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“UN RINVENIMENTO ECCEZIONALE”- DI VALTER MARCONE

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Redazione- “Protetto per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente delle vasche sacre, è riemerso in questi giorni dagli scavi di San Casciano dei Bagni, in Toscana, un deposito votivo mai visto, con oltre 24 statue in bronzo di raffinatissima fattura, cinque delle quali alte quasi un metro, tutte integre e in perfetto stato di conservazione.

Una scoperta che riscriverà la storia e sulla quale sono già al lavoro oltre 60 esperti di tutto il mondo annuncia in anteprima l’archeologo Jacopo Tabolli. all’Ansa che in una ultima ora di mercoledì 9 novembre 2022 continuava la descrizione così : “Un tesoro “assolutamente unico”, che si accompagna ad una incredibile quantità di iscrizioni in etrusco e in latino e al quale si aggiungono migliaia di monete oltre ad una serie di altrettanto interessanti offerte vegetali. “La scoperta più importante dai Bronzi di Riace e certamente uno dei ritrovamenti di bronzi più significativi mai fatti nella storia del Mediterraneo antico”, commenta accanto a lui il dg musei del MiC Massimo Osanna, che ha appena approvato l’acquisto del palazzo cinquecentesco che ospiterà nel borgo di San Casciano le meraviglie restituite dal Bagno Grande. Un museo al quale si aggiungerà in futuro un vero e proprio parco archeologico. Luigi La Rocca, direttore generale per l’archeologia, condivide l’entusiasmo e sottolinea “l’importanza del metodo usato in questo scavo”, che come è stato per le scoperte più recenti di Pompei, anche qui ha visto all’opera “specialisti di ogni disciplina, dagli architetti ai geologi, dagli archeobotanici agli esperti di epigrafia e numismatica”.Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C., racconta, quando in epoca cristiana venne chiuso ma non distrutto; le vasche sigillate con pesanti colonne di pietra, le divinità affidate con rispetto all’acqua. È anche per questo che, rimossa quella copertura, gli archeologi si sono trovati davanti un tesoro ancora intatto, di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica e comunque l’unico di cui abbiamo la possibilità di ricostruire interamente il contesto”, ribadisce Tabolli. “

Fin qui la cronaca di questo eccezionale ritrovamento .Una cronaca che però dobbiamo arricchire con alcune altre informazioni che ci sembrano interessanti ed importanti . Dimostrano infatti come il rinvenimento sia il frutto di un lavoro per così dire di squadra. Un lavoro sul quale puntiamo l’attenzione-

Il giornale on line Nove da Firenze descrive così questo lavoro di insieme : “ Lo scavo è coordinato dal prof. Jacopo Tabolli dell’Università per Stranieri di Siena e diretto sul campo dal dott. Emanuele Mariotti per conto del Comune di San Casciano dei Bagni; la tutela è diretta dalla dr.ssa Ada Salvi della Soprintendenza di Siena Grosseto e Arezzo. La campagna di scavo è stata integralmente finanziata dal Comune di San Casciano dei Bagni e si avvale anche del contributo di società e fondazioni internazionali (Ergon, Heureka Ambiente, Vaseppi Trust, Fondazione Friends of Florence, Max Ulfane).

La conservazione e il restauro sono condotte dalla dott.ssa Wilma Basilissi dell’Istituto Centrale del Restauro in collaborazione con la dott.ssa Pozzi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo. Il Nucleo Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze ha inoltre coadiuvato la direzione scientifica dello scavo nelle operazioni di sicurezza del cantiere di scavo e dei reperti. La ditta Ecol-B è intervenuta nelle fasi più complesse dello scavo e per la messa in sicurezza del cantiere, garantendo un apporto fondamentale per i primi restauri conservativi alle strutture emerse dal fango.

Più di 60 studenti e studentesse provenienti da undici università nazionali e internazionali hanno partecipato alle 16 settimane di scavo. La loro presenza non solo ha costituito un’occasione eccezionale di confronto tra tradizioni diverse di scavo archeologico, ma anche rivitalizzato il borgo medievale di San Casciano dei Bagni in una prospettiva plurilinguistica e multiculturale che è lo specchio della vita attorno all’antico santuario e alle sue statue. “(1)

Sono andato a cercare le informazioni relative alla squadra di lavoro la cui compisizione nominativa o sopra trascritto per far capire ciò che ha detto la Sindaca Agnese Carletti : “ Sono certa che i nostri piccoli borghi per essere “salvati”, al di là della discutibile retorica che si fa ormai su questo tema, abbiano bisogno di progettualità serie e strutturali come questa: progetti che hanno la forza di rendere le comunità più consapevoli della propria storia, che le rendono partecipi e che, consegnando loro un valore aggiunto inestimabile da studiare e far conoscere, creano contaminazione culturale e un indotto economico. E soprattutto progettualità sulle quali Istituzioni diverse convergono e investono.”

Una scoperta che inoltre permetterà di riscrivere la storia di un territorio : Il prof. Jacopo Tabolli, etruscologo dell’Università per Stranieri di Siena e direttore del progetto scientifico ha dichiarato: “Con la conclusione di questa campagna di scavi L’Università per Stranieri di Siena conferma la vocazione per lo studio del multiculturalismo e plurilinguismo nell’antichità. Il santuario con le sue statue appare un laboratorio della diversità culturale, testimonianza unica della mobilità antica etrusca e romana. Rispetto alle note scoperte di antiche statue in leghe di bronzo – pensiamo ad esempio al celebre Arringatore scoperto a Perugia ed esposto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze – quanto riemerso dal fango a San Casciano dei Bagni è un’occasione unica di riscrivere la storia dell’arte antica e con essa la storia del passaggio tra Etruschi e Romani in Toscana. “ (…)Il team di oltre sessanta studiosi e studiose che ho il piacere di coordinare lavorerà nei prossimi mesi per comprendere la natura dell’antico luogo sacro, i tempi e lo spazio della formazione del deposito, e investigheremo tutti i processi produttivi dei capolavori toreutici a partire dalle materie prime impiegate dai maestri dell’antichità che plasmarono le statue”.

Oltre ai reperti rinvenuti in Toscana, un’altra importante scoperta archeologica va evidenziata: più di trecento anfore di età punica sono state recentemente ritrovate a poche centinaia di metri da Cala Gadir, nel mare di Pantelleria (TP). La scoperta, ad opera dei subacquei della Sdss – The Society for Documentation of Submerged Sites, è avvenuta nell’ambito del progetto “Pantelleria 2022”, coordinato dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.

Il sito archeologico era stato individuato per la prima volta nel 2011 da due subacquei, Francesco Spaggiari e Fabio Leonardi, della Sdss, che avevano rilevato la presenza di anfore sparse lungo una fascia di 400 metri. Ora, a 130 metri di profondità, è stata rilevata l’esatta consistenza del ritrovamento documentato con video e immagini fotografiche (anche attraverso una particolare fotogrammetria tridimensionale ad alta risoluzione che consente di studiare la consistenza totale del sito archeologico subacqueo nonché la tipologia dei reperti): oltre 300 anfore di età punica, preziose testimonianze di un’età in cui il mare e le coste delle isole siciliane erano luogo anche di importanti rotte commerciali.(2)

Ho cercato di arricchire le informazioni che il lettore trova citate da varie fonti perchè ritengo che l’eccezionalità di questo rinvenimento sta non solo appunto nel valore dei manufatti ma soprattutto nell’impegno e nel lavoro di specifiche professionalità,di apparati dello Stato, di agenzie culturali fino all’arma dei Carabinieri che ha garantito e tutelato la sicurezza del cantiere di scavo. Ho quasi fatto un pedissequo elenco di tutti i partecipanti a questa iniziativa che ha prodotto l’evento che giustamente è stato raccolto e divulgato dagli organi di informazione perchè qui non si tratta di un rinvenimento casuale , come spesso avviene nel nostro paese, ma di un lavoro a lungo studiato in tutte le sue fasi, scientificamente organizzato e realizzato attraverso il coordinamento di professionalità, apparati, enti pubblici.

E’ questo un esempio indicativo di quello che potrebbero essere i risultati, se questo metodo di lavoro potesse diventare la normalità, non dico che non lo sia in altre e diverse situazioni , proprio rispetto alla ricerca, tutela, salvaguardia, valorizzazione dell’ingente patrimonio archeologico. Mi limito al patrimonio archeologico perchè è quello più misconosciuto anche se per assurdo è quello meglio conservato perchè ancora intatto spesso nelle viscere del sottosuolo.

Il neo ministro della cultura Sangiuliano in occasione di questo rinvenimento di San Casciano dei Bagni, in Toscana,ha detto“Un ritrovamento eccezionale, che conferma una volta di più che l’Italia è un paese di tesori immensi e unici. La stratificazione di diverse civiltà è un unicum della cultura italiana”. Proprio per questo aggiungo i ritrovamenti casuali, al di là del loro valore , pensiamo per esempio ai bronzi di Riace, ci dicono che però non è quella la strada da perseguire. Occorre cambiare prospettiva .

In questo senso un grande passo in avanti è stato fatto nel 2004 quando il Sottosegretario di Stato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali On.le Nicola Bono con delega all’UNESCO ha istituito una “Commissione Consultiva per i piani di gestione dei siti UNESCO e per i sistemi turistici
locali” con l’incarico di fornire orientamenti e indirizzi per la redazione e l’attuazione dei piani di gestione dei siti italiani iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale, nonché dei sistemi turistici locali.

Questa commissione ha prodotto linee guida che si possono leggere sul sito del Ministero dei Beni culturali in una relazione .

In particolare la commissione scrive : “ Il presente documento descrive gli elementi concettuali del modello di piano basato sull’esperienza maturata nel nostro Paese in materia di conservazione e valorizzazione dei beni culturali. E’ anche il primo atto applicativo del nuovo Codice dei Beni culturali emanato con Decreto Legislativo del 16 gennaio 2004 , entrato in vigore il primo
maggio 2004.
In questo ambito, l’esperienza accumulata è un valore in se che va reso disponibile poiché è un asset locale ed universale proveniente da una nostra tradizione secolare di saper fare e innovare in campo
culturale, riconosciuta da tutto il mondo. Questa nostra peculiarità è stata anche ribadita dalla richiesta dell’ UNESCO fatta all’attuale Governo di riservare all’Italia una ruolo guida nell’assistenza ai Paesi che devono conservare i rispettivi patrimoni .
Il modello gestionale assume quindi anche il ruolo per mostrare al mondo questa profonda vocazione. Ma è anche la guida per fornire ai livelli coinvolti – pubblici e privati – una originale via italiana alla tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali.
Va tuttavia sottolineata che senza un’efficiente gestione economica integrata dei beni culturali, come risorsa, diventa assai difficoltoso garantire le finalità della conservazione. Tutela e conservazione sono infatti condizioni necessarie, ma non sono sufficienti. Occorre anche
una gestione in grado di attivare, assieme alla tutela delle identità, le filiera delle attività culturali e produttive correlate. “(3)

E’ questo solo un esempio di come si possa procedere in un quadro legislativo che fa da cornice appunto a tutta un’altra serie di azioni ,proposizioni e interventi sia dal punto di vista scientifico che amministrativo oltre che finanziario interessando ambiti di interessi diversi che non solo solo quelli culturali ma anche per esempio turistici ,paesaggistici e di semplice coesistenza nella vita quotidiana nel nostro paese.

Riproduco da una mini guida a cura di Vincenzo Tinè sul sito della Soprintendenza dei beni culturali della Liguria alcune informazioni proprio sulle aree archeologiche.

Il Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 42/2004, art. 101,comma 2, lett. d) definisce genericamente le aree archeologiche come: «un sito caratterizzato dalla presenza di resti di natura fossile o di manufatti o strutture preistorici o di età antica». Viene, così, superata quella “opzione classicista” della pregressa legislazione, recepita dal Testo Unico dei Beni Culturali (D.Lgs. 490/1999 Articolo 99, comma 2, lettera b) con la definizione di area archeologica come «un sito su cui insistono i resti di un insieme edilizio originariamente concluso per funzione e destinazione d’uso complessiva»-

Nella legislazione del nostro paese il concetto di area archeologica si affianca a quello di “zona archeologica”, previsto dall’art. 142, comma 1, lettera m del Codice dei Beni Culturali,
che recepisce l’art. 1, comma 1, lettera m della cd. Legge Galasso (L. 431/85). Non è ancora disponibile una specifica ed esauriente definizione formale di tali contesti a rilevanza archeologico-paesaggistica, per i quali negli atti preliminari alla definizione del Piano Paesaggistico Regionale del Veneto abbiamo proposto la seguente: «Zona in cui, sulla base di informazioni desunte dalle fonti storico-archivistiche o dalle diverse metodologie di prospezione e indagine archeologica, si
individua un contesto di giacenza del patrimonio archeologico».
La giurisprudenza ha infatti chiarito che: “La zona di interesse archeologico (ai sensi dell’art.142, c. 1, lett. m) del Codice) è tutelata in virtù dell’attitudine che il suo profilo presenta alla
conservazione del contesto di giacenza del patrimonio archeologico in essa localizzato” (Corte di Cassazione, sentenza n°7114 del 23.02.2010) e che: “Il legislatore inserendo tra le aree
vincolate per legge anche quelle su cui insistono beni di interesse archeologico ha inteso tutelare anche il relativo territorio, elevando direttamente lo stesso ad area meritevole di protezione
paesaggistica” (Consiglio di Stato, sentenza n° 879 del 28.02.2006 (4)

In sostanza quello che voglio dire con le informazioni sopra riportate è che “Calcare la mano in termini di enfasi sulle scoperte archeologiche che ogni giorni si verificano sul territorio della nostra Italia probabilmente è un modo sbagliato per dire che questo patrimonio è veramente il Dna di questo paese. Perché questo patrimonio andrebbe studiato di più,pubblicato e relazionato di più,raffrontato di più con il territorio,insomma andrebbe restituito alla sua funzione . Che è quella , mi si passi l’ardire rocambolesco dal punto di vista scientifico , di restituirlo al tessuto armonico de territorio non come emergenze di realtà d’altro tempo ma come substrato culturale di un nuovo modo di vedere il territorio, di amministrarlo, di porlo in sostanza sul sentiero di una evoluzione e trasformazione , una transizione ecologica.

Allora la restituzione al territorio non è solo quella di ,come avvenuto con il carro pompeiano recuperato qualche mese fa proprio a Pompei ,di sbalordire per la semplicità e la bellezza ,per la perfetta conservazione e per il lavoro che gli archeologi sono stati capaci di fare per sottrarlo all’oblio , ma quello di aprire un confronto e un dibattito appunto sul valore del territorio che è anche in definitiva anche una nuova concezione del patrimonio culturale .

Quello della valenza del patrimonio culturale del territorio è un discorso lungo e affascinante, da fare però secondo un percorso che mi riprometto di sviluppare in una prossima riflessione ,come pure una riflessione sul popolo etrusco , un popolo misterioso e senza una narrazione della propria storia.

(1)https://www.nove.firenze.it/importanti-rinvenimenti-archeologici-a-san-casciano-dei-bagni.htm

(2)https://www.tecnicadellascuola.it/la-scoperta-archeologica-di-san-casciano-e-le-anfore-puniche-rinvenute-nel-mare-di-pantelleria

(3)https://www.unesco.beniculturali.it/pdf/linee-guida-maggio-2004-pdf.pdf

(4)https://soprintendenza.liguria.beniculturali.it/wp-content/uploads/2019/01/Didattica.pdf

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