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DOVE IL TEMPO E’ SOSPESO E SOPRAVVIVE IL CANTO: LE COMUNITA’ ARBERESHE DELLA CAPITANATA E DELL’ ITALIA MERIDIONALE-PROF.SSA M. GIORGINA SARACINO

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Redazione- Dire ” tempo sospeso “non e’ una finezza poetica o una soluzione di stile quando si parla delle piccole comunita’ arbereshe del nostro meridione. E’ un concetto solido, tangibile , reale. Arcaico direi. Se ne possono elencare tanti di questi piccoli comuni che vanno dai 260 abitanti ai 5/6000 abitanti, disseminati tra la capitanata di Puglia, il basso Molise, il sub_appennino dauno, l’esteso territorio della provincia di Cosenza e la cellula isolata di Piana degli albanesi in Sicilia. Villa Badessa, in Abruzzo, ha le origini piu’ recenti.Si potrebbero elencare uno per uno ma nella memoria di chi scrive e nel linguaggio comune degli arbereshe esiste un solo, unico paese, l’ Arberia.Il tempo reale e quello del mito coincidono in una visione d’insieme, in un impatto che ti trascina, come una reale macchina del tempo, nella dimensione dei nostri antenati e ti priva, allo stesso modo, delle ansie, dei ritmi e delle ambizioni dell’agire quotidiano, quelle che ti portano a voler uscire dai piccoli centri.Una delle caratteristiche comuni a questi paesi e’ la posizione collinare, spesso di alta collina, prospiciente il mare. La ragione e’ la storia che taglia trasversalmente l’anima dell’arberia: la fuga che molte famiglie albanesi provenieti dalla ricchezza fondiara dovettero compiere tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, per scampare alle pressioni dell’impero turco_ottomano che imponeva , tra le altre vessazioni, di abbandonare il rito greco_ortodosso in favore del credo musulmano.Gli Shquipetare ( cosi’ si chiamano gli albanesi di albania ) erano fortemente legati al loro mondo feudale ed alla ritualita’ bizantina; popolo tenace ed orgoglioso delle proprie tradizioni, discendenti dagli antichi Illiri, belli d’aspetto e fieri guerrieri,di fronte all’impeto degli occupatori preferirono affrontare i rischi del mare; molti possidenti in grado di procurarsi una imbarcazione partirono alla volta delle coste della Puglia, della Calabria e della Sicilia, lasciando parte delle  loro famiglie in Albania con l’animo di un saluto definitivo. Da qui il sentimento nostalgico della diaspora, il pensiero che si conforma alla condizione dell’esilio permanente e che forma il carattere dell’ Arberesh, l’albanese trapiantatosi in italia.

Un canto che ha origine gia’ ai primi del ‘500 e che si intitola O E BUKURA MORE ( O mia bella Morea; la Morea e’ l’ attuale regione del Peloponneso ) esprime il lamento corale ed epico, carico di pathos, per la lontananza dalla propria terra.Ancora oggi gli arbereshe si riconoscono in questo canto dalle vibrazioni malinconiche tanto da eleggerlo a proprio inno popolare, che non ha nulla dei canti patriottici di eroi e di conquiste ma esprime la fierezza di un popolo dignitoso e tenace.Unico eroe, Giorgio Kastriota Skanderbeg, principe d’Albania.
Ogni paesino si vanta di averne un busto in bronzo o in marmo che ne denomina e ne caratterizza la piazzetta.All’ingresso trovi sempre qualcuno che ti accoglie e se sei arberesh scatta immediatamente la voglia di parlare e di abbracciarsi, perche’ la lingua  accomuna e rivela antichi legami.Se sei ” leti ” ( latino, ovvero, ” straniero ” o estraneo alla comunita’ ) il senso di ospitalita’ che caratterizza la cultura arbereshe non e’ meno forte e l’ospite diventa ” sacro “. Sei accolto nelle case, ti si chiede da dove provieni, soprattutto gli anziani hanno voglia di comunicare e le donne !..le nonne mostrano trine e merletti di antichi costumi custoditi negli armadi, le ampie gonne ( vardacori ) dotate di gilet ricamati a mano su stoffe di seta dove prevalgono trapunte dorate frammiste a colori di provenienze orientali; il fazzoletto copricapo, di stoffa semplice, lo portano  le donne anziane piu’ rappresentative del paese.I costumi verranno indossati, in una sorta di rituale di vestizione che prevede anche l’uso di ornamenti d’oro,  dalle giovani donne durante la commemorazione delle ” vallje “, come si faceva un tempo:  erano danze e canti popolari che avvenivano per le strade del paese quando la comunita’ faceva corona e ” coro ” intorno ai giovani sposi, in primavera. ” kopilja ” era, ai tempi delle vallje, la ragazza di buona famiglia, giovane e virtuosa, che veniva presentata dal futuro sposo alla madre per ricevere il consenso alle nozze. Lei verra’ accolta totalmente nella casa dello sposo e diverra’ il fiore del suo giardino.

Se procedo lungo la zona perimetrale del piccolo borgo arberesh o mi addentro nelle stradine silenziose, proprio ora, sul fare dell’autunno, odori di cucina semplice, di olio fresco, di frantoi, di pane appena sfornato, al punto che anche il sole in collina, quel sole che esalta i colori ad ogni stagione, sembra avere il suo profumo….tutto si mescola e mi avvolge nella luce genuina che va dal verde del vicino Molise e della ” coppa ” , fino al mare. Comprendo che in questo tempo sospeso, cosi’ tangibile, reale ed arcaico, anche la fermezza della ” parola data ” ( besa ) ha il suo valore, come lo era per gli avi: a quel tempo in cui il nibbio ( Qieftj ) si vedeva sbucare dalla Coppa , sul finire della giornata e lo sguardo di chi ne coglieva il richiamo era rivolto, chissa’ perche’, sempre verso il mare.

Dal piccolo comune di Chieuti

M. Giorgina Saracino

 

 

Errata Corrige:La parola ” qieftj ” = QIFTI

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