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SIMON WEIL E LA DIGNITA’ DEL LAVORO

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Redazione-  La vita di Simone Weil fu costellata da un insieme di eventi – gli scioperi, le lotte contro i partiti, l’esperienza in fabbrica, la guerra in Spagna, ecc. – che servirono a chiarire e trasformare il suo pensiero ma che, al tempo stesso, risposero a una sua esigenza primaria: “Sento il bisogno essenziale, e credo di poter dire la vocazione, di passare tra gli uomini e i diversi ambienti umani confondendomi con essi, assumendone il colore, almeno nella misura in cui la coscienza non vi si oppone, svanendo tra loro, affinché si mostrino per ciò che sono e senza dissimularsi al mio sguardo”.

Comprendere l’opera di Weil significa comprendere la sua vita e i motivi che la spinsero ad affrontare realtà spesso nocive al corpo e all’anima ma che le permisero di sviluppare il pensiero per avvicinarsi un po’ di più a quella verità tanto desiderata e tanto sofferta.

Simon Weil ebbe un’intelligenza straordinaria, di cui ella non fu mai completamente consapevole. Dimostrò da subito una purezza di sentimenti e una forza di carattere fuori dal comune. Furono questi gli aspetti che la distinsero dai suoi compagni e la fecero apparire come un essere estraneo a questo mondo.

Cercò sempre nella sua esistenza – con tutto il corpo, con tutta l’anima – quella verità che le conferì quasi un alone di santità.

La sua solitudine derivò dalla dicotomia che avvertì nella vita: il rifiuto di quella collettività cieca che coinvolge l’uomo, lo assimila e che non gli lascia spazio per pensare, e un io che dovrebbe rappresentarlo ma che dipende da una serie di perché condizionati che non lo riguardano neppure.

Tutto è caos perché tutto è sottomesso alle dure leggi della forza, unica signora di questo regno che è il regno della necessità: “Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo; c’è una sproporzione mostruosa tra il corpo dell’uomo, lo spirito dell’uomo e le cose che costituiscono attualmente gli elementi della vita umana; tutto è squilibrio”.

In questo mondo abbandonato da Dio, l’unica legge possibile è quella del più forte, pronto a farsi valere e rispettare, ovunque le circostanze gliene diano la possibilità.

Oppresso e Oppressore condividono lo stesso destino perché il forte “…non è mai assolutamente forte, né il debole assolutamente debole, ma l’uno e l’altro lo ignorano”. La forza sottomette entrambi allo stesso modo e li trasforma in burattini destinati a scambiarsi alternativamente i ruoli, perché colui che agisce inebriato dal misero potere che ha fra le mani, è costretto, un attimo dopo, a piegarsi ad un destino avverso che lo mette a diretto contatto con la sventura.

Simone Weil fu una filosofa, innamorata del pensiero greco; una combattente per la giustizia e il rispetto della dignità umana, appassionata all’idea di Dio, cui corrispondere senza limiti confessionali.

Nacque in una famiglia ebrea non praticante, di grande cultura. Fu una delle prime donne ad avere accesso ai corsi del celebre filosofo Alain.

Simon De Beauvoir ricordò di averla incontrata alla Sorbona, dove già, diciassettenne, godeva di ottima reputazione per l’intelligenza e per il ragionamento filosofico. Era anche conosciuta per il bizzarro abbigliamento e per i singhiozzi alla notizia di una catastrofe sociale.

Dopo gli studi all’École Normale di Parigi, iniziò ad insegnare filosofia. Si interessò all’istruzione e ai problemi degli operai, dei contadini e dei disoccupati. Militò come sindacalista e inventò gesti provocatori, come la divisione del suo salario con i disoccupati.

In anticipo, rispetto ai più, ebbe consapevolezza della tragedia immane che stava per abbattersi sull’Europa con l’ascesa del nazismo e della diffusa condizione di miseria delle popolazioni. Si espose personalmente, denunciando e scrivendo articoli di critica socio-politica per condannare i totalitarismi sia di destra, sia di sinistra.

La questione operaia la spinse a sottoporsi ad esperienze dirette, facendosi assumere come operaia presso alcune fabbriche metallurgiche di Parigi. Il suo fisico era però gracile. Soffrì di continue emicranie. Si spense ancora molto giovane.

Nel 1936, in Spagna, entrò a far parte delle brigate internazionali che combatterono nella guerra civile. Diversi furono i suoi atti di eroismo.

Conclusa la guerra visitò Assisi e dopo un soggiorno nell’abbazia benedettina di Solesmes, Simon Weil si avvicinò al Cristianesimo. Tentò allora un serrato confronto con dei religiosi, scegliendo però di non entrare nella chiesa istituzionale, per non perdere la libertà teoretica e per continuare a restare vigilante sulla soglia assieme a coloro che “o non vogliono o non possono varcarla”.

Effettuò un’intensa riflessione spirituale, la sua «conoscenza soprannaturale», attraverso la disciplina dell’attenzione e del distacco. Intuì la trasformazione dell’energia universale dal vuoto dell’io alla pienezza della realtà, che è divina. Così come intuì una stretta connessione tra la rivelazione greca e l’epifania evangelica.

Non ebbe invece il tempo di approfondire il mondo islamico, che pure avrebbe voluto indagare. A lei dobbiamo l’idea d’illuminazione che accomunò l’Iliade, i tragici greci, i presocratici, i pitagorici e Platone alla tradizione indo-cinese e a quella cristiana, considerando anche civiltà ancora più arcaiche.

A causa della persecuzione nazista si trasferì a New York assieme alla famiglia ma tornò ben presto in Europa al fine di arruolarsi nella Resistenza. Fece parte del Comitato Nazionale «France Libre» del generale De Gaulle a Londra, in qualità di redattrice, essendole stato proibito il fronte, dove chiese di andare.

Lavorò alla stesura del programma per una costituzione democratica post-bellica, fondata sui doveri verso l’essere umano. Poi, a causa della sua intransigenza, fu costretta ad abbandonare l’incarico.

Criticò il colonialismo; ipotizzò la possibilità di un incontro fra Oriente e Occidente; focalizzò la sua attenzione sull’analogia fra lo strapotere degli europei conquistatori, oppressori, delle terre d’Oltremare e la barbarie ideologica che in quel momento storico si abbatté sulle nazioni d’Europa.

Sollevò obiezioni al marxismo e alla struttura partitica; promosse il coraggio abiurando la violenza.

Durante la guerra ridusse la sua alimentazione ai limiti consentiti dalla tessera di razionamento e si ammalò di tubercolosi. Morì nel sanatorio di Ashford il 24 agosto del 1943.

L’alta ricerca intellettuale e l’intensa vita spirituale di questa donna vennero alla luce soltanto dopo la morte, attraverso la pubblicazione per lo più postuma della sua opera.

Anima nobilissima, fu molto vicina ed attenta agli operai oppressi del 1900.

Bisognosa” del reale, fu partecipe del mondo degli oppressi, esperendo fisicamente, personalmente, il lavoro produttivo industriale.

Ritenne doverosa “l’attenzione” nei confronti degli ”ultimi”, in quanto essa (l’attenzione) “è la forma più rara e più pura della generosità”.

Come scrisse di lei Ingeborg Bachman: “Il suo partito era quello dei poveri, dei deboli, degli oppressi, e a questo partito senza nome aderì a modo suo”.

Intorno agli anni ’30 del secolo scorso Simon Weil entrò a far parte del “Groupe d’éducation sociale”, ponendosi l’obiettivo di rinnovare il tentativo delle Università popolari. Comprese, assieme ad altri pensatori del suo tempo, come la cultura costituisse una “potenza” e che il popolo, privato di tale potenza, non avrebbe potuto giammai governare. Constatò quanto fosse più grave privare gli esseri umani dei beni dello spirito piuttosto che dei beni materiali, almeno dal momento in cui questi ultimi (i beni materiali) bastavano per vivere.

Fu determinata ad impegnarsi nell’educazione operaia, che ricordava “l’alta festa dello Spirito” di carducciana memoria, quando l’8 agosto 1873 il democratico Carducci elogiò i sacrifici degli operai e degli agricoltori che avevano trovato il tempo e l’energia per studiare dopo il duro lavoro, ed invocò commosso la discesa della «luce spirituale» dell’istruzione sulla società civile e annunciò che “Il tempo dei privilegi è passato…”

Simon Weil ipotizzò un’iniziativa di istruzione reciproca, convinta che coloro che pensavano di sapere meno alla fine sarebbero stati coloro i quali avrebbero insegnato di più. Fu consapevole che “in ogni epoca la facoltà di maneggiare le parole è sembrata agli uomini qualcosa di miracoloso (….) il dominio di coloro che sanno maneggiare le parole su coloro che sanno maneggiare le cose, si ritrova in ogni tappa della storia umana (….) e sono sempre stati dalla parte della classe dominante.”

Diede grande importanza al lavoro. A distanza di un secolo lo stesso Papa Francesco, a fronte delle nuove espressioni di schiavitù e di sfruttamento dell’uomo nel mondo produttivo, si è appellato alla “dignità del lavoro”, sollecitando che a nessuno manchi il lavoro, la dignità e la giusta retribuzione. Nel diciottesimo secolo Voltaire scrisse che: “il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio, il bisogno”.

Simon Weil affermò che “L’uomo crea l’universo intorno a sé con il lavoro” ed elaborò una filosofia incentrata sul lavoro poiché il lavoro è lo strumento che l’essere umano ha di presa e di trasformazione del mondo, il solo modo di domare la materia. Così attraverso il lavoro l’uomo sperimenta l’estrinsecazione della propria libertà individuale che si esercita attraverso il pensiero e l’azione, conforme al pensiero.

Per Simon Weil l’intero sistema dovrebbe generare un individuo, NON un consumatore, e dovrebbe promuovere “la dignità dell’uomo nel lavoro, che è un valore spirituale”.

Fonti:

S. Weil, “La persona e il sacro”, Milano, Adelphi Edizioni

S. Weil, “La rivelazione greca”, Milano, Adelphi, 2014

S. Weil, “Filosofia della Resistenza”, Il Melangolo Edizioni 1998

S. Petrement, “La vita di Simone Weil”, Milano, Adelphi 1994

S. Weil, “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, trad. ital. di G. Gaeta, Milano, Adelphi 1983

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