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” UNA NUOVA AGRICOLTURA PER I CAMBIAMENTI CLIMATICI ” DI VALTER MARCONE

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Redazione-  La storia dell’umanità è una storia di odori ,profumi, fetori ,fragranze, colori gusti, sapori. E’ una storia di guerre. Una storia di scoperte scientifiche e di uso della tecnica derivante da quelle scoperte per applicarle a fini concreti. Ma è anche una storia nella quale l’uomo si trasforma da cacciatore e raccoglitore in agricoltore e allevatore. Questa trasformazione è un vero e proprio salto repentino o un lungo periodo di adattamento all’ambiente.

Il passaggio dei nostri antenati da cacciatori-pescatori e raccoglitori ad agricoltori potrebbe essere stato molto più graduale di quanto ritenuto finora, secondo un nuovo studio condotto su antichi vasellami, i cui risultati sono riportati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).I ricercatori delle Università di York e dell’ Università di Bradford hanno analizzato i residui di cottura in 133 vasi di ceramica ritrovati in 15 siti nelle regioni del Baltico occidentale, per stabilire se tali residui fossero di origine terrestre, marina o di organismi di acqua dolce. I reperti sono datati al 4000 a.C. circa, epoca in cui sono cominciate, secondo le prove archeologiche, le domesticazioni di animali e piante nella regione. La ricerca ha dimostrato che quelle popolazioni continuarono a consumare per esempio pesce , dovuta appunto all’attività svolta prima della domesticazione di piante e animali ,ancora per molto tempo . (1)

Per millenni l’uomo ha continuato a cercare e quindi rendere utilizzabili all’uso terreni dove coltivare alcune piante disboscando , ripulendo argini, costruendo canali e comunque dando una sembianza all’ambiente che lo circondava ( è anche il caso del paesaggio agrario ) quasi a sua immagine e somiglianza. Dal mille quattrocento poi questa opera si è intensificata e ha trasformato completamente il territorio . Con alcuni benefici come per esempio il controllo delle acque sorgine e delle acque piovane specialmente nel corridoio degli Appennini italiani . Un lavoro che inizia quasi dopo l’unità d’ Italia con la legge che istituisce i consorzi di bonifica , una vera e propria “istituzione “in questo settore e va avanti per decenni .

Il Consorzio di bonifica è un Ente Pubblico Economico di natura privatistica, amministrato dai propri consorziati, che coordina interventi pubblici ed attività privata nei settori della difesa idraulica, dell’irrigazione e della tutela dell’ambiente. Per capire meglio i compiti e le funzioni del Consorzio di Bonifica, giova ricorrere alla sentenza della Corte Costituzionale n° 66 del 1992, la quale recita testualmente: “La bonifica è un’attività pubblica che ha per fine la conservazione e la difesa del suolo, l’utilizzazione e tutela delle risorse idriche e la tutela ambientale. I Consorzi di Bonifica sono una delle istituzioni principali per la realizzazione degli scopi di difesa del suolo, di risanamento delle acque, di fruizione e di gestione del patrimonio idrico per gli usi di razionale sviluppo economico e sociale e di tutela degli assetti ambientali ad essi connessi”. Le competenze in tema di bonifica, prima di competenza statale, sono diventate di attribuzione regionale con un primo parziale decentramento attuato nel 1972 ad opera del D.P.R. 15 gennaio 1972, n. 11, concernente la materia dell’agricoltura e foreste, della caccia e della pesca nelle acque interne, che trasferì alle regioni a statuto ordinario le funzioni riguardanti la bonifica integrale e montana, comprese quelle già esercitate dallo Stato nei confronti dei Consorzi; la classificazione e declassificazione dei comprensori di seconda categoria, l’approvazione e l’attuazione dei piani generali di bonifica, le opere di bonifica, con esclusivo riferimento all’ambito del territorio regionale. Lo Stato si riservò, oltre la classificazione e declassificazione dei comprensori di prima categoria, tutte le funzioni di rilievo ultraregionali – riguardanti cioè opere, classificazione, comprensori, piani, consorzi a dimensione interregionale – che furono ritenute d’interesse nazionale. (2 )

Torniamo negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia. In quei decenni si susseguono censimenti, relazioni sulle condizioni di vita nelle varie regioni, inchieste agrarie , rilevazioni statistiche . L’inchiesta agraria più nota è quella denominata Jacini che poi per ogni regione assume il nome del coordinatore locale.

La storia dell’agricoltura di quegli anni, della vita nelle campagne per l’Italia che è un paese eminentemente agricolo ci parla di una “ civiltà” del lavoro contadino e un punto fermo di valori e di un cammino positivo . Anche con tutte le occasioni e le critiche negative che siamo in grado di fare oggi alla luce di cambiamenti che hanno evidenziato appunto tutti quegli aspetti negativi che quel mondo aveva prodotto.

Un percorso dunque che sfiora molti aspetti della vita del nostro paese e che attraverso la meccanizzazione , per esempio, affranca quel lavoro dalla fatica fisica, attraverso il progresso della scienza agroalimentare , afferma il valore della diversità, delle tecniche di coltivazione,concimazione, irrigazione, che insomma fa dell’agricoltura italiana una delle eccellenze nel mondo.

L’agroalimentare italiano con le sue affermazioni viene però da un impegno lungo e faticoso nel tempo . Abbiamo parlato di inchieste agrarie realizzate subito dopo l’unità del paese ma dobbiamo anche ricordare La Società di informazione e istruzione .

Alberto Grimelli scrive su Teatro naturale .it presentando il libro “Istruzione agraria, professionalizzazione e sviluppo agricolo nell’ottocento “ a cura di Giuliana Biagioli, Rossano Pazzagli ,Editore Olschki,Pagg 801 ( due volumi) :”Una delle rivoluzioni più profonde e durature dell’ottocento sono le prime esperienze dell’insegnamento agrario, il sorgere di istituti e scuole superiori di agricoltura, la nascita delle professioni tecniche.
Non credo infatti che sia noto ai più che come raccontato dal prof. Pazzagli “Nel corso della prima metà dell’ottocento non solo si intensifica il dibattito sulle condizioni dell’agricoltura italiana, ma si assiste alla comparsa di iniziative nuove, che coinvolgono le elites sociali e intellettuali e che sfociano, tra le altre cose, nella creazione di istituzioni formative per l’agricoltura. In particolare, i 15-20 anni che precedono il Quarantotto (ndr ben prima quindi dell’unificazione) rappresentano il periodo nel quale nascono in Italia le prime scuole teoriche-pratiche d’agricoltura i cui promotori (privati o locali) si pongono esplicitamente il problema del rapporto tra istruzione, formazione e sviluppo agricolo.”

Quindi possiamo dire che “ L’ottocento rappresenta un momento storico di grande rilievo, segna una svolta, l’industrializzazione, la caduta di modelli di società vigenti da secoli, la nascita di nuove filosofie e ideologie.
Anche nel mondo rurale tra ‘700 e ‘800 esiste una discontinuità, anche se come sottolineato dalla prof. Biagioli “le innovazioni, nel settore agricolo, camminano di certo più lentamente che in quello industriale.”(3)

A tutti sono note le vicende che hanno determinato il disastro del 15-18 maggio 2023 nel territorio della regione Emilia e Romagna. Un territorio sottoposto ad una vero e proprio clima monsonico che in poche ore ha scaraventato acqua pari alla quantità di un anno e ha causato esondazione di fiumi e frane tanto che la geografa di questo territorio va ridisegnata completamente.

E’ proprio alla fine dell’Ottocento che l’Emilia e Romagna viene asciugata attraverso una serie di lavori di bonifica che resistono fino ad oggi. Un oggi veramente problematico perchè malgrado gli sforzi qualche cosa è stato tralasciato e i risultati sono ormai evidenti.

Il ciclo delle stagioni rappresentava con i suoi eventi climatici la normalità statistica che poteva anche sopportare qualche sbalzo come a memoria d’uomo si ricorda , due o tre alluvioni nel corso di un secolo. Ora quella normalità viene sconvolta dal cambiamento climatico, che appunto in concreto diventa quello che è accaduto in Emilia Romagna nel mese di maggio . Un cambiamento che rompe tutti gli schemi finora adottati e seguiti e che invita a riprogettare la difesa del territorio e l’agricoltura in tutt’altro modo .

In occasione del finissage dei 100 anni di ANBI (associazione nazionale delle bonifiche) e degli oltre 700 della Bonifica in Romagna, il 16 marzo 2023 dalle ore 9.30, presso le Antiche Artificerie dell’Almagià di Ravenna è stato celebrato questo significativo passaggio storico. L’obiettivo non è stato solo celebrativo ma inquadrato come opportunità per affrontare con i più importanti attori del territorio e della Regione congiuntamente agli stakeholder della sicurezza, dell’università e ricerca, del mondo produttivo, delle utilities, i temi della bonifica nel traguardo storico e nel quadro dei cambiamenti climatici, della siccità e delle economie di territorio. Un excursus dalle origini della bonifica nata con l’uomo per riscattare terre paludose e insalubri per poterle abitare e per fini produttivi.

Oggi il Consorzio di Bonifica della Romagna si prende cura e valorizza un territorio vasto, variegato, complesso: dalla costa alla montagna passando per pianure trasformate dall’uomo per l’uomo. Di fronte alla catastrofe di tre giorni di pioggia che sono appunto come dicevo il risultato al concreto di quel cambiamento climatico di cui da tempo si parla, occorre guardare non a ieri in modo celebrativo ma con spirito di perseveranza e con lunghezza di veduta che va oltre il medio e breve periodo, D’altra parte la storica bonifica che ha reso abitabili e coltivabili le terre paludose della regione ha prodotto i suoi effetti oltre il mezzo secolo dal suo avvio . Rimboccandosi le maniche e avviando quella opera di ricostruzione necessaria per ridare serenità e prospettive di vita alle popolazioni occorre guardare lontano. Interventi immediati per alleviare disagi e difficoltà ma soprattutto interventi strutturali di lunghissimo periodo .

Ripartire : “DAL BISOGNO UMANO DI SALVEZZA AD OPPORTUNITA’ DI AGGREGAZIONE E LAVORO PER LO SVILUPPO DEI NOSTRI TERRITORI E DELLA NAZIONE” diceva il titolo del convegno il cui programma ha visto il confronto di oltre 10 relatori in modalità aperta e proficua sotto l’abile moderazione della giornalista Mediaset Simona Branchetti. (4 )

Dunque un lavoro e un impegno che per dirla con Sigmund Freud ha posto in primo piano l’interlocuzione dell’uomo con la natura senza tener conto di un fatto determinante che l’uomo è “parte della natura “

Il rapporto tra uomo e natura può essere considerato sotto diversi aspetti. Abbiamo inteso natura come da habitat, fonte di nutrimento, di energia, di armonia e pace. Per non dire di una natura che comporta pericoli per l’uomo – L’antropocentrismo infatti ha portato a ritenere possibile la natura come se l’uomo fosse un interlocutore della stessa e molte politiche ambientali ne sono l’esempio. In realtà da qualche tempo è maturata la consapevolezza che l’uomo sia parte integrante del sistema natura.

Occorre allora , in tema di ricostruzione , sono trentaseimila gli sfollati che a cavallo tra la terza e la quarta settimana di maggio ,hanno dovuto lasciare le abitazioni in uno scenario in cui le frane fanno più paura del fango, uno sguardo al futuro che sappia tener conto del cambiamento, soprattutto in tema di residenzialità e in tema di agricoltura. Due aspetti di questa trasformazione ecologica assolutamente da non sottovalutare perchè, con i giusti interventi, le risorse ci sono a detta del Governo ( e comunque sono utilizzabili fondi ordinari europei e fondi del PNRR), proprio questi due settori sono in grado di rinnovare la fotografia di un territorio proprio in ordine all’abitare, al vivere quotidiano e al lavoro considerato che l’agricoltura , insieme al turismo, è una delle vocazioni del territorio.

Dunque un intervento sul territorio ma un intervento proiettato anche verso la programmazione di una nuova attività agricola che tenga conto dei cambiamenti climatici . Un’attività agricola che sembra essere ,per l’intero paese quasi un punto identitario, secondo la narrazione del Governo Meloni, che punta al made in Italy in questo comparto anche perchè la crisi energetica, l’impennata dei costi di produzione delle aziende e lo spettro di una recessione globale non hanno finora arrestato la corsa made in Italy agroalimentare sui mercati esteri
Secondo l’ultimo rapporto Ismea “La Bilancia dell’agroalimentare italiano”, l’andamento delle spedizioni nazionali è risultato molto positivo anche in buona parte del 2022 , dopo aver raggiunto nel 2021 lo storico traguardo di 52 miliardi di euro.
Da gennaio a luglio 2022 sono stati incassati dalle vendite all’estero introiti complessivi per 34,5 miliardi di euro, mettendo a segno un incremento di quasi il 18% sullo stesso periodo dello scorso anno. Naturalmente i dati in valore risentono della forte spinta inflattiva, ma crescono anche i flussi in volume delle referenze più rappresentative quali: pasta, prodotti della panetteria e biscotteria, vini spumanti, formaggi freschi e stagionati, prosciutti, pelati e polpe di pomodoro, a conferma che oltrefrontiera la presenza del made in Italy a tavola è un fatto ormai irrinunciabile. “

E continua il rapporto : “Questi risultati vengono come abbiamo detto da lontano, da anni ed anni di lavoro -”Il nostro export cresce a due cifre sia in ambito Ue (+21% nel primo semestre del 2022) che presso i Paesi terzi (+16%) favorito, in questo caso, anche da un euro debole sul dollaro. Nei principali mercati di sbocco la progressione è, nell’ordine, del 11% in Germania, del 21% negli Usa, del 18% in Francia. Anche nel Regno Unito, quarta destinazione per importanza, le vendite sono aumentate del 19% a dispetto dei segnali rallentamento dei due anni precedenti che avevano alimentato diffusi timori per le conseguenze della Brexit. Da segnalare anche il forte incremento delle esportazioni verso Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, mentre risultano in controtendenza solo i flussi verso Cina e Giappone.Dopo il surplus registrato nel biennio 2020-2021, il forte incremento del valore delle importazioni agroalimentari (+29,2% per 34,9 miliardi di euro), sotto la spinta dei rincari delle materie prime agricole, ha riportato il saldo della bilancia commerciale in negativo, con un deficit di 381 milioni di euro. L’ andamento positivo delle importazioni è una spia della  buona tenuta dell’attività di trasformazione nonostante la forte pressione sui costi delle industrie alimentari italiane.”(5)
Una nuova agricoltura per i cambiamenti climatici -Afferma Michele Scammacca un esperto di agricoltura che vive e lavora in Sicilia : “ “È l’instabilità climatica l’effetto che maggiormente si percepisce sulla influenza del riscaldamento globale, rispetto al semplice innalzamento delle temperature. Negli ultimi anni si percepiscono sempre di più violenti eventi climatici, caratterizzati da forti venti e piogge torrenziali”. Anche sempre a suo dire “ per Michele Scammacca del Murgo, le teorie climatiche dovrebbero sempre essere considerate in termini statistici piuttosto che su un singolo episodio rilevante. “Queste questioni richiedono inoltre la competenza di esperti in questa materia e non possono basarsi sulla semplice percezione che si può avere una tantum”.

Il suolo è una risorsa essenziale per fronteggiare l’attuale cambiamento climatico e garantire la sicurezza alimentare. Questo è il messaggio chiave lanciato dall’IPCC in uno dei suoi ultimi Rapporti Speciali pubblicato lo scorso 8 agosto dal titolo: Cambiamenti climatici, desertificazione, degrado del suolo, gestione sostenibile del territorio, sicurezza alimentare e flussi dei gas ad effetto serra negli ecosistemi terrestri. In altre parole, come il riscaldamento globale influisce sui terreni utilizzati per l’agricoltura e di conseguenza sulla sicurezza alimentare, ma anche come le pratiche agricole, l’allevamento del bestiame e la deforestazione influiscono sul clima.

Quindi un intervento sul suolo diventa determinante in agricoltura ,attività che è fortemente influenzata dal clima e, allo stesso tempo, ha un impatto rilevante su di esso. Bisogna quindi riscoprire una agricoltura di adattamento dal punto di vista climatico (in inglese Climate smart agriculture o Csa) . E’ un approccio che mira a guidare le pratiche agricole in modo da tener conto degli effetti del cambiamento climatico e delle esigenze della popolazione di una regione e anche dell’intero pianeta Terra . Essa, come spiega la Fao , si basa su tre pilastri:

  • garantire la sicurezza alimentare mantenendo/aumentando in modo sostenibile la produttività e i redditi agricoli;
  • adattare le pratiche agricole ai cambiamenti climatici;
  • mitigare, cioè ridurre e/o eliminare le emissioni Ghg, ove possibile.

Tra le strategie di adattamento troviamo:

  • scelta di cultivar e miglioramento genetico, specifici per le condizioni climatiche e la durata della stagione di crescita;
  • uso di popolazioni evolutive o di varietà antiche contenenti variabilità genetica;
  • regolazione della data di semina;
  • ottimizzazione di operazioni colturali, come irrigazione, fertilizzazioni, lavorazioni del suolo;
  • diversificazione della produzione. (6)

Tornando all’Emilia Romagna comunque le premesse ci sono . Per affrontare questo fenomeno che rischia di stravolgere il sistema agricolo regionale, basato su produzioni di qualità fortemente legate ai contesti territoriali e climatici locali, l’assessorato agricoltura della Regione Emilia-Romagna ha messo in campo una politica integrata articolata in 5 linee di azione: monitoraggio; adattamento; mitigazione; innovazione e formazione; partnership internazionali.

Sul sito delll’Assessorato all’agricoltura della Regione si legge infatti : ““Grazie a modelli previsionali come IRRINET, sviluppato dal Canale Emiliano Romagnolo e diffuso tra più di 10.000 aziende agricole, e a quelli sviluppati dal Servizio Fitosanitario regionale, gli agricoltori possono ricevere informazioni in tempo reale su quando e come intervenire per l’irrigazione, la fertilizzazione e i trattamenti aumentando la sostenibilità e l’efficienza e prevenendo danni e rischi per le colture.(…) La Regione, attraverso il Programma di Sviluppo Rurale, ha finanziato con 13,5 milioni di euro 15 progetti finalizzati alla realizzazione di invasi di accumulo fino a 250.000 metri cubi e relative reti di distribuzione.  A questi si aggiungono i progetti presentati dai Consorzi di Bonifica finanziati nel 2019 con risorse nazionali del Piano Nazionale di Sviluppo Rurale, del Piano Straordinario Invasi e di altri fondi e programmi di investimento ministeriali per un totale di quasi 190 milioni di euro. Grazie a questi rilevanti investimenti si prevede di aumentare la capacità di invaso di 16 milioni di metri cubi, di incrementare la disponibilità idrica di 45,85 metri cubi all’anno a servizio di 13.114 aziende e di un areale irriguo di 167.000 ettari.(…)Più del 40% delle risorse del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, pari a oltre 500 milioni di euro, sono state dedicate alla priorità Clima e Ambiente con misure di sostegno alle aziende agricole quali la produzione integrata, l’agricoltura biologica, l’agricoltura conservativa, la riduzione delle emissioni degli allevamenti, l’incremento della sostanza organica nei suoli, la riforestazione, la tutela dei prati stabili e pascoli. (…)Oltre 50 milioni di euro per innovazione e 40 milioni per formazione e consulenza. Gran parte dei progetti di innovazione ad oggi finanziati, i cosiddetti Gruppi Operativi del Partenariato Europeo per l’Innovazione, riguardano proprio pratiche agricole connesse con l’adattamento o la mitigazione del cambiamento climatico. Uno studio condotto dall’Istituto di Biometeorologia del CNR ha messo in evidenza che sui 93 progetti di innovazione finanziati con i primi due bandi ben 66 progetti sono focalizzati su soluzioni ai problemi posti dal cambiamento climatico in ambiti quali: l’uso efficiente dell’acqua, il controllo di nuove malattie e parassiti, la riduzione di gas ad effetto serra, il sequestro del carbonio nel suolo, il benessere animale, la prevenzione dei rischi connessi con eventi estremi quali gelate tardive e ondate di calore.(,,,)La Regione ha aderito alla GACSA, la Global Alliance on Climate Smart Agriculture, coordinata dalla FAO, che ha come fine quello di promuovere e condividere a livello mondiale pratiche agricole climate smart in grado di mitigare e ridurre gli effetti del cambiamento climatico.  La politica integrata della Regione Emilia- Romagna è stata scelta tra le best practice ed è stata presentata nel forum annuale internazionale tenutosi a Roma a fine 2017. (7)

Proprio a metà dello scorso mese di aprile questi temi e strategie sono state affrontate nel corso della Consulta agricola regionale, durante la quale le Associazioni delle organizzazioni dei produttori (Aop) e le (Op), hanno illustrato strategie, piano di investimenti e attività dell’ortofrutta emiliano-romagnola, portati avanti tramite l’impiego dei contributi europei Ocm (Organizzazione comune di mercato), con riferimento a tutti i prodotti frutticoli comprese le produzioni di pomodoro e patata. Un fronte comune tra Regione e produttori del settore ortofrutta emiliano-romagnolo per una valorizzazione del settore primario e per far fronte alle difficoltà climatiche che hanno modificato i risultati delle produzioni in campo, in un comparto strategico dal punto di vista economico ed occupazionale.
Dalle strategie per affrontare i cambiamenti climatici, causa di eventi estremi come la siccità, le gelate che hanno investito le produzioni nelle scorse settimane, alle fitopatie.

Da due settimane l’Emilia-Romagna è travolta da piogge, grandine e inondazioni, con pesanti ricadute sull’agricoltura e sugli ecosistemi più produttivi. La situazione è peggiorata con la perturbazione del 16 e 17 maggio con lo straripamento di 14 fiumi e torrenti tra cui Savio, Santerno, Sillaro, Savena, Idice, Marzeno, Lamone. Portando morte, distruzione e causando migliaia di sfollati.

I danni . La stima di Confagricoltura Emilia-Romagna è fino a 6.000 euro a ettaro di danni per i seminativi (grano, orzo, mais, soia, girasole, erba medica, colture orticole e sementiere) e 32.000 euro a ettaro per frutteti, vigneti e oliveti, inclusi raccolti persi e costo dei reimpianti. Il calcolo non comprende però le ripercussioni su scorte, strutture, macchinari e neanche le anticipazioni di liquidità finalizzate a far ripartire l’attività. Da rilevare inoltre la sospensione delle operazioni colturali, tra cui i trapianti del pomodoro da industria, l’impossibilità a effettuare i trattamenti fitosanitari che aumenterà il rischio di fitopatie e la mancanza di foraggio per l’alimentazione delle bovine da latte.Solo nella Bassa Romagna, in provincia di Ravenna, il conto agricolo delle inondazioni supera i 200 milioni di euro. Sono finiti sott’acqua e sono ancora coperti da uno strato di limo, argilla e sabbia, circa 1.800 ettari a Conselice e 1.500 ettari a Villanova e Boncellino di Bagnacavallo. L’ondata di fango ha invaso i frutteti (peschi, albicocchi, susini e peri), le vigne del Trebbiano e quelle del tipico Bursòn come pure il distretto delle colture da seme.

Insomma una tragedia forse anche peggiore dell’evento sismico che quualche anno fa portò distruzione e morte.E al pari delle inondazioni ci sono le frane . Incalcolabili sono, al momento, i danni provocati dalle frane in montagna e in collina. Servono centinaia di migliaia di euro ad azienda per il ripristino e la messa in sicurezza nei comuni martoriati dai dissesti. Si tratta di oltre mille ettari coltivati nel territorio che si estende dalla Romagna Faentina (Faenza, Castel Bolognese, Solarolo, Brisighella, Casola Valsenio e Riolo Terme), a Modigliana, Dovadola e Predappio (FC), un’area prevalentemente frutticola, vitivinicola e olivicola. Sull’Appennino Bolognese sono state segnalate diverse frane e smottamenti, che hanno costretto l’evacuazione in elicottero di alcune famiglie a Savazza e a Monterenzio, mentre il fiume Samoggia è esondato a Bazzano. Si registrano smottamenti in Appennino anche nelle province di Modena e a Imola, nella valle del Santerno.

All’ Arpae di Bologna nel 2017 si tenne un incontro dal suggestivo titolo “Il pane e la neve: cambiamenti climatici e agricoltura in Emilia-Romagna”. Appunto sul rapporto tra cambiamento climatico e agricoltura.

In occasione dell’incontro venne inoltre presentato il nuovo Atlante climatico regionale curato da Arpae, che riporta i dati dal 1961 al 2015 e mostra come il cambiamento climatico in Emilia Romagna non sia solo una proiezione con alto grado di probabilità, ma un dato di fatto documentato e rilevante con aumento dei fabbisogni irrigui, stress termici per le colture e per gli animali allevati, anticipazione dei cicli colturali diffusione di fitopatologie e nuovi parassiti.

Il pane e la neve dunque che chiede un cambio generazionale che sappia affrontare le nuove sfide che i cambiamenti climatici in atto stanno provocando sul nostro pianeta e sulle nostre vite mettendo in atto regionali per garantire la messa in sicurezza del territorio e, al tempo stesso, la salvaguardia della capacità produttiva delle aziende agricole e zootecniche. La sfida è iniziata, nel peggiore dei modi , forse ma è proprio nelle emergenze che questa regione e il suo popolo ha già dimostrato.

(1)https://www.lescienze.it/news/2011/10/25/news/da_cacciatori-raccoglitori_ad_agricoltori_il_passaggio_fu_graduale-609545/

( 2 )Successivamente il D.P.R. 24 luglio 1977, n. 616 attuò un consistente trasferimento di competenze dallo Stato e dai molteplici enti pubblici operanti nei vari settori e a vario livello, alle Regioni e agli enti locali, stabilendo una ricomposizione-trasformazione decentrata di funzioni pubbliche.
Per l’adempimento dei compiti di salvaguardia sulle acque di superficie, i Consorzi si affidano ad una fitta rete di canali, i quali possono confluire direttamente nei fiumi, ove scaricano la loro portata, oppure presso gli impianti idrovori consorziali, ove le acque vengono sollevate e pompate per mantenere in asciutta il bacino servito. Occorre chiarire che la manutenzione ai corsi d’acqua presenti sul territorio (nazionale) è distribuita, per norma:

  • alla Regione e alle Provincie per i fiumi;
  • alla Regione per le opere ed i manufatti connessi alla navigazione interna;
  • al Consorzio, per i canali di bonifica;
  • ai proprietari, per i fossi privati.

L’attività dei Consorzi consiste soprattutto, nella realizzazione delle opere pubbliche di bonifica (canali, impianti idrovori, manufatti, apparecchiature, telecontrollo, ecc.) attraverso lo strumento amministrativo della concessione/delega da parte dello Stato e della Regione e nella manutenzione ordinaria e straordinaria dei canali di bonifica e degli innumerevoli manufatti di regolazione e manovra, attraverso:

  • il taglio delle erbe;
  • il riescavo dei canali quando si intasano;
  • la ripresa delle frane che si verificano negli stessi;
  • la manutenzione e l’esercizio delle apparecchiature di manovra e di regolazione dei livelli idrici;
  • nella conservazione, esercizio ed aggiornamento degli impianti di pompaggio consorziali e dei manufatti accessori;
  • nel soddisfacimento del servizio irriguo in agricoltura;
  • nel servizio di guardiania, di vigilanza e di regolamentazione delle richieste dei privati per l’esecuzione di opere che riguardano le reti idrauliche di bonifica.

(3)https://www.teatronaturale.it/archivio/articoli/1455-la-rivoluzione-rurale-nella.htm

(4 )PROGRAMMA

ore 9.30 Accoglienza

ore 10.00 Saluti Istituzionali da parte di Sindaco e Presidente della Provincia di Ravenna Michele de Pascale,
Sua eccellenza il Prefetto Castrese De Rosa
Presidente Cav. Lav. Dott. Antonio Patuelli La Cassa spa

ore 10.30 Apertura tavolo tecnico –  Direttore Generale del Consorzio di Bonifica della Romagna Ing. Lucia Capodagli

 Panel 1: LA BONIFICA, STORIA DEL TERRITORIO, MOTORE DI CRESCITA E SVILUPPO

Alessio Mammi Ass.re all’Agricoltura Regione ER

Massimo Gargano Direttore Generale ANBI

Lorenzo Cottignoli Pres. Federazione Cooperative di Ravenna

Tito Menzani Dipartimento Scienze Economiche UNIBO

Davide Viaggi DISTAL UNIBO

Stefano Calderoni Vicepresidente Nazionale ANBI

Panel 2: LA BONIFICA DEL FUTURO NEL QUADRO DI CAMBIAMENTO CLIMATICO ED ECONOMICO.

Prefetto Provincia di Ravenna Castrese De Rosa

Tonino Bernabè Presidente Romagna Acque

Michele Zaccaro AD Ravenna Servizi Industriali

Nicola Dal Monte Presidente CER

Francesco Maffini Dirigente Hera

Irene Priolo Vicepresidente della Regione Emilia Romagna

 Concluderà il percorso e i “frutti” del confronto,  il Presidente del Consorzio di Bonifica della Romagna Stefano Francia

(5)https://www.ismeamercati.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/12293

(6)https://terraevita.edagricole.it/cambiamenti-climatici/cambiamenti-climatici-e-agricoltura/

(7)https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/produzioni-agroalimentari/temi/bio-agro-climambiente/cambiamento-climatico-in-emilia-romagna

(8)https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2017/01/24/il-pane-e-la-neve-cambiamenti-climatici-e-agricoltura-in-emilia-romagna/52590

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