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LA LETTERATURA E L’IMMAGINARIO AGIOGRAFICO DELLE ORIGINI-DOTT.RE MARCO GIACINTUCCI

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Redazione-L’agiografia rappresenta, in linea di massima, la narrazione della vita e delle opere di santi, con intento generalmente apologetico e parenetico; la letteratura agiografica, tuttavia, e come è naturale che sia, segue un suo naturale sviluppo, che dai primi documenti a carattere didascalico porta all’affermazione del vero e prorio ‘culto dei santi’.

La letteratura agiografica, nelle sua prime manifestazioni, consta di testimonianze non letterarie, quali i calendari, i martirologi, gli atti processuali delle prime persecuzioni, e si basa sulla tradizione degli acta martyrum e delle passiones sanctorum; in esse, più che la vita, è la morte del santo ad essere descritta, in quanto essa stessa “vita” nuova, degna di essere ricordata; questa prima produzione agiografica «precede il culto dei santi propriamente detto»,[1] e pone in essere specifiche suggestioni di tradizioni precedenti, ellenistico-giudaiche, quali quella classica greco-latina e quella biblica vetero e neo testamentaria.[2] Fondamentale per la nascita del genere della bibliografia ‘santa’, l’agiografia vera e propria, appare inoltre l’apporto del nascente monachesimo;[3] la narrazione delle vite esemplari dei primi eremiti infatti, ampiamente descritte nelle fonti del tempo, prende avvio dall’ambiente dei cenobi delle origini, in cui operavano significative personalità, tra le quali Antonio abate, generalmente ritenuto padre del monachesimo occidentale.

Gli auctores della letteratura cristiana antica, ben formati sul patrimonio letterario classico, affrontavano con attento rigore le tematiche dettate dalla nuova spiritualità in sviluppo; è possibiie infatti ravvisare, nelle opere dei primi secoli dell’era volgare, una aderenza alle fonti classiche a volte molto evidenti[4] soprattutto di ordine tecnico retorico-narratologico;[5] sul problema si interrogavano anche gli stessi auctores: a tal proposito è utile ricordare l’episodio del ‘sogno’ di Gerolamo,[6] diviso tra amore per i testi classici e devozione verso il nascente culto cristiano, avvertendone l’inconciliabilità.

Gli acta martyrum, ampia sezione preletteraria, sono costruiti sugli atti processuali dei martirj dei cristiani delle origini; seguono in genere forma protocollare e dialogica, tipica degli atti processuali; in essi assume posizione centrale e rilevante, nella riflessione, l’atto eroico della testimonianza; l’ ammirazione delle antiche comunità cristiane per i martiri, coloro che avevano avuto il coraggio di testimoniare fino alla morte («usque ad effusionem sanguinis»), assumeva, all’interno di un contesto comunitario fortemente autoreferente, valore edificante ed esemplare, degno di essere tramandato; il martire infatti, a conclusione della sentenza di morte, era solito affermare: «damnatus gratias agit».[7]

La descrizione della persecuzione, ultimo atto di un ‘santo’, non lasciava spazio a quella della vita vera e propria, precedente al supplizio; nell’ultimo atto, e nell’ottica di quella palingenesi essa stessa ragione del martirio e della santità, ogni testimonianza precedente, sia di ordine sociale che politico, andava ad annullarsi; la morte, di fatto, rappresentava una seconda nascita alla ‘vita vera’, meta catartica di ogni cristiano.

Non mancano, a tal proposito, modelli per tali narrazioni; cospicui sono infatti i rapporti tra acta e gli  exempla profano-pagani della ricca tradizione, in particolar modo di ispirazione stoica, degli exitus inlustrium virorum, celebrazioni di morti eroiche antiche, spesso di giusti ingiustamente perseguitati; tra i numerosi esempi classici, sull’esempio dei Factorum et dictorum mirabilium libri di Valerio Massimo[8] e di Titino Capitone e di C. Fannio,[9] sono da citare i luminosi esempi dell’Agricola[10] e degli Annales[11] di Tacito, e le morti esemplarmente stoiche di Regolo, di Coriolano, di Seneca, di Petronio e di Catone uticense;[12] agli occhi della collettività dei primi secoli dell’era volgare, l’accettazione stoica ed eroica della morte che permeava dal mondo latino costituiva, per il martire, una attrazione imprescindibile ed un esempio assai significativo.

A queste fonti sembrano aver attinto suggestioni i primi autori latini cristiani, quali Clemente di Alessandria e, soprattutto, Tertulliano; questi, in varie opere quali Ad martyras[13] e Apologeticum,[14] che si configurano di fatto come un catalogo di martiri illustri cristiani, sembra aver attinto a modelli narrativi e strutturali presenti nella raccolta di Valerio Massimo[15]

La persecuzione del giusto, inoltre, è uno dei più rilevanti topoi veterotestamentari, come attesta, tra i tanti, la vicenda dei Maccabei, perseguitati sotto il regno di Antioco IV epifane, e i vari esempi di profeti ‘sofferenti’,[16] in molti luoghi del testo; in tempi più moderni, il tema del giusto perseguitato è mirabilmente tratteggiato da Dante nella figura di Pier delle Vigne.[17]

Queste exempla, ispirati al valore edificante del martirio, erano in genere legati al genere della passio, che ripercorreva il supplizio in chiave narrativo-parenetica, attraverso comuni prassi persecutive: a) gladius; b) ignis; c) bestiae; d) crux; e) tormenta;[18] la testimonianza del supplizio riproponeva, a favore della seconda, l’eterna antitesi tra fama umana e gloria celeste:

Igitur si tantum terrenae gloriae licet de corporis et animae vigore, ut gladium, ignem, crucem, bestias, tormenta contemnat sub praemio laudis humanae, possum dicere, modicae sunt ista passiones ad consecutionem gloriae caelestis et divinae mercedis.[19]

Il martirio, inteso come imitatio Christi,[20] permette al martire, attraverso il patimento, di seguire l’esempio di Cristo;[21] si instaura così, nelle prime testimonianze letterarie di tal verso, una stretta relazione tra il martire e Cristo; sia l’atto del martire (pati, sofferenza), che il martirio stesso (passio, sofferenza fino alla morte),[22] sono concepiti in chiave soteriologica come avvicinamento dell’uomo al divino, tanto da poter spingere Tertulliano ad affermare l’identità «Christus in martyre est».[23]

L’atteggiamento del martire che imita cristo si afferma altresì nell’immaginario agiografico delle origini, anche e soprattutto nella lotta contro i demoni e le loro tentazioni; la demonologia infatti è un tratto tipico testamentario: così come cristo ebbe sconfitto il diavolo, le sue tentazioni nel deserto e la croce, così il martire, nel suo exitus mirabilis, appare vittorioso sulla morte stessa.[24]

Il fenomeno dell’eremitismo, successivamente, va ad arricchire, modificandola, quella concezione di imitatio già avviata dai martiri dei secc. precedenti; gli eremiti, uomini in disparte dal mondo, in dimora presso luoghi rappresentanti un teatro privilegiato per la lotta contro i demoni, vanno a delinearsi come una militia Christi,[25] vale a dire quasi un “esercizio delle armi” in nome del nascente cristianesimo; nella conseguente produzione agiografica compaiono spesso, infatti, metafore militari come “vittoria, milizia, armi, trofeo, corona”, di spettanza precedentemente -e solitamente – erotica.

Successivamente la letteratura agiografica, abbandonando di fatto la primigenia iconografia degli acta martyrum, secondo cui le rappresentazioni narrative appaiono compresse in topoi statici e confessionali, si configura sulla tipologia narrativamente più strutturata delle “vite” di asceti, vescovi e di confessores; questa produzione appare di fatto ancora legata al martirio, sebbene in forme diverse, che non contemplavano la morte come atto finale del supplizio; anche la sofferenza, l’ascesi, la penitenza e l’allontanamento dal mondo si rivelano ora fattori determinanti per il raggiungimento della sanctitas, avvicinamento al divino.

A partire dai secc. IV-V, fioriscono infatti, in ambiente monastico anacoretico e cenobitico,[26] varie narrazioni agiografiche nel senso più stretto del termine, declinate in vari aspetti, quali le vitae stesse, gli elogia, le passiones, le historiae, i dicta seniorum (apophthegmata)[27] e gli itineraria; a tal proposito sono da citare la Vita Antonii,[28] la Vita Cypriani,[29] la Passio Perpetuae et Felicitatis, l’Historia Lausiaca, l’Historia philotea, la Peregrinatio Aegeriae; numerosi altri sono gli esempi, di cui tuttavia non è opportuno parlare in questa sede; basti qui accennare alle vite, rappresentate attraverso chiara aneddotica, adatta ad enfatizzarne l’aspetto narrativo più che il teologico; dei vari santi viene vieppiù sottolineata la funzione di medium con il divino, mediante narrazione accurata di exempla specifici, quali gli acta (gli episodi edificanti), e i miracula (i miracoli).

Affermazione princeps dell’idea di agiografia si avrà, più tardi, con la composizione della Legenda aurea di Jacopo da Voragine; quest’opera rappresenta il modello vincolante per ogni narrazione agiografica successiva, anche di quella non colta, che è possibile ravvisare ancora nel ricco patrimonio

agiografico di tradizione orale italiano.

[1] Christine Mohrmann, Gli inizi dell’agiografia cristiana, in G. J. M Bartelink (a cura di), Vita di Antonio, Milano, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori Editore, 1974 (« Scrittori Greci e Latini – Vite dei Santi, a cura di C. Mohrmann»), p. VIII.

[2] Ibid.

[3] Giuseppe Lazzati, Gli sviluppi della letteratura sui martiri nei primi quattro secoli, Torino, Società Editrice Internazionale, 1956, p. 13.

[4] Christine Mohrmann, Études sur le Latin des Chretiens, III, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1965, p. 148 e ss.

[5] Christine Mohrmann, Gli inizi dell’agiografia cristiana, cit., p. X.

[6] Hier., Ep., XXII, 30.

[7] Tert., Apologeticum, 46.

[8] V. Max., Factorum et dictorum mirabilium libri novem.

[9] Plin. Iun., Ep. I, 17; V, 5, VIII, 12, 4-5.

[10] Tac., De vita Julii Agricolae.

[11] Tac., Annales sive ab excessu divi Augusti libri XVI.

[12] F. Marx, Tacitus und der Literatur der ‘Exitus illustrium virorum’, «Philologus», 92, 1937, p. 83; Alessandro Ronconi, Exitus Illustrium Virorum, «RAC» VI, 1262-4, ora in Id., Da Lucrezio a Tacito, Firenze, Vallecchi, 1968, pp. 206-236.

[13] Tert., Ad martyras.

[14] Tert, Apologeticum.

[15] Hélène Pétré, L’Exemplum chez Tertullien, Dijon, Impr. Darantière, 1940.

[16] Christine Mohrmann, Gli inizi dell’agiografia cristiana, cit., p. XVIII; Herich A. Fischl, Martyr and Prophet, «Jewish Quarterly Review», 1946-1947, pp. 265-363.

[17] Inf. XIII.

[18] Christine Mohrmann, Gli inizi dell’agiografia cristiana, cit., p. XVII.

[19] Tert., Ad martyras 4, 9.

[20] Michele Pellegrino, L’imitation du Christ dans le Actes des martyrs, «La Vie Spirituelle», XCVIII, 1958, p. 38.

[21] Hippolyte Delahaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles, Soc. Bollandistes,19332, p. 9 («Subsidia Hagiographica», 20).

[22] Christine Mohrmann, Gli inizi dell’agiografia cristiana, cit., p. XIX.

[23] Tert., De pudicitia 22.

[24] Franz Josef J. Dölger, Der Kampf mit der Ägypter in der Perpetua-Vision. Das Martyrium als Kampf mit dem Teufel, «Antike und Christentum», III, 1932, p. 177.

[25] Adolf von Harnack, Militia Christi. Die christliche Religion und der Soldatenstand in den ersten drei Jahrhunderten, Tübingen, J.C.B. Mohr – Paul Siebeck, 1905; Id., Militia Christi. La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli, trad. it. di Sergio Tanzarella, L’Epos, Palermo 2004.

[26] Àrpád Péter Orbàn, Les dénominations du monde chez les premiers chrétiens, Nijmegen, Dekker & Van de Vegt, 1970, p. 16; Karl Heussi, Der Ursprung des Mönchtums, Tübingen, Mohr, 1936, p. 280.

[27] Wilhelm Bousset, Apophthegmata. Studien zur Geschichte des dltesten Monchtums, Tübingen, Mohr, 1923, p. 329.

[28] cfr. Andre Willmart, Une version inédite de la Vie de s. Antoine, «Revue Bénedictine», XXXI, 1914; Gerard Garitte, Un témoin important de la Vie de s. Antoine par s. Athanase. La version inédite des Archives de saint Pierre à Rome, Bruxelles-Roma, 1939; Henricus Hoppenbrouwers, La plus ancienne version de la Vie de s. Antoine de s. Athanase. Etude de critique textuelle, Nijmegen, Nijmegen: Dekkers and Van de Vegt, 1960 («Latinitas Christianorum Primaeva», 14).

[29] Michele Pellegrino, Vita Cypriani, Alba, Edizioni Paoline, 1955.

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