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” NULLA E’ COME SEMBRA” | DOTT.SSA RITA FARNETI

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Redazione- E’ come se stessi perdendo tutte le mie foglie…non ho più posto dove posare il capo…

Un pianto silenzioso ed accorato scivola in un abbraccio: è la scena finale che vede protagonisti Anthony Hopkins e la sua caregiver in Nulla è come sembra, film  pluricandidato agli Oscar.

Cala così il sipario.

Il film è diventato anche la rivisitazione di una  precedente pièce teatrale, un lavoro dello stesso regista Florian Zeller*: offre, in modo originale ed inconsueto, la narrazione sceneggiata  di una condizione neurologica quale è la demenza.

Zeller ribalta, in modo impeccabile, il punto prospettico dell’osservatore: sceglie lo spazio del paradosso, il topos di situazioni e informazioni confusive che gli attori trasformano e dentro le quali a loro volta si trasformano.

La sceneggiatura si regge quindi sul totale ripudio di un procedere lineare, è costruita dentro un orizzonte narrativo che azzera il senso della sequenza temporale maturata dai dialoghi.

Inconsueta si presenta anche la proposta di una relazione già indementita, custodita dalla mente del protagonista, Anthony, degno interprete di un’umanità bizzarra che sfinisce dentro giorni consumati con tenace fragilità.

Un personaggio centrale, che il regista dichiara di aver confezionato come un abito su misura per lo stesso Hopkins.

Ne è   conferma anche   la scelta del nome Anthony. E’ ben lontano l’attore britannico, ora naturalizzato americano, dall’imponenza delle precedenti interpretazioni di Hannibal Lecter e Re Lear, ma non per questo il suo ruolo risulta meno incisivo.

Diventa addirittura toccante per quella sorta di vulnerabilità trasparente che gli ha permesso di vincere, ad 83 anni compiuti, il secondo Oscar.

Il regista incalza ad arte, usa i dialoghi come espressione di un mondo interno frammentato, con ricordi, richieste e ripetizioni   inopportune, astuzie tanto ingenue quanto sconcertanti.

Atti e parole stridono ed intrigano, illogicamente incastonate nella sequenza temporale di un già rispetto ad un ancora.

Disorientano lo spettatore che si trova immerso nell’atmosfera di    una ri-significazione dell’esistenza   né coesa né concorde al proprio intimo interno.

Il prima ed il dopo sono scanditi da un’ortodossia   che abiura, in modo del tutto imprevedibile, la coerenza autoriflessiva, ma che interpreta,  contemporaneamente,  il significato, desolante, del deterioramento cognitivo.

E’ spazio del paradossale, esemplificato nel complessivo rifiuto della progressione narrativa.

Anche gli oggetti diventano comprimari nel cesello simbolico della scena: l’amato orologio, il pollo servito a cena, il dipinto (scomparso?!) della figlia deceduta   paiono evocare altrettanto credibili (ma sottaciute) inquietudini.

Quella di essere abbandonato, il bisogno di poter controllare, l’ansia di venir tradito fino al tormento   del possibile parcheggio in una casa di riposo.

È una recitazione assolutamente originale: il corpo del protagonista assume la funzione di estemporanea punteggiatura, sembra un’enfasi che sottolinea e  seziona  continui e desolanti passaggi  dentro la malattia. Complice l’uso della   luce, diffusa, modulata espressamente per dare una sonorità sommessa ad un vivere quotidiano, quella vita   che scorre altalenante, intima, dolente, a sprazzi naturalmente assurda.

                                       Riferimenti in bibliografia

*Il padre, titolo originale Le Père, andò in scena nel marzo 2018 al Teatro Verdi di Pisa, e raggiunse più di 220 repliche in tre stagioni.

La foto è tratta da https://www.mymovies.it/film/2020/the-father/news/unodissea-nello-spazio-della-mente-di-anthony-hopkins/

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