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RIFLESSIONI TERAPEUTICHE DELLA DOTT.SSA ANTONELLA FORTUNA

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Redazione-Le rappresentazioni di noi stessi e del mondo, create dal cervello, non sono fisse. Rimangono fluide, adattabili alle esperienze e ai nuovi modelli di se. Spesso ci si sente stretti nei modelli gestionali di cura che non ritengono centrale incontrare l’uomo, non comprendendo che chi diventa malato di mente è colui che soffre e vive il dolore della mente. Si teme di dare senso alla produzione usando la desimbolizzazione attraverso ascolto ed empatia. Mancano le risorse non tanto relativamente alle abilità tecniche quanto alla ” padronanza”  della non direttività perché lavorare con le emozioni ( le proprie e quelle del paziente) dosandone il corso, senza negarle o sprofondandovi dentro, è una danza su un filo di seta.

La sfida è accettare le emozioni contrastanti con grazia perché ( per citare William Yeats) “più si affina l’anima nel saper ascoltare le fertili contraddizioni”.

Chiedersi allora: chi è la persona che è dietro malattia, come la vive, cosa significa per lei ad un livello profondo, quali le paure e le esperienze?

Una relazione di aiuto quale contesto di trasformazione che prende in carico e focalizza il soggetto nel ” come se”.

Il malessere centrato sulla trasformazione dei significati, sulle relazioni e le dinamiche del profondo devono essere la linea guida portante. Negli anni ho compreso che il contrario della paura non è il coraggio, ma l l’amore, che è una invenzione

umana che applichiamo sempre meno in terapia.

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