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UNA CONVIVENZA FATICOSA

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Redazione- Pare faticoso convivere con una sorta di sgomento nostalgico del nostro ieri. Parafrasando l’adagio del maestro D’Orta, capita di essere toccati dall’incertezza e dall’inquietudine, una sorta di io speriamo che me la cavo.E come afferma Susanna Tamaro i social non bastano per farci sentire comunità, anche se è vero che siamo animali sociali.

Mi confidava in questi giorni un giovane ottico nel suo negozietto nel pieno centro di Ravenna che attingere ai social, fino a sostituirli con le relazioni, potrebbe davvero rappresentare un pericolo.Non temo tanto la crisi economica che sta colpendo un po’ tutti, ed in particolare alcuni che faranno fatica a riciclarsi. Penso di potermela cavare, in qualche modo. So fare molte cose, ho buona volontà. Ma sento ansia per la mia vita dopo, ora mi mancano davvero i contatti ed il gusto di un abbraccio che nasca spontaneo e senza veti. Rinforza questo bisogno di contatto la perplessità espressa da un’altra negoziante, una ragazza che gestisce un chioschetto di fiori nella periferia della città.Tornare come prima? Non credo sarà possibile, temo che ad attaccarci saranno magari altri virus, ancora più potenti, e la sequela non finirà… Siamo entrati nella terra dei forse.Per ora mi faccio bastare la pseudofelicità del momento e tiro avanti.

In qualche modo è questa la libertà che crediamo di avere, quella di non poterci pensare “liberi da” ma, piuttosto e solo,” liberi di”?! Glielo chiedo, un po’ inquieta a mia volta.Si, forse, questa la sua rispostaDifficile ammettere che dentro la paura di doversi foraggiare di una forma di libertà, spesso amputabile da modifiche in itinere, non si annidi invece l’apprensione di  riprovare uno estraniamento simile a quello del lockdown di marzo 2020.Abbiamo anche l’onere a tollerare una sorta di vuoto temporale, necessario per riflettere su chi siamo e dove stiamo andando. Il nostro esistere si declina dentro una complessità rischiosa, si colloca ogni volta nella presa d’atto che siamo umani e dobbiamo conquistarci la interiorità nel profondo, scartando dal grano la pula, senza dimenticare di vivere qui ed ora.Dobbiamo farci resilienti, accettare anche di navigare a vista.Quando si va per mare, può scatenarsi una tempesta: non sai come andrà a finire, ma l’affronti, con competenza e la necessaria energia.  Sembra in qualche modo risalti questo nel vissuto di un libraio della città dove attualmente abito, a sua volta alle prese col proprio quotidiano. Viviamo come dentro una nebbia a brandelli, ma non dobbiamo averne paura. Quando torno a casa e vedo mia figlia, ancora molto piccola, cerco con lei di fare in modo che la nostra giornata finisca dentro un presente ancora godibile, facciamo insieme un programma di cose ed attività per il giorno dopo. E poi aspetto il vaccino, ho fiducia che ce la faremo.In un articolo del Time*, letto in questi giorni, apprendo che i vaccini, approvati, si collocano ora nella quarta fase.Come spesso accade quando ci sono buone notizie, commenta Heidi Larson, autrice dell’articolo e direttrice del Vaccine Confidence Project, si sta generando uno tsunami di interrogativi, cui si aggiungono   perplessità nate da un’informazione non completa e non corretta sui vaccini**.  In contemporanea ci si auspica vivamente il raggiungimento della tanto agognata immunità di gregge.Heidi Larson cerca di sciogliere i nodi ad oggi generati da dubbi ed incertezze, fronteggiando domande non esplicitate appieno e cercando risposte in grado di infondere certezze possibili.

 

It’s been all too fast,it can’t be safe. ***

Tutto è andato troppo veloce, non ci si sente sicuri, riassume l’autrice. Dunque nasce la paura che un vaccino, conquistato ad una velocità valutata eccessiva, possa anche rivelarsi non sicuro. Da ciò la necessità di un tempo ulteriore per potersi fidare (davvero) dell’efficacia del succitato.In realtà, sostiene poi serenamente la Larson, ricerca e sperimentazione sui coronavirus erano già attive da almeno dieci anni.  In questi mesi   si è solo accelerato: davanti ad una pandemia i governi hanno a loro volta fornito ulteriori risorse al fine di garantirsi, in tempi brevi, la possibilità di poter proteggere le popolazioni.Avere vaccini dopo tempi che ci sono parsi troppo esigui sa di miracolo scientifico, ma gli addetti ai lavori stavano già sul pezzo da diversi anni. Dunque, sottolinea la Larson, non è poi così nuovo di zecca quanto ci appare ad oggi meravigliosamente recente. E negli Stati Uniti d’America hanno avuto la prima dose di vaccino già quattro milioni di persone, si permette di aggiungere più avanti l’autrice dell’articolo.Purtuttavia nella paura contenuta nella seconda affermazione trapela l’apprensione per l’efficacia del vaccino stesso.

I’m going to wait and see what others do – I don’t want to be the first in line.

E’ dunque meglio aspettare e vedere cosa faranno altri piuttosto che essere i primi a doverlo sperimentare.Esiste a mio avviso una necessità di volersi sentire garantiti oltre ogni ragionevole dubbio, foraggiati di una specie di immunità in costanza di tempo e luogo, per alimentare la sensazione di essere veramente protetti e poter avere dunque spianata una strada in grado di condurci a vita sicura, magari risarcendoci del dolore e dei sacrifici fatti da marzo 2020 ad oggi.Esiste anche, forse sottaciuta, una forma di resistenza all’ eventuale rischio legato ad effetti (o danni) collaterali: talvolta pare indossarsi nella forte richiesta di adottare prudenza.La deontologia nell’arte della medicina prevede di agire secondo scienza e coscienza e di soppesare con un certo realismo costi e benefici.

It won’t happen to me or at least won’t be that serious.

Ma a me non dovrebbe capitare o perlomeno non dovrebbe essere per me così grave. Questo il contenuto della terza affermazione, una sorta di negazione che possa esistere un pericolo reale.Rimasugli del pensiero magico che ci fa persuasi, come celiava il personaggio di Montalbano, che accadono solo le cose che vogliamo accadano, e per di più possiamo anche controllare in anticipo quanto a noi esterno, magari decidendone il livello di gravità?In realtà, sostiene sempre Heidi Larson, il Covid 19 può avere serie implicazioni per la salute di persone di ogni fascia di età, specialmente per coloro che hanno già serie patologie ed anche per chi opera in situazioni di rischio sanitario .A questa affermazione, che sgombra il campo da ipotesi di maniera, segue, inevitabile, una domanda che abbiamo un po’ tutti sulla punta della lingua, in cima ai nostri pensieri, più o meno ricorrente e che mira a voler conservare la speranza di poter andare oltre.

Will life return to normal?             

Torneremo alla normalità? E’ questo l’ultimo e più inquietante interrogativo al quale pragmaticamente la Larson risponde con quattro semplici parolette.

Eventually,but not immediately.

Alla fine, ma non da subito.  Dunque bisogna portare ancora le mascherine, continua l’autrice, essere prudenti adottando il distanziamento sociale finché un numero sempre maggiore di persone vaccinate potrà nel tempo riuscire a proteggere una sempre più ampia fetta di popolazione. Ma, conclude alla fine realisticamente Heidi Larson, confidare nei vaccini come nel sacro Graal può rappresentare, ad oggi, un rischio ben più alto e peggiore.

 

*Heidi J.Larson, Getting real about the vaccine, Time,vol.197,nos 1-2, 2021,p.25

**I vaccini ai quali l’autrice si riferisce sono quelli di Pfizer – BioNTech e Moderna.

***N.d.R. traduzione del testo inglese di Rita Farneti

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