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SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”

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Cesare Pascarella

Redazione-  Proseguiamo la nostra narrazione sui ”Clerici vagantes per un selvatico maggio in Sardegna”, tuttavia, prima di entrare nel vivo del racconto sul viaggio di Scarfoglio, Pascarella e d’Annunzio nell’isola, Vi presento un altro personaggio: il terzo “clericus”, ovvero Cesare Pascarella.

 Il terzo clericus vagans è Cesare Pascarella, nato a Roma il 28 aprile 1858 da Pasquale, di origini ciociare, e da Teresa Bosisio, pia e illetterata, di origini piemontesi. Il padre, arruolatosi nella legione romana, partecipa alla guerra d’indipendenza del 1848. Cesare è di animo inquieto sebbene ami la solitudine. Gli piace passeggiare fino ai Castelli o alla Magliana e attraversare la città di Roma aggrappato alle tradizionali ‘botticelle’. I genitori, commercianti, volendo correggere il carattere ribelle di Cesare, lo iscrivono non ancora dodicenne al seminario gesuitico di Frascati, da dove fugge la mattina del 20 settembre 1870, quando avverte i colpi di cannone che annunciano la breccia di Porta Pia. Volendo assistere all’evento, Cesare Pascarella compie a piedi il viaggio di ritorno a Roma in abiti talari, suscitando avversione e scandalo nelle persone che incontra lungo il percorso.

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  Il carattere ribelle ed insofferente, le intemperanze emergono ancor di più allorquando inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti sotto la guida del pittore Domenico Bruschi. Alle esercitazioni e ai doveri accademici, preferisce il disegno en plein air e assieme all’amico pittore Alessandro Morani vaga per le vie di Roma e della campagna romana alla ricerca di soggetti per acqueforti. Più tardi aderisce al gruppo di pittori sorto nel 1904, ai ‘XXV della campagna romana’, che si propone lo studio dal vero e la rappresentazione figurativa dei luoghi fòr de porta. Si definisce “pittore d’asini” volendo essere scherzoso e irriverente, sovvertitore dello status quo dell’Accademia di Belle Arti in cui si sta formando.

  La perizia nel disegnare gli animali lo aiutano a meglio rappresentare un carattere, un vizio o una virtù umani. Pascarella frequenta lo studio del pittore Attilio Simonetti. Entra nel giro degli studi d’arte di via Margutta. Conosce artisti come Ettore Ferrari e Telemaco Signorini. A ventitré anni irrompe nelle redazioni dei giornali più in voga della Roma ‘bizantina’ e comincia a legare la propria fama alla poesia in dialetto romanesco, tanto che Giosuè Carducci, nume tutelare dei bizantini, lo elogia per la capacità di elevare il dialetto romanesco ad “altezze epiche”. Viene introdotto nella redazione del “Capitan Fracassa”, rivista diretta da Gandolin, ossia da Luigi Arnaldo Vassallo, alla fine del marzo 1881, dopo uno spettacolo al teatro Costanzi, dove Pascarella si reca travestito da scimmia per prendere parte a un ‘Museo di animali impossibili’, allestito dai membri del Circolo artistico. La prima collaborazione con il periodico “Capitan Fracassa” tuttavia risale al 9 marzo dello stesso anno con la pubblicazione di una prosa scritta dopo un viaggio in Spagna, firmata “Pascariello”, cui seguirono altre due, pubblicate il 18 e il 25 aprile. Nella redazione del giornale, sita in via del Corso, n 195, della capitale, Pascarella conosce Gennaro Minervini, Pietro Cossa, Ferdinando Martini, Francesco Flores D’Arcais, Ugo Fleres, Giustino Ferri. Stringe solidi rapporti di amicizia con il direttore Gandolin e con gli intellettuali abruzzesi Edoardo Scarfoglio e Gabriele d’Annunzio.

(continua)

F.to Gabriella Toritto

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