RIFONDAZIONE COMUNISTA IN ABRUZZO 1991-2006
Redazione- Lo sforzo di avviare una ricognizione sulla vita del PRC in Abruzzo, oltre che scontrarsi con l’evidenza di un passato talmente recente da coincidere con i brucianti problemi del presente, ha dovuto fare necessariamente i conti con la difficoltà di reperimento di tutta una serie di dati ed indicatori di difficile rintracciabilità. Circostanza questa in qualche modo giustificabile, soprattutto per i primi anni di vita del periodo indagato, in forza della tumultuosità della nascita del nuovo partito sorto, peraltro, senza una precisa consapevolezza di un futuro durevole.
Se il PRC nasce e continua tuttora a vivere come un intreccio di culture ed anime denso di articolazioni, è innegabile come le precondizioni della sua nascita affondino nel dissenso interno al PCI, esplicitatosi all’indomani del discorso di Occhetto alla Bolognina, ma già materializzatosi in regione, anche se in posizioni di assoluto minoritarismo, attorno alle posizioni di Cossutta, come anche nell’area che in seguito si coagulerà nella seconda mozione facente capo ad Ingrao, Natta e Tortorella. Ad appena un mese dall’annuncio della svolta del segretario del PCI è già attivo a Teramo un comitato provinciale di iniziative per la mozione congressuale di Cossutta “Per una democrazia socialista in Europa”, composto da “dirigenti provinciali, sindacalisti, vecchi e nuovi militanti” della federazione locale che lancia un appello per la confluenza in un’unica mozione “a tutti i compagni che dissentono dal documento di Occhetto”[1].
La costruzione di un fronte ostile alla svolta è, quindi, un processo già combattivo e vivace che, proprio in Abruzzo, nel corso delle amministrative della primavera del ’90, subisce un’importante accelerazione. La federazione aquilana del PCI, per l’occasione, sperimenta nella lista “Genziana”, una coalizione dentro la quale sono presenti, insieme a personalità di varia provenienza, i candidati comunisti senza simbolo di appartenenza. Capolista è, addirittura, il leader radicale teramano Marco Pannella e l’esperimento, ribattezzato come “laboratorio politico abruzzese” sulla stampa nazionale, se da un lato sembra iscriversi, con qualche contraddizione, nella linea della svolta occhettiana, dall’altro finisce per produrre un’intensificazione del disincanto delle minoranze del partito aquilano. Nel corso del congresso di federazione chiamato a sancire l’avvio della fase costituente della nuova formazione politica e che si svolge proprio a ridosso delle elezioni comunali, i delegati della terza mozione, quella che fa riferimento al documento di Cossutta, abbandoneranno l’aula all’atto della comunicazione ufficiale dell’attribuzione al leader radicale del ruolo di capolista nella competizione elettorale[2]. A Pescara la lista “Uniti per Pescara”, con caratteristiche analoghe a quella aquilana, segnerà il rodaggio di un’organizzazione interna della seconda mozione che porterà nello stesso anno in consiglio regionale il medico Antonio Saia, modificando gli orientamenti ufficiali del partito. Del resto la svolta occhettiana è destinata a suscitare in Abruzzo entusiasmi inferiori a quelli fatti registrare nel resto del paese. I risultati delle votazioni nelle sezioni abruzzesi diffusi dalla commissione nazionale per il 19° congresso del PCI segnalano una flessione di 5 punti del documento del segretario rispetto al dato nazionale, mentre la terza mozione cresce di due punti superando abbondantemente, proprio nella federazione dell’Aquila, il 13% dei consensi.
L’esito delle amministrative di maggio, con il conseguente diffuso decremento del Pci in tutta la regione, funge da catalizzatore nel mobilitare quanti nutrono più di una riserva sulla linea che il partito va perseguendo[3]. Il coagularsi del fronte del ”no” in un unico documento, intitolato “Rifondazione Comunista”, in vista del 20° ed ultimo congresso del PCI ed il rimescolamento che ne consegue, attraverso una serie di iniziative unitarie[4], rafforza la platea degli iscritti decisi a non far parte del progetto occhettiano e pronti a scommettere sull’avventura della costruzione di un partito comunista rifondato.
Il trauma della rottura definitiva, consumatasi al XX Congresso nazionale di Rimini il 3 febbraio 1991, viene immediatamente elaborato nella mobilitazione per la costituzione del neonato Movimento per la Rifondazione Comunista, risultato, anche in Abruzzo, dell’assemblaggio degli iscritti delusi del Pci con quelli provenienti da formazioni della nuova sinistra[5], principalmente da Dp, ancora in grado di esibire un embrione di struttura organizzata frutto anche di una consistenza elettorale più rimarchevole che in altre realtà del paese, e da una quota non quantificabile di soggetti senza precedenti esperienze politiche. Il nuovo movimento si presenta da subito sul territorio con le caratteristiche di un’organizzazione di militanti, un “organismo acefalo” è stato detto, privo cioè di quadri e dirigenti sperimentati. Diventano, pertanto, fondamentali, nella costruzione del primo gruppo dirigente, le risorse individuali, spendibili all’interno del movimento e verso l’esterno, costituite dalla detenzione di un mandato elettivo o da una consolidata notorietà politica. E’ così che il MRC decollerà più agevolmente in presenza di un capitale individuale decisamente riconoscibile, faticando maggiormente dove tale circostanza appare meno rintracciabile. A Teramo la figura di riferimento sarà Pio Macera, ex consigliere regionale del PCI, a Chieti Alberto La Barba, anch’egli già consigliere regionale del Pci, unitamente a Tonino Rapposelli, in passato segretario regionale della CGIL, ma sarà Pescara il fulcro dello sviluppo dell’organizzazione regionale con l’adesione dell’ex senatore del PCI Francesco Paolo D’Angelosante e del consigliere regionale Antonio Saia. Sarà proprio la scelta di quest’ultimo, maturata dopo adeguata riflessione, a fornire un impulso determinante al consolidamento ed alla crescita del movimento che, con la presenza di un proprio esponente nella massima assise politica abruzzese, poteva garantirsi un’adeguata visibilità mentre l’esistenza stessa di un gruppo consiliare regionale consentiva, di riflesso, anche la possibilità di utilizzo delle più elementari dotazioni di conoscenza e logistiche di cui il movimento appena sorto era ancora sprovvisto. L’esito anche giudiziario della scissione aveva, com’è noto, attribuito simbolo e risorse al Pds, limitando, di fatto, l’agibilità politica del movimento, sprovvisto persino delle sedi dove svolgere l’attività politica. Le sole realtà organizzate con una sede di proprietà sono quelle di Guardiagrele ma, soprattutto, di Pescara[6], che sarebbe stata a lungo una delle pochissime federazioni in Italia – tre in tutto – a godere di un simile privilegio, strappato contendendo al Pds l’immobile della ex sezione Di Vittorio del Pci con tanto di occupazione della sede da parte di un centinaio di militanti.
Il problema immediato che si pone per il neonato movimento è quello di dotarsi di un’organizzazione ramificata sul territorio la cui realizzazione si avvia da subito sull’onda emotiva della scissione ma che, nel costruire i primi embrioni di attività politica, dovrà confrontarsi con una regione dalla difficile identità unitaria, caratterizzata dal perdurare di un assetto sostanzialmente dualistico che ne sintetizza le diversità al suo interno richiamandone i vincoli storico-ambientali e la cui azione tende a svilupparsi nel lungo periodo: un sistema montano fragile e con una crescita lenta e tormentata opposto ad un sistema collinare e costiero ben strutturato e decisamente più dinamico. Il richiamo ad un assetto duale rappresenta, peraltro, un elemento di comodità di analisi che finisce per offuscare tutto un ordito di diversificazioni territoriali che disegnano localmente conseguenti pluralità di atteggiamenti nelle relazioni umane.
Il 1991, anno di nascita del MRC, vede l’assetto economico abruzzese mantenere ancora uno dei tassi di sviluppo più elevati nell’ambito nazionale ma ormai, in via di esaurimento gli effetti positivi delle risorse del particolarismo e delle politiche della spesa pubblica, già nel corso dell’anno cominciano ad appalesarsi i primi segnali di rallentamento del sistema produttivo, preludio di una consistente inversione di tendenza che, dall’anno successivo, ne evidenzierà tutti i limiti strutturali, legati prevalentemente ad una spinta esogena di capitale straordinario mai sfociata nell’autosufficienza. Se tiene ancora il sistema dell’industrializzazione diffusa dalle piccole imprese della val Vibrata e in parte nel pescarese, l’occupazione industriale dei grossi insediamenti, ancora consistente e con segnali di vitalità in alcune zone della Val di Sangro, fa presagire inequivocabili segnali di declino – emblematici i casi del sistema locale aquilano e di parte di quello vastese – segnando così la fine dell’avvicinamento della regione agli standard del nord del paese e minacciando il riemergere di antiche sofferenze sociali.
Dal punto di vista del panorama politico – in un quadro istituzionale che vede ancora la presenza di tutte le formazioni politiche uscite dal dopoguerra e rappresentate elettivamente secondo il sistema proporzionale – l’Abruzzo si presenta ancora caratterizzato dal “tradizionale moderatismo della maggioranza delle sue popolazioni”[7], con un atteggiamento più accentuato per le provincie di L’Aquila e Chieti, come testimoniato dall’evoluzione degli esiti elettorali che hanno accompagnato le consultazioni dell’età repubblicana a partire dal referendum del 2 giugno 1946 per finire proprio con i giorni che precedono la svolta occhettiana e che vedono la Dc raggiungere la percentuale più elevata che nel resto del paese distanziando con il 46% di oltre 20 punti Pci e Psi ai loro minimi storici. E’ in questo contesto che il MRC è chiamato a misurarsi, accompagnando la crescita organizzativa con un’attività di conoscenza della propria identità ancora tutta da definire.
Il carattere spontaneo e tumultuoso della costruzione dei circoli nel territorio abruzzese, come detto in premessa, ha impedito la conservazione dei dati che possano consentire un’analisi precisa e completa dei militanti e degli aderenti alla nuova organizzazione comunista. Il solo dato disponibile, parziale ma, comunque, significativo in quanto riferito alla fase magmatica immediatamente successiva al congresso di Rimini, sullo slancio dell’assemblea nazionale dei circoli comunisti al Brancaccio il 10 febbraio – quando, per i sostenitori del fronte del “no” confluiti nel Pds era ancora possibile aderire al MRC, non essendosi questo ancora strutturato come partito – è quello del circolo dell’Aquila[8]. Le connotazioni riferite al sesso, all’età, alla condizione professionale ed al percorso politico pregresso testimoniano di un basso tasso di presenze femminili, di giovani e di professionisti che si accompagna ad un nucleo consistente di impiegati ed operai, presenza questa destinata a riconfermarsi anche in seguito con la medesima consistenza. In una fase in cui il lavoratore di fabbrica si avvia a perdere progressivamente i tratti di soggetto collettivo portatore di connotati sociali antagonisti, l’approdo ad un’organizzazione che si dichiara ancora fortemente legata ad una visione di classe della società sembra costituire, per l’elite operaia aquilana, lo sbocco più naturale per la conservazione di un’identità e di un peso nelle scelte della politica. Rilevante, infine, è la presenza (circa un terzo del totale) di membri del comitato politico federale del disciolto PCI – destinata, peraltro, a ridursi quando il movimento si trasformerà in partito – rispetto a militanti provenienti da formazioni della nuova sinistra, mentre è trascurabile la quota di iscritti senza precedenti esperienze politiche. Caratteristiche tutte riscontrabili, con tratti ancora più marcati e semplificati, nella composizione del primo coordinamento abruzzese del MRC, che prende a riunirsi due volte al mese, costituito da 24 membri, quasi tutti provenienti dal disciolto Pci, e con una presenza femminile circoscritta a 5 sole unità[9]. Si tratta, in questa prima fase, di capitalizzare al massimo l’entusiasmo collettivo per la nascita di una nuova soggettività che non rinuncia al progetto di trasformazione della società tutto veicolato, pur nella disomogeneità delle culture di provenienza, alla difesa primaria dell’identità comunista mentre le strutture più organizzate prendono a cimentarsi con tematiche di interesse collettivo. In particolare il coordinamento provinciale di Pescara che interviene con volantinaggi sulle politiche sanitarie, utilizzando le competenze del consigliere regionale di Rifondazione Comunista[10], organizza riunioni specifiche con i giovani, i pensionati e gli amministratori (cinque consiglieri comunali), testa le proprie capacità operative organizzando un frequentato mercatino di libri usati e soprattutto, realizzando, nell’estate del ’91, la prima Festa Rossa conclusa nella quarta giornata da un comizio di Ersilia Salvato. Così, quando l’assemblea nazionale del movimento nel dicembre si costituisce in congresso, il primo, sancendo la nascita del Partito della Rifondazione Comunista con la scelta del simbolo, sperimentato per la prima volta proprio in Abruzzo nelle amministrative di primavera a Martinsicuro, ed elegge Sergio Garavini segretario e Armando Cossutta presidente, la capacità organizzativa dei membri del disciolto Pci si rivelerà risorsa preziosa.
Il neonato partito abruzzese si struttura in 5 federazioni, una per provincia più quella marsicana, ricalcando l’andamento organizzativo del vecchio Pci[11], e si dota di un coordinamento regionale rappresentativo, in misura paritetica, delle principali realtà territoriali. Appena il tempo per affrontare la prova del fuoco delle elezioni politiche anticipate del 5 Aprile ‘92 – celebrate ancora con il sistema proporzionale – scadenza nella quale, ad onta di un’organizzazione improvvisata e volontaristica, il PRC abruzzese si colloca oltre il 5% alla Camera, allineandosi così all’imprevisto successo riscosso dal partito a livello nazionale. Il dato complessivo, tuttavia, non nasconde la situazione di forte disomogeneità di consensi registrata nelle varie realtà territoriali, con le percentuali di Teramo (7%) e Pescara (6%) che controbilanciano i modesti risultati conseguiti nelle provincie di Chieti (4,6%) e L’Aquila (3,6%), replicandosi così, con le dovute proporzioni, le forme di insediamento del disciolto Pci. Il risultato regionale ancor più positivo al Senato, di due punti superiore a quello della Camera, tratteggia i contorni di un elettorato indiscutibilmente collocato nelle fasce di età più avanzata.
Mentre la presenza del partito nelle istituzioni compie un salto di qualità, dall’aspetto più che altro formale, eleggendo in parlamento Lucio Magri, che, candidato anche in Toscana, finisce per optare per l’Abruzzo, con conseguenti malumori degli esponenti locali[12], gli assetti organizzativi cominciano a consolidarsi: l’organismo regionale elegge il proprio coordinatore, le feste cominciano a diffondersi sul territorio, i circoli prendono ad interloquire con le differenti realtà politiche locali. L’ambiente politico più generale nel quale si colloca la nascita del PRC appare già segnato da tutte le turbolenze che avvieranno una lunga e tormentata transizione e che affondano le radici in un progressivo disancoramento della società civile dalla società politica, rendendo ancora più arduo il cammino della nuova formazione che si richiama, inevitabilmente, a modelli già consolidati. Si tratta, pertanto, di muoversi nella riaffermazione di una identità che non può sparire, attraverso l’enfatizzazione del capitale simbolico tradizionale e rivendicando il ruolo di “cuore dell’opposizione” ma, nel contempo, di aprire spazi di comunicazione con la società civile nel tentativo di oscurare l’immagine, sin troppo diffusa, di un partito di nostalgici, passatista, superato dai tempi. Mentre sul primo versante ci si muove su un terreno più che favorevole, con le sedi dei circoli che si riempiono di vecchie bandiere del Pci o addirittura dell’Urss, di falci e martelli forgiati per l’occasione, è sul versante dell’interlocuzione con l’esterno che il compito si presenta senz’altro più arduo. L’obiettivo di scompaginare un sistema politico che appare sempre più in crisi viene colto nell’ottobre ‘92 con l’arresto dell’intera giunta regionale, dietro il quale si nasconde l’occulta regia dei dirigenti del PRC, e che consentirà al partito di cavalcare in regione l’onda di tangentopoli. Il periodo che segue sarà contrassegnato da un susseguirsi ininterrotto di scadenze elettorali che impediranno a livello nazionale e, a maggior ragione in periferia, una ragionata elaborazione progettuale accompagnata ad una riflessione compiuta sul bilancio delle esperienze comuniste e, più in generale, sui problemi teorici, storici e politico-culturali impliciti nell’idea di rifondazione. Precedute dal referendum che abolisce il voto proporzionale al senato nell’aprile del ‘93 e dal secondo Congresso nazionale che nel gennaio ‘94 elegge Bertinotti segretario e conferma Cossutta alla presidenza, si tengono, nell’aprile, le prime elezioni politiche con il nuovo sistema elettorale, alle quali il PRC partecipa in coalizione con la lista dei Progressisti nei collegi uninominali, riuscendo al eleggere il proprio candidato sia alla camera che al senato[13]. Il risultato, preannunciato da alcuni exploit premonitori come 10,7% ottenuto a Pescara nelle elezioni comunali, è soddisfacente e colloca con una percentuale del 7,4% il partito abruzzese, per la prima volta, abbondantemente al di sopra della media nazionale, pur scontando i consolidati caratteri di disomogeneità all’interno della regione.
Anche se la presenza nelle istituzioni periferiche è ancora scarsamente significativa – nessun consigliere provinciale ed un solo consigliere nei comuni capoluogo – il partito è in crescita, aumentano i circoli e il coordinamento regionale si trasforma, buon ultimo a livello nazionale, in comitato regionale individuando un nuovo segretario, il terzo in 4 anni[14] ed inviando due rappresentanti al Comitato politico nazionale.[15] La mappatura sociale dell’organismo può fornire qualche riferimento utile, oltre che sul quadro dirigente, sulla natura del partito abruzzese. Su 40 membri le donne, appena 4, continuano ad essere una sparuta minoranza, circostanza, del resto, riscontrabile anche a livello decentrato, con la lodevole eccezione della federazione di Avezzano, restata a lungo a conduzione femminile. La condizione lavorativa largamente predominante è quella impiegatizia, gli operai sono appena sei, ancora più esigua la rappresentanza del mondo dell’istruzione, con l’importante eccezione dello storico del movimento trotzkista Giuseppe Samonà.
Il travagliato rapporto col governo Dini, nato dopo la caduta del primo esecutivo guidato da Berlusconi, si conclude con la prima consistente scissione dal Prc, avviata nel gennaio ’95, ma che si consuma formalmente nel giugno allorchè un folto gruppo di dirigenti nazionali contrari all’uscita dalla maggioranza governativa annuncia l’intenzione di lasciare il partito per confluire nella federazione della sinistra lanciata da D’Alema qualche tempo prima. Le elezioni regionali del 23 aprile[16] avevano, intanto, portato il partito al 9%[17], malgrado il deludente risultato fornito dalla provincia aquilana, consentendo l’elezione di 4 consiglieri e, successivamente, l’ingresso in giunta con due assessori[18] (su un totale di 8 che il PRC poteva esibire a livello nazionale), risultando la seconda forza della coalizione di centrosinistra[19] e la scissione, in consonanza con gli andamenti nazionali, non avrebbe prodotto emorragie di rilievo né a livello di dirigenti né di militanti, tant’è che alle elezioni politiche dell’anno successivo, alle quali giunge dopo aver realizzato l’accordo di desistenza con l’Ulivo, il PRC abruzzese tocca il vertice dei consensi elettorali con una percentuale di consensi dell’11% – superato solo da Umbria e Marche – contro quella nazionale, pure in crescita, dell’8,6%. Questa volta se Pescara è al 6° posto fra le provincie italiane per consensi al PRC e addirittura al primo per la crescita fatta registrare nel quinquennio, anche la provincia dell’Aquila ha fatto la sua parte collocandosi al 7° posto in quest’ultima graduatoria. Alla positività dell’esito elettorale non si accompagna, tuttavia, una corrispondente presenza parlamentare: alla riconferma di Saia alla Camera, infatti, non fa riscontro quella di Orlando a Senato, penalizzato dalla mai sopita diffidenza degli alleati per le candidature comuniste da sostenere unitariamente. Anche nelle istituzioni periferiche il PRC può cominciare ad esibire una rappresentanza non trascurabile con 9 consiglieri provinciali, 4 sindaci e, a cascata, l’ingresso nelle assise di in un centinaio di comuni minori.
Dal turbinio degli avvenimenti attraversati nei suoi primi cinque di vita emerge un partito in crescita e che va costruendo faticosamente una propria identità. Uno dei principali problemi sulla strada della costruzione di un nuovo partito di massa, quale il PRC aspira ad essere, è rappresentato dalla formazione di quadri esperti, di una rete di militanti-dirigenti che ne deve costituire l’ossatura e la forza e, dove questo non si verifica – in una formazione ancora caratterizzata da un insediamento a macchia di leopardo – i costi sono pesanti. C’è da registrare, inoltre, il persistere delle divisioni antiche della sinistra. Le passate appartenenze, che rendono particolarmente turbolenta la vita della federazione chietina, riemergono in più di una circostanza, così come inintaccato rimane il carattere monosessuato di tutto il partito. Con un tasso di femminilizzazione del 12%, superiore soltanto a quello della Calabria, e addirittura in regresso a quello dell’anno precedente, il PRC abruzzese non appare ancora in grado di favorire ed accogliere le tematiche di genere. I giovani sono, invece, i protagonisti dei flussi in entrata – anche per i reclutati il ‘96 è l’anno record – sebbene una quantificazione precisa non sia disponibile in assenza di un’organizzazione specifica giovanile, la cui costituzione comincia, tuttavia, ad avviarsi. Le feste raggiungono ormai la media di una trentina l’anno, anche se con una diffusione territoriale non sempre omogenea. La fase alta del PRC finisce per occultare le dinamiche irregolari sul territorio e per delineare un quadro nel quale la mutevole geografia del partito abruzzese, caratterizzata dalla combinazione di federazioni nate deboli e restate tali, federazioni nate forti e cresciute ulteriormente, si stempera in una contradittoria stabilità. I circoli – 102, pari al 4,3% sul totale nazionale con l’Abruzzo collocato all’11° posto nella relativa graduatoria – denotano un buon dinamismo, testimoniato dal discreto rapporto col numero delle feste se confrontato con il resto del paese, ma molti sono ancora circoli privi di sede o altri che, dopo aver tentato il salto e aver preso in affitto un locale, sono stati costretti poi a chiudere per sopravvenute difficoltà finanziarie. I circoli aziendali, appena un paio nel chietino, stentano a decollare anche lì dove le grandi fabbriche potrebbero costituire un humus favorevole. Una situazione nel complesso che determina, nella mappa frastagliata e mutevole dell’insediamento territoriale del partito, l’insorgere e lo scomparire di interi gruppi di iscritti o addirittura di interi circoli; sintomi tutti che rinviano ad una identità ancora incerta del partito e ad una sua strutturazione ancora fragile, costretto com’è a reggersi quasi esclusivamente sulla militanza, sul tempo rubato alla famiglia ed alla vita privata ed evidenziando, nel contempo, una stridente contraddizione tra una struttura organizzata derivata quasi interamente dal Pci ed il dover operare senza funzionari, con un esercito di militanti molto più ridotto e con tutte le difficoltà finanziarie di chi parte da zero, destinate, queste ultime, poi ad aggravarsi con la fine del finanziamento pubblico dei partiti. Il lavoro nel partito, a cominciare da quello dei segretari di federazione, fondato sul volontariato, accanto al pregio del contenimento dei rischi di burocratizzazione del funzionariato, fa emergere rilevanti limiti di operatività mentre la forte autonomia assegnata ai circoli, accanto al positivo spostamento del baricentro dai vertici alla base, finisce necessariamente per far registrare momenti di protagonismo ingiustificato e difficilmente controllabile, generando atteggiamenti di ostilità e chiusura fra iscritti vecchi e nuovi, il cui totale giunge a lambire i 4.000 iscritti. E’ il picco più alto in tutta la breve storia del partito che, nel rapporto tra iscritti ed abitanti, si colloca al quinto posto fra le regioni italiane. Anche la presenza nelle istituzioni locali raggiunge il livello più consistente, pur collocandosi a mala pena nella media delle altre realtà italiane, potendo esibire una posizione di tutto rilievo con la titolarità degli assessorati alla cultura ed al personale nella giunta regionale. Tale responsabilità trova, però, impreparato il corpo del partito le cui strutture periferiche sono rimaste sostanzialmente invariate sia nella consistenza del corpo militante che nella capacità attrattiva di competenze esterne, se si eccettua la ricordata presenza dei giovani che da occasionale tende a farsi pratica politica quotidiana. La vita del gruppo consiliare regionale sarà, quindi, travagliata, denunciando limiti di operatività collegiale senza che il partito appaia in grado di fornire supporti tecnici e politici adeguati.
Col suo terzo Congresso nazionale il PRC considera definitivamente vinta la battaglia per l’esistenza e si pone l’obiettivo ambizioso di passare dalla resistenza al progetto, tenuto conto che le scadenze elettorali che per il passato hanno scandito ogni anno della vita del partito, condizionandone inevitabilmente i momenti di elaborazione politica, sembrano dare respiro per l’immediato futuro. La fase di consolidamento è destinata, tuttavia, ad arrestarsi presto di fronte alle tensioni con il governo di centrosinistra ed al riemergere delle tensioni interne. Come in un film già visto, alla vigilia del voto sulla finanziaria, nel CPN dell’ottobre ‘98 che decide di ritirare di fatto la fiducia al governo Prodi, si consuma la nuova scissione nel PRC. Nel parlamentino comunista dai nove rappresentanti abruzzesi, fra astensioni e voti contrari, arriverà un solo voto favorevole alla relazione di Bertinotti, facendo presagire esiti ben più corposi della scissione del ’94 per il partito regionale. Il deputato in parlamento, la segreteria regionale quasi nella sua interezza, due segretari di federazione, un assessore ed un consigliere regionale, i consiglieri provinciali di Pescara e Teramo, l’assessore provinciale di Chieti confluiscono nella nuova formazione dei Comunisti Italiani[20], segnalando come la fuoriuscita dal partito abbia riguardato la parte più professionalizzata della classe dirigente comunista abruzzese, quella più sensibile alla presenza del partito nelle istituzioni, coinvolgendo, tuttavia, anche una quota rilevante del corpo militante. Il decremento dei circoli – da 99 a 81 – , ma soprattutto degli iscritti, quasi mille in meno, e persino dei giovani (da 398 a 271, con la perdita di 1,3 in percentuale) testimoniano di un esito sicuramente pesante da fronteggiare su molteplici terreni, a partire da quello della riorganizzazione dei gruppi dirigenti ai vari livelli, temperato soltanto da un leggero incremento della percentuale della presenza femminile, peraltro sempre inferiore a quella della media nazionale. I passaggi immediati che seguono, la gestione commissariale pilotata dal centro nazionale ed il congresso straordinario – il quarto – con la conseguente ristrutturazione degli organismi periferici, ripropongono al partito la necessità di attuare i contenuti del modello organizzativo delineato due anni prima a Chianciano con la conferenza di organizzazione e mai attuato nei fatti. Tra il congresso e le elezioni europee del giugno ’99, il partito viene assorbito dalla mobilitazione contro la guerra nei Balcani che sembra produrre consensi crescenti alla linea di netta differenziazione dalla sinistra al governo. Rapportate alle previsioni della vigilia le elezioni per il parlamento europeo vedono, tuttavia, il partito abruzzese registrare le stesse deludenti percentuali del resto del paese.[21] Il successivo test, costituito dalle regionali del 2000, fornisce la conferma del ridotto peso elettorale del partito, con un dimezzamento dei consensi rispetto alla passata consultazione amministrativa.[22] La riemersione ad un livello di percentuali più consistenti è destinato ad essere il coronamento di un cammino ancora lungo; le regionali del 2005 vedranno, infatti, il partito ancora attestato al di sotto del 5%.
L’accendersi della mobilitazione contro il G8, culminata con i tragici fatti di Genova, vede il PRC dislocato in piena sintonia con l’espandersi del movimento no-global, dopo aver affrontato l’ennesima prova di sopravvivenza elettorale alle politiche del 2001 in un clima di forte scontro con il centro-sinistra. L’adozione della strategia della “non belligeranza”, consistente nel non presentare candidature nei collegi uninominali alla camera, dà come frutto un risultato, se non positivo, almeno accettabile, mettendo il partito al riparo dalla soglia di sbarramento del 4%. Il PRC abruzzese nell’occasione coglie alla camera un risultato leggermente migliore del dato nazionale (5,46% contro 5,03%) al contrario di quanto avviene al senato (4,71% contro 5,04%), evidenziando così una maggiore capacità di attrazione per il voto giovanile, frutto anche dell’azione di un gruppo dirigente, a livello regionale come sul territorio, abbondantemente ringiovanito. Le tesi del quinto Congresso nazionale nella primavera 2002, che vede una partecipazione sempre più massiccia dei militanti abruzzesi ai congressi di base (55%, di dieci punti superiore a quella registrata nel ’99), sanciscono la creazione di relazioni organiche tra l’organizzazione del partito e il “movimento dei movimenti”, ma la scelta non produce esiti significativi in termini di iscritti, in lento ma costante declino, in consonanza con quanto registrato a livello nazionale.[23]
La crisi della politica e dei partiti, i processi di scomposizione e disarticolazione della società, il sistema economico regionale che, malgrado le difficoltà dell’apparato produttivo, si mostra reattivo e dinamico al punto che nel 2005 si segnalerà come uno dei pochi in grado di incrementare il proprio PIL – superato in ciò solo dalla Sicilia –, una struttura demografica caratterizzata da una spiccata senilità, l’accrescimento dei divari fra i sottosistemi sociali chiamano tutti il partito abruzzese, nato e cresciuto nella fase matura, e, per certi aspetti, finale della presente congiuntura storica, ad un mutamento della propria presenza organizzata nel territorio. La situazione delle strutture di base, i circoli, presenta dati contradittori. A fronte di un decremento massiccio – dai 106 del picco massimo del 1997 il quinquennio successivo scendono a 51, collocando agli ultimi posti della graduatoria nazionale il PRC abruzzese -, la diminuzione delle feste organizzate – che può ben assumersi come indicatore del tasso di attivazione delle unità di base del partito – colloca pur sempre l’Abruzzo davanti a regioni come Emilia, Marche ed Umbria[24]. La gran parte dei circoli, malgrado il forte grado di autonomia attribuito loro dallo statuto del partito, stenta a diventare organismo di articolazione della domanda sociale e a sviluppare una capacità di direzione politica a livello periferico. L’attivazione dei militanti resta, così, confinata prevalentemente alle campagne nazionali, ai congressi, ai cimenti elettorali ed alle feste. La presenza femminile nel partito comincia ad avere una consistenza rilevante, se rapportata alle altre realtà nazionali, ma non tale da ridimensionare la difficoltà della partecipazione delle donne alla vita del partito. L’aver attribuito i ruoli di assessore – l’unico per PRC – e di capogruppo nel consiglio Regionale eletto nel 2005 a due donne[25] segnala una convinta tendenza del ringiovanito gruppo dirigente a sviluppare la sensibilità del partito per le politiche di genere.
Con l’ultimo cimento elettorale, le elezioni politiche 2006 effettuate con il rinnovato sistema elettorale, tornano a spalancarsi le porte del parlamento per un rappresentante abruzzese, il segretario regionale Maurizio Acerbo, che lascia la direzione regionale a Marco Gelmini, il quale aveva pilotato la ricostituzione del gruppo dirigente regionale all’indomani della scissione del ’98. Il risultato elettorale è incoraggiante, migliore della media nazionale, questa volta con i consensi al senato maggiori di oltre un punto rispetto a quelli della camera[26]. L’alternarsi nel tempo di prevalenza di consensi per la camera o per il senato parla di un evidente turn over dell’elettorato che fa il paio con quello, ormai consolidato, degli iscritti. La dinamica dei consensi elettorali, che fino alla scissione del Pdci aveva fatto registrare un andamento consonante con quello dello delle iscrizioni – entrambi in crescita costante -, a partire dal ’98 prende a divergere. A fronte di un progressivo recupero di adesioni all’offerta politica del partito nelle scadenze elettorali, il numero degli iscritti è rimasto pressochè fermo a quello del 1999[27], segnalando la difficoltà del partito a tradurre in adesione militante il consenso elettorale. Il progressivo allineamento, in termini di percentuali elettorali, di tutte le federazioni, sui medesimi valori, sia di quelle più forti e ricche di iscritti, che di quelle più deboli e scarne[28], rafforza la convinzione dell’evolversi del partito – indipendentemente dalle intenzioni – verso tipologie organizzative che non sono più quelle a lungo perseguite di un nuovo partito di massa. L’organizzazione territoriale del PRC abruzzese finisce, infatti, per esercitare una scarsa influenza sui dati elettorali descrivendo un elettorato sempre meno di appartenenza e sempre più di opinione, legato agli avvenimenti ed al dibattito politico contingente più che ad un’adesione ideologica durevole. La sfida della costruzione della Sinistra Europea, vede, anche in Abruzzo, il partito impegnato nella definizione di questo nuovo orizzonte non sulla base di una fissità identitaria, bensì con le discriminanti poste dai movimenti – peraltro disomogeneamente presenti sul territorio – aprendo il confronto con soggettività politiche e di movimento della sinistra, convergenze, a tutt’oggi, ancora in evoluzione. Il progetto della Sinistra Europea parla, in ogni caso, di un partito ancora in perenne mutamento e la fotografia della sua pur breve storia non può che risultare inevitabilmente “mossa”. Nato anagraficamente “vecchio”, il PRC abruzzese va conoscendo un progressivo abbassamento dell’età media dei suoi iscritti, per effetto della crescita della presenza giovanile al suo interno con conseguente diluizione delle ascendenze storiche, prima fra tutte quella dal PCI. Ciò, oltre alla positività indotta dalle nuove energie e dal rinnovato entusiasmo, pone contemporaneamente anche problemi di trasmissione del sapere e della memoria, unitamente a quello della formazione di nuovi quadri, ciò che a fatica si concilia con il ricorrente turn over delle iscrizioni. Un partito, quello abruzzese, di cerniera tra nord e sud, come testimoniano i dati riferiti al tasso di attivazione, ai decrementi della scissione del ’98, alla presenza di giovani e donne.[29] Il fatto di aver intuito in anticipo che l’economia avrebbe soppiantato la politica, con tutto quello che consegue in ordine alla pratica della democrazia, non ha messo al riparo il PRC dal processo di scomposizione e frammentazione della società. La crisi della politica riguarda anche il PRC, oggettivamente e soggettivamente, con tutti suoi punti di forza, le sue debolezze e le sue ambiguità, il suo modo di stare nelle istituzioni e nel corpo sociale. Il tema è ancora una volta quello, cui il PRC, non solo abruzzese, sembra
“condannato”, quello, cioè, del rinnovamento e del mutamento della nostra presenza organizzata nella società italiana.[30]
- Comunicato stampa del 27.12.89 a firma Melarangelo, Macera, Di Marco. Archivio Privato Angelo Di Rosa (d’ora in poi APADR). ↑
- «Documento depositato nel congresso di federazione dell’Aquila a firma “i compagni della terza mozione”. Archivio privato Mauro Colaianni (d’ora in poi APMC). ↑
- Il coordinamento regionale della terza mozione chiederà, con comunicato stampa del 20.5.90, le dimissioni del segretario nazionale Occhetto e della segretaria regionale Arista. APMC. ↑
- Si veda per tutti la lettera dei coordinamenti delle mozioni 2 e 3 della federazione aquilana del 20.10.90 a firma di Del Papa e Lolli in preparazione dell’assemblea dell’area per la Rifondazione comunista del 26.10.90. APMC. ↑
- Per tutte il gruppo agglutinato attorno alla rivista «Città del sole». ↑
- Le strutture di L’Aquila, Chieti, Teramo e Barisciano avevano da subito provveduto a prendere dei locali in affitto. ↑
- Sandro Setta, Lineamenti di geografia elettorale, Japadre, L’Aquila, 1971, pag.16. ↑
- Riunione del 1 marzo 1991. APMC. ↑
- APADR. ↑
- Manifesto e volantino dell’aprile 1991 Il governo attacca la salute. APADR. ↑
- Queste le ubicazioni delle prime sedi delle federazioni del MRC: Chieti, via della Misericordia; 7, L’Aquila, via Garibaldi, 12; Pescara, via Masci, 20; Teramo, via Trento e Trieste, 47. La federazione di Avezzano non aveva ancora la disponibilità di una sede. ↑
- Verbale del coordinamento regionale del 28.5.92. APADR. ↑
- Rispettivamente Antonio Saia ed Angelo Orlando. ↑
- Angelo Di Rosa, preceduto nell’incarico da Mario Dionisio e Roberto Di Zenobio. ↑
- Angelo Di Rosa e Giuseppe Paolo Samonà. ↑
- Il PRC era presente in uno schieramento di centrosinistra «il più vasto d’Italia» («Il Centro», 29 marzo 1995), comprendente il Partito popolare, il Pds, il Patto Segni, il Pri ed i Verdi, con l’appoggio dei Cristiano-sociali e la Rete, e sotto il simbolo di Abruzzo Democratico. ↑
- Queste le percentuali raccolte dal PRC nelle singole province: L’Aquila 6,5, Pescara 10,7, Chieti 9,6, Teramo 9,3. ↑
- Antonio Iacovoni e Alberto la barba, assessori, Angelo Di Rosa e Antonio Serafini, consiglieri. ↑
- Fra i risultati più clamorosi non può non menzionarsi quello di Gissi dove il PRC, grazie all’impegno di Peppino Basilico, per qualche tempo segretario della federazione di Chieti, risultò, nel “feudo gaspariano”, il primo partito. Analogo per dimensioni a quello regionale fu l’esito delle contemporanee elezioni provinciali che videro attribuire al PRC 9 consiglieri: 3 a Pescara e Chieti, 2 a Te e 1 a L’Aquila. ↑
- A livello nazionale sono 4 su 20 i segretari regionali e 22 su 117 quelli di federazione a confluire nel PCdI. ↑
- 4,6% contro il 4,2% a livello nazionale. ↑
- La media raggiunta dal PRC è di 4,28 (Chieti 4,16%, Pescara 4,60%, Teramo 4,86 e L’Aquila 3,55%). ↑
- Dal 1999, anno successivo alla scissione del PCdI, al 2003, gli iscritti in Abruzzo passano da 2.696 a 2.466. Fonte PRC Dipartimento Organizzazione. ↑
- La notevole diminuzione delle feste, -11,2% il rapporto tra circoli e feste nel periodo 1998-2001, assegna pur sempre all’Abruzzo il 4° posto in tale graduatoria, con una percentuale del 31,7 % contro il 27% di Umbria e Marche ed il “6% dell’Emilia. Bertolino, Rifondazione Comunista, Il Mulino, Bologna, 2004, pag.230. ↑
- Rispettivamente Betty Mura e Daniela Santroni. ↑
- Così il PRC al Senato: Abruzzo 7,62% (Italia 7,37%) ed alla Camera: 6,43%(Italia 5,84%). ↑
- 2.696 nel 1999, 2.890 nel 2006. ↑
- Questi i consensi in percentuale raccolti dal PRC nelle province abruzzesi: Camera: Chieti 6,40%, L’Aquila 5,7°%, Pescara 6,89%, Teramo 6,84%; Senato: Chieti 7,32%, L’Aquila 7,03%, Pescara 7,85%, Teramo 8,38%. ↑
- Il riferimento è ai dati forniti dal Dipartimento organizzazione del PRC e contenuti in Bertolino, Rifondazione, cit. ↑
- Relazione di Giordano al CPN 16-17 dicembre2006 in preparazione della terza conferenza di organizzazione. ↑
