Ultime Notizie

CAMMINARE INSIEME PER ANNUNCIARE IL VANGELO (OTTAVA PARTE)

0

Redazione- In questa ottava parte voglio esaminare il punto 29 del documento preparatorio del Sinodo dove richiama attenzione ,nel cammino sinodale all’incontro con i credenti di altre religioni ma anche con i non credenti.

  1. La seconda prospettiva considera come il Popolo di Dio cammina insieme all’intera famiglia umana. Lo sguardo si fermerà così sullo stato delle relazioni, del dialogo e delle eventuali iniziative comuni con i credenti di altre religioni, con le persone lontane dalla fede, così come con ambienti e gruppi sociali specifici, con le loro istituzioni (mondo della politica, della cultura, dell’economia, della finanza, del lavoro, sindacati e associazioni imprenditoriali, organizzazioni non governative e della società civile, movimenti popolari, minoranze di vario genere, poveri ed esclusi, ecc.).

Scrive il cardinale Kurt Koch su L’Osservatore romano del 18 gennaio 2021 : “Per il Santo Padre, «l’attento esame di come si articolano nella vita della Chiesa il principio della sinodalità e il servizio di colui che presiede» rappresenta un contributo significativo alla riconciliazione ecumenica tra le Chiese cristiane (Discorso alla delegazione ecumenica del Patriarcato di Costantinopoli, 27 giugno 2015). Gli sforzi teologici e pastorali per edificare una Chiesa sinodale hanno un profondo effetto sull’ecumenismo, come sottolinea Papa Francesco con il principio di base del dialogo ecumenico, che consiste nello scambio di doni, grazie al quale possiamo imparare gli uni dagli altri. Tale scambio riguarda principalmente l’accoglienza di ciò che lo Spirito Santo ha seminato nelle altre Chiese «come un dono anche per noi». In questo senso, Papa Francesco osserva che noi cattolici, nel dialogo con i fratelli ortodossi, abbiamo l’opportunità di «imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità» (Evangelii gaudium, n. 246). Poiché ciò riguarda il tema centrale del dialogo cattolico-ortodosso, vale la pena chiarire ulteriormente la dimensione ecumenica della sinodalità sulla base di questo importante dialogo.

Papa Francesco nella Lettera Enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale,data ad
Assisi, 3 ottobre 2020 scrive :”[…] 280. Nello stesso tempo, chiediamo a Dio di rafforzare l’unità nella Chiesa, unità arricchita da diversità che si riconciliano per l’azione dello Spirito Santo. Infatti «siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor 12,13), dove ciascuno dà il suo apporto peculiare. Come diceva Sant’Agostino, «l’orecchio vede attraverso l’occhio, e l’occhio ode attraverso l’orecchio».[276]

È urgente inoltre continuare a dare testimonianza di un cammino di incontro tra le diverse confessioni cristiane. Non possiamo dimenticare il desiderio espresso da Gesù: che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Ascoltando il suo invito, riconosciamo con dolore che al processo di globalizzazione manca ancora il contributo profetico e spirituale dell’unità tra tutti i cristiani. Ciò nonostante, «pur essendo ancora in cammino verso la piena comunione, abbiamo sin d’ora il dovere di offrire una testimonianza comune all’amore di Dio verso tutti, collaborando nel servizio all’umanità».[277]

Quello che però mi preme analizzare qui è la situazione di coloro che sono lontani dalla fede e da qualsiasi fede. La demografia dell’ateismo riguarda la distribuzione demografica degli atei e di coloro che affermano di non credere in alcuna religione. Studi in tal senso hanno concluso che gli atei che si definiscono tali stanno in un numero di soggetti che va dal 2% al 13% della popolazione mondiale, mentre la percentuale delle persone prive di una qualsiasi fede religiosa ( agnostici) va da un ulteriore 10% al 23% della popolazione del mondo[ Diversi sondaggi sono stati condotti dalla Gallup International; dalla ricerca di quest’ultima, svolta nel 2012 in 57 paesi, risulta che il 13% degli intervistati si sono dichiarati atei convinti e il 23% si sono dichiarati agnostici (la stessa ricerca nel 2015 su 65 paesi ha dato una percentuale di un 11% per gli atei convinti e un 22% per gli agnostici. In Italia secondo rilevamenti statistici del 2019, il 66,7% degli italiani (pari a circa 40 milioni di persone) si dichiarava cattolico; il 10,1% (circa 6 milioni) credente senza religione precisa; e il 15,3% (circa 9 milioni) ateo o agnostico. La maggior parte degli abitanti della Terra è religioso. Crede in Dio infatti il 63% della popolazione mondiale, mentre è scettica una persona su cinque (22%) e una su dieci (11%) si dichiara «atea convinta». (1)

“Il cristianesimo ha perso la dimensione del sacro. Il suo cielo si è fatto vuoto. Alzando gli occhi dalla Terra, altro non è dato scorgere se non il nulla che, come una notte nera senza stelle, spegne anche lo sguardo. E’ ancora in grado l’Occidente, e il Cristianesimo che è la sua anima, di varcare le porte del nulla?”. La domanda se la pone il filosofo Umberto Galimberti nel suo saggio, “Cristianesimo – la religione dal cielo vuoto” pubblicato da Feltrinelli. Lo stesso interrogativo dovrebbero porselo tutti i credenti, cristiani e non, di fronte ai dati evidenziati da un recente rapporto del Pew Research Center, il più prestigioso istituto di ricerca statunitense, che ha realizzato uno studio sull’affiliazione religiosa in 230 paesi e territori del mondo, intitolato “Panorama religioso globale”. Da questa ricerca risulta che l’ateismo è il terzo gruppo al mondo dopo i cristiani e i musulmani, ed è pari in valori assoluti alla popolazione cattolica, ovvero 1,1 miliardi di persone, il 16% del totale mondiale. Va però detto che gli studiosi del Pew li definiscono “unaffiliated” , in pratica “non adepti”. Una categoria che include atei, agnostici e chi non aderisce ad una religione in particolare, anche se molti di loro hanno “qualche forma di credenza religiosa, ma non sufficiente a farli considerare religiosi”. In pratica, un uomo su sei nel mondo è senza Dio. Tre quarti di costoro vivono in Asia, il 12% in Europa, il 5% in America del nord. ( 2)

La demografia dell’ateismo si accompagna anche ad altri problemi rispetto alle professioni di fede .

Quello che ora vorrei esaminare è il rapporto del cristianesimo con le altre religioni . Scrive Anselm Grün sul sito Note di pastorale giovanile a proposito dei rapporti con l’ebraismo : “Nel dialogo con l’ebraismo è importante per noi cristiani professare chiaramente le nostre radici ebraiche. Il Concilio Vaticano II lo ha detto in modo chiaro: «La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti» (Nostra Aetate 4).
Nella lettera ai Romani, Paolo ha definito santa la radice ebraica a partire dalla quale vivono i cristiani. Paolo parla al pagano diventato cristiano e che in quanto cristiano partecipa della promessa fatta al popolo d’Israele: «Se ora alcuni rami sono stati tagliati via e tu, essendo un olivastro selvatico, sei stato innestato al posto lori, venendo così a partecipare della linfa che proviene dalla radice dell’olivo, non ti gloriare a discredito dei rami» (Rm 11,17-18).
Insieme con gli ebrei leggiamo l’Antico Testamento. Con loro preghiamo recitando i salmi. E l’immagine di Dio che Gesù ci ha annunciato corrisponde all’immagine che hanno tratteggiato per noi i profeti dell’Antico Testamento. Quindi, abbiamo una radice in comune con gli ebrei. Gesù stesso era ebreo e ha pregato e pensato da ebreo. Per tale motivo non comprendiamo Gesù, se non studiamo la tradizione ebraica e non viviamo come Gesù a partire dalle promesse che Dio ha fatto ai padri.”

Per quanto riguarda i rapporti con l’Islam : “Oggi il dialogo con l’islam non solo è una necessità teologica, ma anche politica. Solo se ci mettiamo a dialogare con l’islam e con la sua vera dottrina, i gruppi radicali e fondamentalisti possono essere circoscritti.
Il Concilio Vaticano II parla con rispetto dell’islam: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce» (ivi 4).

In comune con l’islam noi cristiani abbiamo l’etica religiosa, che predica l’amore per il prossimo, onora l’osservanza dei comandamenti divini e si esprime nell’ascesi. Tuttavia, la tradizione dell’islam si deve opporre con decisione alle tendenze violente.
In comune con l’islam abbiamo anche la professione di fede in un unico Dio. L’unico e solo Dio è il creatore del mondo, il signore della storia e il giudice degli uomini. L’islam sottolinea l’onnipotenza, la maestà e la trascendenza di Dio. I comandamenti di Dio non possono essere messi in questione.
Il dialogo con l’islam ci obbliga a non fraintendere la nostra immagine del Dio trinitario come rappresentazione di tre dèi diversi. Anche noi crediamo in un unico Dio, Padre di tutti gli uomini. Ma la nostra immagine di Dio è permeata dal mistero della Trinità. La Trinità non significa tre dèi diversi, che intrattengono un rapporto superficiale l’uno con l’altro, ma un unico Dio, che tuttavia è aperto a noi uomini.
Il mistero della Trinità era così importante per la Chiesa primitiva, perché in esso si esprimono l’essenza di Dio e l’essenza della nostra relazione a Dio, che è un Dio aperto a noi uomini, ci viene incontro in Gesù, suo Figlio, e percorre con noi le nostre strade. Ci dona lo Spirito Santo, che ci accoglie e ci mantiene nella comunione con Dio. Dio non è lontano e irraggiungibile. Si è avvicinato a noi in Gesù. E nello Spirito Santo si è aperto a noi, in modo che nello Spirito Santo possiamo divenire uno con Lui. Lo Spirito Santo non è solo un dono divino, ma Dio stesso. Lo Spirito Santo è il Dio vicino, il Dio in cui siamo, da cui siamo pervasi e il cui amore ci colma e ci solleva in Dio.” ( 3)

Del buddhismo il Concilio Vaticano II dice: «Nel buddhismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta odi pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto» (ivi 2).
Nel dialogo con il buddhismo, centrale è soprattutto la questione della redenzione e della via mistica e ascetica. Buddha interpreta l’intera vita degli uomini come sofferenza: «Nascere è sofferenza, invecchiare è sofferenza, la malattia è sofferenza, morire è sofferenza, essere uniti a una cosa sgradevole è sofferenza, essere separati dall’amato è sofferenza, non raggiungere quello che si brama è sofferenza» (H. Waldenfels, Phänomen Christentum: eine Welmeligion in der Welt der Religionen, Hender, Freiburg i.B.-Basel-Wien 1994, p. 136.).
L’unico modo per sottrarsi a questa sofferenza consiste nello «spegnere la sete mediante la distruzione completa del desiderio, bandendo il desiderio, rinunciandovi, liberandosene, non concedendogli nessuno spazio» (ivi, p. 137). Sull’ottuplice sentiero il buddhista può superare la sofferenza:
«È questa via di santità, che ha otto diramazioni: retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retta forma di vita, retto sforzo, retta attenzione, retta pratica della meditazione» (ibidem).

Dell’induismo il Concilio dice: «Nell’induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica;sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza» (Nostra Aetate 2).
Il concetto di «induismo» è stato coniato solamente durante il periodo coloniale inglese. Oggi gli studiosi di scienze delle religioni parlano piuttosto di «religioni indù», perché non esiste un induismo unitario, ma piuttosto diverse religioni che stanno l’una accanto all’altra e qualche volta si mescolano, come la religione veda, il visnuismo, lo shivaismo, lo shaktismo e altre.
Caratteristico delle religioni indiane è in primo luogo il legame di religione e filosofia. In India la filosofia è «concezione religiosa e la religione è filosofia vissuta» (H.Waldenfels, cit., p. 127)”. Per questo motivo la cultura e la religione non sono separate. In Occidente molto spesso si collega l’induismo a una determinata concezione di vita, per esempio all’atteggiamento di tolleranza, non violenza, volontà di pace e rispetto della natura.

Anche il dialogo fra cristianesimo e taoismo si potrebbe rivelare fecondo. Il taoismo è la religione cinese. Risale a Lao-tze. Ma nel taoismo si sono riversate pure altre correnti religiose più antiche.
Il taoismo mira all’unità di uomo e mondo, di macrocosmo e microcosmo. Il suo punto centrale è l’armonia. Il taoismo ha sviluppato molti modi con cui trovare l’equilibrio dell’uomo con il mondo. Entrambe le forze yin e yang producono con il loro aumentare e diminuire l’equilibrio interno nell’uomo, come anche nel mondo.
Da un lato, il tao è una strada che l’uomo deve percorrere e la virtù che deve mettere in, pratica. Dall’altro, il tao è «il fondamento del mondo, una potenza spirituale, già presente prima del mondo, eternamente in riposo. Così… crea il mondo, lo colma, produce forma, forza e materia, ama e nutre il mondo come una madre, rimane in sé immutabile ed è privo di desideri» (M. Eber, Taoismus)’2. L’uomo dovrebbe lasciare agire in sé il tao, come Dio dovrebbe agire libero dalla fama e dall’egoismo e non fare nessuna violenza alle cose. Il tao è il divino e contemporaneamente il consueto che si esprime nell’organizzazione del quotidiano. Il tao agisce senza irrequietezza nella pace perfetta. «Così anche l’uomo non dovrebbe lasciarsi assorbire dalla battaglia della vita, ma adattarsi alla silenziosa azione della natura» (ibidem). ( 4 )

Edoardo Scognamiglio, Ofm Conv. scrive : “Il dialogo tra le religioni è un segno dei tempi che la Chiesa cattolica ha accolto come dono del Signore a partire dal rinnovamento avviato con la celebrazione e la recezione del Vaticano II (1962-1965). La vicinanza dei mondi e dei popoli ha reso il dialogo tra la Chiesa cattolica e le altre religioni una vera e propria necessità. Esso, infatti, è atteso per evitare lo scontro di civiltà e per camminare insieme agli uomini e alle donne di buona volontà che credono in Dio. Da questo dialogo può nascere una nuova fraternità universale, riconciliata. Il dialogo rientra a pieno titolo nella missione di evangelizzazione della Chiesa cattolica e favorisce il rafforzamento della propria identità perché non cede ad alcuna forma di sincretismo e di relativismo, bensì favorisce l’incontro tra fedi diverse per la conversione reciproca verso l’unico Dio che è Padre di tutti. Un vero cristiano non può non dialogare perché è la sua stessa fede – natura – che lo orienta all’incontro con gli uomini e le donne del proprio tempo, come anche al confronto sereno con il mondo, le culture, le fedi e le esperienze spirituali, filosofiche e  culturali che ogni cercatore di Dio – o anche di senso – vive giorno per giorno nella sua storia di credente e di persona aperta al mistero e al trascendente. D’altronde, Gesù stesso è la Parola che si è fatta carne, il Logos eterno che è venuto in mezzo a noi per rivelarci il volto del Padre. Egli resta “per sempre” Parola fatta carne, Figlio di Dio, Dio-Figlio, rivolto verso il Padre e verso di noi. Lo stile dialogico del cristiano esprime la sua stessa spiritualità e ne testimonia la fede radicata nella morte e risurrezione di Gesù Cristo.(5 )

La dichiarazione conciliare Nostra aetate (28-10-1965) costituisce una sorta di magna charta per la comprensione del dialogo della Chiesa cattolica con le altre tradizioni religiose. In verità, questo documento nasce proprio come frutto dell’azione dello Spirito Santo: si pensò, all’inizio della sua redazione, di dedicare un paragrafo, all’interno del decreto sull’ecumenismo, alla discussione circa il rapporto tra Chiesa cattolica ed ebraismo, liberando il cattolicesimo dall’accusa di antisemitismo. In seguito a continue verifiche e modifiche, si pensò poi di preparare un testo attento al dialogo tra la Chiesa cattolica e tutte le religioni. Diviso in appena cinque paragrafi, i padri conciliari presentarono un testo che motivasse il dialogo tra la Chiesa cattolica e le altre religioni a partire dall’unico progetto salvifico di Dio e dall’unico fine della storia dell’umanità.

Si intitola Nostra Aetate la dichiarazione conciliare su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” approvata e promulgata il 28 ottobre 1965 dal Vaticano II. Su 2132 votanti, i sì o “placet” dei padri conciliari furono 2041, 88 i non placet, 3 i voti nulli. Il testo si compone di un’introduzione e quattro punti: “Le diverse religioni”; “La religione musulmana”; “La religione ebraica”; “Fraternità universale”. In particolare, nel rapporto con le altre fedi, il documento mentre ribadisce che Cristo «è “via, verità e vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose», sottolinea che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni riconosciute come tali. «Essa – aggiunge – considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Due invece le sottolineature nelle relazioni con l’ebraismo: sì definitivo alle radici ebraiche del cristianesimo, no irrevocabile all’antisemitismo. La Chiesa infatti – recita Nostra Aetate – «crede che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso». E ancora: se è vero come attesta la Sacra Scrittura, che Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata e gli ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, tuttavia «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento». Infine, malgrado autorità ebraiche con i propri seguaci si siano adoperate per la morte di Cristo, «tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo». E anzi, essendo «tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei» il Concilio «vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza

e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo». ( 6)

(1 )https://it.wikipedia.org/wiki/Demografia_dell%27ateismo

(2 )http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=14547

(3 )https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9686:il-cristianesimo-in-dialogo-con-le-altre-religioni&catid=353&Itemid=426

(4 )Anselm Grün La fede dei cristiani, San Paolo 2012, pp.151-181)

(5)http://www.centrostudifrancescani.it/site/2011/07/il-dialogo-interreligioso/

( 6 )https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/nostra-aetate-cosa-e

Commenti

commenti