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SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”

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  Redazione-  Gabriele d’Annunzio è conquistato dal paesaggio arcaico e misterioso dell’isola, “terra magica”, che riecheggia ambienti esotici e arabeschi, dalla “solitudine ampia e serena”, dalla sua “civiltà taciturna” e dichiara di provare “… nostalgia della Sardegna da dodici anni, come d’una patria già vissuta in una vita anteriore”. Così come rimane stregato dai canti popolari sardi, dalla musica di Gavino Gabriel, dal canto corale sardo, canto a tenore, che gli pare “antico quanto l’alba”, tanto che nel 1927 ospita il Coro di Aggius al Vittoriale:

  “…da più giorni vivo nel cerchio magico di quelle melodie. Non è possibile ascoltare un canto della Planargia e dell’Anglona senza restare imprigionato da un fascino misterioso…”.

  Le rocce ciclopiche, la monumentalità delle strutture nuragiche agli occhi del poeta parlano di una terra mitica, sacra.

  Poi i tre giovani inviati procedono verso Masua con la sua “miniera appollaiata tra le montagne”.

  “A Masua, un pezzo d’inferno seppellito nel paradiso terrestre, trovammo un’ospitalità larga e cortese. … un sonetto di Pascarella vi esprimerà le nostre impressioni in quella bolgia dantesca”.

  Da Masua tornano a Cagliari, dove ritrovano gli amici che li guidano in visita della città e dintorni. Poi alla vigilia della loro partenza viene organizzato un lauto banchetto. Ci sono tutti. C’è Felice Uda, professore di Liceo e direttore di “Serate italiane”; c’è Ottone Baccaredda, giurista, scrittore, politico; ci sono il direttore di “Bandiera Sarda”, il direttore di “Scintilla”, Ugo Ranieri, l’avvocato Congiu, redattore di “Meteora” e tanti altri intellettuali dell’isola, tutti a festeggiare con i calici traboccanti il rosso di Oliena, e a salutare i giovani cronisti di “Capitan Fracassa”.

  Dopo Cagliari e l’Iglesiente è la volta della Barbagia, di Nuoro con il suo monte Ortobene, di Oliena con il monte Corrai. A Oliena d’Annunzio è accolto come “figlio”, riconosciuto come ospite importante, prediletto in un’atmosfera di celebrazione. Assieme ai suoi compagni di viaggio è ricevuto dal sindaco e con lui si reca a conoscere il più ricco possidente della zona: Giovanni Tolu, il quale “raccoglie tanto vino da ubbriacare per tutto l’anno un reggimento prussiano, e non sa nemmeno lui quante tanche abbia, popolate di bovi e di cavalli.”  E di ospitalità in ospitalità “il vino d’Oliena ci gorgogliava nelle vene”, poiché “l’usanza del paese è questa; e conviene piegarsi”, scrive Scarfoglio.

Il vino di Oliena è ricordato da d’Annunzio in una lettera inviata all’amico Hans Barth, il quale la sceglie a prefazione di una Guida da lui pubblicata.

Marina si Pisa, ottobre 1909

  “Mio caro Hans Barth,

 

se pur vorrete sostare alla foce d’Arno, qui dove tra tanta acqua dolce e amara vive il vostro amico scandolezzatore e attende alla sua opera corruttrice che anche una volta è per offendere la veneranda virtù dei contemporanei, io vi prometto di sacrificare alla vostra sete un boccione d’olente vino d’Oliena serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia stato io testimone e complice.

 

  Non conoscete il Nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi, lasso!

 

Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domos de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo. Io non lo conosco se non all’odore; e l’odore, indicibile, bastò a inebriarmi. Eravamo clerici vagantes per un selvatico maggio di Sardegna, io, Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, or è gran tempo, quando giungemmo nella patria del rimatore Raimondo Congiu piena di pastori e di tessitrici, ricca d’olio e di miele, ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate. Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti ignoti; e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia, a gara.

 

  Ah, mio sitibondo Hans Barth, come le vostre nari sagaci avrebbero palpitato allorché il rosso Nepente sgorgò dal vetro con quel gorgoglio che suol trarvi dal gorgozzule quei “certi amorevoli scrocchi” – parla il nostro Firenzuola! – Avete nel cuore qualcuna di quelle ‘Odi Purpuree’ di Hafiz che cantano il vino e la rosa? Ci parve che l’anima stessa dell’Anacreonte persiano emanasse dalla tazza colma, col colore del fuoco e con l’odore d’un profondo roseto. Certo, chi beve quel vino non ha bisogno d’inghirlandarsi. Il poeta epico di ‘Villa Gloria’, che allora allora col ‘Morto de Campagna’ e con la ‘Serenata’ era entrato nell’arte giovanissimo maestro per la porta della perfezione, non ebbe cuore di respingere un dono di ospitalità  così fatto. E io, ebro già  dell’odore, lo pregavo di bere per me; e simile lo pregava il nostro compagno. Cosicché per ogni dimora egli ritualmente votava tre tazze. E di tre in tre compose nel suo cuore le terzine di molti mirabili sonetti che non conosceremo giammai.

 

  Ora accadde che nell’ultima casa, affacciata sopra un uliveto più bello e più santo di quelli che ombrano la vita di Delfo, domandando l’ospite a ciascuno di noi notizie del nostro paese natale, io fossi da lui riconosciuto come il figlio del signore che nel lontano Abruzzo per singolari vicende l’aveva accolto secondo l’antico nostro costume liberale. Commosso dal ricordo sino alle lacrime, sebbene avesse un occhio solo, egli si profuse in carezze verso me e i compagni con tanto calore ch’io mi sentii perduto. Ma il Pasca votò anche una volta tre e tre coppe. E io m’ebbi in dono una pelle di cignale, un lungo fucile damaschinato d’argento e un caratello. Quando uscimmo per raggiungere la nostra vettura, il generosissimo sostituto era già trasformato in prisco Quirite e voleva lasciar su la via le vili brache polverose per vestire a guisa di toga illustre il cuoio irsuto. Gli persuademmo ch’egli fosse già togato. E allora meravigliosamente sragionando, come s’egli avesse consuetudine della lunga veste, faceva l’atto di accogliere al petto le pieghe della destra parte e di comporre sul braccio sinistro quella specie di tracolla che dicevasi in Roma il seno della toga. E in quel seno immaginario, pieno d’una esausta eloquenza, fu di certo concepita primamente la ‘Storia romana’.

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  Esso poi e il Quirite si riempirono d’un letargo che durò due giorni. Ma in tutto (udite, o luterano ligio alle regole papali!) la sbornia d’Oliena fu quadriduana.’Iam foetet’ dice Marta a Gesù, come viene tolta la pietra sopra Lazzaro giacente da quattro dì. Ma il Pasca dopo quattro dì auliva il roseto di Hafiz. ‘Aduc bene olet!’ Andate dunque da Monterosso di Mare a Oliena d’Oltremare, valicando il Tirreno sino al Golfo di Orosei, magari in velivolo, o stirpe di Otto Lilienthal. Son certo che là è la meta sublime delle vostre peregrinazioni eloquenti; là è l’estasi e il silenzio, in una Casa di Fata e in un Sepolcro di Gigante. E il ricordo di tutte le taverne laudate, dalla Verona della Luna, alla Capri di Herman Moll, sarà vanito. E, preludendo e interludendo su le canne della ‘launedda’ paesana, voi canterete i versetti del salmo supremo, a imitazione di Minutchehr:

  ‘A te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito ultimamente.

  Il Sire Iddio ti dona a me, perché i piaceri del mio spirito e del mio corpo sieno inimitabili.

  Possa tu senza tregua fluire dal quarteruolo alla coppa e dalla coppa al gorgozzule.

  Possa io fino all’ultimo respiro rallegrarmi dell’odor tuo, e del tuo colore avere il mio naso per sempre vermiglio.

  E, come il mio spirito abbandoni il mio corpo, in copia di te sia lavata la mia spoglia, e di pampani avvolta, e colcata in terra a pie’ d’una vite grave di grappoli; ché miglior sede non v’ha per attendere il Giorno del Giudizio’.

 

  Ad multos annos, ilare amico, finché non abbiate bevuto almeno tanto vin mero quanto d’acqua torba reca il Cedrino in piena di maggio per la terra ospite!

  Valeas foreas rubeas, multibibe doctor. Ave”.    

Gabriele d’Annunzio

  I tre “clerici vagantes” visitano Alghero, Sassari e Nuoro, passando per Macomer, Silanus, Birinau. Si trovano in Barbagia “ma dei briganti, nemmeno l’odore”, scrive Scarfoglio, firmandosi Papavero. A Nuoro soggiornano nell’”Albergo del progresso”. Come scrive Scarfoglio, visitano anche Fonni, “all’ombra del Gennagentu”, Orgosolo, “antico covo di banditi, sepolto fra gli scondimenti della montagna”. Durante la permanenza a Nuoro Gabriele d’Annunzio riceve le prime copie di “Canto Novo”, “fresco di stampa”, edito da Angelo Sommaruga. Scarfoglio scrive:

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  “Io lo lessi tutto quanto in letto, se bene lo sapevo già a memoria; e non so dirti di quanto impeto di entusiasmo abbracciai l’amico levandosi .. Quel giorno si andò con una compagnia numerosa a fare una passeggiata a cavallo, e galoppando in prova con Gabriele su pei sentieri di montagna, e poi da la cima dei monti contemplando la scena stupenda che ci si spiegava alla vista intorno  e all’ingiù, il mio spirito si abbandonava giubilando uno dei più puri e più vivi diletti che lo abbiano mai consolato: la contemplazione della santa natura  a fianco d’un amico o d’un’amica, che la intuisca e l’adori con intelletto d’arte.

  O quella escursione per la Sardegna, dalle steppe di Terranova alle fatate grotte di Alghero, ove qualche ninfa delle onde marine si è costruito un nido per l’amore! I colombi selvaggi si buttavano a stormi fuori dalle grotte, quando noi ci appressammo con la barca, e quando un’altra barca dallo scalo di Terranova ci portò alla nave del ritorno i gabbiani volavano sopra di noi nell’aria serena, quasi salutando il loro poeta.

  Chi avrebbe potuto pensare allora, o Gabriele, che quella nave ci valicava alla tua rovina poetica? Sì fu proprio alla rovina di Gabriele che noi navigammo sospinti dalla furia del vapore. Poiché un mese di poi il piccolino ritornò alla patria, onde nell’ultimo autunno venne di nuovo a noi stranamente mutato. Nell’estate chi sa per quale tristo fatto o per quale fenomeno psicologico era avvenuto in lui un rivolgimento: la fanciulla inconsciamente timida e selvatica si era tramutata in una civetta che sulla timidezza e sulla selvaticheria calcolava. Gabriele, che da Roma era partito ingenuo, modesto, gentile, ritornò a Roma superbo, vanesio, sdolcinato.”

  Quando d’Annunzio torna a Roma, l’edizione di “Canto novo” va a ruba, diviene, a un tratto, il canto di tutta la gioventù italiana.

  Scarfoglio scrive ancora nel suo reportage sulla Barbagia:

 “A Nuoro non c’è niente da vedere … Fa pena l’abbandono pieno e ingiusto in cui il governo lascia uno dei più belli e fertili pezzi dell’Italia, ove, tra le altre cose, vi sono delle femmine stupende. Non è già la freschezza delle femmine di Cabras, o i profili purissimi delle femmine delle tribù greche del Limbara; ma una prepotenza femminile florida e vittoriosa”.

  Sempre nel reportage di Scarfoglio si legge: “Pare impossibile – diceva Gabrieddu – anche le vecchie hanno potenza di mammelle”.

Nelle loro corrispondenze con “Capitan Fracassa” entrambi, Scarfoglio e d’Annunzio, decantano con tanto fervore la floridezza dei seni e delle curve femminili delle donne dell’isola che i fieri Sardi ne restano offesi e, per riconciliare le parti ed evitare il peggio, alcuni amici sardi devono intervenire in difesa dei due scrittori.

(continua)

F.to Gabriella Toritto

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