scheda. Nella stessa tornata elettorale si voteranno anche le suppletive per li Senato, il rinnovo di 7 giunte regionali e di più di mille comuni. La campagna elettorale per il referendum costituzionale è appena cominciata.
Va ricordato che il testo di legge approvato in via definitiva dalla Camera l’8 ottobre 2019, prevede il taglio del 36,5% dei componenti di entrambi i rami del Parlamento: da 630 a 400 seggi alla Camera, da 315 a 200 seggi elettivi al Senato. Originariamente previsto per il 29 marzo 2020, il referendum è stato rinviato al 20 e 21 settembre a seguito della pandemia da Covid 19. (2)
La legge di revisione costituzionale è stata approvata in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza assoluta, ex articolo 138 comma 1 della Costituzione. Dal momento che in seconda deliberazione la legge non è stata approvata a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, un quinto dei senatori ha potuto richiedere il referendum confermativo, come da comma 2 dell’articolo 138.
In seconda deliberazione al Senato della Repubblica, l’11 luglio 2019, infatti, la legge è stata approvata a maggioranza assoluta senza raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi, in ragione del voto contrario espresso dai senatori del Partito Democratico di Liberi e Uguali allora opposizione del Governo Conte 1, e della non partecipazione al voto di Forza Italia Nell’ultima lettura alla Camera dei deputati, l’8 ottobre 2019, invece, incassando il sì di tutti i gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione ad eccezione di alcune componenti del gruppo Misto, il testo ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti.
Il raggiungimento del quorum dei due terzi alla Camera è stato privo di conseguenze ai fini dell’iter di approvazione della legge. Non avendo infatti incassato i due terzi anche al Senato, come prescritto dall’articolo 138 della Costituzione, il provvedimento non è stato direttamente promulgato proprio per dare la possibilità di richiedere un referendum confermativo entro i successivi tre mesi da parte di un quinto dei membri di uno dei due rami del Parlamento, di cinquecentomila elettori o di cinque consigli regionali. Tale facoltà è stata esercitata da 71 senatori che hanno depositato la richiesta di referendum presso la Corte suprema di cassazione il 10 gennaio 2020. (3)
Del referendum se ne parla molto poco, perché chi quel taglio lo ha promosso più di tutti, i 5 Stelle, cerca di farlo passare sotto silenzio tranne qualche sprazzo mediatico ) per evitare di mobilitare le ragioni – convincenti – di chi vi si oppone, a cominciare da eminenti costituzionalisti, intellettuali e giornalisti. Infatti il tema del si e del no è analizzato in numerosi interventi di studiosi nonchè nel saggio appena uscito «Meno parlamentari, più democrazia? Significato e conseguenze della riforma costituzionale» (edizioni Pisa University Press), curato da Emanuele Rossi, docente di Diritto Costituzionale all’Istituto Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo) della Scuola Superiore Sant’Anna.
LE RAGIONI DEL NO
Scrive Enzo Di Salvatore : “ Il 20 e il 21 settembre saremo chiamati a pronunciarci sulla proposta di riduzione del numero dei parlamentari. La proposta sottoposta al voto dei cittadini è la seguente: passare da 630 deputati e 315 senatori a 400 deputati e 200 senatori. Una bella “sforbiciata” di 345 parlamentari: più di 1/3 degli attuali 945. Da dove nasce la proposta?La proposta nasce dal c.d. “Contratto di governo” siglato nel maggio del 2018 tra il M5S e la Lega. In esso si legge: “in tal modo, sarà più agevole organizzare i lavori delle Camere e diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi. I motivi sarebbero dunque almeno due: 1) un risparmio considerevole per le casse dello Stato; 2) una maggiore efficienza dei lavori parlamentari. A questi due motivi se ne aggiunge un terzo: 3) “così ci allineeremmo agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari inferiore”.
Continua Enzo Di Salvatore : “ Nessuno di questo motivi appare convincente. Per le ragioni che seguono.
1) Iniziamo dal risparmio per le casse dello Stato. Si tratta di un argomento solo populistico, giacché se passerà la riforma ciascun (futuro) parlamentare continuerà a percepire esattamente ciò che percepisce oggi. Il risparmio calcolato, derivante dal taglio dei 345 parlamentari, è assolutamente risibile: 100 milioni di euro all’anno (a voler esagerare), e cioè 1 euro e 50 centesimi a testa: il costo di un caffè e di un bicchiere d’acqua. Se proprio si fosse voluto risparmiare si sarebbe potuto proporre di ridurre di 1/3 ciò che ciascun parlamentare al momento percepisce; oppure decidere di acquistare un F35 in meno; oppure ridurre i sussidi alle fonti fossili, che, tra sussidi diretti e indiretti, ammontano – ogni anno – a circa 18 miliardi di euro!
2) Maggiore efficienza dei lavori del Parlamento. Si tratta di un argomento fasullo, giacché anche dopo la riforma le due Camere continuerebbero a fare ciò che fanno oggi. I lavori delle due Camere sono disciplinati dai rispettivi regolamenti parlamentari: la Costituzione, sul punto, dice assai poco; e quel poco che dice non viene in alcun modo toccato dalla riforma. Le leggi, peraltro, continuerebbero a passare da entrambe le Camere. Se proprio si fosse voluto rendere più snello il sistema si sarebbe, allora, potuto sopprimere il Senato: in questo modo si sarebbe ottenuto, ad un tempo, lo stesso risparmio auspicato (315 parlamentari in meno) e una maggiore speditezza dei lavori parlamentari (giacché la legge sarebbe stata approvata solo dalla Camera dei deputati); oppure si sarebbe potuto razionalizzare meglio il sistema, concependo diversamente la composizione e il ruolo del Senato: trasformandolo in Camera delle Regioni, non solo per risparmiare, ma anche per garantire un maggior coordinamento, e cioè una effettiva cooperazione, tra lo Stato e le Regioni.
3) Ci allineeremmo al numero di parlamentari esistente negli altri Stati europei. Qui bisogna intanto fare una precisazione di carattere metodologico: non bisogna sommare “le mele con le pere”. I sistemi parlamentari degli altri Stati possono essere molto diversi dal nostro. Per questa ragione la comparazione va fatta con sistemi più o meno omogenei e comunque distinguendo il numero dei parlamentari presenti nella prima Camera da quelli presenti nella seconda.” (…) (4) Nel caso dell’Italia, la necessità di avere un equilibrio tra deputati e senatori deriva dal fatto che le due Camere sono entrambe elettive e fanno esattamente le stesse cose (e quindi, per restare all’esempio che si faceva più sopra, accordano entrambe la fiducia al Governo). Questo equilibrio nella rappresentanza è minato proprio dalla riforma costituzionale sottoposta al voto dei cittadini. E ne spiego il perché. Il nodo – checché ne dicano le forze politiche favorevoli alla riforma – è proprio quello della rappresentanza: sia dal punto di vista “quantitativo” sia dal punto di vista “qualitativo”. Se passerà la riforma, l’Italia scivolerà in fondo alla classifica nel rapporto tra numero di parlamentari e numero di abitanti: nel caso della Camera dei deputati si collocherà all’ultimo posto (1 deputato ogni 151.210 abitanti); nel caso del senato al penultimo (1 senatore ogni 302.420 abitanti), seguita, in ciò, solo dalla Polonia. Com’è noto, la Costituzione prevede che il Senato sia “eletto a base regionale”, che “nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette” e che “il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta uno”. Ebbene, la riforma non tocca questa previsione, limitandosi a dire che ogni Regione non avrà più 7 senatori, ma 3, e che ciò riguarderà pure le Province autonome di Trento e Bolzano. Mentre il Molise continuerà ad averne due e la Valle d’Aosta uno. Qual è il risultato di questa modifica? Che mentre alcune Regioni – come il Trentino-Alto Adige, che ha appena un milione di abitanti – otterrebbe ben 6 senatori, altre, come il Friuli-Venezia Giulia ne avrebbe solo 4, la Basilicata, l’Umbria e l’Abruzzo solo 3. La riforma, infine, inciderà anche sulla composizione delle Commissioni parlamentari; e poiché occorrerà garantire che tutte le forze politiche siano in esse rappresentate, l’epilogo sarà che, soprattutto in sede deliberante, una manciata di senatori finirà per decidere delle sorti di una legge.
Veniamo alla questione della “qualità” della rappresentanza. La riduzione del numero non incide su questo, se non in senso peggiorativo. Se – come si ritiene – la qualità della rappresentanza è già modesta con gli attuali numeri, figurarsi cosa accadrà quando i parlamentari saranno in numero inferiore: statisticamente sarà giocoforza più bassa. Se si vuole garantire la “qualità” della rappresentanza occorre modificare la legge elettorale, non ridurre il numero dei parlamentari. Il PD aveva accettato di sostenere la riforma – dopo aver votato contro di essa in passato – a patto che la riforma fosse accompagnata, tra le altre cose, da una modifica del Rosatellum bis. Ma il punto non è più all’ordine del giorno. Mantenere l’attuale legge elettorale dopo aver ridotto il numero dei parlamentari vuol dire aumentare il potere delle segreterie di partito nella selezione dei candidati, ossia rafforzare esattamente ciò contro cui i cittadini vorrebbero votare “sì” al referendum costituzionale: l’oligarchia dei soliti noti. “
Queste considerazioni che sostengono la posizione del no, tutte teoriche e tutte formulate sulla base della disciplina del diritto costituzionale, possono essere tradotte in pratica anche come segue. Il voto “no” è una specie di referendum sul Movimento 5 Stelle che ha fatto della riduzione dei parlamentari solo una bandiera ideologica in quanto non è stato capace di perseguire fino in fondo la riforma che propugnava restituendo alla politica la sua vera funzione, evitando di trasformarsi esso stesso in casta , riaffermando , anche stando al Governo ,il pieno e legittimo diritto di tutte le sue anime con le quali è nato e per le quali ha ottenuto i consensi elettorali che lo hanno portato a governare. Il no potrebbe essere un referendum anche sul Movimento e potrebbe essere la vera sorpresa di questo voto come accadde per altri referendum , lontani nel tempo come per esempio quello sul divorzio che inaspettatamente rivelò una realtà diversa da quella che le forze in campo avevano ipotizzato e più vicini a noi come quello sulla riforma costituzionale promossa dal Governo di Matteo Renzi di cui conosciamo l’esito .
LE RAGIONI DEL SI
Chi sostiene il Si, afferma che la riforma costituzionale snellisce il processo legislativo, aumenta la funzionalità e la qualità del lavoro dei due rami del Parlamento ed adegua il numero dei deputati e dei senatori – considerato troppo alto in Italia – a quello dei parlamentari eletti in altri Paesi europei.
I sostenitori del si contano sul sentimento antipopolare nel nostro paese nei confronti della classe politica. Tanto che questa consultazione popolare garba assai poco a Nicola Zingaretti perche il leader del Pd intravede in questo referendum che “è stato un errore chiedere” un invito esplicito a pronunciarsi su qualcosa di più elevato del numero, ovvero proprio sulla natura della nostra democrazia. «Sarà un referendum sul parlamentarismo», prevede Zingaretti, scorgendo nulla di buono nell’esito che ne deriverà in termini più generali di messaggio al paese. Insomma, una parte della sinistra teme che se nel ventennio gli italiani non scesero in piazza quando Mussolini chiuse di fatto i battenti al parlamento, dopo aver minacciato di ridurlo ad un “bivacco di manipoli”, anche oggi quel sentimento di indifferenza e ostilità diffusa verso il presidio della Democrazia potrebbe trovare rinnovata linfa da una vittoria schiacciante di chi non vede l’ora di sforbiciare gli eletti del popolo. Anche se non mancano studiosi ed esperti di sinistra che invece sostengono che questa riforma serva a ridare dignità al lavoro di parlamentare. Al momento però anche Zingaretti affida al partito una decisione rispetto al si e al no che potrebgbe venire nei prossimi giorni.
Cruciale però diventa di fronte a questa discussione il varo di un nuovo sistema elettorale che sembra poter continuare quell’iter di riforma che il taglio dei parlamentari propone a non tener conto che sarebbe ,la nuova legge elettorale ,solo una legge ordinaria e non costituzionale . Il che già fa sorgere qualche perplessità sul completamento dell’iter. Comunque questo impegno con l’accordo sulla legge elettorale ( che potrebbe profilarsi prima della data del referendum ). era previsto negli “accordi di programma” tra le forze di maggioranza che sorreggono l’attuale Governo anche se tarda ad arrivare . Già il 6 agosto scorso Zingaretti aveva avvertito gli alleati e non cambia idea: serve l’ok a un sistema proporzionale almeno in un ramo del Parlamento prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Il ministro Di Maio dei 5 stelle aveva risposto su Repubblica: “Comprendo le preoccupazioni, c’è un accordo e vogliamo rispettarlo”. Le resistenze arrivano soprattutto da Italia Viva: Renzi vuole il maggioritario. Forza Italia con Brunetta apre a una convergenza, ma Bernini frena: “Non ci sarà nessun soccorso azzurro”
Il Pd preme per un voto in prima lettura sulla nuova legge elettorale entro il 20 settembre. Ma l’idea di un sistema proporzionale con sbarramento al 5% si scontra con l’ostacolo Italia Viva, che chiede il maggioritario, dando vita a una nuova rottura all’interno delle forze di maggioranza. Da una parte il segretario Dem, Nicola Zingaretti, fa pressione sul presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dall’altra Matteo Renzi sostiene che il tema “non è la priorità” e che serve “una legge maggioritaria, sul modello dei sindaci”. Proprio ciò che il Partito Democratico vuole evitare.
Il testo, che era in calendario in Aula alla Camera il 27 luglio, prevede infatti una riforma di stampo proporzionale, con sbarramento al 5%, su cui a gennaio era stato raggiunto un primo accordo di maggioranza. Proprio sulle passate intese mette l’accento il Pd: “Questo governo esiste anche perché c’è un accordo. Taglio dei parlamentari e nuova legge elettorale a garanzia della dialettica democratica”.
Il referendum per la diminuzione degli scranni in Parlamento è fissato per il 20 settembre ed è entro quella data che Zingaretti, rivelano fonti Dem, vuole arrivare al voto sulla legge elettorale. Dopo rischia di aprirsi una stagione di grandi incertezze anche perché se il centrodestra dovesse vincere le Regionali tornerebbe a gran voce a invocare le urne. Prima di tornare ai seggi, quindi, il partito vuole riformare la legge, visto che un sistema di stampo maggioritario darebbe maggior potere in mano alla prima formazione italiana, ossia la Lega. E proprio Matteo Salvini attacca Zingaretti sostenendo che quella tentata dal segretario sia una manovra “di stampo cinese, non democratica”, per impedire alla Lega di stravincere. Il Pd nega: è un tema di equilibri istituzionali, spiegano, e una questione di rispetto degli accordi di governo. (5)
Tagliare il numero dei parlamentari potrebbe essere una riforma utile ma occorre che garantisca il principio della rappresentanza . Per non ingenerare il sospetto, ed è solo un sospetto , che chi propone il semplice taglio senza completare la riforma in realtà miri solamente ad indebolire l’istituto del parlamento e quindi proprio la rappresentanza. Non completare la riforma o completarla con una legge non costituzionale ( come potrebbe essere quella ordinaria del sistema elettorale su cui sembrano confluire PD e Movimento 5 stelle per promuovere il SI ) porta a punti di frizione costituzionale e a conseguenze che devono essere tenute presenti. Un esempio in questo senso potrebbe essere quello della elezione del Presidente della Repubblica . Restando invariata la configurazione degli elettori , con il taglio dei parlamentari proposto dalla riforma si verificherebbe una situazione per la quale il peso dei parlamentari potrebbe essere esiguo rispetto a quello dei delegati regionali. Così come pure bisognerebbe pensare all’esiguo risparmio che il taglio dei parlamentari farebbe conseguire a fronte invece della riduzione dei compensi dei singoli senatori e deputati e dei loro privilegi che si rappresenterebbe una vera riforma .
Questa la cronaca spicciola di un fine agosto su un referendum in cui le ragioni del si e del no dunque si fronteggiano. Quanto pesino queste ragioni sulla vita dei cittadini in questo particolare momento e in questo contesto, così pieno di certezze non è facile capire . Qualunque sia l’esito del voto ( va ricordato che non esiste quorum) la politica in questo paese quasi sicuramente cambierà. Perché è un voto abbinato alla elezione dei presidenti di alcune regioni importanti e di alcuni sindaci . Cambierà perché il quesito referendario più che essere un quesito costituzionale sembra rappresentare una prova di sopravvivenza dell’attuale Governo e di tenuta del Movimento Cinque Stelle . Con una domanda sul cambiamento che è sempre la stessa : in meglio o in peggio ? Ma sulle ragioni del si e del no e degli scenari possibili a secondo della vittoria dell’una parte o dell’altra torneremo a parlarne su queste pagine .
(1) All’entrata in vigore della Costituzione Italiana nel 1948, gli articoli 56 e 57 non individuavano un numero massimo di parlamentari da eleggere. Infatti, era prevista l’elezione di un deputato ogni 80.000 abitanti o per frazione superiore a 40.000, mentre per ciascuna regione era assegnato un senatore ogni 200.000 abitanti o per frazione superiore a 100.000, con un minimo di sei senatori per ogni regione e massimo un solo senatore per la Valle d’Aosta. Per effetto di ciò, nella prima legislatura (1948-1953) furono eletti 572 deputati e 237 senatori (a cui si aggiunsero i 107 senatori di diritto previsti dalla III disposizione transitoria); nella seconda legislatura (1953-1958) furono eletti 590 deputati e 237 senatori; nella terza legislatura (1958-1963) furono eletti 596 deputati e 246 senatori.
Nel 1963, sul finire della III legislatura e durante il Governo Fanfani IV, fu approvata la legge costituzionale 2/1963 che modificò gli articoli 56, 57 e 60 della Costituzione, fissando a 630 il numero dei deputati e a 315 il numero dei senatori, equiparando inoltre la durata di entrambe le Camere a 5 anni (originariamente il Senato durava 6 anni). Scopo della riforma fu garantire un miglior equilibrio funzionale del sistema bicamerale; peraltro, il rapporto fisso di 2 a 1 dei parlamentari di Camera e Senato avrebbe tutelato la rappresentanza senatoriale in occasione delle sedute comuni del Parlamento.
Già pochi anni dopo, con l’istituzione ufficiale delle amministrazioni regionali (1970) e poi del Parlamento europeo (1979), ci si rese conto che il numero di politici da eleggere era aumentato notevolmente, per cui si iniziò a ipotizzare una diminuizione dei seggi parlamentari all’interno della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali.
Durante la IX legislatura venne istituita la commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi che ipotizzò di assegnare un deputato ogni 110.000 abitanti e un senatore ogni 200.000, oppure di assegnarli in linea con la media europea; la discussione però non portò ad alcuna proposta concreta.
Nella XIII legislatura la commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema presentò un progetto per individuare il numero di deputati fra 400 e 500, mentre i senatori sarebbero dovuti essere 200.
Il progetto di revisione costituzionale del 2005-2006, varato nella XIV legislatura su iniziativa del centro-destra durante il Governo Berlusconi III, prevedeva in particolare la riduzione del numero di deputati da 630 a 518, e di senatori da 315 a 252.[8] I senatori sarebbero stati eletti contestualmente all’elezione dei consigli regionali; i senatori a vita sarebbero diventati “deputati a vita”; sarebbe diminuita l’età minima per essere eletti alla Camera (da 25 a 21 anni) e al Senato (da 40 a 25 anni). La proposta venne però bocciata a seguito del referendum costituzionale del 2006, in cui il 61,29% degli elettori espresse parere contrario.
Nella XV legislatura, Luciano Violante presentò una bozza di legge costituzionale che indicava 512 deputati e 186 senatori, questi ultimi eletti dai consigli regionali, provinciali e comunali. Il progetto fu approvato dalla Commissione Affari Istituzionali della Camera, ma non approdò mai in aula a causa della fine anticipata della legislatura.
Nel 2012 venne approvato in prima lettura al Senato una riforma che diminuiva i parlamentari da 950 a 758 (508 deputati e 250 senatori), ma anche questa volta la XVI legislatura venne chiusa in anticipo, con il conseguente decadimento dell’iter. Nella successiva legislatura venne ripreso il tema, ipotizzando 480 deputati e 120 senatori in linea con la media europea,[9] mentre il governo Letta propose 450 membri alla Camera e 200 al Senato.
La successiva proposta di riforma costituzionale Renzi-Boschi del 2016 prevedeva, oltre alla ridefinizione del ruolo del Senato della Repubblica, che il numero dei senatori eletti fosse ridotto da 315 a soli 95 membri nominati dai Consigli regionali fra i loro stessi componenti e fra i sindaci dei propri territori; nessuna modifica numerica era invece prevista per la Camera dei deputati. Anche tale proposta tuttavia trovò il voto contrario del 59,12% degli elettori che si espressero nel Referendum costituzionale del 2016
(2) la cronologia dell’iter parlamentare della riforma e dei passaggi formali necessari al referendum:
7 febbraio 2019: il Senato della Repubblica approva il disegno di legge in prima deliberazione con 185 voti favorevoli, 54 contrari e 4 astenuti.
9 maggio 2019: la Camera dei deputati approva il disegno di legge in prima deliberazione con 310 voti favorevoli, 107 voti contrari e 5 astenuti. 11 luglio 2019: il Senato della Repubblica approva il disegno di legge in seconda deliberazione con 180 voti favorevoli e 50 contrari. La maggioranza è quindi inferiore ai due terzi dei componenti richiesta dal terzo comma dell’articolo 138 della Costituzione per rendere inammissibili le richieste di referendum8 ottobre 2019: la Camera dei deputati approva il disegno di legge in seconda deliberazione con 553 voti favorevoli, 14 voti contrari e 2 astenuti (maggioranza superiore ai due terzi dei componenti). 12 ottobre 2019: la legge costituzionale viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 240. Da questo momento partono i tre mesi di tempo affinché un quinto dei membri di una Camera o 500.000 elettori o cinque Consigli regionali possano domandare che si proceda al referendum popolare.
17 ottobre 2019: il Partito Radicale deposita alla Corte di Cassazione la richiesta di referendum costituzionale confermativo;[15] dopo tre mesi però i Radicali annunciano di aver raccolto in tutta Italia solo 669 firme, a fronte delle 500.000 firme richieste; 10 gennaio 2020: 71 senatori depositano presso la Corte di Cassazione la richiesta di referendum costituzionale, promossa dai senatori Tommaso Nannicini (PD), Andrea Cangini e Nazario Pagano (FI);
23 gennaio 2020: L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte suprema di cassazione dichiara la richiesta di referendum conforme all’articolo 138 della Costituzione e accerta la legittimità del quesito referendario proposto.[17] Da questo momento il Consiglio dei ministri ha 60 giorni di tempo per fissare la data del referendum che dovrà tenersi tra 50 e 70 giorni dalla fissazione. 27 gennaio 2020: Il Consiglio dei ministri fissa la data del referendum al 29 marzo 2020.
28 gennaio 2020: Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto d’indizione del referendum
5 marzo 2020: Il Consiglio dei ministri, in considerazione di quanto disposto con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo 2020, recante misure per il contrasto, il contenimento, l’informazione e la prevenzione sull’intero territorio nazionale del diffondersi della malattia COVID-19 propone al Presidente della Repubblica la revoca del decreto di indizione del referendum per il 29 marzo. Lo stesso giorno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di revoca dell’indizione del referendum
17 marzo 2020: viene promulgato il cosiddetto decreto-legge #CuraItalia che con l’art. 81 estende da 60 a 240 giorni (fino al 19 settembre 2020) il termine entro il quale indire il referendum tramite decreto del Presidente della Repubblica
14 luglio 2020: Il Consiglio dei ministri fissa la nuova data del referendum al 20 e 21 settembre 2020.
17 luglio 2020: Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il nuovo decreto d’indizione del referendum.
(3)i l disegno di legge costituzionale sottoposto ad approvazione si compone di quattro articoli.
L’articolo 1 modifica l’articolo 56 della Costituzione riducendo il numero dei deputati da 630 a 400. Il numero dei deputati eletti nella Circoscrizione Estero passa da 12 a 8.
L’articolo 2 modifica l’articolo 57 della Costituzione riducendo il numero dei senatori elettivi da 315 a 200. Il numero dei senatori eletti nella Circoscrizione Estero passa da 6 a 4. Il numero minimo di senatori assegnato ad ogni regione si abbassa da 7 a 3. Nel nuovo testo, inoltre, le due Province autonome di Trento e Bolzano vengono equiparate alle regioni, assicurandosi tre senatori a testa. Rimangono invece invariati i seggi assegnati al Molise (2) e alla Valle d’Aosta
L’articolo 3 modifica l’articolo 59 della Costituzione chiarendo che il numero massimo di senatori a vita di nomina del presidente della Repubblica non possa in alcun caso essere superiore a 5. In tal modo viene eliminata l’ambiguità del precedente testo costituzionale in cui il limite di 5 senatori a vita poteva intendersi come limite massimo di senatori a vita presenti in Senato oppure come limite massimo di nomine a disposizione di ciascun presidente della Repubblica (quest’ultima interpretazione fu seguita dai soli presidenti Sandro Pertini e Francesco Cossiga, che nominarono entrambi 5 senatori a vita, raggiungendo il massimo di 9 senatori a vita di nomina presidenziale contemporaneamente in carica).
L’articolo 4 disciplina infine l’entrata in vigore delle nuove disposizioni di legge stabilendo che esse si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento delle Camere successivo alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi 60 giorni dalla predetta data di entrata in vigore
(4) Questa la spiegazione : “ In Italia la Camera dei deputati conta 630 membri: il che vuol dire che al momento abbiamo un deputato ogni 98.000 abitanti. In Germania la Camera dei deputati (che si chiama Bundestag) conta 709 deputati; poiché la Germania ha 20 milioni di abitanti in più dell’Italia, il rapporto che ne viene fuori è il seguente: un deputato ogni 116.000 abitanti. In Italia i senatori sono 315, e cioè: 1 ogni 192.000 abitanti; in Germania sono 69, e cioè: 1 ogni per ogni milione e 200.000 abitanti. Ha senso fare una comparazione di questo tipo? No, perché in Germania i membri della seconda Camera (che si chiama Bundesrat) non sono eletti, non rappresentano i cittadini, ma i governi delle “Regioni” tedesche (che si chiamano Länder), e non svolgono le stesse funzioni di quelle svolte dal Senato italiano (il Bundesrat, per esempio, non accorda la fiducia al Cancelliere, e cioè al Capo del Governo).
