Ultime Notizie

SOLO BAGAGLIO A MANO- DOTT.SSA RITA FARNETI

0

Redazione- Ogni cosa ha inizio, durata e fine. Banale, ma vero. A fasi alterne ne assumiamo consapevolezza, ma sotto sotto ci dispiace davvero molto. Soprattutto se il prodotto con data di scadenza è rappresentato da quel sé così caro, pettinato, blandito, quasi accarezzato, che si sostanzia di essere vivo.

La morte pare subentrare, all’improvviso, come una regista potente, con atto di imperio.

Altrettanto all’improvviso viene letta come una rappresentazione altra.

E’ questa in fondo la differenza fra l’angoscia del morire e la paura della morte, anche quando si preferisce pensare la morte come evento di un’età molto avanzata. Magari anche una morte dolce, senza patimenti.

L’avanzare nell’età non è di per sé vaccino contro la paura: non si può ignorare la presenza della parola fine dentro la nostra vita, è il segnale di un cammino che stiamo portando a termine.

Sta a noi decidere se di questa nostra vita vogliamo cogliere l’essenza oppure preferiamo resettare il file. Con umiltà o sicumera, con baldanza o inquietudine, dentro la saggezza o ancora imbevuti di sogni, ci nutriamo di un sentimento, forse anche ambivalente, il voler, da un lato, conservare e conservarci dentro le proprietà della vita, dall’altro il dover vivere fino in fondo la disincantata inquietudine che si lega al lasciare il corpo.

Lui, l’involucro che ha vinto su malattie, prevalso su acciacchi, goduto della pienezza del vivere.

A vent’anni la morte è altra, a trenta continua ad essere degli altri, a quaranta (forse) si apparenta con sé medesima.

Intorno alla boa dei cinquanta anni permette le nozze con il possessivo mio-mia.

La morte degli altri, nell’indeterminatezza di un terreno non ancora nostro, ci obbliga ad un viraggio che alterna cauta disillusione a sgomento.

Gabriele Romagnoli nel suo Solo bagaglio a mano, pubblicato nel 2015 da Feltrinelli, matura la convinzione che della morte – e dunque della sua idea – occorra, invece, occuparsi.

Soprattutto distilla un concetto che pare molto scomodo ma, nel paradosso, salvifico.

Una vita sentita davvero come bene spesa, nella quale ci si permetta di riconoscersi ancora, diventa il miglior farmaco contro l’angoscia ingenerata dalla rappresentazione del pensarsi come non più noi stessi.

Sembra passaporto consono a farci avvicinare alla grande porta o all’oscuro nulla.

L’artifizio che costringe a prendere in considerazione un tema inquietante trae spunto da un (paradossale) escamotage di contrasto al fenomeno del suicidio, evento frequente in Corea del sud, come risulta anche da statistiche del Financial Times.

Paese che detiene il record mondiale di suicidi, una media di trentatré al giorno, sottolinea brevemente Romagnoli all’inizio della sua narrazione.

Due grosse società come la Samsung e la Allianz pagano perché i loro dipendenti passino una giornata, anziché al lavoro, a dire addio a se stessi, nella speranza che poi non lo facciano veramente. Muoversi fino in fondo all’interno della paradossale cerimonia del proprio funerale diventa un tema davvero inconsueto ma è questo quanto racconta Gabriele Romagnoli nel suo libriccino, di agevole lettura e modica consistenza cartacea, complessive 87 pagine, costruito con rigorosa cura dei particolari, senza tralasciare il benché minimo dettaglio.

E forse proprio in questo si colloca la forza incredibile dell’intreccio letterario voluto dallo scrittore bolognese: da vivo si occupa di se stesso morto.

Mantenendo le proprietà della vita, della morte coglie la semplicità profonda.

Nelle prime pagine la scena del suo funerale appare così bizzarra da muovere quel riso che certo le vene non scalda, ma che neanche troppo gelidamente surgela la questione del (nostro)futuro decesso.

Ho imparato qualcosa sulla vita. Ed ho campato meglio, vivo di una giornata passata a dire addio a me stesso. Nella speranza di non farlo veramente, consapevole che alla morte ci si deve presentare col vestito senza tasche.

Più che l’esercizio di una virtù, stoica – forse non occorre neppure ricordare la massima di Epicuro – conta il percorso vissuto dentro una propria verità. Compiuta.

Alla fine non hai più nulla da lasciare, ti sei già disfatto di ogni cosa. E nessuno a cui dare, nessuno che proverà dolore per la tua fine. Soltanto così puoi davvero andartene in pace, come se ne va un alito di vento: c’era, è passato, non c’è bisogno di voltarsi per salutare.

Riferimenti in bibliografia

G.Romagnoli, Solo bagaglio a mano, Milano, Feltrinelli, 2015

Se c’è la morte non ci siamo noi, se ci siamo noi non c’è la morte. Questa in sintesi la frase attribuita ad Epicuro.

La foto è di Andrea Marcantonio – Foto in Darsena – Ravenna 2021

Commenti

commenti